Organizzati nel corpo delle Guardie rosse con gli ordinovisti e nei Gruppi rivoluzionari d'azione, promossi dalla Unione anarchica italiana e aperti alla base operaia delle altre forze sovversive, gli antiautoritari torinesi sono tra i primi ad esporsi per difendere le industrie autogestite dai lavoratori dalla repressione governativa e dalle prime provocazioni e violenze delle squadre fasciste, sorte anche a Torino dall'arditismo di guerra con il patrocinio padronale.
Proprio due giovani miliziani dell'Usi, Raffele van Dijck, anarchico belga, e Alfonso Garamella, emigrato pugliese, operai calzaturieri di presidio allo stabilimento chimico Capamianto, cadono vittime il 12 di Settembre 1920 in uno scontro a fuoco con l'industriale Francesco De Benedetti, finanziatore del Fascio torinese, capo squadrista e proprietario della attigua omonima fonderia, tra i ritrovi delle prime bande nere. Già a questi tragici episodi sarebbe dunque possibile fare risalire la primogenitura anarchica dell'antifascismo d'azione torinese.
La smobilitazione delle occupazioni, concertata dai vertici riformisti di Psi e Cgl con il governo Giolitti e gli industriali, sancisce la sconfitta dei movimento dei Consigli di fabbrica e chiude il Biennio rosso rivoluzionario. Dalle pagine del quotidiano anarchico Umanità Nova Errico Malatesta aveva lanciato il monito ai lavoratori: "Se abbandonate le fabbriche sarà la reazione". Dall'ottobre 1920 dilagano infatti la repressione statale e il terrore borghese contro gli operai, sempre più esercitato attraverso lo strumento della violenza squadrista, inaugurando il tragico Biennio nero. Presto si scatena la caccia agli arsenali messi al sicuro dalle avanguardie di fabbrica in vista della resistenza e di una nuova rottura rivoluzionaria, con una infruttuosa perquisizione al circolo libertario "Francisco Ferrer" di Barriera di Milano e con successivi sequestri di armi, arresti e denunce a carico di diversi attivisti.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 18 aprile 2019
giovedì 16 ottobre 2014
Gli Anarchici e i Consigli Operai
A Torino il 27 ottobre 1906 si stipulava un contratto collettivo di lavoro fra la FIOM e la fabbrica di automobili Itala e si istituiva, a dirimere le eventuali controversie circa l’applicazione del contratto, un organismo aziendale chiamato commissione interna: organismo strettamente aderente alla vita della fabbrica, composto da operai della fabbrica, eletto dalle maestranze della fabbrica. La C. I. si poneva dunque in una posizione autonoma in rapporto alle organizzazioni orizzontali e verticali del sindacato, anche se talvolta assumeva un ruolo ancor più collaborazionista del sindacato stesso.
Tuttavia proprio la C.I. doveva rappresentare la base organica sulla quale si sarebbe poi elevato il Consiglio di fabbrica.
Infatti nell’immediato dopoguerra ed esattamente nell’agosto 1919, sempre a Torino, nel maggior stabilimento della FIAT, alla FIAT-Centro, si dimette la commissione interna in carica e si apre il problema della sua reintegrazione.
In sede di discussione prevale la proposta di un allargamento di detta commissione realizzabile attraverso l’elezione di un commissario per ogni reparto. Alla FIAT-Centro vengono così eletti ben 42 commissari, pari ai 42 reparti in attività. Questi 42 commissari costituiscono il primo Consiglio di fabbrica.
Il contributo degli anarchici all’elaborazione della teoria dei Consigli si può compendiare in queste due essenziali aggiunte teoriche:
Solo nel corso di un periodo rivoluzionario i Consigli possono avere una efficienza rivoluzionaria, possono costituirsi in mezzi validi per la lotta di classe e non per la collaborazione di classe. In periodo controrivoluzionario i Consigli finiscono per essere fagocitati dall’organizzazione capitalistica, non sempre avversa ad una cogestione morale da parte dei lavoratori. Perciò avanzare dei Consigli in un periodo controrivoluzionario significa lanciare degli inutili diversivi e pregiudicare gravemente la formula stessa dei Consigli di Fabbrica, come parola d’ordine rivoluzionaria;
I consigli risolvono a metà il problema dello Stato: espropriano lo Stato delle sue funzioni sociali, ma non ledono lo Stato nelle sue funzioni antisociali, riducono lo Stato ad un pleonasmo ma non eliminano questo pleonasmo, svuotano l’apparato statale del suo contenuto ma non lo distruggono. Ma poiché non si può vincere lo Stato, ignorandolo, in quanto esso può far sentire in ogni momento la sua presenza mettendo in moto il suo meccanismo di coazione e sanzione, occorre distruggere anche questo meccanismo. I Consigli non possono compiere questa operazione e perciò richiedono l’intervento di una forza politica organizzata, il movimento specifico della classe, che porti a termine tale missione. Solo così si può evitare che il borghese, cacciato dalla porta nelle sue vesti da impresario, rientri dalla finestra travestito da poliziotto.
Tuttavia proprio la C.I. doveva rappresentare la base organica sulla quale si sarebbe poi elevato il Consiglio di fabbrica.
Infatti nell’immediato dopoguerra ed esattamente nell’agosto 1919, sempre a Torino, nel maggior stabilimento della FIAT, alla FIAT-Centro, si dimette la commissione interna in carica e si apre il problema della sua reintegrazione.
In sede di discussione prevale la proposta di un allargamento di detta commissione realizzabile attraverso l’elezione di un commissario per ogni reparto. Alla FIAT-Centro vengono così eletti ben 42 commissari, pari ai 42 reparti in attività. Questi 42 commissari costituiscono il primo Consiglio di fabbrica.
Il contributo degli anarchici all’elaborazione della teoria dei Consigli si può compendiare in queste due essenziali aggiunte teoriche:
Solo nel corso di un periodo rivoluzionario i Consigli possono avere una efficienza rivoluzionaria, possono costituirsi in mezzi validi per la lotta di classe e non per la collaborazione di classe. In periodo controrivoluzionario i Consigli finiscono per essere fagocitati dall’organizzazione capitalistica, non sempre avversa ad una cogestione morale da parte dei lavoratori. Perciò avanzare dei Consigli in un periodo controrivoluzionario significa lanciare degli inutili diversivi e pregiudicare gravemente la formula stessa dei Consigli di Fabbrica, come parola d’ordine rivoluzionaria;
I consigli risolvono a metà il problema dello Stato: espropriano lo Stato delle sue funzioni sociali, ma non ledono lo Stato nelle sue funzioni antisociali, riducono lo Stato ad un pleonasmo ma non eliminano questo pleonasmo, svuotano l’apparato statale del suo contenuto ma non lo distruggono. Ma poiché non si può vincere lo Stato, ignorandolo, in quanto esso può far sentire in ogni momento la sua presenza mettendo in moto il suo meccanismo di coazione e sanzione, occorre distruggere anche questo meccanismo. I Consigli non possono compiere questa operazione e perciò richiedono l’intervento di una forza politica organizzata, il movimento specifico della classe, che porti a termine tale missione. Solo così si può evitare che il borghese, cacciato dalla porta nelle sue vesti da impresario, rientri dalla finestra travestito da poliziotto.
giovedì 28 marzo 2013
Consigli Operai di Rosa Luxemburg
Nella storia universale, la creazione di una civiltà socialista è la missione più difficile che mai sia stata affrontata da una classe e da una rivoluzione. Questo compito richiede un completo sovvertimento dello Stato e un totale rivoluzionamento delle basi economiche e sociali della società. Questo non può essere decretato da una autorità quale che sia, commissione o parlamento. Solo le masse dei lavoratori possono intraprenderlo e realizzarlo. Finora in tutte le rivoluzioni la lotta è stata condotta da una piccola minoranza che ha definito scopi e tappe. Essa si appoggiava alle masse che considerava solamente uno strumento per la realizzazione dei propri interessi.
Al proletariato non si chiede soltanto di definire in modo responsabile e cosciente gli obiettivi della rivoluzione e la strada da percorrere per conseguirli; è anche suo compito quello di impegnarsi per introdurre nella pratica, passo dopo passo, il socialismo nella società.
L'essenza della società socialista consiste nel fatto che la grande massa dei lavoratori cessa di essere diretta da altri e comincia a vivere in prima persona la vita politica ed economica, determinandone liberamente e consapevolmente il corso. Così, dal più alto vertice dello Stato al più piccolo dei Comuni, il proletariato deve sostituire gli organi ereditati dalla dominazione borghese, consigli federati, parlamenti e consigli comunali con i propri organi di classe, i consigli degli operai. Deve occupare tutte le cariche, esercitare il proprio controllo su tutte le funzioni, commisurando ogni atto dello Stato agli interessi della classe operaia e ai compiti del socialismo. Solo una costante e intensa interazione tra il proletariato e i suoi organi i consigli permetterà di giungere a uno Stato di tipo socialista.
Soltanto i lavoratori possono trasformare le parole in fatti concreti con il loro operato. Nella lotta tenace, faccia a faccia, con il capitale in ogni azienda, con la pressione diretta esercitata dalle masse, con gli scioperi e la creazione dei loro organi rappresentanti permanenti, i lavoratori potranno prendere il controllo della produzione e infine assumerne la direzione effettiva.
La socializzazione dell'economia può essere realizzata in tutta la sua pienezza dalla lotta tenace e instancabile delle masse operaie in ogni ambito in cui il lavoro è opposto al capitale e il proletariato al dominio della borghesia. L'emancipazione della classe operaia deve essere opera del proletariato stesso.
giovedì 24 maggio 2012
Sui Consigli Operai
Nella nostra epoca, le questioni di sopravvivenza si pongono unicamente alla condizione preliminare di non essere mai risolte; al contrario, i problemi della storia da vivere si pongono chiaramente attraverso il progetto dei consigli operai, insieme come positività e come negatività: in altre parole, come elemento di base di una società unitaria industriale e passionale, e come anti-Stato.
Poiché non esercitano alcun potere separato dalle decisioni dei loro membri, i consigli non tollerano altro potere che il loro stesso. Il fatto di incoraggiare dovunque le manifestazioni di anti-Stato non può quindi essere confuso con la creazione anticipata di consigli, che in tal caso sarebbero privi di potere assoluto sulle zone che investono, separate dalla autogestione generalizzata, necessariamente vuoti di contenuto e pronti a riempirsi di ogni tipo di ideologia. Le sole forze lucide che oggi siano in grado di rispondere alla storia fatta con la storia da fare saranno le organizzazioni rivoluzionarie che svilupperanno nel progetto dei consigli una eguale coscienza e della avversario da combattere, e dagli alleati da sostenere. Un aspetto importante di questa lotta si annuncia sotto i nostri occhi con l'apparizione di un doppio potere. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nelle case, nelle caserme, nelle scuole, prende forma una realtà nuova il disprezzo dei capi, sotto qualunque nome e con qualsiasi atteggiamento essi abbiano. Bisogna ormai che questo disprezzo arrivi al suo risultato logico dimostrando, attraverso l'iniziativa concertata dei lavoratori, che i dirigenti non sono solo disprezzabili, che sono inutili, che si può, dal loro stesso punto di vista, liquidarli impunemente.
(Internazionale Situazionista n° 12)
Poiché non esercitano alcun potere separato dalle decisioni dei loro membri, i consigli non tollerano altro potere che il loro stesso. Il fatto di incoraggiare dovunque le manifestazioni di anti-Stato non può quindi essere confuso con la creazione anticipata di consigli, che in tal caso sarebbero privi di potere assoluto sulle zone che investono, separate dalla autogestione generalizzata, necessariamente vuoti di contenuto e pronti a riempirsi di ogni tipo di ideologia. Le sole forze lucide che oggi siano in grado di rispondere alla storia fatta con la storia da fare saranno le organizzazioni rivoluzionarie che svilupperanno nel progetto dei consigli una eguale coscienza e della avversario da combattere, e dagli alleati da sostenere. Un aspetto importante di questa lotta si annuncia sotto i nostri occhi con l'apparizione di un doppio potere. Nelle fabbriche, negli uffici, nelle strade, nelle case, nelle caserme, nelle scuole, prende forma una realtà nuova il disprezzo dei capi, sotto qualunque nome e con qualsiasi atteggiamento essi abbiano. Bisogna ormai che questo disprezzo arrivi al suo risultato logico dimostrando, attraverso l'iniziativa concertata dei lavoratori, che i dirigenti non sono solo disprezzabili, che sono inutili, che si può, dal loro stesso punto di vista, liquidarli impunemente.
(Internazionale Situazionista n° 12)
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lunedì 19 dicembre 2011
SCIOPERO GENERALE E ORGANIZZAZIONE CONSILIARE
La lotta di conquista deve venir condotta con delle armi adeguate e non più soltanto di difesa. Occorre che si sviluppi una nuova idea di organizzazione naturalmente antagonista ai governi del capitalismo finanziario; deve sorgere spontaneamente sui luoghi di lavoro e riunire tutti i lavoratori, per il fatto che, in quanto produttori, tutti sono assoggettati ad un’autorità che è loro estranea e dalla quale devono liberarsi.
Ecco l’origine della libertà: l’originarsi di una formazione sociale che, estendendosi rapidamente ed universalmente, creerà le condizioni per eliminare dal campo economico lo sfruttatore e l’intermediario, creerà le condizioni di divenire padroni della proprio futuro.
Nella nuova organizzazione “consiliare”, l’uguaglianza reale di tutti nelle decisioni e nella loro esecuzione non può essere un vuoto slogan, una rivendicazione astratta, è una necessita imprescindibile e irrinunciabile. Affinché la nuova organizzazione abbia globalmente tutte le capacità necessarie, bisogna, in modo complementare, che nessuna gerarchia delle capacità individuali possa essere permessa. Il solo gioco che vale la pena: è la distruzione del vecchio mondo, dei suoi schemi, delle sue corruzioni. I lavoratori quale che siano i loro “contratti” si trovano ad essere, ancora e sempre, la forza centrale che può bloccare il funzionamento di questo sistema di sviluppo, la forza indispensabile per reinventare tutte le basi dei rapporti sociali. Questa nuova organizzazione a struttura quindi “consigliare” deve evidentemente unire tutte le categorie di salariati, di precari, di intellettuali. I Consigli devono essere “potenza”, o non potranno essere niente, sono loro che dovranno dettare i tempi, il ritmo delle lotte, non potrà nascere alcun dialogo con i partiti o con le tradizionali organizzazioni sindacali collusi fra loro e con il potere economico, alla fine essi, come sempre, tradiranno le lotte dei lavoratori. Con la leva dei Consigli e il punto di appoggio di una negazione totale della società mercantile-spettacolare, si può sollevare il mondo intero. La vittoria dei Consigli non si pone dunque alla fine, bensì all’inizio del percorso rivoluzionario. Ne consegue che l'unico sciopero generale vero che può essere dichiarato è quello derivante dalla azione diretta spontanea, inarrestabile improvvisa, aspra, irriducibile e gioiosa che nasce dal cuore e dalle menti di coloro che vogliono intraprendere l'entusiasmante strada della riconquista della propria soggettività.
Ecco l’origine della libertà: l’originarsi di una formazione sociale che, estendendosi rapidamente ed universalmente, creerà le condizioni per eliminare dal campo economico lo sfruttatore e l’intermediario, creerà le condizioni di divenire padroni della proprio futuro.
Nella nuova organizzazione “consiliare”, l’uguaglianza reale di tutti nelle decisioni e nella loro esecuzione non può essere un vuoto slogan, una rivendicazione astratta, è una necessita imprescindibile e irrinunciabile. Affinché la nuova organizzazione abbia globalmente tutte le capacità necessarie, bisogna, in modo complementare, che nessuna gerarchia delle capacità individuali possa essere permessa. Il solo gioco che vale la pena: è la distruzione del vecchio mondo, dei suoi schemi, delle sue corruzioni. I lavoratori quale che siano i loro “contratti” si trovano ad essere, ancora e sempre, la forza centrale che può bloccare il funzionamento di questo sistema di sviluppo, la forza indispensabile per reinventare tutte le basi dei rapporti sociali. Questa nuova organizzazione a struttura quindi “consigliare” deve evidentemente unire tutte le categorie di salariati, di precari, di intellettuali. I Consigli devono essere “potenza”, o non potranno essere niente, sono loro che dovranno dettare i tempi, il ritmo delle lotte, non potrà nascere alcun dialogo con i partiti o con le tradizionali organizzazioni sindacali collusi fra loro e con il potere economico, alla fine essi, come sempre, tradiranno le lotte dei lavoratori. Con la leva dei Consigli e il punto di appoggio di una negazione totale della società mercantile-spettacolare, si può sollevare il mondo intero. La vittoria dei Consigli non si pone dunque alla fine, bensì all’inizio del percorso rivoluzionario. Ne consegue che l'unico sciopero generale vero che può essere dichiarato è quello derivante dalla azione diretta spontanea, inarrestabile improvvisa, aspra, irriducibile e gioiosa che nasce dal cuore e dalle menti di coloro che vogliono intraprendere l'entusiasmante strada della riconquista della propria soggettività.
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giovedì 1 dicembre 2011
CRITICA ALLA ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA
Considerando che l'unico fine di un'organizzazione rivoluzionaria è l'abolizione delle classi esistenti attraverso una via che non comporti una nuova divisione della società, definiamo rivoluzionaria ogni organizzazione che persegua con coerenza la realizzazione internazionale del potere assoluto dei Consigli operai così come è stato abbozzato dall'esperienza delle rivoluzioni proletarie di questo secolo. Una tale organizzazione presenta una critica unitaria del mondo, o non è niente. Con critica unitaria, intendiamo una critica pronunciata globalmente contro tutte le zone geografiche nelle quali si sono stabilite diverse forme di poteri socio-economici separati, e anche pronunciata globalmente contro tutti gli aspetti della vita.
Una tale organizzazione riconosce l'inizio e la fine del proprio programma nella totale decolonizzazione della vita quotidiana, pertanto non mira all'autogestione del mondo esistente da parte delle masse, ma alla sua ininterrotta trasformazione. Porta in sé la critica radicale dell'economia politica, il superamento della merce e del lavoro salariato. Una tale organizzazione rifiuta ogni riproduzione al proprio interno delle condizioni gerarchiche del mondo dominante. L'unico limite della partecipazione alla sua totale democrazia sta nel riconoscimento e nell'appropriazione da parte di tutti i suoi membri della coerenza della sua critica: questa coerenza deve essere nella teoria critica propriamente detta, e nel rapporto tra questa teoria e l'attività pratica.
Essa critica radicalmente ogni ideologia in quanto potere separato delle idee e idee del potere separato. È quindi al contempo la negazione di ogni sopravvivenza della religione, e dell'attuale spettacolo sociale che, dall'informazione alla cultura di massa, monopolizza ogni comunicazione degli uomini attorno alla ricezione unilaterale delle immagini della loro attività alienata. Dissolve ogni «ideologia rivoluzionaria» smascherandola come ratifica del fallimento del progetto rivoluzionario, come proprietà privata di nuovi specialisti del potere, come impostura di una nuova rappresentazione che si erge al di sopra della vita reale proletarizzata.
La categoria della totalità è il giudizio ultimo dell'organizzazione rivoluzionaria, questa è infine una critica della politica.
Deve mirare esplicitamente, con la vittoria, alla propria fine in quanto organizzazione separata.
Una tale organizzazione riconosce l'inizio e la fine del proprio programma nella totale decolonizzazione della vita quotidiana, pertanto non mira all'autogestione del mondo esistente da parte delle masse, ma alla sua ininterrotta trasformazione. Porta in sé la critica radicale dell'economia politica, il superamento della merce e del lavoro salariato. Una tale organizzazione rifiuta ogni riproduzione al proprio interno delle condizioni gerarchiche del mondo dominante. L'unico limite della partecipazione alla sua totale democrazia sta nel riconoscimento e nell'appropriazione da parte di tutti i suoi membri della coerenza della sua critica: questa coerenza deve essere nella teoria critica propriamente detta, e nel rapporto tra questa teoria e l'attività pratica.
Essa critica radicalmente ogni ideologia in quanto potere separato delle idee e idee del potere separato. È quindi al contempo la negazione di ogni sopravvivenza della religione, e dell'attuale spettacolo sociale che, dall'informazione alla cultura di massa, monopolizza ogni comunicazione degli uomini attorno alla ricezione unilaterale delle immagini della loro attività alienata. Dissolve ogni «ideologia rivoluzionaria» smascherandola come ratifica del fallimento del progetto rivoluzionario, come proprietà privata di nuovi specialisti del potere, come impostura di una nuova rappresentazione che si erge al di sopra della vita reale proletarizzata.
La categoria della totalità è il giudizio ultimo dell'organizzazione rivoluzionaria, questa è infine una critica della politica.
Deve mirare esplicitamente, con la vittoria, alla propria fine in quanto organizzazione separata.
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