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giovedì 30 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) X°

Alla vivacità della polemica non corrispose tuttavia sul terreno pratico un'azione tale da imprimere al movimento operaio una svolta rivoluzionaria. La sproporzione delle forze era troppo massiccia (500.000 circa gli aderenti all'Unione Sindacale contro il milione e 900.000 della CGL nel 1920) per poter permettere al gruppo anarchico di assumere la guida dell'intero movimento operaio organizzato. (L'Unione Sindacale Italiana esercitava un'influenza rilevante soprattutto in alcuni settori operai e in alcune località; per es. fra i metallurgici e i gasisti di Milano, i minatori di Toscana, i cavatori dell'Apuania, i contadini delle Puglie e i metallurgici genovesi. Soltanto in queste zone la sua azione era determinante e riusciva a trascinare tutto il proletariato). Ma le difficoltà erano insite nelle carenze interne dello stesso movimento anarchico, come si può desumere dall'esame degli scritti del Borghi. Lo straordinario intuito che lo portò a riconoscere sul piano politico generale i momenti di più alta tensione rivoluzionaria non si manifestò con altrettanta chiarezza e incisività nell'azione sindacale. Quest'ultima appare piuttosto un'esperienza che, in quanto recepita dall'esterno (il Borghi stesso riconosce come in Italia i sindacati siano nati per opera dei socialisti marxisti), venne ad aggiungersi alla logica dell'insurrezionismo anarchico, senza però amalgamarsi con esso. Conseguenza questa forse dell'inadeguatezza del mezzo sindacale a rispondere alle esigenze rivoluzionarie anarchiche (il Borghi riconoscerà più tardi che «lo spettacolo dell'involuzione che era avvenuta nei movimenti operai dei paesi che avevano preceduto l'Italia nello sviluppo industriale» aveva finito per persuaderlo che «era utopistico addossare al sindacato compiti rivoluzionari»), ma anche, riteniamo, di quella che fu l'intrinseca caratteristica della strategia e della tattica rivoluzionaria anarchica, portata a porre l'accento soprattutto sull'elemento volontaristico senza collegarlo, con un programma accorto di preparazione rivoluzionaria, alle condizioni obiettive della situazione. Lo stesso rifiuto degli anarchici a partecipare, a qualsiasi livello all'esercizio del potere, pur cimentandosi nelle più complesse operazioni dell'azione politica (l'azione sindacale, l'insurrezione armata, la gestione collettiva delle imprese ecc.) costituiva un determinante motivo di debolezza nei loro programmi. Tuttavia non si può non riconoscere che, al di là dei concreti limiti operativi, essi adempirono a un'importante funzione critica. E questo giudizio è particolarmente valido per il Borghi che, indirizzando concretamente l'Unione Sindacale Italiana verso il rifiuto del parlamentarismo governativo, delle riforme parlamentari, del partito politico, della dittatura provvisoria e di tutte quelle iniziative che prescindono da un processo di liberazione del proletariato che parta dal basso, apportò un contributo decisivo all'identificazione di quelli che possono essere i processi degenerativi della lotta politica; contributo la cui validità superò i limiti contingenti della sua azione per porsi come strumento interpretativo e di continua verifica dei criteri e degli obiettivi della lotta di classe.


giovedì 16 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VIII°

L'analisi del Borghi sulla situazione italiana nel primo dopo-guerra è assai acuta e dimostra come la sua posizione di fronte a quegli avvenimenti storici decisivi fosse dettata da un notevole intuito di rivoluzionario (È significativo a questo proposito il fatto che egli, più vicino come rivoluzionario alla base, abbia riconosciuto nei moti per il caroviveri diretti nel '19 dalle camere del lavoro il punto culminante del «biennio rosso» e il momento in cui i rapporti di forza erano più favorevoli a una rivoluzione). Altrettanto significativo che egli abbia appoggiato un tentativo di accordo, per un progetto insurrezionale, con i legionari fiumani cui partecipò Errico Malatesta nel 1920: la sua adesione in questo caso rivela che egli acutamente percepì la necessità di allargare il moto rivoluzionario anche agli strati di ceto medio potenzialmente rivoluzionari, nella convinzione che, «in certi momenti storici occorre non rifiutare nessuna possibilità di alleanza). Egli condannò il demagogismo dei massimalisti che pur sostenendo la necessità e l'inevitabilità della rivoluzione non si decidevano a scendere sul piano concreto della lotta. «Costoro - scriverà nel '20 su " Guerra di Classe " - rallentano senza saltarlo il processo della trasformazione graduale legale del potere borghese con l'impedire ai riformisti del partito socialista di fare il male ed il bene che potrebbero fare esaurendosi nel loro esperimento; nello stesso tempo di fronte al ripetersi inquietante di movimenti di natura sicuramente rivoluzionaria essi continuano a rimproverare agli anarchici una eccessiva precipitazione». «Dal fatto che noi intendiamo orientare in senso rivoluzionario la lotta sindacale e cerchiamo di dare un senso di prepara-zione rivoluzionaria anche alle minime conquiste del giorno per giorno, alcuni erroneamente deducono che noi anarchici crediamo al colpo di bacchetta magica. Il concetto che l'anarchismo sia una dinamica dell'istinto è falso. L'anarchismo parte invece dalla convinzione che le rivoluzioni debbono essere influenzate da uomini che sanno dove vogliono andare». Il proposito di unire tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, anche quelle espresse dai partiti, non significava però che il Borghi fosse venuto meno alle sue concezioni sindacaliste antipartitiche e antiautoritarie. Infatti, come abbiamo notato, esse rimasero il nucleo centrale del suo pensiero e costituirono il motivo di fondo della polemica che egli ingaggiò con i sostenitori acritici del nuovo statalismo russo. Recatosi in Russia nell'agosto 1920 per presenziare, come delegato dell'Unione Sindacale, al congresso del Comintern, egli ne riportò una amara disillusione, constatando l'avvenuta evoluzione della rivoluzione russa verso forme di accentramento dei poteri e di burocraticismo, e soprattutto verificando come la rivoluzione libertaria si fosse trasformata, per imposizione di un partito, «in dittatura dei capi del partito comunista che organizzano il loro potere». Dimessosi nell'ottobre 1921 da segretario dell'Unione (Il motivo contingente delle sue dimissioni furono le divergenze sorte fra gli aderenti all'Unione Sindacale a proposito della questione della partecipazione dei sindacalisti al parlamento; ma il fatto va collocato nel quadro della più vasta polemica che si sviluppò in quel periodo all'interno dell'organizzazione fra la corrente libertaria e quella sindacalista favorevole al comunismo russo. Quest'ultima faceva capo a un piccolo gruppo di sindacalisti che avevano il loro centro a Verona, dove pubblicavano il settimanale «L'Internazionale». Dopo le dimissioni del Borghi la segreteria dell'Unione Sindacale passò al sindacalista-rivoluzionario Alibrando Giovannetti), egli si impegnò in una serie di conferenze e di contradditori con i comunisti. Dopo il congresso di Roma dell'Unione Sindacale (marzo 1919) che affermò la tendenza libertaria nei rapporti internazionali, si scatenarono infatti vivaci polemiche fra gli anarchici da un lato e i sindacalisti autoritari e i comunisti dall'altro lato. Era naturale e logico questo fervore di critiche e di dissensi, poiché l'Unione Sindacale, sulla scia del generale entusiasmo che aveva accompagnato la rivoluzione russa, in un primo tempo aveva aderito alla Terza Internazionale e alla Internazionale dei sindacati rossi. Ma i voti successivi sanzionarono dapprima la sua uscita dal Comintern e poi l'adesione alla nuova centrale sindacale internazionale di ispirazione libertaria costituita dal convegno di Berlino nel 1922. Con ciò si decideva di sottrarre l'Unione Sindacale Italiana all'influenza di un'organizzazione che, essendo sotto le direttive di un regime dittatoriale, finiva per allontanare l'organizzazione operaia dalla via rivoluzionaria che doveva condurre al comunismo libertario. Spariva così di fatto la potenziale antitesi fra sindacalismo e anarchismo che si era profilata con la questione dell'adesione allo statalismo russo e sostanzialmente la concezione sindacale accettata dall'Unione rimaneva quella che il Borghi tratteggia in una delle sue ultime conferenze tenuta prima dell'avvento del fascismo. I concetti di rivoluzione, espropriazione e organizzazione comunista della produzione erano stati in quegli anni al centro della polemica borghiana. Al riguardo egli aveva espresso la sua opinione contraria a quella di coloro che intendevano sottrarre all'azione delle masse il compito della costruzione della società socialista per affidarlo a un governo rivoluzionario o post-rivoluzionario. 



giovedì 25 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) V°

A una visione superficiale la tematica può apparire assai simile a quella che ispirò nella loro azione i sindacalisti rivoluzionari italiani; tuttavia è il Borghi stesso che ci mette in guardia contro il pericolo di assimilare le due correnti, quella anarchica e quella sindacalista-rivoluzionaria. Il sindacalismo anarchico italiano risalendo alle esperienze organizzative francesi del primo '900 si rifaceva in realtà soprattutto alla concezione bakuniniana che affidava alle organizzazioni operaie, quali primi nuclei del movimento rivoluzionario, la funzione di espropriazione capitalistica e poi di assunzione immediata ed unica, sulla base del decentramento federalista, della gestione della proprietà organizzata, mentre i sindacalisti-rivoluzionari italiani - nota polemicamente nelle sue memorie il nostro autore - «erano imbevuti soprattutto di sorelismo». «Noi - afferma il Borghi - ci trovammo a camminare spesso a fianco coi cosiddetti sindacalisti. E molti di noi ci dichiaravamo, spesso e volentieri, sindacalisti. Questo però posso in coscienza affermare: non consentimmo mai alcuna confusione fra il nostro pensiero e quello dei sindacalisti provenienti dal marxismo parlamentare nessun anarchico si considerò mai sindacalista alla loro maniera. Noi partivamo da Bakunin. Essi partivano da Marx, per quanto un Marx riveduto e corretto da Georges Sorel». Oltre al «confusionismo teorico» («sindacalismo senza fisionomia, senza possibilità di autodefinirsi; indeciso sui punti essenziali, come l'elezionismo, il parlamentarismo, lo statismo, il partito politico ecc.») il Borghi rimproverava ai sindacalisti-rivoluzionari di fare del sindacato non un mezzo ma un fine in se stesso, ponendo gli interessi di una sola classe al di sopra del vero ideale anarchico di una rivoluzione il cui scopo era la liberazione completa di tutta l'umanità. «Per noi la classe era un fatto, non un ideale. Quel fatto era inevitabile e benefico in una società divisa in privilegiati e non privilegiati, ma da quel fatto bisognava evadere e non chiudervisi dentro». Rimproverava inoltre ai sindacalisti-rivoluzionari quello stesso spirito fatalistico che, se da un lato privava i social-democratici di ogni volontà di azione inducendoli ad attendere dalla necessaria evoluzione degli eventi la realizzazione delle condizioni del riscatto delle classi lavoratrici, d'altro lato portava i sindacalisti-rivoluzionari ad esaurire la loro azione in una pura ginnastica rivoluzionaria, nell'attesa di una mitica palingenesi sociale. Su questi punti la posizione del Borghi non differiva sostanzialmente da quella di Errico Malatesta e di Luigi Fabbri, che dell'anarchismo organizzatore furono simpatizzanti; ma l'evoluzione successiva degli avvenimenti doveva rivelare una profonda differenziazione di pensiero. È del 1913 la prima edizione dello scritto del Borghi, Fernand Pelloutier nel sindacalismo, in cui si ravvisa un'adesione forse eccessiva al sindacalismo-rivoluzionario francese. «I più vecchi fra noi - riconoscerà più tardi il Borghi - Malatesta, Bertoni, Galleani, avevano notato l'involuzione lenta e non sempre manifesta del movimento (sindacalista-rivoluzionario francese). Perciò si tenevano in guardia». Anche il Fabbri, che in un primo tempo aveva creduto di trovare nel sindacalismo la leva possente che avrebbe aiutato a rovesciare il vecchio mondo capitalistico, sentì il bisogno di rettificare le sue posizioni in rapporto alla teorizzazione fatta dai sindacalisti-rivoluzionari. Questo processo di rettificazione non andava disgiunto da un certo timore che gli interessi strettamente economici di una classe prendessero il soppravvento sull'ideale rivoluzionario anarchico di salvazione integrale dell'umanità. Nello stesso tempo traeva ulteriori motivi di conferma dalla constatazione che di fronte alle crisi interne era impossibile mantenere l'unità del movimento operaio, mentre le ragioni ideologiche dell'anarchismo imponevano che esso «oltre a non essere un movimento di esclusivismi classisti, non avesse dei proletari preferiti e degli altri non preferiti». Dopo aver visto sfuggire la possibilità di esercitare dall'interno del movimento operaio organizzato una pressione rivoluzionaria, a maggior ragione essi dovevano trarre motivo di dubbio sulla validità del sindacato quale strumento rivoluzionario nel constatare l'evoluzione di alcuni membri del movimento sindacalista-rivoluzionario italiano verso forme di «politicantismo», e successivamente verso l'adesione all' intervento in guerra, e nel dover prendere atto dell'inevitabilità di una nuova scissione. Dalla scissione della CGL nacque nel 1912 l'Unione Sindacale Italiana; i suoi primi dirigenti furono Alceste De Ambris, che ricoprì fino al novembre 1914 la carica di segretario, e i compagni sindacalisti-rivoluzionari facenti capo alla camera del lavoro di Parma. «L'Internazionale» di Parma era l'organo ufficiale dell'organizzazione. Le dispute sulla questione dell'intervento in guerra provocarono una successiva divisione delle forze sindacali rivoluzionarie: nel novembre 1914 il gruppo deambrisiano uscì dall'organizzazione per formare l'Unione Italiana del Lavoro interventista, mentre Armando Borghi prendeva la direzione dell'Unione Sindacale e del suo nuovo giornale «Guerra di Classe».



giovedì 11 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) III°

La stessa organizzazione operaia non esisterebbe se non mercé l'azione individuale di pochi, e forse di uno, sorto a prepararne il terreno senza aspettare che tutti si muovessero di iniziativa e spinta propria». Individualista nel senso che al termine era riconosciuto dalla tradizione anarchica, cioè «nei rapporti fra compagni, nei mezzi d'attacco e nella concezione rivoluzionaria», il Borghi si proclama avversario di qualsiasi forma autoritaria e cristallizzata di società. Ma - avverte - non è tanto la concezione anarchica comunista che presenta la possibilità di sfociare in una forma degenerativa di questo tipo, quanto proprio quella degli individualisti puri. La realizzazione del comunismo anarchico infatti prevede, oltre all'instaurazione dell'uguaglianza economica, l'abolizione di ogni potere politico. Una volta che ciò si sia effettuato, il comunismo «sarà suscettibile di tutte le trasformazioni e innovazioni che l'esperienza profana e quella scientifica indicheranno», allontanando così ogni pericolo di accentramento e di autoritarismo. Tale forma di libertà non sarebbe invece consentita in una società che fosse abbandonata, secondo la pratica individualista, all'arbitrio dei singoli; i più forti fra questi infatti, esprimendo la propria personalità senza osservare quei limiti che devono essere imposti dalla necessità della convivenza sociale e dall'interesse comune, finirebbero per prevalere sui più deboli. «La lotta quindi uscirebbe ben presto dai confini individuali per assumere atteggiamento collettivo, riproducendo il punto di partenza della società borghese. I deboli si unirebbero per combattere i forti e si ricostituirebbero le due classi antagoniste: dominati e dominatori. Risorgerebbero i capi della propria classe che diverrebbero i novelli gendarmi in difesa dei nuovissimi tiranni». E con ciò la violenza sarebbe accettata, non come mezzo di lotta necessario alla liberazione dalla schiavitù borghese, ma come « regola costante di vita». Pericoli di schiavitù e di sottomissione morale esistono anche in regime anarchico comunista, «ma in tale regime mancherebbe ai forti - come strumento di oppressione - il fattore economico, mezzo potentissimo di dominazione e di schiavitù». Gli individualisti - afferma il Borghi - rifiutano il concetto di società perché non lo sanno concepire senza implicazioni autoritarie; ma «l'errore consiste nel chiamare società l'insieme di contraddizioni, di contrasti e di rapporti cannibaleschi che oggi ci deliziano; né tale certo si potrebbe chiamare il caos amorfista: l'anarchia soltanto, come noi la intendiamo, armonizzando il lato materiale della vita sociale e riducendo alle nobili gare del pensiero e dell'animo lo spirito combattivo degli individui potrebbe con ragione chiamarsi società umana». Il Borghi esprimerà ancora i propri motivi di dissenso dagli individualisti al I congresso anarchico italiano che si svolse a Roma dal 16 al 20 giugno 1907. Gli interventi dei relatori sono tutti pubblicati su «Il Pensiero», dal n. 11 del 1° giugno al n. 14 del 16 luglio 1907. Sono già presenti in questa analisi i motivi centrali del pensiero del Borghi, quelli stessi che informeranno tutta la sua azione di anarchico e di organizzatore sindacale: in primo luogo l'affermazione della necessarietà dell'azione individuale per spingere le masse verso obiettivi rivoluzionari e per impedire la formazione di apparati burocratici cristallizzati. In secondo luogo il richiamo a una simbiosi di elementi morali e di interessi materiali che, al di là degli scopi umanitari che si proponeva, esercitò nel campo sindacale un ruolo rivoluzionario reale, esortando incessantemente alla necessità di non confinare l'azione operaia fra le chiuse pareti degli obiettivi economici e degli interessi di categoria, ma di innestarla alla lotta per la costruzione di un nuovo tipo di società. Il mezzo sindacale era l'unico ritenuto rispondente alla nuova situazione di fatto creatasi all'inizio del secolo che vedeva il dilagare delle organizzazioni del partito socialista e delle leghe di resistenza nel clima di progressismo liberale e di graduale evoluzione economica che sembrava aver lasciato per sempre dietro di sé un passato di persecuzioni e di lotte clandestine.


giovedì 4 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) II°

Il Borghi si diplomò elettrotecnico a Castelbolognese, la città in cui nel 1882 era nato. Si formò come autodidatta e successivamente frequentò i corsi dell'Università popolare di Bologna. In questa città si interessò, come giornalista, del movimento operaio. Nel 1905-06 fu direttore del settimanale anarchico di Ravenna «L'Aurora». Nel 1907 iniziò la vera e propria attività sindacale come segretario del sindacato autonomo degli edili di Bologna. Nel 1912 riparò a Parigi per sfuggire a un processo per attività antimilitarista (dal 1907 aveva collaborato alla pubblicazione del settimanale «L'Agitatore» e del giornale antimilitarista «Rompete le file», entrambi di Bologna); qui frequentò l'École des Hautes Etudes presso la Sorbona ed entrò in contatto con i rappresentanti del movimento sindacale francese (Jean Grave, Sebastian Faure, James Guillaume, Leon Jouhaux allora segretario della CGT) e conobbe gli herveisti di «Guerra Sociale». Al suo ritorno in Italia occupò la carica di segretario della camera del lavoro di Piacenza e nel novembre del 1914 fu eletto segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana e assunse la direzione del giornale ufficiale dell'organizza-zione «Guerra di Classe». Durante la guerra fu internato per la sua attività antimilitarista e antiinterventista. Riprese l'attività sindacale nel 1918 mante-nendo fino al 1921 la carica di segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana. Cresciuto nella scia della propaganda malatestiana, che si esprimeva allora nel giornale «L'Agitazione» di Ancona, il giovane Borghi militò al principio del secolo fra le fila di quegli anarchici che proclamavano la necessità di superare l'isolamento in cui era caduto l'anarchismo dopo la fine della prima Internazionale. Essi propugnavano il ritorno alla lotta politica attraverso l'inserimento nelle organizzazioni operaie per trovare un contatto con le masse e per trasportare l'ideale anarchico dal piano della propaganda delle idee a quello dell'azione. La prima traccia del pensiero del Borghi relativa alla necessità dell'organizzazione si rinviene in un suo volumetto pubblicato nel 1907 che raccoglie una serie di articoli comparsi precedentemente sul settimanale «L'Aurora» di Ravenna. Inserendosi nella polemica fra organizzatori e individualisti - polemica che crebbe d'intensità dopo la costituzione del partito socialista anarchico decisa al congresso di Capolago nel 1891 - il Borghi richiama gli anarchici alla necessità di armonizzare l'azione individuale con quella organizzata collettivamente. Ma nell'enunciare la sua posizione in proposito egli si preoccupa di distinguerla da quella di un equivoco integralismo. Egli - dice - non intende avvicinare la concezione individualista stirneriana con quella organizzatrice, ché questo significherebbe «tentare di conciliare le tendenze più eterogenee e più inconciliabili». Perciò distingue la propria concezione sia da quella degli individua-listi «puri», «negatori del concetto di società», sia da quella dei numerosi malatestiani che hanno sviluppato il metodo organizzativo portandolo sino alle sue estreme conseguenze con sbocchi dogmatici e autoritari5. Tuttavia, mentre le idee di questi ultimi si differenziano da quelle del Borghi semplicemente per una diversa metodologia di lotta - infatti il fine ultimo, cioè l'instaurazione del comunismo anarchico è identico - la concezione anticomunista degli individualisti stirneriani si distingue per lo stesso suo nucleo centrale teorico, dal quale «scaturisce un'opposta maniera di concepire la vita e la lotta». Sul piano della tattica per il Borghi è chiaro che l'instaurazione del comunismo anarchico non può che avvenire attraverso il contemperamento dell'azione collettiva con quella individuale, nella consapevolezza che anche per promuovere l'azione comune è necessario «l'olocausto di piccole minoranze di individui agenti d'accordo o isolatamente, senza attendere il consenso generale.


giovedì 28 maggio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) I°

L'anarchismo italiano nel primo ventennio del secolo fu caratterizzato dall'ingresso di molti suoi esponenti nelle organizzazioni sindacali. Il ruolo che essi vi esercitarono coincide in larga misura con l'impegno politico diretto di Armando Borghi, che introdusse nel movimento le direttive di Errico Malatesta relative alla partecipazione anarchica al movimento operaio organizzato arricchendole di elementi autonomi e determinanti. Il Borghi non è un teorico; altri anarchici meglio di lui hanno esposto, in maniera più precisa e più approfondita, la loro posizione riguardo al problema specifico della partecipazione al movimento sindacale. Il suo pensiero tuttavia è particolarmente interessante perché rappresenta il punto di vista dell'Unione Sindacale Italiana, l'organizzazione ufficiale del movimento sindacale rivoluzionario, rappresentato a maggioranza dagli anarchici dopo che ne uscirono il De Ambris e i compagni interventisti nel 1914 e di cui dal 1914 al 1921 il Borghi fu segretario generale. Inoltre le opere del Borghi costituiscono uno dei nuclei più rilevanti e accesi di testimonianze anarchiche dirette sui fatti più salienti del primo '900 e propongono temi che sono ancora oggi di attualità, quali la polemica contro l'ingerenza dei partiti nei sindacati, la critica contro i dogmatismi e la disciplina imposta dall'alto, l'opposizione all'apparato burocratico emerso dalla rivoluzione russa. I suoi scritti, raccolti in libri, opuscoli e antologie, sebbene traggano spunto da occasioni diverse e contingenti, rivelano una notevole omogeneità e completezza. Quelli che ricoprono l'arco di tempo compreso fra l'inizio del secolo e l'avvento del fascismo ci danno una suggestiva testimonianza degli avvenimenti e rivelano un pensiero in continua evoluzione che accompagna l'evoluzione del movimento operaio stesso, ma nel quale rimane integro il nucleo centrale sul tema della necessità della partecipazione anarchica ai sindacati, per farne l'organo propulsore dell'azione rivoluzionaria diretta alla costituzione di una società senza autorità. Sono frequenti le ripetizioni: il motivo di ciò riteniamo si debba ricondurre proprio al permanere di alcuni capisaldi del suo pensiero che, se talvolta lo portarono a dare una valutazione troppo soggettiva delle condizioni di fatto in cui egli si muoveva, tuttavia sono indicativi della sua mirabile tenacia di propositi e della forza delle sue convinzioni. «Il lettore confronti le prime con le ultime pagine» scriveva nel 1932 nel presentare dall'esilio una sua raccolta di scritti «se vi trova uguaglianza, forse ripetizione di pensiero lo metta nel conto del fatto che io non progredii che in un tempo in mia vita: quando mi occupai di politica la prima volta, adolescente, e divenni anarchico» II pensiero del Borghi deriva la sua unità dal carattere dell'uomo, dalla sua personalità che emerge con chiarezza nelle sue memorie. Il suo accostamento ai problemi politici avvenne quando, ancora ragazzo, intraprese la lettura dei libri del padre. «La mia vera scuola - scrive il Borghi - fu un vecchio armadio.Là dentro mio padre aveva stipato tutto quanto aveva comprato di libri, opuscoli, giornali. collezioni di giornali internazionalisti e anarchici di tempi lontani, numeri unici, almanacchi, ritratti; opere di Ausonio Franchi, Guerrazzi, Mazzini, Garibaldi, Bakunin, sulla Commune; storia di Roma antica, storia del brigantaggio in Calabria. «Gli ultimi casi di Romagna» di Massimo D'Azeglio, la «Gerusalemme Liberata», la « Divina Commedia», un opuscolo di Bartolomeo Giardi, un grande ritratto di Oberdan. Quelle stampe mi misero a tu per tu con gli sviluppi dei movimenti di avanguardia in Italia, le loro origini, le loro crisi, le persecuzioni a cui erano stati soggetti».



giovedì 20 giugno 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XXV

1922

22 dicembre - Si riuniscono a Berlino anarco-sindacalisti di 12 paesi. I delegati rappresentano l'Unione Sindacale Italiana (500 000 membri); la Federación Obrera Regional Argentina (200 000); la portoghese Confederacào General de Trabalho (150 000); la germanica Freie Arbeiter Union (120 000); il francese Comité de Défense Syndicaliste Révolutionnaire; la svedese Sveriges Arbetares Central (30 000) e altre organizzazioni minori (Cile, Danimarca, Norvegia, Messico, Olanda). Oltre al Comité, che rappresenta l'ala sinistra della CGTU staccatasi dal Profintern, è  presente una delegazione separata inviata da 30 000 lavoratori dell'edilizia di Parigi. Presenti pure i rappresentanti degli anarco-sindacalisti russi in esilio. Il 23 viene ricostituita l'AIT (Associazione Internazionale dei Lavoratori), che fin nel nome indica la volontà di collegarsi con la tendenza bakuniniana della I Internazionale. Questa Internazionale dei Sindacalisti Rivoluzionari approva un lungo documento chiamato I prìncipi del sindacalismo rivoluzionario che  in dieci paragrafi riafferma i fondamenti dell'anarco-sindacalismo, respinge nazionalismo, militarismo, parlamentarismo e ogni attività politica nelle istituzioni e ribadisce il fine supremo: il libero comunismo. Il Congresso sancisce la rottura della maggior parte delle organizzazioni anarco-sindacaliste dell'Europa occidentale con l'URSS, ove intanto continua la persecuzione delle restanti,  smembrate forze anarchiche. La CNT spagnola entra nella nuova Internazionale nel 1923, portando l'adesione di quasi un milione di membri; aderiranno pure piccole federazioni (Polonia, Bulgaria, Giappone), e nel 1928 l'appena formata Associazione Continentale dei Lavoratori (Argentina, Messico, Brasile, Costa Rica, Paraguay, Bolivia, Guatemala e Uruguay), con sede dapprima a Buenos Aires e successivamente a Montevideo. Al suo culmine, l'AIT conterà più di tre milioni di aderenti, non tutti anarchici convinti (la  CNT per esempio  fluttuerà in Spagna tra una politica di accordi economici  e compromessi contingenti, e una riaffermazione di principi). Le maggiori organizzazioni saranno poi vittime dell'avvento delle dittature: l'Unione Sindacale Italiana è costretta alla clandestinità dalle leggi fasciste e si avvia all'estinzione (come accade  all'anarco-sindacalismo in Portogallo e Argentina; da Berlino la direzione dell'AIT, guidata da Rudolf Rocker, si sposta ad Amsterdam nel '32 per sfuggire al nazismo e nel '36 a Madrid). La CNT sarà decimata dalla repressione stalinista durante la guerra civile in Catalogna e nel 1939 dalla vittoria di Franco, e dovrà ricostituirsi in esilio a Tolosa (Francia meridionale). La direzione dell'AIT si sposterà  per l'ultima volta a Stoccolma, dove sopravvive con l'ancora attiva Sverige Arbetares Central. 

- Muore a Parigi, in circostanze non chiarite ma probabilmente «suicidato» dalla polizia, Philippe Daudet, figlio del famoso scrittore reazionario Léon, il quale sostiene che il delitto è opera degli anarchici. La morte di Philippe (simpatizzante dell'anarchismo) si inquadra nel clima di persecuzione suscitato dal gesto di Germaine Berton, giovane anarchica che aveva ucciso un leader dell'Action Frangaise, Plateau. 

1923 

27 gennaio - Dopo un anno dalla repressione  in Patagonia il movimento anarchico regola i conti col colonnello Varela. Alle 8 del mattino il «boia» esce dalla sua abitazione in via Fitz Roy 2461 a Buenos Aires per recarsi in caserma. Sulla strada c'è solo una bambina. Un uomo alto, biondo, deciso, sbuca dal fondo e raggiunge Varela armato di una bomba. Per non coinvolgere la bambina, l'anarchico la ripara col proprio corpo e lancia la bomba contro Varela. I due uomini cadono a terra entrambi feriti. Varela estrae la sciabola ma l'attentatore lo stende con 5 colpi di Colt. L'anarchico, gravemente ferito alle

gambe, è catturato poco dopo; dichiara alle guardie: «Quello non ucciderà più nessuno. Ho vendicato i miei fratelli». Si chiama Kurt Gustav Wilckens, ha 36 anni, è nato nello Schleswig-Holstein, è emigrato a Buenos Aires ove campa facendo il facchino e donando tutti i suoi miseri risparmi per aiutare i compagni in carcere. Anarchico pacifista, non-violento convinto, è rimasto sconvolto dalla repressione operata da Varela in Patagonia. Precisa che non si tratta di odio personale, ma di un debito verso gli operai massacrati. Da giorni appostava Varela, ma aveva sempre  rimandato per non fare del male a passanti innocenti. Condannato all'ergastolo, Wilckens sarà ucciso nel sonno nella sua cella, la notte del 15 giugno 1923, da una fucilata sparatagli da un giovane elegantone e fanatico membro della Lega Patriottica, Jorge Ernesto Pérez Millán Térnperley, che con l'aiuto della psichiatria ufficiale sarà condannato a lieve pena e trasferito in una camera privata dell'Ospicio de las Mercedes. Qui verrà abbattuto il 9 novembre 1925, in circostanze misteriose, probabilmente  dalla vendetta individuale anarchica architettata dal biologo russo Germàn Boris Wladimirovic, teorico della violenza, espropriatore di banche, anch'egli ricoverato all'Ospicio de las Mercedes (ove morrà pochi anni dopo) perché colpito da paralisi progressiva alle gambe. 



giovedì 14 marzo 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte XI

1914 

20 aprile - La milizia di Rockefeller (proprietario delle miniere di carbone) attacca con mitraglie ed esplosivi un accampamento di minatori in sciopero a Ludlow, Colorado. Muoiono decine di donne e bambini e 6 scioperanti, tra cui il leader Louis Tikas, un uomo di grande intelligenza e umanità che si era battuto per evitare il massacro. Tikas viene condotto davanti  al tenente Linderfelt, capo della milizia, il quale gli spacca il cranio col calcio del fucile urlando: «Io sono Gesù Cristo e devo essere obbedito». Esasperati gli scioperanti scatenano la guerriglia; segue una repressione feroce. Lo scrittore Upton Sinclair e l'IVVW chiedono invano la solidarietà del partito socialista. 

7 giugno - Mentre la gente sfolla dalla Villa Rossa di Ancona, ove Malatesta ha tenuto un comizio, la polizia spara sui lavoratori. Muoiono un anarchico e due repubblicani; 15 sono i feriti. Comincia cosi la «settimana rossa di Ancona», che durerà fino al 14  giugno. Per protesta contro il massacro poliziesco viene proclamato dall'USI lo sciopero generale, appoggiato, dal 9 giugno, dal PSI e dalla CGL. In tutta Italia lo sciopero porta a episodi cruenti, a carattere anche insurrezionale nell'Italia centrale. Occasione mancata della rivoluzione attesa dagli anarchici, e insieme prova generale dei futuri eventi rivoluzionari, la settimana rossa viene repressa e Malatesta  costretto all'esilio, ma testimonia della volontà antibellicista delle masse  italiane sensibilizzate dagli anarchici all'internazionalismo. 

21 giugno - Sfuggendo alla polizia, Malatesta espatria e raggiunge Londra. 

28 giugno - A Serajevo lo studente Princip uccide Francesco Ferdinando d'Austria. 

28 luglio - L'Austria dichiara guerra alla Serbia. La  Russia si  mobilita. 

1° agosto - Inizio della  prima guerra  mondiale. Russia e Francia (3  agosto) scendono in campo contro la Germania e l'impero austro-ungarico. 

2 agosto - La socialdemocrazia tedesca vota i crediti di guerra voluti dai generali, rompe la solidarietà internazionale del movimento operaio  mondiale e si mette al servizio dello Stato germanico. Lenin si stacca da Kautsky. L'Inghilterra, dopo l'invasione tedesca del Belgio, dichiara guerra alla Germania e all'Austria. Poco dopo il   Giappone, interessato ad assicurarsi i possedimenti tedeschi in Cina, si schiera a fianco dell'Intesa (gli alleati franco-russo-britannici). 

13-14 settembre - Al Consiglio di Milano dell'USI scissione tra la maggioranza che approva una mozione di Borghi contro la guerra, per un'azione rivoluzionaria volta a «travolgere gli Stati borghesi e monarchici», e una minoranza conquistata alla causa dell'Intesa e della «guerra rivoluzionaria» che fonda l'interventista Unione Italiana del Lavoro, con Alceste De Ambris, Edmondo Rossoni, Filippo Corridoni, Cesare  Rossi e Michele Bianchi. 

Dicembre - Errico Malatesta pubblica sul periodico anarchico inglese  "Freedom" un ragionato ma durissimo attacco a quei socialisti (molto numerosi) e anarchici (assai meno numerosi) che partecipano volontariamente a fianco dei tedeschi o degli alleati alla guerra che sta devastando l'Europa. L'articolo (Gli anarchici hanno dimenticato i loro principi) si chiude con queste parole: « ... ciò che mi sembra elementare e fondamentale per tutti i socialisti (anarchici  o altri) è la necessità di mantenersi al di sopra di tutti i compromessi   con i governi e le classi dirigenti, per essere pronti ad approfittare di ogni occasione favorevole e di potere, in ogni  modo, riprendere e continuare la nostra preparazione e la nostra propaganda rivoluzionaria». 

Dicembre - Mentre la stragrande maggioranza degli anarchici si dichiara coerentemente contro la guerra, piccole minoranze seguono l'esempio dei socialdemocratici e degli altri interventisti di sinistra e cominciano  a fare distinzioni tra gli alleati e i «barbari» tedeschi. A Milano si dichiarano a favore della guerra Maria Rygier, Mario Gioda, Oberdan Gigli e Massimo Rocca (Libero Tancredi) che fondano il settimanale interventista  "Guerra Sociale". A Parma la locale Camera del lavoro (anarco-sindacalista) segue gli interventisti Filippo Corridoni e Alceste De Ambris.  



giovedì 29 febbraio 2024

L’Anarchia nel XX secolo – Parte IX

1912

14 marzo - William D. Haywood (che ha preso il posto di Ettor) annuncia che la Woolen Company cede e offre aumenti e ritira le discriminazioni ai danni degli scioperanti. Il lavoro riprende, ma non in tutte le fabbriche: i lavoratori sono esasperati dalle violenze poliziesche contro le donne e i bambini. 

14 marzo - Antonio D'Alba, giovane muratore anarchico, spara al re Vittorio Emanuele III che a Roma celebra con una messa funebre la memoria di Umberto I. Vittorio Emanuele, illeso, fa condannare all'ergastolo il muratore. 

30 settembre - 15 000 tessili di Lawrence scioperano per 24 ore in segno di solidarietà con Ettor e Giovannitti, il cui processo si apre lo stesso giorno a Salem. È il primo sciopero politico rivoluzionario di grande ampiezza che avviene negli Stati Uniti. L'accusa sostiene che a sparare ad Anna fu un certo Salvatore Seiuto (mai trovato), accompagnato da Joseph Caruso, uno scioperante che però ha un alibi di ferro. 

23-25 novembre - Costituzione, a Modena, della Unione Sindacale Italiana (USI) al Congresso Nazionale del Comitato di Azione Diretta. Di netta impostazione anarco-sindacalista, l'USI conterà l'anno successivo circa 100 000 aderenti, ma si troverà a dover fronteggiare una grave crisi con lo scoppio della prima guerra mondiale, quando alcune sedi (come quelle di Milano e Parma) seguiranno Alceste De Ambris su posizioni di adesione all'intervento nel conflitto. Gli interventisti e altri sindacalisti «gialli» saranno espulsi dall'USI e fonderanno il Comitato Sindacale Italiano; alcuni, come Filippo Corridoni, moriranno combattendo sul fronte austriaco. Altri ancora, come Edmondo Rossoni che in passato era stato nell'IWW, finiranno nel sindacalismo corporativo. Anche i socialisti riformisti aderiranno all'intervento, seguendo l'esempio della socialdemocrazia tedesca («siamo prima tedeschi poi socialisti») mentre i socialisti anti-interventisti - tra cui Lenin, Trotskii, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e altri - daranno vita nel 1915 alla conferenza Zimmerwald. A Zimmerwald aderirà anche l'USI, condividendo la necessità di creare una Terza Internazionale con l'esclusione dei «socialnazionali». Quando De Ambris cercherà - invano - di piegarla all'intervento, l'USI si trasferirà – settembre 1914 - da Parma a Bologna. Qualificano la componente anarchica dell'USI - sempre più consistente - il presupposto dell'omogeneità economica della classe, la metodologia dello sciopero generale insurrezionale come scontro con lo Stato - con una certa sottovalutazione dell'essenza capitalistica dello sviluppo industriale, e la conseguenza mancanza di una strategia per la crisi economico-politica e il suo superamento. 

26 novembre - Ettor e Giovannitti (in galera da 10 mesi) e Caruso (in galera da 8 mesi) sono assolti dall'accusa di avere ispirato l'uccisione dell'operaia Anna Lo Pizzo. Salutati da una grande folla all'uscita dalla prigione, Ettor e Giovannitti parlano nel pomeriggio a 10 000 lavoratori tessili che festeggiano la vittoriosa conclusione dello sciopero e della loro opera di solidarietà attiva. 


 

giovedì 8 giugno 2023

L’UNIONE SINDACALE ITALIANA – parte seconda

Durante il biennio rosso (1919-1920) l’USI è presente nelle prime occupazioni delle fabbriche, da Sestri Ponente a Napoli a Torino. Dopo la serrata dell’Alfa Romeo del 31 agosto 1920 a Milano, la repressione statale decapita la dirigenza dell’USI con l’arresto di Borghi, Giovannetti, Meschi e Di Vittorio. Con l’avvento del fascismo l’USI subisce una repressione violenta, la devastazione delle sedi, la carcerazione e l’uccisione di molti militanti. L’USI, che durante il biennio rosso era riuscita a contare quasi 500.000 iscritti, viene soppressa con decreto del Prefetto di Milano il 7 gennaio 1925; la sede nazionale dell’USI è devastata e i suoi ultimi militanti costretti ad abbandonare l’Italia. Nonostante tutto, l’USI riesce a operare dall’esilio tramite una segreteria e un comitato di emigrazione voluto da Armando Borghi. È comunque la situazione spagnola degli anni Trenta a far intravedere all’USI uno sbocco rivoluzionario e, fin dal 1934, attivisti dell’USI partecipano alle sollevazioni popolari. Dopo il golpe militare di Francisco Franco il 17 luglio 1936, l’organizzazione anarcosindacalista CNT, anch’essa federata all’AIT come l’USI, passa al contrattacco e il 19 luglio le sue milizie, guidate da Buenaventura Durruti, liberano Barcelona e danno inizio alla rivoluzione libertaria. L’USI partecipa, insieme alle altre sezioni dell’AIT, a un’attiva mobilitazione e tantissimi sono i suoi militanti, in particolare quelli esiliati in Francia, che raggiungono la Spagna ed entrano nelle storiche colonne della CNT, quali la Ascaso, la Durruti, la Tierra y Libertad, la Ortiz. Con la sconfitta del proletariato rivoluzionario spagnolo anche il progetto anarcosindacalista si ridimensiona, riprendendo vigore solo durante gli anni della resistenza quando i militanti dell’USI si ritrovano a combattere nelle formazioni partigiane dei maquis in Francia e in quelle di matrice anarchica e anarcosindacalista che operano soprattutto in Liguria, Toscana e Lombardia. Nel dopoguerra i vecchi militanti dell’USI sostengono il mito dell’unità sindacale, confluendo nella CGIL, cosicché l’USI non si ricostituisce se non nel 1950 al Congresso di Piombino, quando una nuova leva di militanti, memore della necessità di distinguersi da una fittizia unità dei lavoratori, riattiva la sigla storica del sindacalismo libertario in Italia. Nel corso degli ultimi trent’anni, attraverso numerose vicende organizzative e politiche, l’USI è stata faticosamente riattivata. Oggi l’USI-AIT si presenta come un sindacato autogestionario che si caratterizza per la struttura libertaria e federalista, per l’impegno a favore dell’autorganizzazione dei lavoratori, per la prospettiva in cui si muove, che rimane quella della costruzione di una società socialista e libertaria. Tra i suoi obiettivi principali figurano l’uguaglianza sostanziale di tutte le lavoratrici e i lavoratori, la riduzione dell’orario di lavoro a parità salariale, un reddito minimo garantito per i disoccupati, la difesa della sanità, dell’istruzione e della previdenza pubblica, la smilitarizzazione del Paese, la solidarietà e l’internazionalismo.