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giovedì 31 marzo 2016

La Famiglia e lo Stato

La famiglia è il primo banco di prova per la creazione di cittadini ubbidienti alle leggi dello Stato. L’ambito famigliare, inteso come composto da coppia con figli, è il luogo in cui fin da piccoli/e veniamo forgiati/e a vivere relazioni asimmetriche. Come avverrà poi con lo Stato, i genitori sono tenuti a sapere tutto dei figli (controllo sociale), a fornire delle regole da seguire (leggi), a punire se vengono infrante (carcere). I genitori si occupano di soddisfare i bisogni primari dei figli, così come nell’età adulta ci penserà lo Stato attraverso la sua gestione della società basata sul lavoro: non dovremo preoccuparci di nulla per la nostra sopravvivenza, sarà sufficiente uno sforzo minimo da parte nostra, consistente nell’ubbidienza e nella sottomissione sul posto di lavoro. Il rapporto genitori-figli/e, tranne in pochi casi, è spesso iperprotettivo, o conflittuale da una delle due parti, o basato su una forte disciplina. Anche nel caso di rapporti abbastanza equilibrati, non vi è mai una vera relazione orizzontale tra i due coniugi: uno/a dei due detiene più potere dell’altro/a, e guida o influenza maggiormente la relazione. La figura del padre-marito autoritario tipica del patriarcato è molto cara allo Stato, poiché ricalca e modella la relazione autoritaria Stato-cittadino.
Ogni individuo cresce in un ambiente che è già un prodotto del potere: le prime idee sulla coppia eterosessuale, sulle relazioni tra i sessi, su come comportarsi in società, sulla necessità di obbedire ad alcune regole e di reprimere le proprie reali pulsioni, vengono apprese dai propri genitori.
Il nucleo familiare è il primo mezzo attraverso il quale il potere pone un controllo sulla formazione dei nuovi individui e li educa a vivere rapporti asimmetrici di svantaggio, che poi si moltiplicheranno nell’ambito degli studi e del lavoro fino ai megameccanismi di controllo impliciti nel sottostare alle leggi emanate dallo Stato e nel condizionamento psicologico basato sulla paura della punizione. 

giovedì 7 novembre 2013

Essere anarchici/che

Essere anarchici/che significa, oltre che lottare contro il potere statale, religioso e scientifico fuori di noi, liberarsi dalle barriere mentali che ci impediscono di vivere rapporti veramente paritari con gli altri. Liberarsi il più possibile dalle relazioni di potere in cui siamo impilati/e, che influenzano la qualità della nostra esistenza forse ancora più pesantemente dell'oppressione che viene dall'alto. Viviamo rapporti asimmetrici fin dall'infanzia nell'ambito della famiglia, che poi si replicano nelle istituzioni preposte alla nostra educazione e istruzione: collegi religiosi, scuole statali, università. Il mondo del lavoro in cui veniamo inseriti/e nell'età adulta, è una rete di relazioni di potere ancora più fitta. Anche nel rapporto con gli altri animali, con gli individui dello stesso sesso o dell'altro sesso, con gli individui di cui abbiamo differenze culturali, di provenienza, di conformazione fisica, di preferenze sessuali (e la lista potrebbe continuare all'infinito), sono impilate relazioni di potere che ci apportano un vantaggio materiale o un rafforzamento della nostra identità personale, o che al contrario ci opprimono e ci discriminano.
Il nostro stesso linguaggio, e le categorie che adoperiamo per descrivere il mondo e relazionarci con le altre persone, non sono neutrali ma sono stati prodotti per perpetuare divisioni sociali non paritarie. Il primo passo per abbattere il potere è riconoscere quanto esso ha influenzato ogni aspetto della nostra vita e delle nostre relazioni, e da lì partire per rivedere i rapporti personali che portiamo avanti in modo da renderli davvero liberi e orizzontali. Si tratta di svelare le idee e le categorie che il potere ha prodotto per giustificare le asimmetrie dei rapporti sociali, funzionali a una società organizzata gerarchicamente in cima alla quale stanno proprio le istituzioni.
"E' nella logica dell'oppresso imitare il suo oppressore e provare a liberarsi dall'oppressione attraverso azioni simili ad essa". (Paulo Freire)