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giovedì 27 marzo 2014

La trasgressione come sperimentazione di libertà

Quello che si intende per  sperimentazione concreta di libertà e di comunità è tutto dentro la dinamica dell'opposizione ostinata all'esistente societario. La libertà, infatti, può essere sperimentata solo attraverso le forme di negazione materiale dell'illibertà sociale o comunque introiettata individualmente; la comunità reale può essere pre-vissuta come comunità di intenti, di tensioni, di agire. Ciò non è permesso. Per questo la trasgressione assume valenza positiva, seppur degna di smitizzazione e soprattutto di non fissazione. La trasgressione in sé non porta valori comunque umani, ma ne nega altri codificati; se essa, però, si trasforma in riaffermazione differente di ciò che prima ha rifiutato non è altro che forma recuperata, produttiva di comportamento sociale controllabile. La trasgressione cui noi ci riferiamo è quella che contiene tanto la negazione del presente quanto l'allusione al futuro. Non ci interessano certo i ladri che si fanno banchieri né i banchieri che diventano ladri! La trasgressività è quanto, pur prodotto dalla società, tende ad affermare caratteri diversi, antagonici, di comunità. Quando si contrappone il concetto di comunità reale a quello di società - come che si sia storicamente manifestata - non è certo per riprodurre una sorta di guerra di tutti contro tutti, l'homo homini lupus di lontana memoria, né tanto meno per ricordare nostalgicamente le società-comunità primitive (poiché allora effettivamente i due termini si confondevano tra di loro). L'appartenenza reciproca, il riconoscimento delle differenze e la loro corretta valutazione, il superamento di appiattimenti egualitarizzanti, la riscoperta dell'originalità singola e collettiva contro il processo di identificazione: ecco i caratteri dell'essere-vivere comunità, ecco quanto è stato sottomesso e soggiogato dalla forma-società.

giovedì 12 settembre 2013

PER LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO di Goffredo Firmin

Ma lo ha (finalmente) capito, Signora,
lei che per le ataviche e non immotivate paure delle guerre,
anzi della Guerra, incubo dei nostri poveri destini,
si è comperata, accaparrata, imboscata
tanto di quello zucchero e di quelle patate che adesso (adesso)
è obbligata ad inventarsi di torte (dolcissime)
per figli e nipoti e cugini e parenti,
quantità di frittate omelettes tortillas (sempre alle patate)
giusto per svuotare un poco l’ingombra dispensa?
Lo ha capito che in verità, la verità vera degli uomini d’onore,
tutti hanno voluto e vogliono sempre e soltanto la pace?
I bagliori di guerra, i fulmini artificiali, i corpi devastati,
le facce (oh le facce!) dei guerrieri e dei prigionieri,
dei morti immobili e di quelli semoventi,
i carri armati come scarafaggi e le armi di Batman,
tutto questo Signora, era solo per la televisione,
insomma per noi.
O per sbarazzarsi del vecchiume, farla finita, e correre
Correre con il fiato in gola verso il Nuovo Mondo
(giusto giusto in tempo per il cinque centenario
- si dirà così? –
Della umanissima scopertissima dell’Americanissima),
per digerire assorbire il bene ed evacuare vomitare il male,
per lasciare tracce di forze vestite nella storia,
nella Storia di tutte le storie. 
O rianimare eccitare gli esangui Diritti dell’Uomo
(le donne e i bambini sono compresi:
si compra tre e si paga uno),
per far parlare un po’ tutti, generali e papi,
uomini della strada e dèi,
per giustificare spiegare quello che c’è e quello che manca,
per sfamare di notizie fresche un popolo triste
di ben sei miliardi (mica chiacchiere) di cittadini universali.
Per far aumentare le vendite sempre in crisi dei giornali
sempre in crisi sempre in crisi,
per far salire l’indice di ascolto tv, la audience (lei lo sa, Signora)
che, disgraziata, è sul filo, sempre col terrore del
telecomando.
È stato un gioco, Signora, è un gioco e lei c’è cascata.
In realtà tutti vogliono la pace, la pace, la pace,
quella vera, quella giusta, quella unica,
quella quieta e silenziosa che lei, Signora, conosce benissimo
tutte le domeniche e qualche volta anche il venerdì (se càpita).
Quella dolce pace che lei avverte quando – e quanto! –
porta gli allegri fiorellini (meglio quelli di campo) al fu
Antonio Domenico Pasquale Giuseppe Giovanni,
tutto tranquillo e silenzioso, lì, in pace, infine in pace
dopo un’intera vita (intera intera) spesa esemplarmente
come figlio studente fidanzato marito padre lavoratore morto
(ricorda quanto le sono costate quelle poche righe sul giornale
e la foto da metterci sopra che sembrava proprio lui?).
Non si preoccupi, Signora, abbia fede,
ci arriveremo tutti insieme, se non ci siamo già arrivati.
Spenga la televisione e accenda lo zucchero e le patate.
(Milano, marzo 1991)



  
  

mercoledì 18 gennaio 2012

Il cielo lo si deve assaltare ogni giorno sulla terra.

La lotta contro il potere, anche nelle sue forme più sottili, più interiorizzate, è l'unica strada per conquistare la gioia reale di vivere, di amare, di giocare. Certo questo può non essere facile, poiché spesso la lotta per la sopravvivenza ti inaridisce e ti ottunde. Spesso risulta estremamente difficile scollarsi dai ruoli che i rapporti sociali impongono e che tutti sembrano richiedere. E' essenziale comunque gettare tutta la propria passione nella continua ricerca di una condotta che spacchi l'esistente, di una condotta che ti permetta di giocare con i ruoli e contro di essi senza mai accettarne la corazza. Non ci si può identificare in null'altro che non sia il nostro processo di negazione. Giocare sui ruoli e contro di essi è già di per sé un gioco appassionante, esaltante, un gioco reale, in cui l'unico avversario da superare è la noia, l'insipienza. Tutto  esprime dei bisogni effettivi, e perciò delle funzioni vitali. E' splendido fare l'amore, fare la rivoluzione, distruggere l'esistente e, nel contempo, creare situazioni nuove, rapporti veri, erotici. Tuttavia talvolta queste funzioni vive si congelano, si fissano, si ripetono in modo difensivo e/o spettacolare, in altre parole diventano ruoli. 
Credo che tutti abbiano presente cosa significhi, l'amante o il rivoluzionario quando sono senza amore e senza passione; semplicemente divengono “il marito” ed “il politico”. C'è insomma sempre il rischio di svilire la forza dei propri desideri, di trasformare i bisogni in immagini, in rappresentazioni di se stessi, appunto in ruoli.
Il cielo non lo si conquista per meriti speciali, lo si deve assaltare ogni giorno sulla terra.
L'ironia è un'arma formidabile di demistificazione, di umanità; permette di cogliere la punta di grottesco che affiora sempre, anche nel dramma, e quindi aiuta a non frantumarsi né sulla Scilla della depressione, dell'autocommiserazione, né sulla Cariddi del trionfalismo, dell'autovalorizzazione.