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giovedì 14 maggio 2026

La cittadinanza e la razza come strumenti di esclusione

La cittadinanza e la razza come strumenti di esclusione, anche radicale, definitiva, dalla vita politica e sociale. È questo uno dei temi che definisce le caratteristiche fondamentali del nostro periodo storico. La razza costituisce un dispositivo di discriminazione non solo delle politiche della cittadinanza, ma anche, più ampiamente, delle politiche migratorie che lo Stato italiano condivide con l’Unione Europea. A essere colpite negativamente da queste politiche sono, infatti, le popolazioni non bianche, quelle considerate «non assimilabili» nelle società europee e, per questo, sacrificabili: un popolo migrante «titolare di diritti che vengono sistematicamente lesi, incluso il diritto alla vita, dalle autorità di paesi che cercano di impedire l’attraversamento della frontiera». Un popolo abbandonato da Stati e società – quelle europee – che si stanno abituando a convivere con l’orrore: espressione di una «cultura anti-migrante», che si manifesta anche nell’ostilità agita in Italia contro quei giovani che vi sono nati e cresciuti e, nonostante ciò, sono considerati stranieri da una parte della popolazione così come da parte delle istituzioni. Sebbene contrastati da contro-tendenze importanti, i sentimenti e i dispositivi istituzionali razzisti continuino a definire i neri italiani come un problema, in quanto «i meccanismi di esclusione e svantaggio su base razziale persistono sotto nuove e insidiose vesti». In questo senso, sono contraddittorie anche le retoriche meritocratiche: quelle che esaltano le storie di successo e di cosiddetta integrazione degli immigrati e dei loro figli. Queste retoriche separano gli immigrati buoni e assimilati da quelli pericolosi e per forza estranei, producendo una contrapposizione – anche esplicita – tra gli stranieri meritevoli, individuati solitamente tra imprenditori e imprenditrici, e quelli da allontanare, rifiutare, abbandonare, principalmente associati a quanti giungono come potenziali richiedenti asilo sulle coste italiane o svolgono attività considerate illegittime se non illegali, come l’ambulantato (anche quando svolto con regolare licenza, come nell’ampia maggioranza dei casi).


giovedì 13 gennaio 2022

L’UOMO NERO

L’uomo nero, eterna macchina da paura. Ed è questo il primo senso del servo: produrre paura. Di come la paura sia una formidabile risorsa politica hanno detto in tanti, e basti ricordare colui che ha pensato la sovranità politica moderna, Thomas Hobbes: l’uomo rinuncia volontariamente ai propri diritti nella misura in cui ha paura dell’altro uomo, fatto lupo. Più si crea l’immagine dell’altro in quanto mostro, tanto più l’individuo rinuncerà ai propri diritti – dunque a se stesso in quanto umano, propriamente – per avere salva la vita. Produrre paura è essenziale in tempi d’emergenza come questi, per il rapporto direttamente proporzionale tra paura e rinuncia dei diritti e rafforzamento del potere sovrano. Il sistema Spettacolare è lì anche per questo: produce fantasmi per natura, e quello dell’uomo nero è facile da produrre, è un effetto ottico di moltiplicazione. Basta parlare di immigrazione quando si parla di criminalità e il gioco è fatto, si crea un frame che resta inciso nelle reti neurali vita natural durante. Ma quanto più gli immigrati vengono concepiti/prodotti in quanto uomini neri, tanto più vengono animalizzati e respinti ai margini dell’umano. Vengono resi, sempre di più, cose. E, in particolare macchine produttive. Il tipo ideale del lavoratore, da sempre desiderato da un sistema fondato esclusivamente sul profitto: in quanto invisibili, essi non hanno nulla da reclamare, da rivendicare, e possono essere usati esattamente come macchine.

   


giovedì 18 febbraio 2021

Le Grandi Montagne di Zucchero Candito

Una sera al calar del sole 

E quando il fuoco della giungla ardeva, 

Lungo i binari giunse un vagabondo 

E disse: «Gente, io non ritorno indietro, 

Sono diretto in un Paese lontano 

Vicino alle fontane di cristallo, 

Quindi vieni con me, andremo a visitare 

Le Grandi Montagne di Zucchero Candito. 


Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito, 

C'è un posto bello e felice, 

Dove cose buone da mangiare crescono sui cespugli 

E si dorme fuori ogni notte. 

Dove i vagoni merci sono vuoti 

E il sole splende ogni giorno 

Sugli uccelli e sulle api e sugli alberi di sigarette 

E la limonata sgorga dove canta la cutrettola, 

Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito. 


Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito 

Tutti gli sbirri hanno le gambe di legno, 

Tutti i bulldogs hanno zanne di gomma 

E le galline fanno uova alla coque. 

Gli alberi degli agricoltori son pieni di frutta 

E i granai sono colmi di paglia. 

Oh, io andrò dove non c'è neve, 

Dove la pioggia non cade, il vento non soffia, 

Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito. 


Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito, 

Non ti cambi mai le calze 

E piccoli rivoli di alcool 

Scendono colando dalle rocce. 

Là, i frenatori devono togliersi il berretto 

E i ferrovieri sono ciechi. 

C'è un lago di stufato e anche di whisky, 

Ci puoi remare tutto attorno su una grande canoa, 

Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito. 


Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito, 

Tutte le prigioni sono di latta 

E puoi uscirne 

Appena ti sbattono dentro. 

Là, non ci sono pale col manico corto 

Né accette, seghe o zappe. 

Io me ne andrò a stare dove si dorme tutto il giorno, 

Dove impiccano il turco che ha inventato il lavoro, 

Sulle Grandi Montagne di Zucchero Candito.

(La letteratura anonima degli emarginati in tutte le epoche ha sempre incluso canzoni e leggende di una società senza fame né oppressione. Gli schiavi del mondo antico rimpiangevano una mitica Età Aurea di uguaglianza ed i neri americani del XIX secolo riponevano in una Vita Futura il loro sogno di una pausa dall'incessante fatica che non potevano sperare in questa. Molto del folclore utopistico è di grande bellezza ed amarezza, ma non c'è nulla di ultraterreno in questa divertente canzone degli «hobos» americani, o lavoratori migratori, di questo secolo. L'hobo non vuol saperne di governi o di sistemi giuridici: egli conosce ciò che lui vuole nella sua sfacciatamente materialistica «repubblica ideale».)