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giovedì 16 dicembre 2021

LETTERA Al MIEI AMICI... - Jean-Luc Godard

(Lettera ai miei amici per imparare a fare il cinema insieme)

Io gioco 

Tu giochi 

Noi giochiamo 

Al cinema 

Tu credi che ci sia 

Una regola del gioco 

Perché sei un bambino 

Che ancora non sa 

Che si tratta di un gioco e che 

Riservato ai grandi 

Dei quali tu fai già parte 

Perché hai dimenticato 

Che si tratta di un gioco per bambini 

In che cosa consiste 

Ci sono diverse definizioni 

Eccone due o tre 

Guardarsi 

Nello specchio degli altri 

Dimenticare e sapere 

Presto e lentamente 

Il mondo 

In se stessi 

Pensare e parlare 

Che strano gioco 

E' la vita




giovedì 6 febbraio 2020

LA CINESE di Jean-Luc Godard

Sono in cinque, e vivono in un appartamento che delle amiche hanno loro ceduto per le vacanze. Véronique è studentessa di filosofia, ed è quella che rimugina le idee con maggiore tormento; Guillaume è attore; si riempie la bocca di Brecht, ma vagheggia la sostituzione del teatro tradizionale con una forma di comunicazione diretta, consistente nell'andare a recitare le battute a domicilio, applicandole allo stato d'animo di chi viene ad aprire la porta; Henri studia chimica, e ha il cervello più inquadrato in schemi razionali; Kirilov, così chiamato perché somiglia al personaggio di Dostoevskij, fa il pittore; Yvonne, d'origine contadina, dopo aver battuto il marciapiedi pensando al sol dell'avvenire è venuta a fare da serva-compagna ai quattro intellettuali. Tutti insieme hanno fondato una micro-cellula maoista. Tappezzati i muri di slogan, riempiti gli scaffali di libretti rossi con le massime auree, impiegano il tempo severamente, impartendosi lezioni di tecnica rivoluzionaria. Leggono ad alta voce i pensieri di Mao, ospitano un amico nero che predica l'applicazione del marxismo-leninismo al terzo mondo, distribuiscono il libretto per le strade. Qualcuno fa persino all'amore, ma questa è un'attività periferica, sospetta di deviazionismo borghese; al centro dei loro interessi c'è il dibattito ideologico, che si risolve in un mar giallo di chiacchiere e in pantomime anti-americane. 
Cammina cammina fra le scatole cinesi del fanatismo, arrivano alla conclusione che è tempo di passare alla maniera forte, se vogliono sciogliere il turpe connubio fra Washington e Mosca e abbattere il capitalismo. Espulso Henri, fautore della coesistenza pacifica, si decide che la prima bomba spetta di diritto  all'università, organizzata in modo, nel marcio Occidente, da essere oltre tutto una fonte di frustrazioni sessuali. Poiché Véronique, lungo un viaggio in treno, ne é dissuasa, si cambia bersaglio: la ragazza andrà a pistolettare, in albergo, un ministro sovietico venuto a trescare con De Gaulle. Kirilov, tutto contento, muore suicida dopo aver lasciato una lettera in cui si accusa del delitto, e Véronique va a uccidere il ministro (le vittime, per uno sbaglio di lei, sono  due, ma non se n'accorta). Finite le vacanze, rientrate le padrone di casa, il gruppo si scioglie. Guillaume vende ortaggi e va di porta in porta ad applicare il suo metodo di teatro nuovo. Yvonne, c'è da giurarlo, torna al passeggio notturno; e Véronique si conforta pensando che ha compiuto un primo passo verso il trionfo di Mao. Non si esclude che vada a mettere una bomba sotto la cattedra del suo professore. 
Pensato come un film che si compiace d'osservare con quanta serietà i giovani d'oggi si preoccupano dei destini del mondo, Godard é così appassionato delle cose quali appaiono, è così innamorato della loro riproduzione visiva, che non le sottopone a un'analisi razionale. In odio alla psicologia, Godard spoglia l'universo di ogni controcanto sentimentalistico. Egli assiste con una smorfia ironica a dialoghi costellati di puntate contro l'America, il partito comunista francese, il Cremlino, la Commedia Francese, i ministri di De Gaulle, di elogi agli amici come Strehler. E vi aggiunge didascalie composte di frasi smozzicate che si completano nel corso del film, e pagine di fumetti, e affiché, in un collage di cui spesso sfugge il senso. 
Godard anticipa o prepara il terreno a quelli che saranno di li a poco i movimenti popolari studenteschi che infiammeranno la capitale francese e l'Europa, e lo fa con un film militante, ma anche ironico, anzi altamente sarcastico, molto contestato all'epoca, ma che comunque gli valse il Leone D'Argento al Festival di Venezia, in cui le scritte coloratissime ed i proclami (persino e coerentemente in lingua cinese, nel lato destro dello schermo) invadono l'azione spesso delirante a scopo unicamente provocatorio: "Gli imperialisti sono ancora vivi: continuano a governare a loro libero arbitrio in Asia, Africa e America Latina.. E in Occidente opprimono ancora le masse popolari nei loro rispettivi paesi"; “gli americani hanno sganciato più bombe su un piccolo paese (il Vietnam) che in tutta la seconda guerra mondiale”; “i russi sono un po’ codardi “fai ciò che dico ma non ciò che faccio””; “per i cinesi l’imperialismo e i reazionari sono tigri di carta, i nemici vanno strategicamente disprezzati ma tatticamente tenuti conto”. E poi via con le contraddizioni degli occidentali indifferenti e parassiti, della politica americana.
La cinese resta l’unica opera registica di livello del Godard pienamente militante. Il film rispecchia appieno la situazione culturale della Francia degli anni ’60, ma in un certo senso la anticipa: il caldissimo ’68 deve ancora arrivare ma già la rivoluzione culturale maoista, unita alle proteste per la guerra in Vietnam, ha creato un interessante strato culturale di giovani marxisti. O marxisti-leninisti. O maoisti. Ecco, appunto Godard esprime nel suo film l’indubbia nuova forza rivoluzionaria giovanile, ma anche le sue debolezze, le sue contraddizioni.
Il regista sembra assumere una grossa presa di posizione contro l’imperialismo statunitense, ma anche contro il falso-comunismo sovietico, reo di essersi ammorbidito e di aver cercato il compromesso. Il vero comunismo sarebbe quello dei vietcong (che infatti vengono sterminati dagli americani, al contrario dei russi) e dunque quello di Mao. La politica maoista della rivoluzione culturale aveva in quegli anni avuto un’incredibile diffusione in Francia: appariva dall’esterno incredibile che finalmente qualcuno combattesse i carri armati con i libri. Oggi siamo a conoscenza del disastro economico e sociale che tale politica generò: contro ogni possibile minaccia di revisionismo e capitalismo Mao fu abile ad appoggiarsi al popolo contro la classe dominante, appoggiò gruppi studenteschi e attaccò le quattro cose vecchie (pensiero, cultura, tradizioni e abitudini), rompendo totalmente col passato e chiudendo, o addirittura distruggendo, scuole, musei, biblioteche, templi.

giovedì 7 marzo 2013

CREPA PADRONE, TUTTO VA BENE di Jean-Luc Godard e Jean-Pierre Gorin


Il film inizia con una serie di ciak che preludono alla esposizione delle costrizioni tecniche, economiche e ideologiche in cui il film è nato. Mentre si vede una mano che firma assegni e cambiali per pagare il personale e il materiale che servirà al film, una voce ricorda che per fare un film occorrono capitali, attrezzature, un paio di vedette, una storia d’amore … le due vedette sono Jane Fonda e Yves Montand. Lei, una giornalista di una stazione radio americana a Parigi, cerca quando può di far scivolare come informazioni le sue simpatie per la sinistra rivoluzionaria. Lui, un regista, che hai tempi del maggio ha girato film militanti e che ora non si sente più di fare film di puro spettacolo, e vive con la pubblicità aspettando nuove occasioni. I due si trovano coinvolti quasi per caso in un avvenimento che considerano con simpatia, ma che eccede le loro reali capacità di comprensione: entrati per un servizio giornalistico in una fabbrica occupata, nella quale gli operai hanno sequestrato il padrone, rimangono a loro volta bloccati poiché gli scioperanti non intendono fare distinzioni fra padroni e intellettuali che sono, in definitiva, al servizio di questi. La rappresentazione della fabbrica occupata è uno spaccato della realtà del lavoro e della ribellione operaia. Ognuno dei protagonisti risponde anche ad una intervista: il padrone cercando di negare la stessa realtà delle classi, nel suo riformismo paternalistico; gli operai più attivi descrivendo l’alienazione del lavoro e rispondendo alla repressione con gesti di creatività proletaria; i delegati sindacali o gli operai iscritti al partito richiamandosi continuamente al pericolo dell’avventurismo e della provocazione.

La sequenza della fabbrica occupa quasi metà della pellicola, ma questa lunga sequenza serve solo da reagente per la particolarissima storia d’amore del film: fa cioè scattare la presa di coscienza dell’uomo e della donna, mette in crisi la loro convivenza basata solo su una generica comunanza di interessi: denaro, sesso, progressismo borghese. Inizia così per la coppia una lucidissima confessione e riflessione sul proprio lavoro e il proprio impegno dopo la frattura del maggio 68. Riflessione che è fatta dal film stesso, che con qualche immagine di repertorio e con scontri fra gauchistes e polizia ricostruiti simbolicamente effetua il più lucido bilancio che il cinema abbia compiuto su quella esaltante stagione. I temi della mercificazione totale, della vita e della politica, sono ripresi allora in un lunghissimo piano sequenza girato all’interno di un supermercato, dove due interminabili carrellate laterali avanti e indietro scoprono prospettive di prodotti di consumo e banchetti di vendita politica, con un membro del partito comunista che offre a prezzo scontato copie di un programma-manuale per la felicità futura. Se tutto è merce la risposta non può essere che la distruzione della merce in quanto tale: ecco allora l’irruzione nel supermercato di un gruppo di estremisti che annunciano che tutto è gratis ed iniziano il saccheggio, imitati di soppiatto dagli stessi poliziotti intervenuti prontamente a manganellarli. Lui e Lei alla fine si ritroveranno, in un bar, e ricominceranno a parlarsi.