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Visualizzazione post con etichetta democrazia diretta. Mostra tutti i post
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giovedì 6 maggio 2021

Democrazia locale e autogestionaria

Il nostro sogno è che il prossimo futuro sia l'alba di un altro comunismo che consideri la democrazia locale il punto di partenza di ogni azione. Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza. Più che un agonismo su un'equità solo declamata, abbiamo bisogno di regole semplici, di accordi morali. Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio. Una democrazia radicalmente locale, costruita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di pagare le tasse o di produrre, può essere un'idea di scuola e un'idea di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. La società si decide spezzando l'autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo.


giovedì 2 gennaio 2020

Un progetto libertario

Un progetto libertario dovrebbe avere due momenti: “uno etnografico e l’altro utopico, in costante dialettica fra loro, che siano in grado di produrre forme di contropotere: il mondo contemporaneo è pieno di testimonianze libertarie, di luoghi liberati, dei quali però non si rileva traccia nella narrazione ufficiale. Il contropotere prende forma nelle istituzioni tipiche della democrazia diretta, basate su determinati valori, quali la convivialità, l’unanimità, la prosperità, la bellezza, la gratuità.
E' ineluttabile che la dove esista un alto livello di disuguaglianza, tali valori assumano di per se valenza rivoluzionaria.
Un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere, e che nel contempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali. Le lotte contro le disuguaglianze tra Nord e Sud, le lotte contro il lavoro in quanto relazione di dominio, la negazione dell'autoritarismo, la resistenza alle regole imposte dalla società mercantile, l'affermazione della democrazia diretta sono i pilastri su cui si fondano le libere e autonome municipalità libertarie.
I movimenti libertari da sempre hanno fondato il loro agire sull'etica della pratica rivoluzionaria. E' necessario che i mezzi siano adeguati ai fini poiché c'è la consapevolezza che alcuna libertà è possibile con mezzi autoritari, al centro la necessità di dare forma concreta alla società che si desidera realizzare a partire dalle proprie relazioni personali. Conseguentemente non esiste un’unica “Grande teoria anarchica”, poiché questa sarebbe contraria ai suoi stessi presupposti. E' diffusa invece una forza , una passione nel diffondere i valori condivisi che nasce nello spirito e nel cuore dei processi del partecipazionismo anarchico, nei piccoli gruppi di affinità che non è settaria o prevaricatrice o autoritaria.
Ne deriva quindi il riconoscere il bisogno di differenti prospettive teoriche, unite da un insieme di impegni e analisi condivise, una discussione che si concentra su questioni pratiche, che tiene conto inevitabilmente di una serie di prospettive differenti, riunite dal desiderio condiviso di comprendere la condizione umana, in moto verso una libertà più grande. Una teoria sociale anarchica non può quindi che rifiutare in maniera consapevole ogni residuale avanguardismo. Il compito dei movimenti libertari è quindi guardare chi sta creando alternative percorribili, cercare di immaginare quali potrebbero essere le più vaste implicazioni di ciò che si sta già facendo, e quindi riportare queste idee, non come disposizioni, ma come contributi e possibilità.
Molto c'è da imparare osservando il resto del mondo, in Sudafrica e in India vediamo conclavi dove si afferma la pratica della democrazia diretta, così come fra i ribelli del Chiapas, la nozione e le esperienze di gruppi di affinità arriva dalla Spagna e dall’America Latina, e ancora le molteplici esperienze, spesso duramente represse, del grande movimento mondiale che sta occupando frammenti di territorio nelle varie città del mondo globalizzato.

giovedì 1 dicembre 2016

L'essenza stessa della democrazia diretta

Il ricatto tecnologico che pesa sul presente accomuna nella perplessità di tutti gli uomini che vogliono godere della vita al meglio delle loro possibilità.
Il governo di una società umana non può più permettersi di non avere al centro delle proprie preoccupazioni l'uomo stesso.
Una volta rimessa al centro la soggettività degli esseri umani, diventa urgente che la parola democrazia ritrovi il senso, ma anche la poesia, della sua etimologia storica. Ii governo del popolo non può essere che quello di individui liberi. La democrazia deve avere la pretesa di difendere tutti i diritti tra di loro e gli uni contro gli altri.
La pubblicità della merce che si vanta di sponsorizzare la democrazia, in realtà l'avvelena per vendere poi il suo cadavere imbalsamato. In un mondo in cui le tecniche di manipolazione sono raffinatissime e capillari, la creazione di un gregge maggioritario è un caso tanto frequente che la difesa strenua della scelte minoritarie diventa un elemento fondamentale di una società fondata su una resistenza strutturale all'addomesticamento. Poiché ogni forma burocratizzata di rappresentatività si trasforma in dittatura spettacolare della maggioranza, si deve rifiutare la delega prolungata del potere decisionale pur accettando una dose di rappresentatività resa inevitabile dal numero di individui coinvolti.
In una  società della gratuità, l'intensità dei controlli che oggi l'economia dedica ossessivamente all'obbiettivo di far pagare fin all'ultimo centesimo il prezzo degli esseri e delle cose sarà invece dedicata amorevolmente alla vigilanza della libertà di ciascuno, unica garanzia della felicità di tutti.
Riprendendo una sensibilità che certe tribù guerriere del Nord America avevano già spontaneamente sviluppato, nessuna autorità decisionale deve potersi stabilire al di là di una funzione puntuale. Nessun capo deve risultare tale nella vita quotidiana del gruppo: la sola autorità, riconoscibile più che riconosciuta, è quella naturale che secerne l'umanità di ciascuno, la sua esperienza la sua qualità avverata. Una autorità, che non concede privilegi, che non ha valore gerarchico, che non si può capitalizzare ma di cui si può godere fraternamente. In questo consiste l'essenza stessa della democrazia diretta.

giovedì 16 aprile 2015

Critica della vita quotidiana per l’autogestione generalizzata

Di fronte alla società dello spettacolo che ha integrato in un magma alienante le diverse qualità di tutti i poteri del passato, la critica della vita quotidiana si manifesta come la sola vera pratica soggettiva del proletariato rivoluzionario. In ogni atto di resistenza all’addomesticamento che inquina ogni attività umana, dal gioco all’amore, passando per ogni creazione di beni o di bellezza, emerge la volontà di vivere dell’animale umano sulla via di diventare effettivamente un essere umano.
Comunque la si guardi, una tale critica ha come obiettivo politico l’autogestione soggettiva di ogni ambito di una vita quotidiana sottratta alla sua versione spettacolare. Ciò che collega questa critica pratica al suo obiettivo politico finale - l’autogestione generalizzata della vita quotidiana - è un processo storico di transizione in cui si esercitano gli ultimi essenziali atti di quella che fu la lotta di classe.
L’ultima ha come obiettivo centrale l’instaurazione di una democrazia diretta che lungi dal realizzare un’assurda dittatura del proletariato metta in gioco la libertà, l’uguaglianza e la fraternità non più a vantaggio di una nuova classe dominante ma per tutti indistintamente, appunto attraverso l’auto abolizione del proletariato come ultima classe della storia.
La continuità del potere è andata dal capo tribù al sacerdote, dai re agli imperatori e ai presidenti senza interruzione; si è avvalsa di monarchie e repubbliche e di ogni tipo di oligarchia fino alla democrazia rappresentativa che, pur essendo la più sublime, colta e affinata forma di diseguaglianza sociale sperimentata, conserva comunque le stigmate oclocratiche della corruzione, del nepotismo e dei privilegi che tiranneggiano una cospicua parte dei suoi sudditi. 
La democrazia diretta tende al minimo possibile di governo formale perché è il governo di tutti fondato sulla libertà di ciascuno.
Oggi, per la prima volta, l’ipotesi della democrazia diretta si pone oltre ogni avanguardia, non come un’utopia, ma direttamente come possibile atto concreto di auto abolizione positiva il quale, anziché indignarsi, finirà per rifiutare semplicemente di finanziare lo Stato gestito da politici corrotti e di pagare i banchieri che trafficano il Mercato promettendo il ritorno di un privilegio bieco.
Quarant’anni fa, la declamazione poetica del “vivere senza tempi morti e godere senza ostacoli” esprimeva, per esempio, l’esatto contrario dell’assuefazione alienata che spinge oggi gli schiavi che si credono liberi a godere come conigli eccitati da ogni feticcio mercantile, nel consumo di esseri e cose venduti come oggetti di un piacere fittizio ma redditizio. 
Il godimento della vita appartiene a una nobiltà poetica di signori senza schiavi, mentre l’edonismo della sopravvivenza rinvia alla ripetitiva eiaculazione precoce di ogni servitore volontario.

giovedì 11 ottobre 2012

L'energia sfuggente e la bicicletta


La democrazia partecipativa postula una tecnologia a basso livello
energetico e solo la democrazia partecipativa crea le condizioni per
un tecnologia razionale.
Ciò che in generale si perde di vista è che l’equità e l’energia
possono crescere parallelamente solo sino ad un certo punto. Al di
sotto di una certa soglia di “watt” pro-capite, i motori fornisco
condizioni migliori per il progresso sociale. Al di sopra di quella
soglia, l’energia cresce a spese dell’equità. Ogni sovrappiù di
energia specifica allora un restringimento del controllo sull’energia
stessa.
La diffusa convinzione che un energia pulita e abbondante sarebbe la
panacea di tutti i mali sociali è dovuta ad un inganno politico,
secondo cui l’equità e il consumo di energia possono stare in
correlazione all’infinito. Vittime di questa illusione, tendiamo a
ignorare qualunque limite sociale della crescita del consumo
energetico.
La soglia oltre la quale comincia la disgregazione sociale indotta da
alti “quanta” di energia non coincide con quella dove la
trasformazione dell’energia comincia a produrre distruzione fisica.
Anche ammettendo che una potenza non inquinante sia ottenibile e in
abbondanza, resta il fatto che l’impiego di energia su scala di massa
agisce sulla società al pari di una droga fisicamente innocua, ma
assoggettante la psiche.
Una volta oltrepassato il “quantum” critico di energia pro-capite, è 
ineluttabile che le garanzie giuridiche dell’iniziativa personale e
concreta vengano soppiantate dall’educazione agli astratti obiettivi
di una burocrazia.
Un popolo può essere altrettanto pericolosamente ipernutrito dalla
potenza dei propri strumenti quanto dal contenuto calorico dei propri
cibi, ma è assai più difficile riconoscere un debole razionale per i
“watt” che non per una dieta malsana.
Vi è un continuo sforzo da parte della società industriale, dalla
tecnocrazia rivolto ad ingozzare la società con quantitativi di
energia che inevitabilmente degradano, depauperizzano e frustrano la maggioranza della gente.
La democrazia partecipativa richiede una tecnologia a basso consumo energetico, e gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta.

mercoledì 21 dicembre 2011

Organizzazione orizzontale,partecipativa e includente

L'obiettivo degli zapatisti è quello di costruire uno spazio di incontro. Non si tratta di creare una struttura, un apparato, ma uno spazio orizzontale e ugualitario, una sorta di pubblica piazza (l'agora dei greci), dove scorra la parola e la comunicazione tra soggetti uguali. Dove è fondamentale non imporre l'idea, ma unire pensieri e lotte, che si pensino con cuore e testa, quindi:"Non vincere il fratello approfittando della sua debolezza o della sua ignoranza. Non fare con i nostri fratelli ciò che il potere fa con noi".
Sono un'assemblea quando sono assieme e una rete quando sono separati, rifiutano le organizzazioni nelle quali prevale l'accumulazione di potere, il verticalismo con dirigenti stabili e permanenti, che invece di puntare sulla visibilità, fanno tutto il contrario. Privilegiano l'accento sui metodi partecipativi e non sul sistema di commissioni che si presta alla messa in luce personale e alla leadership individuale, non praticano il modello piramidale ma quello circolare,con una leadership collettiva. Tendono ponti e si trasformano essi stessi in ponti, così come dei vasi comunicanti in una ricerca permanente che consiste nel tessere una rete di spazi di incontro e di riflessione per la lotta. 
Questo tipo di modo di fare le cose - parliamo di organizzazione, in mancanza di un altro vocabolo - pone al centro l'essere umano in qualità di soggetto e non di oggetto. 
Considera che sono i mezzi a giustificare il fine, che l'ordine non si impone, ma si trova, si scopre, si tesse e che il potere è utile se il disegno è ripartito e articolato come un tessuto. Un potere sparso, condiviso e non concentrato; un tessuto auto-creativo e auto-gestito. Una proposta che può sembrare, oltretutto, caotica, disordinata, non fissa e stabile come nell'organizzazione tradizionale. 
Una proposta che però non funziona al ritmo imposto dalla politica dei poteri stabiliti ma a un altro più lento, se lo si giudica attraverso i parametri del tempo/efficienza. è un tipo di cultura che incoraggia l'emancipazione.
La formulazione teorica più rifinita conosciuta in questa direzione, nella cultura occidentale, è quella realizzata da Guattari e Deleuze nel loro saggio Rizoma, nel quale gli autori difendono un tipo di organizzazione orizzontale, senza un centro, mobile, una rete di reti nella quale ogni parte abbia la sua autonomia e possa interconnettersi direttamente con le altre senza dover passare da un vertice organizzativo, anche perché tale vertice non esiste.
Mentre la sinistra classica, tanto la riformista quanto la rivoluzionaria, riproduce al suo interno le strutture di dominio del sistema, gli zapatisti non puntano a cambiare di padrone ma ad abolire la figura del padrone. Non vogliono sostituire le attuali classi dominanti e i suoi poteri ma invece entrano in conflitto con l'idea di classe dominante. È per questo che gli zapatisti dicono di lottare non affinché le scale si scopino dall' alto verso il basso, "ma affinché non ci siano scale, non ci siano regni".
Il neozapatismo incarna il mondo nuovo non solo verso fuori ma anche, e soprattutto, verso dentro. Si tratta di un soggetto collettivo che rappresenta un nuovo rapporto sociale, democratico e non autoritario, orizzontale e non verticale, partecipativo e includente e non autoritario ed escludente.

mercoledì 7 dicembre 2011

I MOVIMENTI LIBERTARI

I movimenti libertari da sempre hanno fondato il loro agire sull'etica della pratica rivoluzionaria. E' necessario che i mezzi siano adeguati ai fini poichè c'è la consapevolezza che alcuna libertà è possibile con mezzi autoritari, al centro la necessità di dare forma concreta alla società che si desidera realizzare a partire dalle proprie relazioni personali. Conseguentemente non esiste un’unica “Grande teoria anarchica”, poiché questa sarebbe contraria ai suoi stessi presupposti. E' diffusa invece una forza , una passione nel diffondere i valori condivisi che nasce nello spirito e nel cuore dei processi del partecipazionismo anarchico, nei piccoli gruppi di affinità che non è settaria o prevaricatrice o autoritaria.
Ne deriva quindi il riconoscere il bisogno di differenti prospettive teoriche, unite da un insieme di impegni e analisi condivise, una discussione che si concentra su questioni pratiche, che tiene conto inevitabilmente di una serie di prospettive differenti, riunite dal desiderio condiviso di comprendere la condizione umana, in moto verso una libertà più grande. Pertanto prende forma una cosiddetta “teoria bassa”, piuttosto che una “teoria alta”, necessaria per fare i conti con i problemi reali e immediati che emergono nel corso di un progetto di trasformazione della realtà. Ad esempio: contro il concetto di “linea politica” che è la negazione stessa della politica, contro “l’anti-utopismo”; Una teoria sociale anarchica non può quindi che rifiutare in maniera consapevole ogni residuale avanguardismo. Il compito dei movimenti libertari è quindi guardare chi sta creando alternative percorribili, cercare di immaginare quali potrebbero essere le più vaste implicazioni di ciò che si sta già facendo, e quindi riportare queste idee, non come disposizioni, ma come contributi e possibilità.
Un progetto libertario dovrebbe avere due momenti: “uno etnografico e l’altro utopico, in costante dialettica fra loro, che siano in grado di produrre forme di contropotere: il mondo contemporaneo è pieno di testimonianze libertarie, di luoghi liberati, dei quali però non si rileva traccia nella narrazione ufficiale. Il contropotere prende forma nelle istituzioni tipiche della democrazia diretta, basate su determinati valori, quali la convivialità, l’unanimità, la prosperità, la bellezza, la gratuità.
E' ineluttabile che la dove esista un alto livello di disuguaglianza, tali valori assumano di per se valenza rivoluzionaria.
Un’azione rivoluzionaria è qualsiasi azione collettiva che affronti e respinga una qualche forma di dominio e di potere, e che nel contempo, alla luce di questo processo, ricostituisca nuove relazioni sociali. Le lotte contro le disuguaglianze tra Nord e Sud, le lotte contro il lavoro in quanto relazione di dominio, la negazione dell'autoritarismo, la resistenza alle regole imposte dalla società mercantile, l'affermazione della democrazia diretta sono i pilastri su cui si fondano le libere e autonome municipalità libertarie.
Molto c'è da imparare osservando il resto del mondo, in Sudafrica e in India vediamo conclavi dove si afferma la pratica della democrazia diretta, così come fra i ribelli del Chiapas, la nozione e le esperienze di gruppi di affinità arriva dalla Spagna e dall’America Latina, e ancora le molteplici esperienze, spesso duramente represse, del grande movimento mondiale che sta occupando frammenti di territorio nelle varie città del mondo globalizzato.

giovedì 24 novembre 2011

L'azione diretta cuore dei movimenti

All'interno del movimento  contro la globalizzazione si va definendo una  rete internazionale di resistenza  contro il neo liberismo:  una rete collettiva di tutte le lotte e resistenze particolari, una rete intercontinentale di resistenza per l'umanità. Non si tratta di una struttura organizzata, una organizzazione gerarchica, o comunque piramidale.
La rete è costituita e rappresentata da tutti coloro che resistono. Le origini e le inclinazioni del movimento sono naturalmente internazionaliste, poiché lo sono le sue esigenze.
La visione neoliberale di 'globalizzazione'  definisce e libera i movimenti di capitali e merci, e nello stesso tempo costruisce barriere sempre più efficaci contro la libera circolazione delle persone, delle idee e della informazione. La libera circolazione delle persone, determinerebbe già di per se il declino del progetto neoliberista. Sono evidenti le connessioni e i collegamenti  tra le politiche neo liberiste e meccanismi di coercizione messi in atto dagli stati  nei confronti degli oppositori (polizia, prigioni, militarizzazione di territori  controllo della informazione, censura, criminalizzazione, delegittimazione), come sempre più efficaci sono divenuti i  controlli alle frontiere nei confronti dei “reietti” di coloro che tentano di fuggire dalla fame, dalle guerre che lo stesso sistema democratico propone e promuove.
I muri le griglie che  separano e proteggono i capi della finanza, i politici da ogni contatto con la popolazione, nelle loro periodiche riunioni (G8, G20 etc), sono divenuti il simbolo perfetto per quello che significa in realtà il neoliberismo in termini umani. 
Le pratiche di resistenza  utilizzate da questo movimento hanno alla base la cultura  della disobbedienza civile non violenta, ma  determinata. Il richiamo  alla violenza, evocato dalla maggior parte dei media asserviti al dominio, è divenuto  una sorta  di mantra costante da utilizzare in ogni occasione di azioni di opposizione, di resistenza: "violente proteste", "violenti scontri", "manifestanti violenti", o "violenti disordini". Stiamo parlando di azioni quali lanciare bombe di vernice, rompere le finestre di negozi vuoti, di blocchi stradali etc. E' probabile che ciò che veramente infastidisce  il potere è proprio la relativa mancanza  di violenza, i governi semplicemente non sanno come trattare con un movimento apertamente rivoluzionario che rifiuta di cadere in modelli familiari di resistenza armata o di pacifismo gandhiano. Molti gruppi (Direct Action Network, Reclaim the Streets, anarchici del black block, tute bianche e tantissimi  altri ancora) stanno tutti, a modo loro  cercando di delineare nuovi territori, nuovi linguaggi di disobbedienza civile, che combinino  elementi di teatro di strada, di festa, di circo e di quanto altro possa servire. Si tratta come dicono gli anarchici del blocco nero di “guerra non violenta”, nel senso che evita qualsiasi danno fisico diretto agli esseri umani, o agli animali, ma che  non rispetta le cose, gli oggetti simboli del potere, e chiaro che  tutto questo deve essere accompagnato da sistemi di difesa passiva atti a preservare per quanto possibile l'incolumità dei corpi dei resistenti dalle aggressioni delle milizie professionali messe in campo dai governi, nascono allora forme elaborate di protezione: imbottiture, ripari, maschere antigas, anonimato  etc. Si tratta di tattiche in perfetto accordo con la cultura del movimento anarchico che nel suo polimorfismo raccoglie in se l'idea centrale dell'antiautoritarismo, del rispetto per le diversità, dell’associazione volontaria, dell’autogestione, del mutuo appoggio, della democrazia diretta, dell'azione diretta.
Si tratta di  smantellare i meccanismi di governo, di   conquistare sempre maggiori spazi di autonomia , di  allacciare reti a sviluppo orizzontale antigerarchiche. L'anarchismo è il cuore del movimento, la sua anima, la fonte di maggiore novità e di speranza. 

giovedì 17 novembre 2011

IL MUNICIPALISMO COME FORMA DI CONFLITTO



Il nuovo municipio è dentro le reti lunghe della cooperazione decentrata tra città, è dentro la pratica della diplomazia dal basso, promuove la cooperazione tra sistemi territoriali contro l'idea della città competitiva, ascolta sviluppa e pratica le forme del conflitto così come proposte dal Movimento su scala locale e globale, si formatta a partire dalla presa d'atto del declino dello Stato nazionale e quindi del concetto popolo. Il nuovo Municipio come soggettività insorgente, come soggetto di parte che resiste e progetta nuovi percorsi di liberazione contro la globalizzazione dei mercati, che fortifica e controlla militarmente i territori della logistica e del flusso delle merci e ne abbandona tanti altri. In questo senso il problema di queste esperienze municipali è quello del superamento delle pratiche di rappresentanza in quanto esse strappano e alienano il controllo del comune alla grande massa dei cittadini.
Nessuna piccola patria, nessuna comunità chiusa autoescludente, ma nemmeno l'idea del bel governo che si è prodotta in alcune regioni italiane, non solo per un ragionevole dubbio circa la capacità progressiva di quel modello, ma anche e soprattutto perché è una forma residuale del non più, di una concertazione tra soggetti forti che allude a un blocco sociale e politico (partito, sindacato e grandi associazioni) che rischia di non vedere e di non saper interpretare le nuove cittadinanze insorgenti, le invisibilità che sono fuori dal Novecento (lavoratori precari e intermittenti, migranti, ceti medi impoveriti, lavoratori individuali, lavoratori servili ecc.).
Come diceva un vecchio saggio la salvezza è nel luogo del pericolo, sono i territori di frontiera quelli che vanno esplorati con maggior attenzione sapendo cogliere il prevalente del non ancora, il conflitto permanente degli invisibili, delle nuove classi subalterne.
In questo senso le esperienze metropolitane, le infinite periferie metropolitane risultano un terreno di sperimentazione possibile se si riesce ad associare la resistenza alla trasformazione neo liberista del paesaggio urbano e progetto di Comunità locale che si auto organizza partendo dai bisogni e dai diritti universali esigibili. 
Ma oggi, questo Movimento, si pone un problema nuovo e più impegnativo che nei Settanta, e cioè il rapporto tra conflitto, gli strappi di minoranza e consenso, coscienti del fatto che i progetti e il modo d'intendere l'altro mondo possibile non può essere tendenzialmente maggioritario, ma assembleare sul principio di democrazia diretta  tra i cittadini delle nostre comunità.

NOTAV, IL POPOLO CHE RESISTE

La  multiforme sacca di resistenza dell’umanità contro il neoliberismo contro il capitalismo finanziario non deve essere confusa con l’opposizione politica nella  sua forma riuscita e compiuta  di un partito. L’opposizione non si oppone al potere, ma eventualmente ad un governo. Nel teatrino della finta alternanza, le due facce della medaglia: partiti di  governo e partiti di opposizione il gioco delle parti: un unica aspirazione servire il dominio  finanziario/capitalista.
La Resistenza, per definizione , non può essere un partito, non è fatta per governare a sua volta, ma per… Resistere.
Nello stesso momento in cui il neoliberismo, la finanza, scatenano la loro  guerra mondiale, in tutto il pianeta si vanno formando gruppi di non conformisti, nuclei di ribelli, nuclei di eretici. L’impero delle borse, della finanza, è costretto a fronteggiare la ribellione di una moltitudine di sacche di Resistenza. Sacche di ogni grandezza, di differenti colori e di forme. Ciò che le rende simili è la Resistenza al “nuovo ordine mondiale” e ai crimini contro l’umanità, alle devastazione dei territori e agli altri aspetti che la guerra della società del capitale dichiara all'umanità libera.
Nel cercare di imporre il suo modello economico, sociale e culturale, il neoliberismo pretende di soggiogare milioni di esseri umani, e di disfarsi di tutti quelli che non trovano posto nella nuova organizzazione del mondo. Però accade che questi “prescindibili” si ribellino e resistano contro il potere che vuole eliminarli. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, lesbiche, sieropositivi, lavoratori e tutti quelli che non solo “esuberano”, ma che per di più “disturbano” l’ordine e il progresso mondiale, si ribellano, si organizzano e lottano.
Sapendosi uguali e differenti, cominciano a tessere la loro resistenza contro il processo di distruzione/spopolamento,  di ricostruzione/riordino che avanza come guerra totale.
Molte sono le armi che il dominio mette in campo : menzogna, infamia, delegittimazione, violenza, repressione, inganni, inquinamento e militarizzazione dei territori, epidemie e altro ancora.
I Popoli che resistono hanno la consapevolezza che occorre immaginare/creare un mondo nuovo. Un mondo che contenga molti mondi, che contenga tutti i mondi possibili in cui sia  compreso il rispetto per tutti gli esseri umani, per il pianeta che li contiene per gli esseri tutti che in esso abitano; I Popoli che resistono devono sapere sognare/immaginare/creare un mondo che abbia la forza di abolire i rapporti gerarchici e l'ingiustizia.
Praticare forme di  Resistenza vuol dire generare nuove forme di vita, vuol dire assegnare ad ogni attimo, ad ogni azione della nostra giornata, un valore reale compiuto.
La  Resistenza deve necessariamente tendere alla riconquista della pienezza dell'esistenza, alla liberazione delle nostre menti così come  alla liberazione dei nostri territori.
Il Dominio potrà violentare i nostri corpi, i nostri territori, potrà dispiegare le sue armate di “sgherri”, i suoi professionisti della violenza, potrà militarizzerà le valli, le pianure e le montagne, ma non riuscirà mai avere la meglio sulle menti, sui cuori, sulla  determinazione di chi resiste.
La libera critica, Le parole, le idee, l'amore, la passione, la solidarietà, la gratuità, la consapevolezza sono le armi che la Resistenza sa mettere in campo: esse possono essere armi micidiali...