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giovedì 26 maggio 2022

Franco Serantini – Cinquant’anni fa (4)

Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia. Franco Serantini è immobile, solo - un segno del destino - all'angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle. In carcere Franco avrebbe bisogno di cure mediche serie: non ha un osso sano, dalla testa ai piedi. Pare quasi in coma. Ma nessuno, nessuno fa nulla… Lo interroga un sostituto procuratore di nome Giovanni Sellaroli. Difensore d’ufficio è l’avvocato Antonio Cariello. Gli domandano se ha lanciato contro la polizia delle pietre o altro materiale. Franco risponde che non ricorda bene quanto è avvenuto. Gli chiedono perché abbia partecipato alla manifestazione contro Niccolai. Risponde: «Ci andai perché ci si crede». Gli chiedono in che cosa creda: «Sono anarchico», replica sarcasticamente. Prosegue il verbale nel riportare le parole di Franco: «Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti dolori al capo ancora attualmente. Non credo di aver insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato porco, ma non credo di averlo fatto, perché non è la mia frase abituale. Non credo di aver avuto tra le mani pietre o bottiglie incendiarie ieri sera; anche perché persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarli». Sta sempre più male Franco, non riesce neanche a tenere la testa su. Al magistrato risponde col capo chino sul tavolo. Lo ricacciano in cella di isolamento, la cella numero 7. Non riesce a mangiare e non se la sente di uscire nelle ore d’aria. Gli unici che capiscono che il ragazzo sta davvero male sono gli scopini. Ma nessuno li ascolta… Franco viene completamente abbandonato al suo destino: la morte di lì a poche ore. Alle 8.30 del 7 Maggio, il giorno delle votazioni, Franco Serantini peggiora sempre più: lo trasportano al pronto soccorso del carcere. In sala operatoria gli somministrano ossigeno e gli viene fatta la respirazione artificiale. Ma tutto ormai è inutile, il giovane sta morendo. Alle 9.45 Franco muore. Il certificato medico del dottor Alberto Mammoli parla di “emorragia cerebrale“. La notizia della sua morte si diffonde presto: anche il PCI, dopo un primo sbandamento, manda a Pisa Pajetta e Cossutta per gestire la difficile situazione creatasi. I carcerieri tentato anche di dargli sepoltura “saltando” qualche norma, per evitare che si scopra che quella morte non è “naturale“, ma provocata da polizia e carcere. Per nascondere, insomma, un omicidio: è un trovatello, in fondo, chi può venirne a reclamare la salma? Ma non tutte le ciambelle riescono col buco… Alle 16.30 del 7 Maggio un funzionario della direzione del carcere si presenta al Comune di Pisa: consegna una denuncia di morte e richiede l’autorizzazione a trasportare il cadavere. Ma sul certificato di morte manca il necessario nulla osta della Procura della Repubblica e non sono passate quelle 24 ore che la Legge prevede per l’inumazione. L’impiegato comunale si rifiuta di accettare quel documento e tutto il meccanismo di occultamento della verità salta come un castello. Un castello di carta…



Schierarsi a difesa del limite

Pensiamo davvero che le scienze sociali, frutto del positivismo e marmellata di cibernetica, possano avere in sé e di per sé “una valenza anti-egemonica”? Non portano al contrario con sé, per loro natura, un vizio originario di fondo, quello di guardare il mondo attraverso le lenti di un Occidente ottocentesco fondato su scienza e industria, intriso di capitalismo, razionalismo e colonialismo? E di volerlo governare attraverso il controllo, questo mondo che hanno contribuito anch’esse a rendere immondo, continuando a separare il soggetto dall’oggetto, l’io da se stesso, dall’altro, dalla natura? Se gli stessi scienziati sociali non sanno riconoscere queste pesanti eredità, invece di liberarsene sono condannati a ripeterle.

E se il “conflitto tra pro-scienza e anti-scienza” non fosse “immaginario”? Se scienza e scientismo non fossero due realtà poi così distinte? Non ha sostituito gradualmente in Occidente la religione cristiana nel monopolio della fede, del miracolo? La scienza moderna nata nel ’600 (col suo celebrato metodo sperimentale baconiano che per esistere separa inesorabilmente io e natura, soggetto e oggetto di studio e che per poter studiare il vivente ha come passaggio obbligato la sua tortura e/o uccisione) a ben guardare non porta in sé il germe di quella nefanda alleanza con il potere e di quell’atteggiamento predatorio nei confronti del mondo oggi sempre più evidenti?

A cosa ci hanno portato gli incessanti progressi della tecnica? Non sarebbe tempo di prendere una posizione netta per fermare immediatamente tutte le sperimentazioni sul vivente, tutti i progetti di ingegneria genetica e di nano-biotecnologie? Di prendere una posizione netta contro la biodigitalizzazione, contro l’ibrido umano-macchina e l’avvento del cyborg (ormai realtà e non più fantascienza)? Di schierarsi a difesa del limite? La Ricerca non può essere illimitata soltanto perché proclama di voler “salvare delle vite”; e peraltro sarebbe ipocrita non tener conto che quelle stesse vite sono già state condannate dai molti (ma a quanto pare trascurabili) effetti collaterali dello Sviluppo a cui sempre si accompagna.

Credete realmente, dopo ciò che è accaduto nell’ultimo anno, che l’Università possa avere una qualche indipendenza, come  istituzione, dalle scelte governative? Come può un’istituzione essere indipendente dallo stato di cui è espressione e da cui riceve i finanziamenti? È difficile da dire, ma esiste un confine oltre il quale non si può più pensare di essere dentro e contro. Con ciò che è accaduto nelle università italiane nell’ultimo anno, quel confine è stato ampiamente superato; e bisognerebbe trarne tutte le conseguenze, come ha fatto a suo tempo Alexandre Grothendieck. (Tratto da “Sempre la stessa storia?” La Nave dei Folli 2022)


Errico Malatesta - Pluralismo anarchico e L’organizzazione

Tra gli anarchici vi sono i rivoluzionari, i quali credono che bisogna colla forza abbattere la forza che mantiene l'ordine presente per creare un ambiente in cui sia possibile la libera evoluzione degli individui e delle collettività - e vi sono gli educazionisti i quali pensano che si possa arrivare alla trasformazione sociale solamente trasformando prima gli individui per mezzo dell'educazione e della propaganda. Vi sono i partigiani della non-resistenza, o della resistenza passiva che rifuggono dalla violenza anche quando serva a respingere la violenza, e vi sono quelli che ammettono la necessità della violenza, i quali sono poi a loro volta divisi in quanto alla natura, alla portata ed ai limiti della violenza lecita. Vi sono dissensi riguardanti l'attitudine degli anarchici di fronte al movimento sindacale; dissensi sull'organizzazione, o non organizzazione, propria degli anarchici; dissensi permanenti, o occasionali, sui rapporti tra gli anarchici e gli altri partiti sovversivi. È su queste ed altre questioni del genere che bisogna cercare di intenderci; o se, come pare, l'intesa non è possibile, bisogna sapersi tollerare: lavorare insieme quando si è d'accordo, e quando no, lasciare che ognuno faccia come crede senza ostacolarsi l'un l'altro. Poiché, tutto ben considerato, nessuno può esser assolutamente sicuro di aver ragione, e nessuno ha sempre ragione. (E. Malatesta da Pensiero e Volontà - 1 aprile 1926Un'organizzazione anarchica deve essere fondata secondo me... (sulle seguenti basi).Piena autonomia, piena indipendenza, e quindi piena responsabilità, degli individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gli impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all'organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente, in modo da non inceppare il pensiero e l'iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia. Così i congressi in un'organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che ho fatto notare, sono esenti da ogni autoritarismo perché non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie o sui mezzi di azione, a far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l'azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica - e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gli interessati, e non diventando impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finché le accettano. Gli organi amministrativi che si nominano - Commissione di corrispondenza, ecc. - non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità per imporre le proprie vedute, che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppo di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell'organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne può servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che sono d'accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, o di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti. In un'organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all'attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei. Certo la durata, la permanenza di una organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d'altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitivamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell'affinità spirituale dei suoi componenti e dell'adattabilità delle sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia. (E. Malatesta da Il Risveglio, 1-15 ottobre 1927)



giovedì 19 maggio 2022

Franco Serantini – Cinquant'anni fa (3)

La città sembra in stato d'assedio. Da Roma è arrivato il primo Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Franco e gli anarchici accolgono l’invito di Lotta Continua e partecipano alla contestazione del comizio fascista. In piazza i missini urlano «Italia, Italia». Saranno circa duecento. Il deputato Niccolai parla per un’ora e mezzo. Ma non è un comizio tranquillo il suo: una cittadina, Morena Morelli, va sotto il palco, lo sbeffeggia, lo ridicolizza e poi gli dà apertamente del fascista. Risultato: viene arrestata. Franco è insieme ai suoi compagni: contestano a viva voce il comiziante, non gli danno tregua. Intonano l’Internazionale e Bandiera rossa e cercano di pararsi dalle prime cariche della polizia. Volano persino dei candelotti lacrimogeni verso le vetrate del palazzo comunale, tanto che il sindaco esce a protestare vivacemente con il questore. La polizia comincia a caricare pesantemente i manifestanti: li picchia ripetutamente e cerca di disperdere la folla, per permettere al fascista Niccolai di terminare il suo sproloquio. In pochi attimi la città si trasforma in una caccia al “comunista“: camionette della polizia si scagliano contro i manifestanti. 5.000 a 'Pisa tra PS e baschi neri per la chiusura della campagna elettorale . Alle 18,30 gli sbirri cominciano: stavolta non fanno la carica, ma attaccano immediatamente con i caroselli, portando lo scompiglio tra i compagni. Anche nell'ottobre '68 avevano tentato la provocazione, fascisti italiani e greci insieme, sulla strada che poi porterà alla strage di stato. La risposta erano state due giornate di battaglia. Anche allora Pisa si era riempita di baschi neri: quello che hanno fatto di diverso questa volta è stato di scatenare senza più freni una violenza cieca, assassina. Tutta Pisa ne parla stamattina: i caroselli di 30 jeep a corsa sfrenata, dalle quali sparavano i candelotti a non più di un metro di distanza;  iI ragazzo a cui hanno sparato in bocca, quell'altro che è in fin di vita colpito alla testa. I compagni , i proletari hanno resistito fino alle 10 di sera, sul lungarno alla chiesa della Spina, dove c'erano le barricate, hanno risposto più volte alle cariche degli assassini. Un altro punto di resistenza era via S. Martino. 30 sono i fermati, 3 gli arrestati. Tra questi una donna che è andata fin sotto il palco di Niccolai a gridare “fascista” L'hanno picchiata e portata nel carcere di Lucca . Se volevano ottenere che il PCI in nome della pace elettorale sconfessasse i compagni di base che hanno combattuto in piazza, in questo sì, hanno ottenuto piena soddisfazione. Questo manifesto il PCI l’ha attaccato sui muri di Pisa un'ora e mezza dopo gli scontri. " Pisa ieri. I protagonisti del disordine. A Pisa già il primo maggio c'è stato il preavviso, poi ieri la violenza, freddamente calcolata a tavolino da qualche stratega che dirige i fascisti calati a Pisa con le loro lugubri e vigliacche squadracce e degli avventurieri . Ancora una volta i protagonisti del disordine sono i fascisti, gruppetti pagati per recitare la parte dei rossi, gli uffici dove si organizzavano queste vergognose parate di violenza. La DC al centro oggi della trama nera della connessione con i fascisti e con i gruppetti pagati per fare le controfigure”.(Lotta Continua del 07 maggio 1972) Alcune testimonianze sui fatti accaduti a Pisa il
5 Maggio 1972. Falcucci Fabrizio, Via Buontalenti, 58 – Livorno:”Mi trovavo verso le 18 in Banchi. Ad un certo momento ho visto sparare molti candelotti lacrimogeni e allora mi sono messo a correre verso la chiesa del Carmine. Eravamo una quindicina e abbiamo chiesto rifugio al prete. Il prete ci ha chiuso la porta in faccia. Allora io e altri due ci siamo accucciati nell'angolo di un negozio... Alla terza camionetta ho visto un poliziotto ritto sul sedile posteriore che si abbassava la visiera dell'elmetto e mi prendeva di mira. Era alla distanza di 4 o 5 metri da me. Istintivamente ho voltato di scatto la testa cercando di ripararmi con le mani. II candelotto lacrimogeno mi ha colpito in bocca. Ho perso 6 denti e le labbra mi sono state maciullate”. Matteoni, Via Pietro Gori, 3 – Pisa: “Erano appena passate le 18. Mi stavo recando in via Kinzica. Arrivato all'imbocco della via mi sono visto venire incontro una persona anziana che gridava che in un portone c'era un ferito grave. Subito dopo gli sono corso dietro. Ho cercato di entrare dentro, ma non ci sono riuscito perché c'era un tale fumo, che toglieva il respiro e bruciava la faccia. Allora ho chiamato in aiuto alcuni passanti e insieme abbiamo formato con le mani una specie di cordata. Solo così sono riuscito a tastoni a sentire il corpo del ferito. L'ho agguantato per i pantaloni e l'ho trascinato fuori. Nessuno aveva il coraggio di prenderlo in braccio da tanto che faceva impressione. Aveva la faccia sfigurata e completamente rossa di sangue. A me, poco dopo, un po' per il fumo, un po' per la rabbia che mi era venuta nel vedere quello scempio, mi é preso una crisi nervosa. Dopo essermi ripreso, mi sono accorto di avere perso i soldi e sono ritornato nel portone. Lì dentro mi sono trovato di fronte ad una vecchia, credo quasi settantenne e che abita in quel palazzo. Si lamentava molto perché diceva che i poliziotti gli avevano rotto un braccio su per le scale, gli stessi che avevano quasi ammazzato quel ragazzo. Gli stessi che prima di venir via dal portone, ci avevano sparato dentro tre bombe lacrimogene. Ancora pochi minuti e quel ragazzo sarebbe certamente morto”.




THE JOKE – High Tide

Il fattore salvifico qui

È molto chiaro, una voce parlò dolcemente

Il suo crimine non è solo uno

Per destare preoccupazione o ostacolare lo scherzo


Questo scherzo appartiene a tutti

Da quando il gioco è iniziato


L'imputato chiede di dire

Che da quel giorno, cerca la sua risata

Da allora ha capito

L'eresia implicata nelle sue opere


Ridere prima del tempo stabilito

È il suo unico crimine.


Errico Malatesta - Masse e rivoluzione

È completamente erroneo che per abbattere il capitalismo bisogna aspettare che i milioni di cattolici siano diventati liberi pensatori, e che gli operai siano tutti (o in maggioranza) organizzati per la lotta di classe. Non equivochiamo. È una verità assiomatica, lapalissiana, che la rivoluzione non si può fare se non quando vi sono forze sufficienti per farla. Ma è una verità storica che le forze che determinano l'evoluzione e le rivoluzioni sociali non si calcolano coi bollettini del censimento. I cattolici resteranno numerosi come sono, e magari aumenteranno, fino a quando vi sarà una classe, potente di ricchezza e di scienza, interessata a tenere la massa nella schiavitù intellettuale per potere meglio dominarla. Gli operai non saranno mai tutti organizzati e le loro organizzazioni saranno sempre soggette a disfarsi o a degenerare fino a quando la miseria, la disoccupazione, la paura di perdere il posto, il desiderio di migliorare di condizioni alimenteranno la rivalità tra operai e daranno modo ai padroni di profittare di tutte le circostanze, di tutte le crisi per mettere gli operai in concorrenza gli uni contro gli altri. E gli elettori resteranno sempre montoni per definizione anche se qualche volta accade loro di tirar delle cornate. È cosa provata che date certe condizioni economiche, dato un certo ambiente sociale, le condizioni intellettuali e morali della massa restano sostanzialmente le stesse e, fino a quando un fatto esterno, un fatto idealmente o materialmente violento non viene a modificare quell'ambiente, la propaganda, l'educazione, l'istruzione restano impotenti e non riescono ad agire che sopra quel numero di individui che, in forza di privilegi naturali o sociali, possono vincere l'ambiente in cui sono costretti a vivere. Ma quel piccolo numero, quella minoranza cosciente e ribelle che ogni ordine sociale partorisce in conseguenza delle stesse ingiustizie a cui la massa è soggetta, agisce come fermento storico e basta, è sempre bastato, a far progredire il mondo.Ogni nuova idea, ogni nuova istituzione, ogni progresso ed ogni rivoluzione è stata sempre l'opera di minoranze. È nostra aspirazione, è nostro scopo quello di far assurgere tutti quanti gli uomini a fattori effettivi, a forze coscienti della vita sociale; ma per riuscire a questo scopo occorre dare a tutti i mezzi di vita e di sviluppo, e perciò bisogna abbattere, con la violenza poiché non si può fare altrimenti, la violenza che questi mezzi nega ai lavoratori. Naturalmente il "piccolo numero", la minoranza, deve essere sufficiente, e ci giudica male chi pensa che noi vorremmo fare un'insurrezione al giorno senza tener conto delle forze in contrasto e delle circostanze favorevoli o meno.Noi abbiamo potuto fare, abbiamo fatto realmente, in tempi ormai remoti dei minuscoli moti insurrezionali che non avevano alcuna probabilità di successo. Ma allora eravamo davvero in quattro gatti, volevamo obbligare il pubblico a discuterci ed i nostri tentativi erano semplicemente dei mezzi di propaganda. Ora non si tratta più d'insorgere per far propaganda: ora possiamo vincere, quindi vogliamo vincere, e non facciamo tentativi se non quando ci pare di poter vincere. Naturalmente possiamo ingannarci e, per ragione di temperamento, possiamo credere il frutto maturo quando ancora è acerbo; ma confessiamo la nostra preferenza per coloro che vogliono fare troppo presto contro quegli altri che vogliono sempre aspettare, che lasciano di proposito passare le migliori occasioni e, per paura di cogliere un frutto acerbo lasciano tutto marcire. Insomma noi siamo perfettamente d'accordo con "La Giustizia" quando insiste sulla necessità di fare molta propaganda e di sviluppare il più possibile le organizzazioni proletarie di lotta; ma ci stacchiamo recisamente da essa quando pretende che per agire bisogna aspettare di avere attirato a noi la maggioranza di quella massa inerte che non sarà convertita se non dai fatti, che non accetterà la rivoluzione se non dopo che la rivoluzione sarà iniziata. (E. Malatesta da Umanità Nova, 6 ottobre 1921)



giovedì 12 maggio 2022

Franco Serantini – cinquant’anni fa (2)

Pisa è una città difficile da prendere politicamente, ma Franco comincia ad avvicinarsi ai gruppi extraparlamentari. Il PCI è in difficoltà, tanto che la sezione del centro viene sciolta per una dissidenza “da sinistra“, mentre le motivazioni della Federazione provinciale parlano di esigenze amministrative. Forte è l’attività di Potere Operaio i cui leader sono Luciano Della Mea, Adriano Sofri, Gian Mario Cazzaniga e Romano Luperini. E il 1968 è l’anno proprio di Potere Operaio: gli studenti dell’università sono vicini alle posizioni estreme di Sofri e Cazzaniga, si lanciano in proteste accese che vengono represse anche con processi molto duri. L’accusa che parte verso Potere Operaio, da vari settori di sinistra, è quella di esercitare un estremismo infantile, di avventurismo, velleitarismo, di tecnica della provocazione. Un fervido dibattito interno trasformerà poi questa formazione in un’altra: “Lotta continua per il Comunismo“. Franco, mentre si succedono questi eventi, prende la licenza media, finalmente mostra amore per lo studio, anzi: per la conoscenza. Diviene esuberante: un ragazzo che avrebbe bisogno d’aiuto come lui lo porge invece agli altri. È un ragazzo come tutti, ma certamente più serio della sua età. Su un quaderno dalla copertina nera, come il colore dell’anarchia, incolla articoli di giornali, scrive pensieri propri e quando alla FGCI e alla FGSI (le federazioni giovanili del PCI e del PSI) insiste per parlare di Valpreda e della strage di Stato, si infuria perché lo mettono a tacere. Entra così a far parte del nucleo di militanti di Lotta Continua, in via Palestro. Uno dei primi giovani compagni che conosce è Sauro Ceccanti, fratello di quel Soriano ferito alla “Bussola“. Passa delle buone giornate con Sauro e gli altri: trova un lavoro presso una ditta che ha un appalto di perforazione schede. Con Lotta Continua partecipa all'esperienza del mercato rosso al Cep, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa. Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un'economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. La mattina va a scuola e al pomeriggio studia. Guadagna cinque lire a scheda perforata. È attento, preciso e non delude il principale. Si compera anche un motorino, un “Ciao” usato di colore blu e la sua passione per i libri aumenta: vorrebbe avere quasi tutti quelli che vede. Legge Salvemini, i testi anarchici del principe russo Kroptkin, di Cafiero e di Malatesta. Il suo passaggio da Lotta Continua agli anarchici è di questo periodo: vede nei militanti di LC una voglia “egemonica” e non la tollera. Anarchia, dunque. L’ultima svolta prima del tragico epilogo della sua vita. L’ambiente anarchico è l’ideale per Franco, si sente a suo agio davvero:
forse per la prima volta nella sua esistenza. Poiché non conosce molto del pensiero anarchico sviluppato da Bakunin e da Proudhon, ne legge le opere e studia anche a fondo la Rivoluzione d’Ottobre. La sede della FAI (Federazione Anarchica Italiana) è in via San Martino. Vi sono pochi giovani: Enrico, Rita e Massimo. C’è anche un anziano anarchico di ottantotto anni, si chiama Nilo. La sua presenza offre ai ragazzi anarchici un segno di sicurezza paterna. Il gruppo in cui milita Franco è intitolato al povero Pinelli. Siamo nel 1972. Con i compagni stila molti volantini che, con parole semplici, esprimono però la profonda umanità dell’anarchismo: all’oppressione dello Stato contrappongono l’autogestione sociale, inneggiando alla rivoluzione proletaria, alla lotta di tutti gli sfruttati. Arrivano i mesi di intensa attività per la campagna elettorale che si concluderà nei primi di Maggio: la Democrazia Cristiana inneggia alla difesa dell’ordine pubblico, facendo concorrenza al Movimento Sociale Italiano, mentre il Partito Comunista Italiano non mostra un atteggiamento di frontale contrapposizione alla DC. Il clima politico si incendia il Primo Maggio quando una manifestazione di Lotta Continua viene ostacolata dalle istituzioni e, quindi, proibita. Si scatena una specie di “caccia alle streghe” che porta alla perquisizione di case dove si cercano armi… e la tensione si alimenta e cresce esponenzialmente. Il 7 Maggio si vota e Pisa è coinvolta come non mai in questa tornata elettorale: giovedì 4 Maggio si svolgono comizi elettorali della DC, del PSI, de “il manifesto” con Lucio Magri, del PRI e del PCI. C’è una nenia cattiva che aleggia per la città: si temono scontri per la giornata di chiusura della campagna elettorale: in largo Ciro Menotti sono previsti due comizi. Uno dell’onorevole Meucci alle nove di sera e uno del missino Giuseppe Niccolai alle sei di sera. Lotta Continua vuole impedire che il fascista Niccolai parli a Pisa. Esce un comunicato trasformato anche in manifesto pubblico: “Il ducetto Giuseppe Niccolai, protetto dagli industriali, pagato e imbottigliato dal ‘barone nero’ Ostini, padrone dell’acqua d’Uliveto, si è piccato di parlare a Pisa. Cascasse il mondo su un fico il fascista Niccolai a Pisa non parlerà. Venerdì, ore 16 tutti in piazza Garibaldi“.


VERRÀ LA VITA E AVRÀ i tuoi occhi - Ockayovà Jarmila

Vorrei essere un sassolino nel letto di un fiume.

Un sassolino bello 

rotondo, senza spigoli, levigato dalle correnti.

E poi, da sassolino, vorrei 

mi trovasse un bimbo.

Mi stringerebbe nel pugno e mi riporrebbe in tasca 

considerandomi speciale.

Sì, mi piacerebbe essere un sassolino nelle tasche 

di un bambino che per niente al mondo mi scambierebbe con qualcos'altro


Errico Malatesta – Comunismo e individualismo

Ma per essere anarchici non basta volere l'emancipazione del proprio individuo, ma bisogna volere l'emancipazione di tutti; non basta ribellarsi all'oppressione, ma bisogna rifiutarsi di essere oppressori; bisogna comprendere i vincoli di solidarietà, naturale o voluta, che legano gli uomini tra di loro, bisogna amare i propri simili, soffrire dei mali altrui, non sentirsi felici se si sa che altri sono infelici. E questa non è questione di assetti economici: è questione di sentimenti, o, come si dice teoricamente, questione di etica. Da tali principi e tali sentimenti, comuni malgrado il diverso linguaggio, a tutti gli anarchici, si tratta di trovare ai problemi pratici della vita le soluzioni che meglio rispettano la libertà e meglio soddisfano i sentimenti di amore e di solidarietà. Quegli anarchici che si dicono comunisti (ed io mi metto tra essi) sono tali non perché vogliano imporre il loro speciale modo di vedere o credano che fuori di esso non vi sia salvezza, ma perché sono convinti, fino a prova in contrario, che più gli uomini sono affratellati e più intima è la cooperazione dei loro sforzi a favore di tutti quegli associati, più grande è il benessere e la libertà di cui ciascuno può godere. L'uomo, essi pensano, se anche è liberato dall'oppressione dell'uomo, resta sempre esposto alle forze ostili della natura, ch'egli non può vincere da solo, ma può col concorso degli altri uomini dominare e trasformare in mezzi del proprio benessere. Un uomo che volesse provvedere ai suoi bisogni materiali lavorando da solo, sarebbe lo schiavo del suo lavoro. Un contadino, per esempio, che volesse coltivare da solo il suo pezzo di terra, rinuncerebbe a tutti i vantaggi della cooperazione e si condannerebbe ad una vita miserabile: non potrebbe concedersi periodi di riposo, viaggi, studi, contatti colla vita molteplice dei vasti aggruppamenti umani... e non riuscirebbe sempre a sfamarsi. È grottesco pensare che degli anarchici, per quanto si dicano e siano comunisti, vogliano vivere come in un convento, sottoposti alla regola comune, al pasto ed al vestito uniformi, ecc.; ma sarebbe egualmente assurdo il pensare ch'essi vogliano fare quello che loro piace senza tener conto dei bisogni degli altri, del diritto di tutti ad una eguale libertà. Tutti sanno che Kropotkin, per esempio, il quale fu tra gli anarchici uno dei più appassionati ed il più eloquente propagatore della concezione comunista, fu nello stesso tempo grande apostolo dell'indipendenza individuale e voleva con passione che tutti potessero sviluppare e soddisfare liberamente i loro gusti artistici, dedicarsi alle ricerche scientifiche, unire armoniosamente il lavoro manuale a quello intellettuale per diventare uomini nel senso più elevato della parola. Di più, i comunisti (anarchici, s'intende) credono che a causa delle differenze naturali di fertilità, salubrità e posizione del suolo, sarebbe impossibile assicurare individualmente a ciascuno eguali condizioni di lavoro e realizzare, se non la solidarietà, almeno la giustizia. Ma nello stesso tempo essi si rendono conto delle immense difficoltà per praticare, prima di un lungo periodo di libera evoluzione, quel volontario comunismo universale che essi considerano quale l'ideale supremo dell'umanità emancipata ed affratellata. ed arrivano
quindi ad una conclusione che potrebbe esprimersi colla formula: quanto più comunismo è possibile per realizzare il più possibile di individualismo, vale a dire il massimo di solidarietà per godere il massimo di libertà.
D'altra parte gli individualisti (parlo, si intende, sempre degli anarchici) per reazione contro il comunismo autoritario - che è stato nella storia la prima concezione che si è presentata alla mente umana di una forma di società razionale e giusta e che ha influenzato più o meno tutte le utopie e tutti i tentativi di realizzazione - per reazione, dico, contro il comunismo autoritario che in nome dell'eguaglianza inceppa e quasi distrugge la personalità umana, hanno dato la maggiore importanza al concetto astratto di libertà e non si sono accorti o non vi hanno insistito, che la libertà concreta, la libertà reale è condizionata dalla solidarietà, dalla fratellanza e dalla cooperazione volontaria. Sarebbe nullameno ingiusto il pensare che essi vogliono privarsi dei benefizi della cooperazione e condannarsi ad un impossibile isolamento. Essi comprendono certamente che il lavoro isolato è impotente e che l'uomo, per assicurarsi una vita umana e godere materialmente di tutte le conquiste della civiltà, o deve sfruttare direttamente o indirettamente il lavoro altrui e prosperare sulla miseria dei lavoratori, o associarsi coi suoi sibili e dividere con essi i pesi e le gioie della vita. E siccome essendo anarchici non possono ammettere lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, debbono necessariamente convenire che per esser liberi e vivere da uomini bisogna accettare un grado ed una forma qualsiasi di comunismo volontario. (E. Malatesta da Pensiero e Volontà, 1 Aprile 1926)


giovedì 5 maggio 2022

Franco Serantini – cinquant’anni fa (1)

Franco Serantini è uno di quei “figli di nessuno“, cantati dagli anarchici di inizio secolo e nella lotta partigiana, che sono divenuti dopo la loro morte figli di tutte le donne che lo hanno pianto, ricordato e a cui hanno voluto bene. La sua vita è segnata come tutte dal caso, dal “fato“, ma su di lui il fato si accanisce con la forza brutale di tutti quegli apparati dello Stato che dovrebbero essere volti alla sicurezza del cittadino e che, invece, molto spesso divengono avamposto di repressione. È un giovane libero Serantini, è un giovane che conserva in se stesso un codice genetico libertario anche nel proprio nome: quando lo devono registrare allo Stato civile di Cagliari (dove nasce il 16 Luglio del 1951) è un maresciallo dei carabinieri a chiamarlo pressappoco come uno scrittore di cui stava leggendo una novella, tale romagnolo Francesco Serantini. Prende vita così il cammino di vita di Franco Serantini: abbandonato al brefotrofio, vi resta per due anni: viene infatti dato in affidamento a due coniugi siciliani: Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Il suo passare di casa in casa non è ancora finito: non ha ancora dieci anni quando è trasferito all’istituto “Buon Pastore“, nella periferia di Cagliari. Termina le scuole elementari assistito dalle suore che lo mandano poi alla scuola media “Giuseppe Manno“. Tutti dicono che sia un ragazzo chiuso in se stesso, taciturno, infelice. Ma nessuno valuta l’ambiente che circonda Serantini: un ambiente clericale, ostile alla sua mente già vivida di libertà, di spazi aperti, di forti sensazioni di amore per il prossimo, per quel popolo che ha già cominciato a conoscere nella miseria comune. Comincia infatti ora a dare segni di insofferenza: non vuole studiare, marina la scuola e si mostra ribelle con le suore. Si scontra anche con i coetanei e non dà alcun credito alle prediche dei presidi che gli ridondano nella testa, con voce da“pater familias“, cosa debbano rappresentare le suore per un trovatello come lui… Non ci sta Franco, sembra ribellarsi persino alla sua stessa sorte e, alla fine, lo farà fino all’estremo punto di non ritorno. La sua ribellione continua al punto che le suore del “Buon Pastore” si rivolgono al Tribunale per i minorenni: «Non possiamo più tenerlo» dicono al giudice. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.
L'Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all'Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L'équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70. Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. In questa sua vita tormentata, dislocata in famiglie improvvisate, istituti in cui è lui a doversi totalmente adattare al tutto, sempre, Franco sviluppa una grande solidarietà umana: i ragazzi di Pisa lo stimano perché è sempre disponibile verso tutti e verso tutto, ma è anche pieno d’orgoglio, fiero e questo non gli attira le simpatie dei superiori. Pisa è un contesto di effervescenza sociale: è una città anzitutto di tradizione mazziniana, anticlericale e tendenzialmente vicina all’anarchismo. Nel 1968 Rossana Rossanda scrive: «Pisa parte da una rielaborazione della tematica classica del movimento operaio, che infatti collocherà il movimento pisano all’interno o a cavallo di formazioni politiche esterne, dal PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) a una certa dissidenza comunista, alcuni gruppi marxisti-leninisti, i “Quaderni rossi“, ed i comunisti stessi». 


Il caso Katharina Blum - Volker Schorldorff e Margaretha von Trotta.

Katharina Blum, divorziata, vive molto ritirata e si mantiene facendo la donna di servizio in casa di una zia. Contrariamente al suo solito, la giovane donna in una serata del Carnevale di Colonia conosce Ludwig e lo ospita in casa propria senza sapere che si tratta di un disertore della Bunderswehr, ricercato e sorvegliato dalla Polizia per motivi politici e criminali. Quando i tutori dell'ordine irrompono nell'appartamento di Katharina, Ludwig è già fuggito. La signora Blum viene sospettata di complicità con un anarcoide e di attività sovversive. Nei giorni in cui viene trattenuta e in quelli successivi di libertà condizionata, Katharina diviene la facile preda di giornali scandalistici e, in modo particolarissimo, del reporter Bernard che sul quotidiano "Zeitung" diffonde notizie del tutto arbitrarie e falsate, tali da ledere altamente l'onorabilità e la reputazione dell'umile donna. Dopo che la polizia è riuscita a catturare Ludwig, Katharina, disperata, affronta Bernard e lo uccide.Tratto da un libro di successo del narratore tedesco Boll, questo film appartiene a quel filone della nuova cinematografia tedesca che intende mettere in discussione l'intero apparato statale di questo paradiso occidentale, moderno lager per nazisti travestiti da democratici. L'amicizia - e poi l'amore - che lega la cameriera Katharina con un compagno anarchico ricercato dalla solerte polizia socialdemocratica viene preso a pretesto dal mondo della stampa che a poco a poco - e non rifuggendo alcun mezzo subdolo e falso - penetra nella vita di Katharina,
la sviscera, la dissolve, la spersonalizza per metterla sui giornali e darla in pasto ai lettori, infarcendo la storia di laide bugie e falsità madornali. Efficacissima - da parte della regia - la visione della solida unione che lega il poliziotto che vuole mettersi in mostra montando un caso inesistente al personaggio del giornalista moderno, "democratico", che "si crea il servizio e se lo gestisce". Una unione basata sulla menzogna più bieca che serve a dare in pasto ai lettori una storia di violenza nella quale anche i minimi particolari di una vita privata vengono stravolti, in cui un sincero sentimento di amore viene presentato come uno sporco legame con un pericoloso mestatore politico: ma nonostante tutti i loro sforzi - e bisogna dire che sia il poliziotto che il giornalista ce la mettono tutta nel loro intento - la figura di Katharina Blum non esce infangata né tanto meno esce sminuita la figura del compagno anarchico che sfugge armato alla polizia, rubando Porsche e nascondendosi braccato come un cane. Questa opera dei coniugi Schorldorff mostra in un periodo estremamente delicato il vero volto della Germania democratica che si dice dimentica e pentita del periodo hitleriano ma che non lo dimostra di certo. L'apparato repressivo statale ne esce distrutto da piccole frasi, da minimi atteggiamenti dei vari protagonisti, da situazioni marginali che riescono nel contempo a mostrare appieno il vero volto della Germania attuale, freddo, feroce, assurdo, violento, prevaricatore, distruttore, annientatore e tutto beneficio di una ideologia che è poco definire dell'idiotismo criminale.



Errico Malatesta – parte quarta

La volontà rivoluzionaria

La posizione più qualificante che caratterizzò Malatesta rimase comunque quella della volontà rivoluzionaria. Nel pensiero malatestiano la rivoluzione anarchica non poteva che essere un progetto cosciente scaturito da una precisa volontà e posto artificialmente nel processo storico. Ammesse alcune condizioni favorevoli, il fattore determinante e decisivo dello scoppio e della riuscita della liberazione popolare, rimaneva sempre quello della volontà rivoluzionaria. Volontà di preparare la rivoluzione, volontà di fare la rivoluzione, volontà di essere rivoluzionari. Questa volontà rivoluzionaria era per Malatesta, ovviamente, la volontà di fare la rivoluzione libertaria ed egualitaria. Diversamente dagli individualisti e da altri anarchici stirneriani, la volontà malatestiana era guidata da un sentimento fondamentalmente solidaristico e societario: essa non poteva altro che essere un'espressione collettiva per il bene collettivo. A differenza di altri teorici anarchici, Malatesta sosteneva che l'opposizione tra il marxismo e l'anarchismo era dovuta appunto alla diversità tra il "determinismo" e il "volontarismo". Il "determinismo" marxista, secondo Malatesta, finiva col paralizzare le forze rivoluzionarie mettendole in un'aspettativa senza sbocchi operativi; oppure, con la scusa di favorire lo sviluppo del sistema capitalistico-borghese e portarlo più rapidamente alla sua fine, inseriva il movimento socialista nell'area legale e parlamentare. In nome del "determinismo scientificista" il marxismo consumava in realtà il tradimento e il sabotaggio. Malatesta lungi dal porsi contro la scienza, si poneva in realtà contro la sua volgare strumentalizzazione, contro cioè la pseudo scienza del marxismo. Malatesta, in polemica anche contro Kropotkin, sosteneva che la scienza era di per sé "neutrale" nel senso che essa poteva servire alla rivoluzione libertaria come a qualsiasi sistema di dominio e sfruttamento. Solo la volontà di utilizzarla in un modo o in un altro la qualificava diversamente: la scienza era sempre in subordine rispetto alla volontà rivoluzionaria. Comportava una prospettiva teorica completamente nuova, sia per il pensiero anarchico che per il pensiero socialista in genere. Malatesta infatti sviluppò nel suo pensiero soprattutto il punto di vista ideologico dell'anarchismo, nel senso che la realtà "oggettiva" acquista significato solo alla luce dei principi anarchici. In altri termini dal momento che per Malatesta non esisteva una scienza sociale "oggettiva", era evidente che l'unico modo per interpretare la realtà risultava essere quello "soggettivistico" o, nel linguaggio malatestiano, quello della volontà rivoluzionaria. La conseguenza di tale impostazione fu che per sessant'anni Malatesta si trovò ad elaborare sotto ogni punto di vista, sia teorico che pratico, il pensiero anarchico rispetto ad ogni problema di qualsiasi natura: sociale, economico, politico, religioso, filosofico ecc. L'opera teorica malatestiana viene a configurarsi, se ci è permesso usare questa espressione, quasi come un "manuale dell'anarchismo". L'analisi della realtà sociale, nella prospettiva malatestiana, è quindi un'analisi indiretta, alla rovescia: per risalire ad essa ed alla sua comprensione bisogna porsi completamente nella dimensione libertaria. Mentre la realtà storico-sociale muta, il progetto rivoluzionario rimane identico nella sua sostanza e dipende da essa solo per quel tanto che lo riguarda dal punto di vista di un aggiornamento "tecnico". In questo modo dai moti internazionalisti al tradimento del socialismo parlamentare, dalla "settimana rossa" alla occupazione delle fabbriche, dalla politica crispina all'avvento del fascismo, la storia sociale d'Italia è filtrata attraverso il prisma magistrale della comprensione chiara, semplice e materialistica del pensiero malatestiano (e così in parte la storia del movimento socialista europeo). L'attualità di questa prospettiva è stupefacente dal punto di vista metodologico: le pretese "condizioni obbiettive" favorevoli alla rivoluzione sono risultate un'invenzione dei "cattedrattici" di fronte all'esperienza storica. Non solo la costruzione del socialismo e della libertà, attraverso l'esperienza fallimentare del marxismo, è risultata possibile a diversi livelli delle forze produttive. La prospettiva volontaristica malatestiana e il progetto che l'ha sottintesa rimangono ancora un patrimonio teorico tutto da realizzare. In altri termini Malatesta ha dimostrato, con la sua lotta ultracinquantenaria, che la costruzione della libertà e dell'eguaglianza non dipende che dalla volontà rivoluzionaria di chi vuole realizzare tale progetto (soprattutto, la dimostrazione l'ha data la storia). Le masse sfruttate, infatti, sono per la loro stessa posizione obiettiva e materiale sempre potenzialmente rivoluzionarie, ma sono anche, contemporaneamente, in una condizione altrettanto obiettiva di sottomissione e di paralisi. Il compito dei rivoluzionari è dunque nel senso malatestiano trasmettere questa volontà cosciente e generalizzarla, resistendo alle prevedibili sconfitte, abituandosi a respiri lunghi, e non brevi ed affannosi. Il compito dei rivoluzionari è ancora, nel senso malatestiano, mantenere intatta, pura e integrale la prospettiva libertaria ed egualitaria, nel senso che i rivoluzionari devono essere al fianco delle masse oppresse quando queste sono all'attacco, ma non seguirle quando queste si paralizzano dopo le sconfitte. Il compito degli anarchici infine, è quello di restare tali qualsiasi cosa avvenga, qualsiasi cosa possa avvenire, qualsiasi cosa sia avvenuta. La dimensione etica dell'insegnamento malatestiano risiede nell'affermazione che la volontà rivoluzionaria, per essere anarchica, deve essere cosciente e tale deve rimanere in qualsiasi circostanza. Diceva Malatesta, nel 1922 dopo oltre cinquanta anni di lotte perdute "Anarchici noi restiamo anarchici malgrado tutto e malgrado tutti. Noi siamo stati vinti.... Ma non sarà una sconfitta, del resto prevedibile, che ci farà rinunziare alla lotta.... Non vi rinunzieremo nemmeno per cento, per mille sconfitte, poiché sappiamo che nei progressi umani è stato sempre a forza di perdere che s'è finito col vincere".