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giovedì 28 luglio 2022

Gemere Gridare Pregare

La sopravvivenza è un campo di coerenze, lo stile di vita un campo   di risonanze. li linguaggio economizzato partecipa del primo, la vivacità  poetica del secondo. L'era della creazione abolisce il lavoro. Il lavoro è la forma che  inaugura lo sfruttamento dell'uomo  da parte dell'uomo. È l'atto fondatore di una civiltà, dove il soggetto che trasforma la manna terrestre in merce diventa esso stesso un oggetto mercantile. Durante le guerre, apparse verso la fine del Neolitico, i vinti sfuggivano al massacro solo quando servivano come schiavi dei vincitori. A partire da quel tempo, la sopravvivenza è sempre stata il prezzo di una morte differita. C'è stato un tempo in cui il dinamismo commerciale  salvaguardava una parte di creatività  utile al suo processo d'innovazione. Le libertà furtive del libero scambio trasmettevano lo spirito separato e disturbavano il conservatorismo dei regimi agrari. Per quanto scarsa ed emarginata  fosse, la passione di creare rendeva attraenti dei lavori la cui utilità sociale sembrava indiscutibile. Sappiamo come le innovazioni originate dal capitalismo in fase d'industrializzazione abbiano alimentato il mito di un progressismo  prometeico. La graduale diserzione del settore produttivo a favore di quello dei consumi ha ridotto il lavoro alla necessità di un salario da dilapidare nelle oasi dei supermercati. Il lavoro socialmente utile ha ceduto poco a poco il posto a un lavoro parassitario che, come negli  ospedali, avvantaggia una gestione della redditività e rovina l'efficacia sanitaria con il pretesto di migliorarne i servizi. Il capitalismo è entrato in una fase di tagli finanziari, dove si arroga il diritto di rendere redditizia la sua morte programmando la nostra. Non abbiamo altra scelta che proteggere, difendere, ricreare la nostra vita e con essa, le risorse naturali che sono allo stesso tempo offerte e distrutte sotto i nostri occhi. Le questioni ambientali vengono affrontate solo a livello globale e statisticamente - con i risultati che conosciamo - solo perché ci disinteressiamo di affrontarli alla base, a livello locale e regionale. Eppure è nel villaggio e nei quartieri che l'inquinamento, l'avvelenamento, la distruzione dell'insegnamento, degli ospedali, dei trasporti perpetuano i loro misfatti e dove un intervento diretto è possibile. Gemere, gridare, pregare sono ugualmente ridicoli e rimarranno tali fino a quando l'audacia d'innovare non sarà riapparsa insieme con quella di vivere, finalmente.


PROFESSIONE: REPORTER – Michelangelo Antonioni

Il reporter David Locke trova morto, in un albergo africano, il trafficante d'armi Robertson che lavora per il Fronte unitario rivoluzionario di liberazione. Deluso della sua esperienza matrimoniale e della sua professione, il reporter assume l'identità di Robertson e ne percorre l'itinerario per l'Europa assistito da una giovane hippy, fino a che viene ucciso da alcuni killer che lo scambiano per Robertson stesso. Antonioni mostra e dimostra la manipolazione operata dai mass-media: dalla TV e dalla cosiddetta stampa di informazione, da tante «grandi firme» che a esse collaborano. Reporter fa riflettere su coloro i quali credono nel mestiere che fanno - e spesso fingono di credervi - all'interno di un sistema per cui lavorano, e parlano continuamente di obiettività, libertà, democrazia, indipendenza, distacco nel vedere le cose e delle cose danno la «realtà prima», superficiale, o meglio una falsa e interessata  interpretazione. Anche qui una realtà prima. Ma diverso l'«oltre», la «realtà seconda» profonda - vera - di David. A differenza di quelle grandi   firme cui si alludeva sopra, David ha ormai sfiducia nella sua professione, nel modo con cui viene esercitata e la si esercita. Precisa è l'osservazione  di  Robertson, schierato dalla parte opposta, quella del Fronte unitario rivoluzionario di liberazione: «La  verità è questa, signor Locke. Lei lavora con le parole... le immagini.., cose vaghe». Ben diversa  è la prassi: il film offre inserti  altamente drammatici e significanti di quanto il movimento clandestino sta facendo in Africa e altrove. Rompendo con il sistema David vuol vedere, comincia a vedere e non ce la fa a continuare a vedere; le circostanze glielo impediscono; i due rivoluzionari clandestini con i quali deve mantenere i contatti, vengono uccisi e agli appuntamenti non incontra nessuno, giungendo così a uno scoraggiamento che lo induce al suicidio-omicidio materialmente messo in atto dai killer. 

Oggi il compito di un autore di cinema è di confrontarsi con i problemi, di toccare tutti i punti dolenti, di cercare proprio gli aspetti più controversi  e fertili della realtà. Anch'io ho desiderato spesso di non essere quello che sono, di mutare d'identità per trovare un nuovo  rapporto con gli altri. Ritengo Professione: reporter il mio film stilisticamente  più maturo e lo considero anche un film politico in quanto la sua tematica è attuale e calzante con i drammatici rapporti dell'individuo nella società di oggi. (Michelangelo Antonioni)


ICONOCLASTA, la rivista anarchica pistoiese

La genesi dell’«Iconoclasta», la rivista anarchica pistoiese uscita dal 23 aprile 1919 al 15 febbraio 1921 e diretta nelle due serie - settimanale e rivista - da Virgilio Gozzoli, deve situarsi nell’autunno-inverno del 1913. È in quell’epoca che, insieme a Tito Eschini, l’anarchico autodidatta pistoiese dà vita a un numero unico e ad un numero di saggio: «Iconoclasta» e «Il pensiero iconoclasta individualista». In questi due numeri sono già presenti con forza le tematiche anarco-individualiste e le tendenze culturali e letterarie che, con il passare degli anni, sempre più delimitano il campo d’azione privilegiato da Gozzoli. Anche a Pistoia l’anarchismo è rappresentato dalle due correnti principali: quella individualista e quella dei cosiddetti organizzatori. La prima tendenza può contare sull’opera svolta da Libero Tancredi (Massimo Rocca) e da Paolo Orano, professore per un anno al liceo della città. Libero Tancredi pubblica proprio a Pistoia il suo L’anarchismo contro l’anarchia, con prefazione di Arturo Labriola. Tuttavia, proprio l’opera svolta da questi due personaggi, oltre a quella svolta da Ettore Bartolozzi, ex segretario della Camera del Lavoro e sindacalista rivoluzionario, porta Pistoia a cedimenti vistosi tra le fila rivoluzionarie, soprattutto in occasione della prima guerra mondiale. Gli interessi di Gozzoli, però, non si esauriscono solo nell’«affermare la sua anarchia ». L’interesse verso la cultura lo porta a contatti non episodici anche con ambienti molto distanti dal suo credo politico. In quegli stessi anni si dedica infatti alle opere in vernacolo pisano e pistoiese, a brevi commedie a carattere dialettale e ad un poema drammatico, I due macigni (Pistoia, 1911), dove sono evidenti le influenze letterarie e futuriste (Sem Benelli). L’esperienza della prima guerra mondiale, con il suo carico di drammi, porta Gozzoli ad una più compiuta maturità sia in campo letterario che politico. L’«Iconoclasta» inizia la sua avventura con un numero di saggio il 23 aprile 1919; l’editoriale è affidato a Carlo Molaschi, un collaboratore fisso in tutte le serie dell’«Iconoclasta». In questa prima serie, è evidente lo sforzo, degli anarchici e non, di spingere in avanti la lotta del movimento operaio. In tutti i numeri del settimanale, usciti durante le lotte del 1919, è evidente la ricerca di un contatto con i diversi ambienti della sinistra rivoluzionaria, pur mantenendo ognuno le proprie peculiarità. Due fatti, però, convincono Gozzoli a creare una rivista che colmi una carenza anarchica in campo culturale: l’inconcludente atteggiamento massimalista delle maggiori organizzazioni del movimento operaio e il dibattito, in seno al movimento anarchico, sulla necessità di dare vita al quotidiano «Umanità nova». La trasformazione dell’«Iconoclasta» da settimanale a rivista non è quindi dovuta ad un insuccesso commerciale visto che la
tiratura era di circa cinquemila copie. Il primo numero della nuova serie esce il 1° gennaio 1920. Non si fa più cenno al Centro studi sociali editore del settimanale, mentre l’amministrazione e la redazione  sono a casa dello stesso Gozzoli che, in questo periodo, ritiene inscindibili le due funzioni. I collaboratori principali sono: Carlo Molaschi, Cesare Zaccaria, Camillo Berneri, Pietro Bruzzi, Leda Rafanelli e Renzo Novatore. Sul frontespizio della rivista è disegnata una suggestiva allegoria, opera dello stesso Gozzoli e la scritta «Rivista anarchica aperta a chiunque». Questo obiettivo viene incessantemente perseguito da Gozzoli, ma la forte personalità dei suoi collaboratori e il loro carattere battagliero daranno vita ad una serie di polemiche che scivoleranno negli ultimi mesi della rivista, proprio all’approssimarsi dell’ondata fascista, in una serie di insulti reciproci che renderanno inevitabile il distacco di molti collaboratori. Gozzoli, poco prima della distruzione della tipografia dove si stampa la rivista ad opera dei fascisti, si trova di fronte ad una difficile decisione che, come già avvenuto 1919, non è determinata dall’insuccesso dell’«Iconoclasta», la cui tiratura rimane piuttosto alta, con una rete di sostenitori piuttosto capillare. Probabilmente il tentativo di creare una nuova rivista, «Libertas», è dovuto soprattutto all’amarezza di Gozzoli che, nonostante sia riuscito nel suo proposito di mantenere aperta la rivista a tutte le tendenze dell’anarchia, deve assistere all’esodo dei collaboratori incapaci di mantenere le loro divergenze nell’ambito della battaglia di idee. Questo nuovo progetto rimane però solo un abbozzo a causa dell’estendersi della violenza fascista. È comunque significativa la differenza tra i termini «Iconoclasta » e «Libertas» da attribuire al suo proposito di occuparsi soprattutto di questioni letterarie e culturali, anche se già in tutti i numeri dell’«Iconoclasta» è visibile il suo interesse per una letteratura popolare contrapposta agli ambienti letterari ufficiali. La nuova rivista avrebbe dovuto, tra l’altro, dedicarsi a rinnovare la grafica (molto spesso povera nelle pubblicazioni anarchiche), arricchendola con xilografie di artisti appartenenti o vicini al movimento. Ma il progetto non va in porto: Gozzoli a causa delle violenze fasciste è costretto a rifugiarsi in Francia e qui darà vita ad una nuova serie dell’«Iconoclasta» dove, in una polemica giornalistica con l’anarchico svizzero Luigi Bertoni, si definirà un «anarchico indefinibile».



giovedì 21 luglio 2022

Anarchismo e Neo-Anarchismo

La grande novità oggi è che il movimento anarchico non è più l’unico depositario, il solo detentore, di certi principi anti-gerarchici, né di certe pratiche non autoritarie, né di forme orizzontali di organizzazioni, né della capacità di intraprendere lotte con connotazioni libertarie. Tali elementi si sono disseminati al di fuori del movimento anarchico e oggi sono ripresi da collettivi che non si identificano con l’anarchismo, anzi che, a volte, esprimono chiaramente il loro rifiuto a farsi rinchiudere tra le maglie di questa identità. Se vogliamo dunque parlare dell’anarchismo contemporaneo, dobbiamo tenere accuratamente conto dell’esistenza di queste manifestazioni, perché fanno parte dell’anarchismo in atto, anche se non ne rivendicano il nome, e anche se ne sconvolgono un po’ le forme tradizionali. Dobbiamo tenerne conto perché, in definitiva, sono convinto che ciò che importa a tutti e a tutte è che le persone sviluppino pratiche di tipo anarchico, che si impegnino in lotte anti-autoritarie e che manifestino una sensibilità libertaria, più che si schierino, o meno, dietro il vessillo dell’anarchia. Ecco la ragione per cui, per indicare que-sto anarchismo che si sta un po’ diffondendo, questo anarchismo non identitario, elaborato direttamente nelle lotte contemporanee, ed esterno al movimento anarchico, ho fatto uso dell’espressione neo-anarchismo. Il neo-anarchismo è effettivamente questo, ma non soltanto, poiché quello che vi ho appena descritto rappresenta solo uno dei due elementi di tale fenomeno. L’altro elemento del neo-anarchismo è costituito da collettivi e da persone, di solito molto giovani, che, pur dichiarandosi esplicitamente anarchici, esprimono però una nuova sensibilità nei confronti di tale appartenenza identitaria. Il loro modo di far propria l’identità anarchica è contraddistinto da un’elasticità e da un’apertura che, da un lato, comporta un rapporto diverso con la tradizione anarchica e, dall’altro, con i movimenti antagonisti esterni a tale tradizione. Di fatto, i confini tra queste due realtà diventano sempre più permeabili, più porosi, la dipendenza dalla tradizione anarchica si indebolisce e, soprattutto, si avverte come tale tradizione debba essere fecondata, arricchita e dunque trasformata e riformulata, mediante inclusioni, e persino tramite ibridazione, mediante una certa mescolanza, con apporti provenienti da lotte condotte nel quadro di altre tradizioni. Non si tratta soltanto di inserire nell’anarchismo elementi di un pensiero critico elaborato fuori di esso, si tratta, soprattutto, della necessità di produrre in comune, insieme ad altri collettivi parimenti impegnati in lotte contro il dominio, con elementi che si inseriscano nella tradizione anarchica, conferendole nuovo impulso. Tale apertura del neo-anarchismo potrebbe essere esemplificata ricordando la famosa frase che dice: «Da soli non abbiamo possibilità, ma inoltre, ciò non porterebbe a niente». Ed è proprio questa sensibilità che ritroviamo nella dichiarazione del PAN, rete planetaria anarchica (Planetary Anarchist 
Network), dove, ad esempio, possiamo leggere: «Si tratta di mettere in rapporto i milioni di persone che in tutto il mondo sono concretamente anarchiche senza saperlo con il pensiero di coloro che operano in questa stessa tradizione e, al tempo stesso, arricchire la tradizione anarchica a contatto con la loro esperienza». Questa ridefinizione identitaria ha ripercussioni sull’immaginario anarchico e ciò è importante perché, come sappiamo benissimo, in generale, non è tramite la preliminare conoscenza dei testi teorici che i giovani si accostano al movimento anarchico. Non aderiscono agli scritti di Proudhon, ma a un certo tipo di immaginario. Di fatto, l’immaginario si è continuamente arricchito, facendo propri, principalmente, i grandi eventi storici delle lotte contro il dominio, mano a mano che si verificavano; in questi ultimi anni ha fatto propri, ad esempio, le barricate, oltre alle occupazioni e agli slogan del Maggio 68. Dopo il Sessantotto, una serie di fenomeni, come gli anarco-punk o ancora il proliferare degli squat, con l’estetica e lo stile di vita che hanno sviluppato, hanno continuato a rendere mobile tale immaginario. Ma sono stati certamente i grandi episodi internazionali delle lotte contro diverse forme di dominio, dal Chiapas nel 1994 fino a Genova nel 2001, passando per Seattle nel 1999, che lo hanno reso vivo agli occhi dei più giovani. È questo immaginario, un po’ diverso se paragonato a quello degli anni Sessanta che, grosso modo, si fermava alla rivoluzione spagnola, che suscita le adesioni identitarie dei giovani anarchici di oggi, ed è chiaro che i nuovi elementi che lo costituiscono ridisegnano, necessariamente, il profilo di tale identità. Riassumendo, l’identità anarchica contemporanea non è più, nel modo più assoluto, quella di un tempo, né può essere la stessa, perché l’immaginario nel quale si costituisce si alimenta anche delle lotte sviluppate dagli attuali movimenti di contestazione, le quali, a loro volta, presentano caratteristiche differenti dalle lotte di un tempo. Queste nuove forme di lotta non compaiono per caso né sono il risultato di una nuova strategia politica elaborata in qualche luogo in maniera deliberata. In realtà, sono il risultato diretto di una  ricomposizione e di un rinnovamento dei dispositivi e delle modalità del dominio che accompagnano i cambiamenti sociali di questi ultimi decenni. Le pratiche di lotta contro il dominio stanno cambiando nel momento stesso in cui cambiano le forme di dominio, e ciò è del tutto normale, perché le lotte sono sempre suscitate e definite da ciò contro cui si costituiscono. Sono le nuove forme di dominio apparse nelle nostre società a generare le resistenze attuali e a conferire loro la forma che è loro propria. 





VIAGGIANDO CON PASSO DI VOLPE di Dacia Maraini


ora Julian cammini senza scarpe

ora Julian mangi rose ghiacciate

ora Julian tutti i gatti sono scappati

dal tuo grembo, neanche una pulce

ti prende più per padre

in un salone di Cinecittà

mangiavi pasta e fagioli

su un piatto di plastica

Julian le dita sporche di lacca verde

parlavi di libertà

la bocca piena, gli occhi ridenti

quasi bianchi tanto

erano colmi d’aria

Julian che cos’era il teatro

sotto i tuoi piedi secchi

diviso in zone calde e amare

fra fiotti di una realtà immaginaria

le geometrie della tua intelligenza

la lingua incolore dell’asceta

sembrava che fossi un monaco feroce

ma ti piaceva toccare i muri

e i corpi e le macchine e la terra

Julian con la tua faccia di uccello rapace

fumavi come un vecchio turco

scivolavi nei tuoi pantaloni neri

lungo i sentieri del pensiero

e Judith che si gonfiava i capelli

come un’ala di gufo inselvatichito

cercatori d’oro tu e lei curvi gobbi

sotto le assi del palcoscenico

a furia di scavare, cosi è nata lei

come un topo fra riflettori volanti

e tu dietro con la grazia

di un saltimbanco nelle scintillanti

sere d’inverno fra pannelli di vetro

e tele d’Olanda, fra fiori di taffetà

e corone di carta, Julian

quando ci guarderai

noi saremo già lontani

e tu grande tiratore d’arco

dal tuo mondo

di silenzi squillanti ci osserverai

attraverso il binocolo rovesciato

e ci saluteremo come da una

nave lontana

alzando il braccio e uno

straccio bianco

Julian Beck, fondatore del Living Theatre insieme a Judith Malina, moriva il 14 settembre 1985 dopo una vita di rara intensità. Julian non è stato solo un artista di grandissima levatura (poeta e pittore, oltre che commediografo), è stato anche una delle sensibilità libertarie più acute e inventive della seconda metà del Novecento. 


I Viventi e la Terra

Ci hanno rimpinzato di menzogne fino a farci scoppiare. Pieni da non poterci più muovere, è giunta l'ora di digerire la passività che ci fa dire: “le cose stanno così, non possiamo farci niente!” La perdita della libertà dei semi è solo una delle ultime maglie di una catena di afflizioni che ci attanaglia da lungo tempo: la terra è di proprietà, privata della nostra azione, sottratta alle nostre cure; l'aria ormai irrespirabile e infestata di veleni, le fonti d'acqua spariscono e la poca che resta accaparrata e sperperata da processi agricoli e industriali assurdi e dannosi; un cibo impoverito, nocivo e schifoso – anche se talvolta “di qualità” – ingozza una civiltà di obesi ammalati a scapito di milioni di malnutriti; e i rapporti interpersonali e con l'ambiente circostante, invece di essere improntati al reciproco arricchimento,una sequela ininterrotta di soprusi e devastazioni. «Gli agricoltori moderni hanno bisogno di un pesticida per eliminare un insetto divenuto sterminatore perché le piante avventizie, grazie alle quali l'insetto si nutriva e poteva vivere, sono state eliminate dagli erbicidi, i quali sono stati introdotti per sopprimere la sarchiatura meccanica, la quale non è più possibile a causa dell'aumento della densità delle piantagioni, le quali sono state accresciute perché le piante sono state selezionate per la loro produttività ad alta densità, la quale permette di avere il massimo beneficio dall'uso massiccio dei fertilizzanti a basso prezzo, i quali rendono le piante ancora più appetitose per gli insetti sterminatori, e così di seguito. Ad ogni passo la ricerca interviene, alleviando l'agricoltore dalla contraddizione immediata del sistema di produzione che lo incatena, e naturalmente ogni soluzione provvisoria apre nuovi mercati per le sementi, i fertilizzanti, le macchine, i diserbanti, i pesticidi...» (J.-P. Berlan)


giovedì 14 luglio 2022

Marinus van der Lubbe: il Reichstag brucia

Berlino, 27 febbraio 1933, il Reichstag brucia nella notte illuminando la città. Nelle nere volute di fumo i berlinesi vedono proiettarsi cupi presagi: la caduta della moribonda repubblica di Weimar o, come i nazionalsocialisti e le classi borghesi, il segnale per la rivoluzione armata comunista tanto temuta. In realtà non si produce nulla di questo: i nazisti controllano di fatto già l’apparato statale e i gangli vitali della società e, pur sapendone in seguito sfruttare le opportunità che quest’attentato porge loro, non pare abbiano un interesse diretto ad organizzare un colpo così eclatante. D’altro canto tale atto incendiario non è lo squillo della rivoluzione semmai è la campana a morto per il partito comunista tedesco (KPD) incapace di rispondere colpo su colpo alla violenza delle squadre d’assalto naziste malgrado la sua ferrea organizzazione. L’autore del gesto viene quasi subito arrestato, è l’olandese Marinus van der Lubbe, nato a Leyda nel 1909. Già a quattordici anni inizia la sua militanza comunista, malgrado sia un invalido del lavoro dal 1927, il suo attivismo non conosce sosta: membro della Lega della gioventù comunista della sua città partecipa con articoli e comizi agli scioperi che agitano i Paesi Bassi sino alla rottura con il partito nel 1929 ed il suo avvicinarsi a posizioni comuniste consiliariste. Nel 1932 viene incarcerato per qualche mese per aver infranto le vetrine di un Ufficio di aiuto per i disoccupati e proprio in quell’anno redige “Werkloozenkrant” un periodico rivolto ai senza lavoro ove si incita all’autorganizzazione ed all’autonomia. Agli inizi del 1933 van der Lubbe intraprende il suo tragico viaggio senza ritorno per recarsi nella vicina Germania dilaniata dall’avanzata nazionalsocialista, per dare il suo contributo attivo contro quello che definisce il “fascismo mortifero”. Ma la realtà disillude subitamente van der Lubbe: l’elefantiaca organizzazione socialdemocratica è allo sbando ed il partito comunista è incapace di qualsiasi azione, stretto tra le direttive di Mosca e la paranoia dell’unità dell’organizzazione che fa vedere complotti ed avventurismi in ogni tentativo di reazione. Così il giovane olandese organizza un’azione individuale dimostrativa – assolutamente improbabile – tesa ad incendiare
il Parlamento con qualche straccio e della “diavolina” per camini. Il 10 gennaio 1934 viene decapitato nella prigione di Leipzig. 
Intorno all’autore di questo gesto solitario si sono scatenate le peggiori campagne propagandistiche dei nazisti e degli stalinisti. Per Hitler il gioco è facile: un comunista incendia il Reichstag, chi è il mandante? Con la consueta capacità di imbastire teoremi a posteriori, il nascente totalitarismo passa da un primo momento nel quale crede veramente che questa azione sia da ascriversi ad un tentativo organizzato insurrezionale ad una cinica volontà di attribuire al KPD la responsabilità del gesto, ottenendo mano libera nello smantellare le residue organizzazioni del partito e contemporaneamente dimostrando all’opinione pubblica quali sono le reali intenzioni dei comunisti. Altro discorso invece bisogna farlo per la manipolazione propagandistica comunista che è riuscita a resistere sino ad oggi. Marinus van der Lubbe diventa il nemico giurato di ogni buon comunista. Contro di lui si scatena una campagna senza precedenti. Questo accade perché lecitamente bisogna allontanare ogni sospetto dal partito, ma anche e soprattutto perché questo giovane olandese è un deviazionista che ha compiuto un gesto individualista. Contemporaneamente egli mette in discussione due dogmi: la fedeltà al partito, ossia a Stalin, e la disciplina del partito, dando in questo modo un cattivo esempio che potrebbe essere seguito da altri militanti esasperati dall’attendismo del KPD.


FRANKIE TEARDROP - Suicide

Frankie lacrimevole

Frankie ventenne

È sposato ed ha un bambino

Ed ha un lavoro in una fabbrica


Lavora dalle sette alle cinque

Lo fa per sopravvivere

Beh, bravo Frankie

Frankie Frankie


Ma Frankie non ce la fa

perché la situazione sta facendosi troppo dura

Frankie non riesce a fare abbastanza soldi

Non riesce a comprare abbastanza cibo


E Frankie sta per essere sfrattato

Oh, bravo Frankie

Oh, Frankie, Frankie

Oh, Frankie, Frankie


Frankie è così disperato

Sta per uccidere sua moglie e i suoi figli.

Frankie sta per uccidere suo figlio

Frankie ha impugnato una pistola


L'ha puntata verso al bambino di sei mesi nella culla

Oh Frankie

(urla)


Frankie sta guardando sua moglie

Le ha sparato

(urla)


"Oh cosa ho fatto?"

Bravo Frankie


Frankie lacrimevole

Frankie si è puntato la pistola alla testa

(urla)

Frankie è morto

(urla)


Frankie giace all'inferno

(urla)


Siamo tutti Frankie

Giacciamo tutti all'inferno

(urla)


L’uomo come essere astratto

A differenza dell’animale che conosce d’istinto il mondo materiale che gli appartiene e che gli è necessario – così l’uccello migratore conosce il Sud, e la vespa conosce la sua preda – l’uomo non prevede il proprio mondo. Ne possiede solo un a priori formale. L’uomo non è fatto per nessun mondo materiale, non può anticiparlo nella sua determinazione, deve piuttosto imparare a conoscerlo “après coup”, a posteriori, ha bisogno dell’esperienza. La sua relazione con una determinazione fattuale del mondo è relativamente fragile, egli si trova nell’attesa del possibile e del qualunque. Nessun mondo gli è effettivamente imposto (come, viceversa, a qualsiasi animale è imposto un ambiente specifico), al contrario, egli trasforma il mondo e, con mille varianti storiche e come una sorta di sovrastruttura, vi edifica ora un “secondo mondo”, ora un altro. Infatti, per offrirne una definizione paradossale, l’artificialità è la natura dell’uomo e la sua essenza è l’instabilità. Le costruzioni pratiche dell’uomo, così come le sue facoltà teoriche di rappresentazione, testimoniano della sua astrazione. Non solo deve, ma può anche fare astrazione dal fatto che il mondo è così com’è: poiché lui stesso è un essere “astratto”: non è solo parte del mondo (è di questo aspetto che si occupa il materialismo), ma è anche “escluso” da esso, “non di questo mondo”. L’astrazione – vale a dire, la libertà di fronte al mondo, il fatto di essere tagliato per la generalità e l’indeterminato, il ritiro dal mondo, la pratica e la trasformazione di questo mondo – è la categoria antropologica fondamentale, che rivela la condizione metafisica dell’uomo e, insieme, il suo ?????, (parola , discorso) la sua produttività, la sua interiorità, il suo libero arbitrio, la sua storicità.


giovedì 7 luglio 2022

Una comunità di lotta

Il cittadinismo è l’ideologia che meglio si adatta alle conurbazioni, dato che non ha realmente bisogno di uno spazio pubblico per riprodursi, ma di qualcosa che gli assomigli, una sorta di spazio formale e simbolico in cui rappresentare un dibattito apparente. Affinché possa aver luogo un dibattito reale deve esistere un pubblico reale, una comunità di lotta; ma una comunità di questo tipo – un soggetto collettivo – è tutto il contrario di un’assemblea cittadinista, aggregazione volatile di individualità mutilate che imita i gesti della discussione diretta senza per questo andare a finire nella direzione richiesta, dato che evita accuratamente il rischio sfuggendo il combattimento. Le sue battaglie non sono che semplice chiasso e il suo eroismo nient’altro che una posa. Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.


LA MORTE NON È NIENTE- Henry Scott Holland

La morte non è niente. 

Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. 

Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. 

Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.

La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. 

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? 

Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. 

Rassicurati, va tutto bene. 

Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.




AVVENIRE - Jacques Camatte

Avvenire è pervenire ad un modo di vita in cui il godimento è possibile, effettivo, grazie a una messa in continuità con tutto il processo di vita, con il cosmo. Diamo un rapido sguardo a ciò che questo implica. La manifestazione di ogni uomo, di ogni donna, si opera a partire da un’affermazione che è, in definitiva, un porsi in seno all’eternità. La scomparsa di ogni lotta contro, ridimensiona il campo della negazione così come quello dell’interrogazione. La scomparsa della minaccia fa sì che si possa accogliere l’imprevisto senza essere rimessi in causa e quindi di stare nell’apertura a ciò che avviene. La meraviglia può essere considerata come la facoltà di percepire l’imprevisto, l’originale, il non ancora avvenuto. Presso gli esseri ontosizzati lo stupore, e perfino lo spavento, le sono spesso legati; è perché genera quasi inevitabilmente l’interrogazione, supporto di sofferenza. Avvenire significa in questo campo godere di ciò che avviene di imprevisto, di spontaneo, perché ciò riempie l’individualità di un contenuto che le conferisce grande pienezza. I genitori accettano la spontaneità dei loro figli, la loro immediatezza e la loro unicità, ciò che rafforza, negli uni e negli altri, la capacità di aprirsi all’imprevisto. La repressione, che fu una grande fonte di interrogativi, è scomparsa. L’accettazione della spontaneità implica la capacità di percepire l’evidenza, quindi l’attitudine a vivere la certezza, e non essere più mistificati dai misteri. Uomini e donne partecipano al cosmo. Essi non si posizionano più in un affrontarsi che sfocia nella dinamica della dominazione e della dipendenza, e nell’esacerbazione di una teorizzazione in funzione di un soggetto e di un oggetto. Se vi è partecipazione, non si pone più dualità, separabilità, località; ci si trova sul modo dell’ascolto e dell’apertura, con l’attitudine sempre rinnovata di comprendere ciò che avviene. Il modo di manifestarsi non è più dominato dall’adattamento che implica la reazione, ma da un agire che ha la dimensione della creazione. In virtù dell’apertura, il processo di conoscenza si caratterizza per un pensiero irradiante, essudato di tutta l’individualità-gemeinwesen, che è atta a percepire sia l’immediato dell’avvenuto (imprevisto) sia ciò che è accessibile solo in seguito ad un intenso processo riflessivo. Essa permette di essere presenti a tutti i livelli del reale e di sormontare ostacoli e difficoltà. La messa in continuità induce la possibilità di amare affermando il suo potere, la sua potenza di vita, fonte di gioia, di godimento e di pienezza. Vivere è muoversi nell’essere-avere godimento e pienezza.