Translate

Visualizzazione post con etichetta Ivan Illich. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ivan Illich. Mostra tutti i post

giovedì 26 settembre 2024

IL DOLORE

La sensazione del dolore è determinata da messaggi che giungono al cervello. L'esperienza che ne deriva è legata al corredo genetico e da alcuni fattori funzionali, oltre che dalla natura e intensità dello stimolo: cultura, ansia, attenzione, interpretazione. Tutti questi fattori sono modellati da determinanti sociali: ideologia, struttura economica, carattere della società. Sono quindi il risultato di questo addestramento e delle convinzioni conseguenti che determinano il grado di dolore sopportabile. Sono spesso rimedi superstiziosi che inducono un sollievo magicamente maggiore che nella religione colta. Di fronte alla medicalizzazione tutte le determinanti sociali vengono distorte. Per la cultura il dolore è un disvalore, mentre per la medicina è una reazione organica, sistemica, che si può misurare, regolare e controllare. C'è una obiettivazione per cui il dolore diventa oggetto di controllo. Naturalmente sono i medici a decidere quali sono i dolori autentici, quali immaginati e quali simulati. L'elaborazione del dolore è un fattore culturale, ma l'esperienza in sé è assolutamente personale. La compassione che proviamo per chi sta male è determinata proprio dal fatto che siamo consapevoli che il suo dolore riguarda specificatamente solo lui, gli altri possono solo immaginarlo. Se un medico obbiettiva il dolore reificandolo, il senso che abbiamo indicato viene meno. Viene meno proprio l'unicità di chi esperisce tale condizione dolorosa. I medici d'altronde hanno studiato come manipolare il dolore unico che ciascuno prova in modo esterno e standardizzato; si interessano ad una indagine sistemica, cioè organica, che è l'unico modo oggettuale aperto alla verifica operativa. Così il risvolto personale sfugge a questa indagine operativa. Il controllo sperimentale ignora l'aspetto unico che costituisce il paziente reale che ha davanti a sé. Di solito le proprietà analgesiche di un prodotto sono sperimentate sugli animali, pensate un poco voi come, poi se ne verifica la validità sulle persone. A volte anche queste ultime sono usate come cavie da laboratorio.  

In laboratorio le persone sono come i topi, fuori no. Il limite estremo di questa esperienza è costituita dalle persone lobotomizzate, queste sentono il dolore solo come disagio perché hanno perso la capacità di soffrirne. Il risultato è che l'ipertrofia dell'intervento tecnico ha sostituito tutte le altre dimensioni culturali che contribuivano ad arginare l'esperienza del dolore: parole, droghe, miti e modelli. Le parole da dire, le sostanze da prendere, le narrazioni da ricordare e gli esempi da seguire sono drasticamente sostituiti dal nuovo mito, dalla nuova narrazione, dalle nuove sostanze, tutte rigorosamente determinate dal monopolio medico. Questa concezione, secondo Illich, ha un prerequisito filosofico che ha cambiato la mentalità dell'uomo moderno. Data da Cartesio questa nuova percezione e si basa sulla divisione tra res cogitans e res extensa (con res cogitans si intende la realtà psichica a cui Cartesio attribuisce le seguenti qualità: inestensione, libertà e consapevolezza. La res extensa rappresenta invece la realtà fisica, che è estesa, limitata e inconsapevole).

Situa da allora il momento in cui il dolore inizia a perdere la sua dimensione personale diventando il segnale di qualcosa che non funziona. E' così che il corpo difende la sua integrità meccanica. 


giovedì 16 gennaio 2020

Medicalizzazione

L'influenza sempre più pervasiva della medicina si è tradotta in un processo ancora più subdolo e insidioso di quanto non fosse avvenuto per la religione o per la legge. Recentemente la medicina ha dispiegato appieno le proprie potenzialità e si può parlare di un vero e proprio processo di medicalizzazione: il fenomeno in virtù del quale la  professione medica rivendica la propria esclusiva competenza su ciò che viene definito malattia e su qualsiasi fattore causale da cui questo può dipendere, a prescindere dalla propria capacità di affrontarlo in modo efficace.
Questo processo di espansione delle competenze della medicina, rispetto agli ipotetici fattori causali della malattia, può assumere diverse forme concrete: ad esempio nel campo della prevenzione l'intrusione nella vita del paziente si fa sempre più accentuata giacché l'idea stessa della prevenzione primaria richiede di intervenire prima che inizi la malattia, il medico deve mettersi attivamente in gioco per  convincere i potenziali pazienti che si deve fare qualcosa: i risultati conseguiti recentemente nel campo della genetica avallano ulteriormente questa prospettiva.
Il più radicale processo di medicalizzazione della società in cui sono maggiori le ripercussioni sociali della medicina è appunto quello della genetica. In questo ambito è facile prevedere che qualsiasi società che si trova ad affrontare una tasso di natalità in declino non potrà che preoccuparsi maggiormente della qualità delle vite che verranno essere prodotte e benché l'intero processo inizi inevitabilmente da un atto di esclusione per cui scegliamo di non avere dei figli con certi difetti genetici, il passaggio successivo sarà la selezione di certe caratteristiche ritenute degne di essere privilegiate e la protezione dell'individuo e della società rispetto a determinate caratteristiche considerate negative.
Vale la pena di riflettere su questo aspetto: il processo di etichettamento di un problema sociale in termini di malattia determina un drastico squilibrio di potere. Se si accetta che un determinato comportamento equivale ad una malattia, e che una malattia è uno stato di per sé indesiderabile, la questione non è più se affrontare il problema, ma come e quando affrontarlo.
Il dibattito sui temi del come l'omosessualità, la droga, l'aborto, i bambini iperattivi, i comportamenti antisociali finiscono così per concentrarsi sul grado di malattia insito nel fenomeno in questione o chi ne è portatore o per dirla diversamente sull'entità del rischio per la salute che ne deriva per la società.
Viene del tutto estromesso in tal modo la questione di principio di innegabile valenza morale: di quale libertà dovrebbe disporre un individuo rispetto al proprio corpo? E che cos'è che andrebbe curato aldilà dell'individuo in questione?
La pratica sanitaria è il nuovo campo di battaglia non perché presenti minacce o pressioni visibili, ma perché questi ultimi sono quasi nemici invisibili, non perché gli orientamenti gli strumenti della medicina e le persone siano di per sé malvagi, ma proprio perché non lo sono. E questo è ancora più terrificante. La banalità del male...
Nel caso che ci interessa il pericolo è ancora più grande poiché non solo questi processi si mascherano di una veste tecnica, scientifica, obiettiva, ma pretendono anche di servire al nostro bene.

giovedì 30 maggio 2019

La povertà modernizzata

La povertà modernizzata non consiste nella iniqua distribuzione della ricchezza, ma nella frustrazione prodotta da quelle istituzioni che create per migliorare la condizione umana, finiscono invece con il peggiorarla, privando l’uomo di quelle capacità di far fronte autonomamente alle difficoltà e alle necessità che gli si presentano nel corso della sua vita. Questo tipo di povertà si manifesta quando l’intensità della dipendenza dal mercato arriva a una certa soglia.
Essa non fa altro che privare le sue vittime della libertà di vivere in maniera autonoma e creativa riducendole a sopravvivere solo perché, e solo se, inserite in relazioni di mercato.
La controproduttività è cosa diversa dalle esternalità negative e indesiderabili. Sono esternalità indesiderabili i danni degli incidenti automobilistici, la degradazione ambientale, il carico fiscale di scuole e ospedali, superiore a quanto la maggior parte delle economie riesce a tollerare, le “città fantasma” che nascono in funzione delle strade e impoveriscono il paesaggio rurale e urbano, la distruzione di arti antiche e mestieri, la produzione e l’accumulo di rifiuti tossici, la creazione di costosi cimiteri per i rifiuti industriali. Le esternalità rappresentano costi che sono “al di fuori” del prezzo pagato dal consumatore per ciò che acquista ma che ricadranno a un certo punto su di lui, sugli altri o sulle generazioni future.
La controproduttività invece è un tipo di delusione, “interno” all’uso stesso della merce acquistata ed è componente inevitabile di tutte le istituzioni moderne. Ogni settore importante dell’economia produce le proprie contraddizioni. Ogni opera ha necessariamente degli effetti contrari a quelli per cui è stata strutturata.
Gli economisti sono incapaci di quantificare le conseguenze interne negative e di misurare la frustrazione intrinseca dei clienti prigionieri di un dato prodotto.

giovedì 10 gennaio 2019

Il crescente ricorso alla malattia

La tesi di fondo è che il crescente ricorso alla malattia quale chiave di lettura dei problemi sociali non rappresenti affatto un passaggio da una visione orientata in senso morale ad una più neutra, ma - semmai - un passaggio ad una strategia alternativa. E' una transizione che riguarda prima di tutto coloro  che si fanno attivi promotori del cambiamento (in veste di psichiatri o di specialisti della medicina), e che è legata al livello in cui si verifica il cambiamento stesso (la psiche e il corpo dell'individuo). Il problema in oggetto, e la persona che dovrebbe andare incontro al cambiamento, rimandano inevitabilmente a questioni morali, con buona pace della retorica della medicina,
Se anche questa retorica ci vuole far credere che la responsabilità è tutta dell'individuo (piuttosto che della società), e che quindi il cambiamento dovrebbe investire l'individuo (e non la società), la questione non cambia. Dopo tutto, si tratta pur sempre di un imperativo morale: l'idea è che, se il problema può essere trattato per via medica, e la persona può essere trasformata di conseguenza, allora sia doveroso procedere in tale senso.
Etichette come "salute" e "malattia", per altro, non hanno soltanto un effetto depoliticizzante. A questo se ne aggiunge anche uno escludente. Non è un caso che il movimento femminile si sia dato l'obbiettivo di influire di più sullo sviluppo dei servizi sanitari. Le donne non si limitano a criticare il potere a cui si sono arrese, ma denunciano l'utilizzano delle differenze biologiche - e di quelle, vere o presunte, di salute - per escluderle da molti aspetti della vita sociale.

giovedì 7 luglio 2016

La nuova alienazione

La scuola non è soltanto la nuova religione universale. È anche il mercato del lavoro in più rapida espansione che ci sia oggi nel mondo. La fabbricazione di consumatori è diventata il principale settore in sviluppo dell’economia. Nelle nazioni ricche, man mano che diminuiscono i costi di produzione, si assiste a una crescente concentrazione sia del capitale che del lavoro nella gigantesca impresa di preparare l'uomo a un consumo disciplinato. Nell'ultimo decennio gli investimenti di capitale in rapporto diretto con il sistema scolastico sono aumentati ancor più rapidamente delle spese per la difesa. La scuola offre occasioni illimitate di sprechi legittimi, fin quando non ci si renderà conto della sua distruttività e continuerà ad aumentare il costo dei palliativi. Se aggiungiamo agli insegnanti a tempo pieno i frequentatori a tempo pieno, ci accorgiamo che questa cosiddetta sovrastruttura è diventata il maggior datore di lavoro della nostra società.
È un fatto che viene spesso dimenticato dagli studiosi neomarxisti, i quali dicono che il processo di descolarizzazione dovrebbe essere rinviato o accantonato fin quando una rivoluzione economica e politica non avrà posto rimedio ad altre disfunzioni, ritenute tradizionalmente più fondamentali. Ma solo considerando la scuola un'industria si può programmare una strategia rivoluzionaria realistica. Per Marx il costo di produzione della richiesta di merci aveva un'importanza trascurabile. Oggi la maggior parte della manodopera umana è impegnata nel produrre richieste che possano essere soddisfatte da un'industria a forte intensità di capitale. La massima parte di questo lavoro viene fatto nella scuola.
Nello schema tradizionale, l'alienazione era una conseguenza diretta della trasformazione dell'attività lavorativa in lavoro salariato, che toglieva all'uomo la possibilità di creare e di essere ricreato. Oggi invece i giovani vengono alienati in partenza dalle scuole che li isolano mentre pretendono di essere sia produttrici che consumatrici della propria conoscenza, la quale è concepita come una merce messa sul mercato nella scuola. La scuola fa dell'alienazione una preparazione alla vita, togliendo così realtà all'istruzione e creatività al lavoro. Con l'insegnare la necessità di assoggettarsi all'insegnamento, prepara all'istituzionalizzazione alienante della vita. Una volta imparata questa lezione, le persone perdono l'incentivo a svilupparsi in modo indipendente, non trovano più niente che le attragga nello stato di reciproca relazione e si chiudono alle sorprese che la vita offre quando non è predeterminata dalIa delimitazione istituzionale. E la scuola, direttamente o indirettamente, impiega una percentuale importante  della popolazione. O tiene con se una persona per tutta la vita o fa in modo che essa si inserisca saldamente in qualche altra istituzione. La nuova chiesa universale è l'industria del sapere, che per un numero crescente di anni fornisce all’individuo sia l'oppio sia il banco di lavoro. Per questo la descolarizzazione è la premessa indispensabile di qualunque movimento per la liberazione dell'uomo.

giovedì 21 aprile 2016

Era delle Professioni disabilitanti

L'Era delle Professioni disabilitanti: un'epoca nella quale le persone avevano dei problemi, gli esperti possedevano delle soluzioni, e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le abilità e i bisogni
L'accettazione acritica da parte della gente dell'onniscienza e dell'onnipotenza dei professionisti può sfociare in dottrine politiche autoritarie (con possibili nuove forme di fascismo) o in un ulteriore esplosione di follie neoprometeiche ma essenzialmente effimere. Per capire bene e scegliere in modo consapevole dobbiamo esaminare il ruolo specifico delle professioni per determinare chi ha ricevuto che cosa, da chi e perchè, in questa nostra epoca.
L'Era delle Professioni sarà ricordata come l'epoca nella quale dei politici un pò rimbambiti, in nome degli elettori, guidati da professori, affidavano ai tecnocrati il potere di legiferare sui bisogni; rinunciavano di fatto al potere di decidere in merito alle esigenze della gente diventando succubi delle oligarchie monopolistiche che imponevano gli strumenti con i quali tale esigenze dovevano essere soddisfatte. Sarà ricordata come l'Era della Scolarizzazione, in cui alle persone per un terzo della loro vita venivano imposti i bisogni di apprendimento ed erano addestrate ad accumulare ulteriori bisogni, cosicchè, per gli altri due terzi della loro vita, divenivano clienti di prestigiosi pusher che forgiavano le loro abitudini. Sarà ricordata come l'era nella quale dedicarsi a viaggi ricreativi significava andare in giro intruppati a guardare la gente con aria imbambolata. L'epoca in cui le opinioni delle persone erano una replica dell'ultimo talk-show televisivo serale e alle elezioni il loro voto serviva a premiare imbonitori e venditori perchè potessero fare meglio i comodi propri.

giovedì 3 marzo 2016

I professionisti definiscono i bisogni

In un economia dominata dai servizi, in cui la maggior parte della popolazione trae sostentamento da servizi professionali e il PIL si misura in funzione dei servizi prodotti, ogni Paese ha bisogno di una offerta sempre più ampia di manchevolezze individuali. E' una società che ha lo scopo di soddisfare dei bisogni, definiti in termini di manchevolezze personali, altro non è che un'economia che ha bisogno di sempre nuovi bisogni. Per ironia della sorte, la produzione della ricchezza - nella nostra società - dipende dalla capacità di ciascuno di scoprire le manchevolezze altrui. Ne deriva, sotto il profilo politico, una collettività di persone incapaci di percepire i problemi che hanno davanti, e tantomeno di risolverli.
L'effetto disabilitante, provocato dal modo in cui i professionisti definiscono i bisogni, sta nella attribuzione di ogni cosiddetta manchevolezza all'utente in quanto tale: come se si trattasse di una sua proprietà personale. In astratto, quasi tutti i professionisti tenderebbero a guardare i problemi individuali all'interno di un determinato contesto sociale, economico e politico. In concreto, il loro modello di intervento riparativo tende a isolare ogni individuo da quel contesto. Per effetto di questa individualizzazione, l'operatore professionista non riesce più a comprendere nemmeno le caratteristiche del contesto. Poichè gli strumenti e le tecniche di intervento di cui dispone si indirizzano soltanto alle singole interazioni sociali, l'interpretazione dei problemi sociali non può che assumere - a sua volta - un taglio individualizzato. E' lo strumento con cui si lavora a definire il problema, più di quanto non sia il problema a definire lo strumento di cui ci sarebbe bisogno.

giovedì 11 febbraio 2016

Programma occulto della scuola

Tutti i bambini di una certa età si riuniscano in gruppi di una trentina, sottoposti all’autorità di un insegnante ufficialmente abilitato, per 500, 1.000 o piú ore l’anno. Che il programma esplicito sia rivolto a inculcare i principi del fascismo, del liberalismo, del cattolicesimo, del socialismo o della liberazione non ha importanza, purché all’istituzione sia riconosciuto il potere di stabilire quali attività siano da considerare istruzione legittima. Non importa che scopo della scuola sia quello di produrre cittadini sovietici oppure statunitensi, dei meccanici oppure dei medici, purché non si possa essere a pieno titolo cittadino o medico senza aver preso un diploma. Non fa differenza dove avvengano le riunioni – in un’autofficina, in un’assemblea legislativa o in un ospedale – purché valga il principio della frequenza. La cosa essenziale nel programma occulto è che gli studenti imparino che l’istruzione ha valore se acquisita a scuola attraverso un processo di consumo graduato; che la misura del successo che l’individuo avrà nel mondo dipende dalla quantità di sapere che avrà acquistato; e che imparare cose sul mondo è piú importante che impararle dal mondo.
La scuola libera ideale cerca invece di fornire istruzione e, contemporaneamente, di impedire che essa serva a istituire o legittimare una struttura classista, che divenga argomento per commisurare l’allievo a qualche parametro astratto, e che lo reprima, lo controlli, lo ridimensioni.
La descolarizzazione della società non è altro che una mutazione culturale, mediante la quale un popolo ricupera l’uso effettivo delle proprie libertà costituzionali: è la libertà di apprendere e di insegnare esercitata da uomini che sanno di essere nati liberi, non che vengono educati alla libertà.

giovedì 15 ottobre 2015

Noi siamo per la descolarizzazione

Abbiamo cercato per generazioni di migliorare il mondo fornendo una quantità sempre maggiore di scolarizzazione, ma sinora lo sforzo non è andato a buon fine. Abbiamo invece scoperto che obbligare tutti i bambini ad arrampicarsi per una scala scolastica senza fine non serve a promuovere l’uguaglianza, ma favorisce fatalmente colui che parte per primo, in migliori condizioni di salute o piú preparato, che l’istruzione forzosa spegne nella maggioranza delle persone la voglia di imparare per proprio conto, e che il sapere trattato come merce, elargito in confezioni e considerato come proprietà privata, una volta acquisito, non può che essere sempre scarso. Ci si è improvvisamente resi conto che l’istruzione pubblica attuata mediante la scolarizzazione obbligatoria ha perso ogni legittimità sociale, pedagogica ed economica.
L’abolizione dell’istituzione scolastica quindi è divenuta inevitabile. Alla fine dell’era della scolarizzazione potrebbe seguire l'era di una scuola globale che solo per il nome si differenzierebbe da un manicomio globale o da un carcere globale e, dove istruzione, correzione e adattamento diverrebbero sinonimi. Lo sfacelo della scuola ci deve far guardare al di là della sua fine imminente, per valutare quelle che sono le alternative fondamentali. Se noi mettiamo i bambini di una certa età in gruppi di una trentina, sottoposti all’autorità di un insegnante ufficialmente abilitato, per 500, 1.000 o piú ore l’anno, dove il programma esplicito sia rivolto a inculcare i principi del fascismo, del liberalismo, del cattolicesimo, del socialismo o della liberazione, purché all’istituzione sia riconosciuto il potere di stabilire quali attività siano da considerare istruzione legittima. Non importa che lo scopo della scuola sia quello di produrre dei meccanici oppure dei medici, purché non si possa essere a pieno titolo cittadino o medico senza aver preso un diploma. Non fa differenza dove avvengano le riunioni – in un’autofficina, in un’assemblea legislativa o in un ospedale – purché valga il principio della frequenza. La cosa essenziale nel programma globale è che gli studenti imparino che l’istruzione ha valore se acquisita a scuola attraverso un processo di consumo graduato; che la misura del successo che l’individuo avrà nel mondo dipende dalla quantità di sapere che avrà acquistato; e che imparare cose sul mondo è piú importante che impararle dal mondo.
Noi siamo per la descolarizzazione della società che altro non è che una mutazione culturale, mediante la quale un popolo ricupera l’uso effettivo delle proprie libertà: la libertà di apprendere e di insegnare esercitata da uomini che sanno di essere nati liberi, non che vengono educati alla libertà…

giovedì 9 aprile 2015

Il lavoro salariato come forma di produzione dominante

Abbiamo visto che dovunque il lavoro salariato cresce, la sua ombra, la servitù industriale, si espande. Il lavoro salariato come forma di produzione dominante e il lavoro domestico come modello ideale del suo complemento ombra non retribuito sono entrambe forme di attività senza precedenti nella storia o nella antropologia. Tali attività si sviluppano solo dove il potere dello Stato assoluto prima e quello dello Stato industriale poi hanno distrutto le condizioni sociali necessarie alla sussistenza. Esse si diffondono man mano che le comunità vernacolari, piccole e diversificate, vengono rese sociologicamente e legamente impossibili, in un mondo in cui gli individui, nel corso di tutta la loro vita, sopravvivono solo dipendendo dalla educazione, dai servizi sanitari, dai trasporti e da altri  pacchetti forniti dai vari dispositivi di alimentazione meccanica della società industriale.

giovedì 12 marzo 2015

Il linguaggio è divenuto una merce

Il linguaggio è divenuto costoso. Il suo insegnamento è divenuto una professione ed è oggetto di massicci investimenti. Le parole sono una delle due principali categorie di valori di mercato che compongono il Prodotto nazionale lordo. Si spendono somme di denaro per decidere cosa dire, chi lo deve dire, come, quando e che tipo di persone si vuol raggiungere con il messaggio. Più elevato è il costo di ogni parola pronunciata, maggiore è lo sforzo che viene compiuto per farla risuonare. Nelle scuole la gente impara a parlare come si deve. Spendiamo quattrini per fare sì che i poveri parlino in maniera più simile ai ricchi, i malati in maniera più simile ai sani, i neri in maniera più simile ai bianchi. Spendiamo per migliorare, correggere, arricchire e aggiornare il linguaggio dei bambini e quello dei loro insegnanti. Investiamo per sviluppare i gerghi professionali che vengono insegnati alla università, e altri ancora per dare di quegli stessi linguaggi tecnici un infarinatura ai ragazzi del liceo, giusto quanto basta a farli sentire dipendenti dallo psicologo, dal farmacista, o dal bibliotecario, che parlano scorrevolmente un loro linguaggio speciale. Prima spendiamo per rendere le persone il più possibile monolingui, per far sì che si esprimano esclusivamente nel linguaggio standard colloquiale colto, poi cerchiamo di insegnare loro il dialetto di una minoranza etnica o di una lingua straniera.
Il linguaggio è divenuto una merce e il compito dell'educatore è divenuto quello di addestrare dei venditori di discorso, dotandoli di un certo stock linquistico. La  conversazione si è trasformata in una forma di commercializzazione: acquisto, produzione e vendita. Usiamo parole, idee, frasi, ma non parliamo più.

giovedì 1 gennaio 2015

Una malattia per ogni pillola

Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: "Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque". A distanza di tre decenni il suo sogno sembra essersi avverato: le strategie di marketing delle maggiori case farmaceutiche hanno infatti oggi come target non i malati ma le persone sane. Questo processo, già evidenziato più di vent’anni fa da Ivan Illich in Nemesi Medica, sembra mirare a trasformare in un futuro prossimo tutte le persone in buona salute in altrettanti – più o meno potenziali – malati.
Ma è possibile creare ad arte una malattia? La storia recente ci insegna di sì, per esempio agendo sui parametri che stabiliscono il confine tra normalità e malattia (è il caso del diabete o dei livelli di colesterolo nel sangue), oppure etichettando come “patologie” condizioni e atteggiamenti che connotano piuttosto tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). In quest’ottica si inserisce il fenomeno del disease mongering, (commercializzazione di malattie), la frontiera del marketing farmaceutico nell’era contemporanea.
Mentre un tempo si inventavano medicinali contro le malattie, ora si inventano malattie per generare nuovi mercati di potenziali pazienti.
l disease mongering, opera attraverso strategie che agiscono su tre piani: quantitativo, temporale e qualitativo.
Sul piano quantitativo, l’azione è sui parametri che definiscono la frontiera del “patologico” per numerose condizioni medico sanitarie, quali per esempio ipertensione, ipercolesterolemia o diabete. É evidente che più si ampliano i confini che definiscono una malattia, più si espande il bacino dei potenziali pazienti e, con esso, il relativo mercato dei produttori di farmaci. Le decisioni in merito a tali confini, spesso prese da “esperti” con legami finanziari con l’industria farmaceutica e sulla base di studi da essa sponsorizzati, hanno l’effetto di trasformare da un giorno all’altro milioni di individui soggettivamente sani e probabilmente oggettivamente sani, in persone ammalate.
La seconda dinamica opera sul piano temporale e, consiste nella promozione e nella diffusione di pratiche di screening la cui efficacia è incerta oppure non ancora dimostrata (ad esempio l’utilizzo del marker tumorale Ca 19.9 per l’identificazione precoce del cancro al pancreas). A questo proposito, Domenighetti scrive: “Se l’abbassamento dei parametri che definiscono i confini del patologico costituisce una medicalizzazione praticamente forzata ed in parte occulta di intere fasce di popolazione, la promozione ed il successo degli screening in particolare quelli di massa dipende in grande misura dalla capacità dei promotori di convincere la popolazione a sottoporsi a questo o quel dépistage". L’operazione ha già avuto pieno successo. Infatti gli ideologi degli screening hanno fatto passare nella società civile l’irresistibile logica secondo la quale è sempre meglio diagnosticare qualsiasi situazione il più presto possibile  (non è detto che tale situazione individuata dallo screening,  rappresenti effettivamente uno stato patologico).
Una terza e ultima dinamica, che agisce sul piano qualitativo, è rappresentata dalla trasformazione in condizioni medico-sanitarie di situazioni che dovrebbero far parte della normalità della condizione umana. Le persone vengono persuase che problemi che prima accettavano come un semplice inconveniente, o comunque come parte della vita, debbano ora destare preoccupazione e siano degni di un intervento a livello medico.
Le strategie di allargamento del mercato farmaceutico qui delineate si servono naturalmente di pubblicità a tappeto e di abili “campagne di sensibilizzazione”. Le case farmaceutiche oggi promuovono non solo i propri farmaci, ma anche i disturbi necessari a creare il mercato per i propri prodotti.
Il disease mongering è una pratica insidiosa, spesso invisibile, che comporta il rischio di scelte terapeutiche inopportune, malattie iatrogene e sprechi che minacciano la sostenibilità economica dei nostri sistemi sanitari e sottraggono risorse utili alla cura e prevenzione di patologie ben più gravi e reali. A un livello più profondo, il disease mongering contribuisce a modificare il modo in cui vengono percepite la salute e la malattia, promuovendo la medicalizzazione della vita e focalizzando l’attenzione esclusivamente su soluzioni farmacologiche (o tecnologiche in senso lato) in definitiva rappresentando elemento fondamentale nel progetto  di un definitivo controllo dell'essere umano .

giovedì 18 dicembre 2014

L'elaborazione del dolore e la compassione

La distopia della civiltà occidentale vede nel dolore solo un fattore accidentale del sistema socioeconomico da superare con interventi straordinari. La sensazione del dolore è determinata da messaggi che giungono al cervello. L'esperienza che ne deriva è legata al corredo genetico e da alcuni fattori funzionali, oltre che dalla natura e intensità dello stimolo: cultura, ansia, attenzione, interpretazione. Tutti questi fattori sono modellati da determinanti sociali: ideologia, struttura economica, carattere della società. Sono quindi il risultato di questo addestramento e delle convinzioni conseguenti che determinano il grado di dolore sopportabile. Sono spesso rimedi superstiziosi che inducono un sollievo magicamente maggiore che nella religione colta. Di fronte alla medicalizzazione tutte le determinanti sociali vengono distorte. Per la cultura il dolore è un disvalore, mentre per la medicina è una reazione organica, sistemica, che si può misurare, regolare e controllare. C'è una obiettivazione per cui il dolore diventa oggetto di controllo. Naturalmente sono i medici a decidere quali sono i dolori autentici, quali immaginati e quali simulati. L'elaborazione del dolore è un fattore culturale, ma l'esperienza in sé è assolutamente personale. La compassione che proviamo per chi sta male è determinata proprio dal fatto che siamo consapevoli che il suo dolore riguarda specificatamente solo lui, gli altri possono solo immaginarlo. Se un medico obbiettiva il dolore reificandolo, il senso che abbiamo indicato viene meno. Viene meno proprio l'unicità di chi esperisce tale condizione dolorosa. I medici d'altronde hanno studiato come manipolare il dolore unico che ciascuno prova in modo esterno e standardizzato; si interessano ad una indagine sistemica, cioè organica, che è l'unico modo oggettuale aperto alla verifica operativa. Così il risvolto personale sfugge a questa indagine operativa. Il controllo sperimentale ignora l'aspetto unico che costituisce il paziente reale che ha davanti a sé. Di solito le proprietà analgesiche di un prodotto sono sperimentate sugli animali, pensate un poco voi come, poi se ne verifica la validità sulle persone. A volte anche queste ultime sono usate come cavie da laboratorio. 
In laboratorio le persone sono come i topi, fuori no. Il limite estremo di questa esperienza è costituita dalle persone lobotomizzate, queste sentono il dolore solo come disagio perché hanno perso la capacità di soffrirne. Il risultato è che l'ipertrofia dell'intervento tecnico ha sostituito tutte le altre dimensioni culturali che contribuivano ad arginare l'esperienza del dolore: parole, droghe, miti e modelli. Le parole da dire, le sostanze da prendere, le narrazioni da ricordare e gli esempi da seguire sono drasticamente sostituiti dal nuovo mito, dalla nuova narrazione, dalle nuove sostanze, tutte rigorosamente determinate dal monopolio medico. Questa concezione, secondo Illich, ha un prerequisito filosofico che ha cambiato la mentalità dell'uomo moderno. Data da Cartesio questa nuova percezione e si basa sulla divisione tra res cogitans e res extensa (con res cogitans si intende la realtà psichica a cui Cartesio attribuisce le seguenti qualità: inestensione, libertà e consapevolezza. La res extensa rappresenta invece la realtà fisica, che è estesa, limitata e inconsapevole).
Situa da allora il momento in cui il dolore inizia a perdere la sua dimensione personale diventando il segnale di qualcosa che non funziona. E' così che il corpo difende la sua integrità meccanica.

giovedì 20 novembre 2014

L'uomo nella sua sofferenza è solo merce

In ogni società la classificazione della malattia (nosologia) rispecchia l'organizzazione sociale. Il male che la società produce viene battezzato dal dottore con nomi che sono molto cari ai burocrati. La incapacità di apprendimento, la ipercinesia o la disfunzione cerebrale minima spiega ai genitori perché i loro bambini non imparano, servendo da alibi all'intolleranza o all'incompetenza della scuola; la pressione alta serve da alibi per lo stress che aumenta, la malattia degenerativa per l'organizzazione sociale che produce degenerazione. Più la diagnosi è persuasiva, più appare preziosa la terapia, più è facile convincere le persone che esse hanno bisogno una dell'altra, e meno è probabile che esse si rivoltino contro la crescita industriale. Prima che la malattia fosse considerata essenzialmente una anomalia organica o del comportamento, chi si ammalava poteva ancora trovare negli occhi del medico un riflesso della propria angoscia e un qualche riconoscimento dell'unicità della sua sofferenza. Oggi, ciò che vi trova è lo sguardo fisso di un contabile di biologia assorto in un calcolo costi/ricavi. Il suo malessere gli viene sottratto per diventare materia prima di un'impresa istituzionale. La sua condizione è interpretata secondo una serie di regole astratte in una lingua che lui non può comprendere. Gli si insegna che esistono certe entità ostili che la medicina combatte, ma dicendogli solo quel tanto che il dottore ritiene necessario per ottenere la collaborazione del paziente. Il linguaggio diventa proprietà esclusiva del medico; il malato rimane privo di parole significative con cui esprimere la sua angoscia che viene così ulteriormente aggravata dalla mistificazione linguistica. Non appena l'efficacia della medicina venga valutata in linguaggio corrente, si vede subito che la maggior parte delle diagnosi e delle cure efficaci, non va oltre il livello di comprensione raggiungibile da qualunque profano. Infatti gli interventi diagnostici e terapeutici che statisticamente risultano più utili che dannosi presentano nella stragrande maggioranza, due caratteristiche: richiedono mezzi materiali estremamente economici, e possono essere dosati e predisposti per l'uso personale diretto o per l'impiego nell'ambito della famiglia.
Insomma, un uso più austero della tecnologia metterebbe in grado tutti di curarsi nella maggior parte dei casi da soli. Ma non è l'efficacia dell'intervento ciò che interessa la medicina della società massificata, la sua regola è invece andare più possibile incontro alle esigenze di un consumatore per il quale domina la mitologia dell'efficienza medica.
l'uomo nella sua sofferenza e angoscia è ancora una volta solo merce!

giovedì 6 febbraio 2014

Disistituzionalizzare la scuola

Abbiamo cercato per generazioni di migliorare il mondo fornendo una quantità sempre maggiore di scolarizzazione, ma sinora lo sforzo non è andato a buon fine. Abbiamo invece scoperto che obbligare tutti i bambini ad arrampicarsi per una scala scolastica senza fine non serve a promuovere l’uguaglianza ma favorisce fatalmente colui che parte per primo, in migliori condizioni di salute o più preparato; che l’istruzione forzosa spegne nella maggioranza delle persone la voglia di imparare per proprio conto; e che il sapere trattato come merce, elargito in confezioni e considerato come proprietà privata, una volta acquisito, non può che essere sempre scarso.
Ci si è improvvisamente resi conto che l’istruzione pubblica attuata mediante la scolarizzazione obbligatoria ha perso ogni legittimità sociale, pedagogica ed economica. Pertanto, i critici del sistema scolastico propongono ora rimedi energici ed eterodossi che vanno dal progetto dei “buoni-studio”, che permetterebbe a ognuno di procurarsi l’istruzione che preferisce sul mercato libero, al passaggio della responsabilità dell’istruzione dalla scuola ai media e all’addestramento sul lavoro. Alcuni sostengono che la scuola dovrà perdere il suo carattere di istituzione ufficiale dello Stato come l’ha perso la Chiesa nel corso degli ultimi due secoli. Altri riformatori propongono di sostituire la scuola universale con vari altri sistemi che, a loro parere, assicurerebbero a tutti una migliore preparazione alla vita propria di una società moderna. Queste proposte di nuove istituzioni educative si possono grosso modo raggruppare in tre categorie: la riforma dell’aula scolastica all’interno del sistema scolastico; la disseminazione di libere aule scolastiche in tutta la società; la trasformazione di tutta la società in un’unica immensa aula scolastica. Ma queste tre prospettive – l’aula riformata, l’aula libera e l’aula universale - rappresentano in realtà tre momenti di un progetto di escalation educativa nel quale ogni fase minaccia un controllo sociale più sottile e più penetrante della precedente.
Io credo che l’abolizione dell’istituzione scolastica sia divenuta inevitabile e che tale fine di un’illusione dovrebbe colmarci di speranza. Ma credo anche che alla fine dell’“era della scolarizzazione” potrebbe seguire l’era di una scuola globale che solo per il nome si differenzierebbe da un manicomio globale o da un carcere globale, e dove istruzione, correzione e adattamento diverrebbero sinonimi. Credo quindi che lo sfacelo della scuola ci debba far guardare al di là della sua fine imminente per valutare quelle che sono le alternative fondamentali in questo campo. Esistono due possibilità: si possono realizzare nuovi tremendi congegni educativi volti a inculcare l’accettazione di un mondo che si viene facendo sempre più opaco e proibitivo per l’uomo, oppure si possono porre le condizioni per un’era nella quale la tecnologia venga usata per rendere la società più semplice e trasparente, si che tutti gli uomini possano tornare a conoscere i fatti e ad adoperare gli strumenti che plasmano la loro vita. Possiamo, in altri termini, disistituzionalizzare la scuola oppure descolarizzare la cultura.

giovedì 24 ottobre 2013

Intossicati dalla credenza in un avvenire migliore



Intossicati dalla credenza in un avvenire migliore, gli individui cessano di fidarsi del proprio giudizio e chiedono che gli si dica la verità su ciò che «sanno». Intossicati dalla credenza in un migliore decision-making, stentano a decidere da soli e ben presto perdono fiducia nella propria capacità di farlo. La crescente impotenza dell’individuo a decidere da solo incide sulla stessa struttura delle sue aspettative. Mentre una volta gli uomini si disputavano risorse realmente scarse, oggi reclamano un meccanismo distributore per colmare una carenza che è solo illusoria.
Gli individui, che hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni, come a reclamare i propri diritti, divengono preda del sistema che definisce in vece loro le loro esigenze e rivendicazioni. La persona non può più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace.
Le regole del senso comune che permettevano alla gente di unire e scambiarsi le proprie esperienze sono distrutte. Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l’uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone.

La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze. Riponendo la propria fede nell’esperto, l’uomo si spoglia prima della sua competenza giuridica e poi di quella politica. La fiducia nell’onnipotere della scienza induce i governi e i loro amministrati a cullarsi nell’illusione di poter eliminare i conflitti suscitati da un’evidente rarefazione dell’acqua, dell’aria o dell’energia, a credere ciecamente agli oracoli degli esperti che promettono miracolose moltiplicazioni.
Nutrita del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di fissare i limiti dello sviluppo. Una simile delega di potere distrugge l’intero funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose sostituisce l’obbedienza a un mito, e alla fine legittima in un certo senso anche la conduzione di esperimenti sull’uomo. L’esperto non rappresenta il cittadino, fa parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un sapere non comunicabile; ma questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna particolare attitudine a definire i confini dell’equilibrio della vita. L’esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana: è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è inalienabile.

giovedì 3 ottobre 2013

Soffrire e piangere come devianza


Nel corso delle ultime generazioni il quadro delle malattie che affliggono le società occidentali ha subito spettacolari mutamenti. Generalmente, questo mutato stato di salute è ritenuto equivalente ad una minore sofferenza e attribuito ad una assistenza medica maggiore o migliore. Ma benché quasi tutti credano che almeno uno dei propri conoscenti non sarebbe vivo e vegeto se non fosse stato per l'arte di un medico, in realtà non esiste alcuna prova di un rapporto diretto tra questa mutazione della patologia e il cosiddetto progresso della medicina. I mutamenti sono variabili dipendenti di trasformazioni politiche e tecnologiche, che a loro volta si riflettono in ciò che i medici fanno e dicono; non hanno una relazione significativa con le attività che richiedono la preparazione, la qualifica e le costose attrezzature di cui vanno orgogliose le professioni sanitarie.
La medicina pregiudica la salute non soltanto con la diretta aggressione agli individui, ma anche per l'effetto della sua .organizzazione sociale sull'intero ambiente.  La iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress e la paura della malattia, moltiplicando rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio o del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all'individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando le case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti; quando la lingua in cui la gente potrebbe fare esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza.

giovedì 2 maggio 2013

Distinguere il vivere dal sopravvivere

Gli umani si differenziano dalle scimmie anche perché costruiscono e utilizzano strumenti. Il genere umano non si suddivide in stirpi e razze, ma in culture, ognuna delle quali si distingue per il suo set di strumenti. Tradizionalmente, questi strumenti si misurano a intensità di lavoro: la maggior parte dei bisogni percepiti dalle persone in qualsiasi tempo è determinata dalla loro conoscenza di uno strumento che esse possono produrre e con il quale andranno a soddisfare il loro bisogno. La persona cessa di appartenere alla sua specie quando non è più in grado di determinare i propri bisogni attraverso i più o meno validi strumenti che la sua cultura gli mette a disposizione. Le donne, o gli uomini, che finiscono con il dipendere dall'erogazione di pezzi in serie prodotti da strumenti che sono confezionati da anonimi altri, cessano di vivere una vita umana per tuttalpiù continuare a sopravvivere, anche se ricoperti di lustrini. In definitiva, essi perdono anche la capacità di distinguere il vivere dal sopravvivere. 

giovedì 18 aprile 2013

Il dominio delle professioni



I mercanti vendono le merci che hanno accumulato. I membri delle corporazioni garantiscono la qualità. Alcuni artigiani adattano il loro prodotto alle esigenze e ai gusti del cliente.
I professionisti esperti vi dicono invece ciò di cui avete bisogno e rivendicano il potere di prescrivere. Non vi propongono solo ciò che è buono, ma vi ordinano di fatto ciò che è giusto. Non è il livello del reddito, la lunga formazione, i compiti delicati e nemmeno la posizione sociale che contraddistingue il professionista. E' piuttosto la sua autorità a definire una persona come cliente, a decidere di che cosa questa ha bisogno e nel fornirle una prescrizione.
Questa autorità professionale comprende tre ruoli: l'autorità sapienziale del consigliare, istruire e dirigere; l'autorità morale che rende non solo utile ma obbligatorio quanto prescritto; e l'autorità carismatica che permette al professionista di appellarsi a qualche interesse superiore del suo cliente.
Per esempio, il medico generico è  divenuto il dottore quando ha lasciato il commercio delle medicine al farmacista è ha tenuto  per sé quello delle ricette. E' divenuto uno scienziato della salute quando la sua corporazione ha avocato a sé tutte queste autorità e ha cominciato a trattare con casi anziché con persone, ritrovandosi, quindi, a tutelare gli interessi della società invece che quelli dell'individuo.
Gli specialisti sanitari ed economici hanno acquisito l'autorità di determinare quale assistenza sanitaria debba essere erogata nella società.
La corporazione medica rivendica il potere di sottoporre a diagnosi l'intera popolazione al fine di identificare tutti coloro che potrebbero essere dei clienti potenziali, esse sanno in che modo devono essere allevati i bambini, quali studenti devono o meno proseguire negli studi e quali droghe si possono o meno ingerire.

L'acritica accettazione sociale delle esperte professioni dominanti è a tutti gli effetti un evento politico. Ogni nuova proclamazione di legittimazione professionale sta a significare che le competenze della sfera politica - legislative, esecutive  e giurisdizionali - perdono una parte dei propri caratteri e della propria indipendenza. La cosa pubblica passa dalle mani di rappresentanti eletti dal popolo a quelle di una élite autolegittimata.

giovedì 11 aprile 2013

Alloggio come merce


La società industriale è la sola che cerca di trasformare ogni cittadino in un residente che dev'essere alloggiato, e che pertanto viene sollevato dal dovere di quella attività sociale e comunitaria che si chiama 'abitare'. Oggi coloro che difendono la propria libertà di abitare o sono molto ricchi o vengono trattati come devianti.
Questo vale sia per quelli a cui il cosiddetto 'sviluppo' non ha ancora fatto dimenticare il desiderio di abitare, sia per le frange alternative, alla ricerca di nuove forme di abitazione tali da rendere il paesaggio industriale abitabile, almeno nei suoi punti deboli e di frattura. Sia i non modernizzati sia i post-moderni si oppongono al divieto della società all'autodeterminazione spaziale, e dovranno fare i conti con la repressione poliziesca del disturbo che creano. Saranno definiti invasori, occupanti illegali, anarchici e disturbatori, secondo le circostanze in cui affermano la propria libertà di abitare: indios che si installano in un terreno incolto a Lima; "favellados" di Rio de Janeiro che ritornano a occupare la collina da cui sono appena stati cacciati dalla polizia (dopo averla abitata per quarant'anni); studenti che sano trasformare in abitazioni le rovine del Kreuzberg a Berlino; portoricani che con la forza tornano a occupare gli edifici bruciati e murati del South Bronx. Saranno tutti sloggiati, non tanto per il danno che arrecano al proprietario del terreno o perché rappresentino una minaccia per la pace o per la salute dei vicini, ma per la sfida che lanciano all'assioma sociale che definisce il cittadino come unità che ha bisogno di un garage standard. 
Sia la tribù di indios che scende dalle Ande per installarsi nei sobborghi di Lima, sia il consiglio di quartiere che si dissocia dall'ente cittadino preposto all'edilizia, sia gli squatter che contestano il modello oggi dominante del cittadino come Homo castrensis, (uomo acquartierato). Ma la sfida dei nuovi arrivati e quella dei disinseriti (unpluggers) provocano reazioni opposte. Gli indios si possono trattare da pagani, che debbono essere educati ad apprezzare la cura materna che lo stato si prende del loro bisogno di un tetto. Il disinserito moderno è molto più pericoloso: egli offre testimonianza degli effetti castranti del materno abbraccio della città. A differenza del pagano, questo eretico contesta l'assioma della religione civica sottostante a tutte le varie ideologie che solo superficialmente si contrappongono fra loro. Secondo questo assioma, il cittadino in quanto homo castrensis ha bisogno della merce chiamata "alloggio", Il suo diritto all'alloggio è sancito dalla Legge. il disinserito non si oppone a questo diritto, ma contesta le condizioni concrete in cui il diritto all'alloggio è in contrasto con la libertà di abitare. E questa libertà è per lui, quando vi è conflitto fra le due cose. più preziosa della merce alloggio, che per definizione è scarsa.