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giovedì 27 gennaio 2022

Gli spazi occupati finiscono in un museo

A New York c’è il Museum of Reclaimed Urban Space — MoRUS, un museo sugli spazi occupati creato in un edificio in cui sono attive altre occupazioni. Lo spazio ripreso è stato trasformato in uno luogo di esposizione d’arte per attivisti, mantenendo i propri marcati elementi originari. A differenza di altri musei, le sue pareti non sono di un bianco ospedaliero, ma un assemblaggio di forme e colori, pareti con mattoni a vista e pilastri pieni di scritte a bomboletta. Cartelli su cui si legge “Sostenibilità”, “Patrocinio della bicicletta” e “Risanamento pubblico” conducono allo scantinato pieno d’oggetti e di ritratti di occupanti del quartiere. Il Museo dello spazio urbano conserva la memoria dei movimenti che sono vissuti e, come nel caso di Occupy Wall Street, ancora vivono a New York City. La sua missione è promuovere e sostenere l'attivismo urbano per mezzo d’audio, video e fotografie. Sovente, i direttori del museo e i volontari alimentano discussioni invece di produrre documenti o volantini. Il MoRUS, amano dire, è un tipo di museo diverso: “è una forma proattiva di militanza. Non è un'istituzione.” Il Novecento ci ha lasciato in eredità il concetto che le opere dell’ingegno umano, ormai trasformate in merce, trovano nei musei la loro tomba, il luogo dove, neutralizzati, sono destinati a pura contemplazione estetica che ne vanifica il messaggio, tanto più se di protesta o di rottura.  Negli musei, della scienza, del cinema, del rock, eccetera, gli oggetti esposti, per il fatto di essere in quel luogo,  si trasformano in altro di quello che erano, diventano ideologia. Che cosa si può sperare di trovare in un museo della tecnologia, se non il luogo di produzione di un valore simbolico  che si vuole vendere, in questo caso l’idea che la tecnologia è una conquista dell’umanità? E in un museo della rivoluzione cubana o delle torture quale merce si va a comprare? E in un museo degli spazi occupati?


giovedì 25 settembre 2014

RIPRENDIAMOCI LA CITTÀ

Se, il tessuto urbano concentra dinamiche di trasformazione e di conflitto sociale, altrettanto determina tattiche che concretamente oppongono spazialità non più soggette ai criteri del mercato e del consumo. Proprio tali dispositivi di contro-cultura intervengono nel sistema città come luoghi non certo utopici, bensì come zone effettive e compiute di contro-dominio che sfuggono, seppure per un tempo limitato, alle regole del controllo biopolitico. Sono frammenti occupati che non possono essere interpretati dunque come spazi etero topici, secondo il concetto foucaultiano, perché s’inseriscono come luoghi radicali per culture e interazioni attive capaci di formulare un produttivo e processuale diritto alla vita urbana. Per quanto episodici o addirittura temporanei, questi posti occupati ribaltano il valore mercificato dello spazio metropolitano attuale, in valore d’uso congruente con un vivere ed un abitare autonomo lontano dagli ordinamenti neoliberisti. Costruiscono piuttosto nuove modalità di scambio culturale e di interrelazione sociale, stabilendosi, malgrado la loro disseminazione rizomatica, come organismi propulsivi di contro-cultura o più precisamente come bacini produttivi che compongono e diffondono non semplicemente modalità diverse del vivere, ma contingenti stili di vita radicati entro i tessuti della città globalizzata.
La capacità di interferire nel programma o nell’ordinamento del territorio neoliberale esprime una rivendicazione alla vita urbana in grado altresì di opporre percorsi di cultura e comunicazione non assoggettati a criteri economici dettati dal mercato. Non più quindi la riduzione e semplici esperienze contingenti e locali, piuttosto l’assimilazione, tramite tali pratiche di appropriazione e partecipazione, che il diritto alla città prerogativa assoluta per collettività e culture spontanee, libertarie, autonome, ed universalmente urbane.