Il Sonno è un seduttore straordinario, e questo spiega la macchina terrificante che abbiamo inventato per combatterlo. Intendo la sveglia. Santo Cielo! Quale genio malvagio ha riunito questi due nemici giurati dell’ozio – l’orologio e l’allarme – in un unico dispositivo? Ogni mattina in tutto il mondo occidentale persone che sognano felici vengono rudemente strappate al sonno da uno squillo che spacca i timpani p da un insistente bip elettronico. La sveglia è il primo stadio dell’orribile metamorfosi che ci costringiamo a sopportare la mattina, da spensierati sognatori in beatitudine a sgobboni tormentati dall’ansia, oppressi da responsabilità e doveri. Ma la cosa davvero incredibile è che compriamo le sveglie di nostra volontà. Non è assurdo spendere i soldi che ci siamo guadagnati con fatica per uno strumento che fa cominciare ogni giorno della nostra vita nel modo più spiacevole possibile e che in realtà è utile soltanto al datore di lavoro a cui vendiamo il nostro tempo? È vero, ci sono anche sveglie che ci dispensano dall’allarme per destarci invece con il bla bla bla dei dj delle trasmissioni radiofoniche mattutine, ma queste sveglie sono forse migliori? La soffocante gaiezza del dj ha lo scopo di metterci di buon umore in vista della giornata che ci aspetta, o di distoglierci dalla nostre afflizioni con delle battute idiote. Io lo trovo semplicemente irritante. Non c’è niente di peggio del vuoto cinguettio di un altro essere umano quando siamo in uno stato di meditazione profonda, pesante, esistenziale. Come dice il mio amico John Moore, l’uomo più pigro del mondo, quando sua moglie tenta di svegliarlo :” Mi alzerò quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena di alzarsi.” (Tom Hodgkinson)
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 13 ottobre 2022
giovedì 3 giugno 2021
La Geografia è la Storia nello Spazio, come la Storia è la Geografia nel tempo
Uno dei capisaldi del pensiero anarchico “classico” è dato dalla teorizzazione del carattere benefico della natura e della sua alterità rispetto alla storia. Mentre questa, a seguito delle lotte feroci condotte dagli uomini per avere il potere, presenta un’immagine di disordine e di cattiveria, la natura rivela invece, se giustamente interrogata, un’intrinseca armonia ed equilibro. La società anarchica è la società che sostituisce le leggi storiche e artificiali del potere con quelle spontanee della socievolezza naturale. La natura, ovviamente, non è sempre benefica nella sua immediatezza e non è sempre mite in molte sue manifestazioni esteriori; può però essere fonte di giustizia e di libertà, se si instaura correttamente con essa un rapporto capace di cogliere l’intima razionalità che pervade la necessità del tutto. La premessa epistemologica reclusiana si fonda sull’idea di un nesso indissolubile che lega l’uomo all’ambiente, e dunque alla Terra. Vi è un rapporto simbiotico tra l’uno e l’altra perché l’Uomo ha le sue leggi come la Terra, leggi alle quali non può sottrarsi, anche se, ovviamente, ciò non implica che egli ne sia prigioniero. Senza cadere in alcuna forma di determinismo, l’uomo deve essere consapevole dei rapporti necessitanti che lo legano al tutto perché è solo grazie a tale consapevolezza che egli si emancipa dai lacci naturali. La geo-storia reclusiana, intenta soprattutto all’analisi delle strutture geografiche rinvenibili nei grandi spazi e nel rapporto fra evoluzione sociale e resistenze della struttura, vuole esaminare al rallentatore l’azione dell’uomo, al fine di cogliere la verità profonda della sua azione sul globo terraqueo, in quanto solo i grandi movimenti e le grandi strutture rivelano il senso generale della vita dei popoli e delle civiltà. Ciò non toglie, ovviamente, che in Reclus rimanga sempre centrale anche l’idea dei salti di qualità del processo evolutivo, salti che avvengono sia nella storia naturale, sia nella storia umana. A suo giudizio alle lunghe e lente sequenze dell’evoluzione seguono i brevi e intensi periodi delle rivoluzioni. Il rapporto tra evoluzione e rivoluzione è un rapporto necessitante, nel senso che l’una è il complemento dell’altra. L’evoluzione prepara la rivoluzione, questa, a sua volta, spiana la strada ad una successiva evoluzione, attraverso una catena che non ha fine. L’infinita interazione fra spazio e tempo, l’individuazione della processualità storica e di rotture, e dunque il riconoscimento dell’impossibilità di un’esistenza strutturalmente gerarchica della realtà a cui il mondo dovrebbe conformarsi, spingono Reclus al rifiuto di ogni epistemologia altrettanto gerarchica e unidimensionale. L’indagine reclusiana si situa nel più classico ambito metodologico anarchico secondo cui non esiste una direzionalità univoca degli elementi della realtà, ma, appunto, un insieme assai vasto e complesso di cause interagenti fra loro in una dialettica senza fine tra natura e storia, tra natura e cultura. L’analisi dell’interazione fra spazio e tempo porta Reclus alla formulazione di una geografia globale che vuole essere un sapere volto alla delineazione di una geograficità e di una geopoliticità. I termini ideologicamente anarchici del relativismo e del pluralismo si traducono perciò nei cardini metodologici di un’indagine a tutto campo. Questa sviluppa una scienza fisico-sociale che, tenendo conto dell’interazione fra spazio e tempo, fra realtà naturale ed evoluzione umana, fra determinismo geografico e relativismo storico, conclude che nei suoi rapporti con l’Uomo, la Geografia non è altro che la Storia nello Spazio, così come la Storia è la Geografia nel tempo. Sulla base di tale prospettiva, Reclus approda ad una sorta di interpretazione articolata di tutta l’evoluzione umana e naturale. Si devono, a suo giudizio, attivare tre fondamentali direttrici di ricerca: delineare la divisione fra le classi, individuare la spontanea tendenza a ricomporre l’equilibrio sociale spezzato da questa divisione, decifrare il contributo dello sforzo individuale nell’evoluzione collettiva. Abbiamo così, in sintesi, un compendio dell’epistemologia anarchica. Posto infatti, come abbiamo visto, il rifiuto di ogni interpretazione fondata su monocause, siano esse economiche, politiche, geografiche, etniche o culturali, egli pone sullo stesso piano analitico e valoriale la lotta sociale, il valore individuale, la spontaneità storico-naturale di una ricerca oggettiva verso l’equità e l’uguaglianza. Insomma, la storia è il risultato contemporaneo di più fattori, riassumibili nell’emancipazione collettiva, nell’azione del singolo, nella naturale tendenza verso la giustizia.
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giovedì 7 gennaio 2016
Il tempo come la tecnologia
La vita viene descritta schematicamente come un viaggio attraverso il tempo; il fatto che in realtà sia un viaggio attraverso l’alienazione è il più banale dei segreti. Il tempo non passa per chi è felice, dice un proverbio tedesco. Lo scorrere del tempo, in passato considerato senza senso, è ora il battito ineluttabile che ci limita e ci costringe, lo specchio di una stessa cieca autorità. Nel 1890 Guyau (filosofo e poeta francese) disse che il passare del tempo era “ la differenza tra ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che abbiamo”, e dunque il principio del rimpianto. Carpe diem, è l’invito della celebre massima; ma la civiltà ci costringe sempre a ipotecare il presente per il futuro.
Il tempo punta a un sempre maggior rigore nella regolarità e nell’universalità. È in base a questo che il mondo tecnologico capitalistico misura il proprio progresso, e non potrebbe esistere senza di esso. L’importanza del tempo, ha scritto Bertrand Russell nel 1929, è da valutare “più in relazione ai nostri desideri che in relazione alla verità”. Lo struggimento si è fatto palpabile quanto il tempo stesso. L’enorme costruzione teorica che chiamiamo tempo è il modo migliore per misurare la negazione del desiderio.
Il tempo come la tecnologia, non è mai neutrale; è sempre pregno di significato. In sostanza, tutto ciò che pensatori come Jacques Ellul (sociologo e teologo francese, autore di svariati saggi sulla cosiddetta società tecnologica, sul cristianesimo e sulla politica; fu sostenitore dell'idea che l'anarchismo e il cristianesimo si prefiggono lo stesso obiettivo sociale; fu al contempo sostenitore di politiche ecologiche e tra i precursori dell'attuale idea di decrescita economica) hanno detto sulla tecnologia, si può applicare al tempo, e in senso più profondo. Entrambe le condizioni sono pervasive, onnipresenti, fondamentali, e sono in genere considerate date come la stessa alienazione. Il tempo, come la tecnologia, non è soltanto qualcosa che ci determina, ma è anche l’elemento avvolgente nel quale si sviluppa la nostra società divisa. Analogamente il tempo richiede che coloro che gli sono soggetti siano coscienziosi, realisti, seri e, soprattutto, dediti al lavoro. Come la tecnologia, è autonomo nei suoi tratti generali; va avanti sempre per conto proprio.
Il tempo punta a un sempre maggior rigore nella regolarità e nell’universalità. È in base a questo che il mondo tecnologico capitalistico misura il proprio progresso, e non potrebbe esistere senza di esso. L’importanza del tempo, ha scritto Bertrand Russell nel 1929, è da valutare “più in relazione ai nostri desideri che in relazione alla verità”. Lo struggimento si è fatto palpabile quanto il tempo stesso. L’enorme costruzione teorica che chiamiamo tempo è il modo migliore per misurare la negazione del desiderio.
Il tempo come la tecnologia, non è mai neutrale; è sempre pregno di significato. In sostanza, tutto ciò che pensatori come Jacques Ellul (sociologo e teologo francese, autore di svariati saggi sulla cosiddetta società tecnologica, sul cristianesimo e sulla politica; fu sostenitore dell'idea che l'anarchismo e il cristianesimo si prefiggono lo stesso obiettivo sociale; fu al contempo sostenitore di politiche ecologiche e tra i precursori dell'attuale idea di decrescita economica) hanno detto sulla tecnologia, si può applicare al tempo, e in senso più profondo. Entrambe le condizioni sono pervasive, onnipresenti, fondamentali, e sono in genere considerate date come la stessa alienazione. Il tempo, come la tecnologia, non è soltanto qualcosa che ci determina, ma è anche l’elemento avvolgente nel quale si sviluppa la nostra società divisa. Analogamente il tempo richiede che coloro che gli sono soggetti siano coscienziosi, realisti, seri e, soprattutto, dediti al lavoro. Come la tecnologia, è autonomo nei suoi tratti generali; va avanti sempre per conto proprio.
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giovedì 5 aprile 2012
Il TEMPO DEL LAVORO
Il tempo del lavoro conta il doppio perché è tempo perduto due volte:
a) come tempo che sarebbe stato più gradevole impiegare nel fare l’amore, nel fantasticare, nei piaceri, nelle passioni; come tempo di cui disporre liberamente.
b) Come tempo di usura fisica e nervosa.
Il tempo del lavoro assorbe la maggior parte della vita, perché determina anche il cosiddetto tempo libero, il tempo del sonno, dei tragitti per andare al lavoro, dei pasti, delle distrazioni.
Esso raggiunge così l’insieme della vita quotidiana di ciascuno e tende a ridurla ad una successione di istanti e di luoghi, che hanno in comune la stessa ripetizione vuota, la stessa assente crescente della vera vita.
Il tempo del lavoro forzato è una merce. Dappertutto, dove c’è merce, c’è lavoro forzato, e quasi tutte le azioni umane finiscono per rientrare nel lavoro forzato. Produciamo, consumiamo, mangiamo, dormiamo per un padrone, per un capo, per lo stato, per il sistema della merce generalizzata.
Lavorare di più vivere di meno.
Noi siamo per una società che assicuri a ciascuno il diritto di disporre del tempo e dello spazio; di costruire ogni giorno la propria vita come la desidera.
a) come tempo che sarebbe stato più gradevole impiegare nel fare l’amore, nel fantasticare, nei piaceri, nelle passioni; come tempo di cui disporre liberamente.
b) Come tempo di usura fisica e nervosa.
Il tempo del lavoro assorbe la maggior parte della vita, perché determina anche il cosiddetto tempo libero, il tempo del sonno, dei tragitti per andare al lavoro, dei pasti, delle distrazioni.
Esso raggiunge così l’insieme della vita quotidiana di ciascuno e tende a ridurla ad una successione di istanti e di luoghi, che hanno in comune la stessa ripetizione vuota, la stessa assente crescente della vera vita.
Il tempo del lavoro forzato è una merce. Dappertutto, dove c’è merce, c’è lavoro forzato, e quasi tutte le azioni umane finiscono per rientrare nel lavoro forzato. Produciamo, consumiamo, mangiamo, dormiamo per un padrone, per un capo, per lo stato, per il sistema della merce generalizzata.
Lavorare di più vivere di meno.
Noi siamo per una società che assicuri a ciascuno il diritto di disporre del tempo e dello spazio; di costruire ogni giorno la propria vita come la desidera.
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