Alla fine del Settecento, tutti i governi erano convinti che agli operai non dovesse essere concessa la possibilità di organizzarsi in associazioni, al fine di contrapporsi in modo più efficace ed energico alla volontà dei datori di lavoro. In Inghilterra, il Parlamento manifestò di condividere appieno questa opinione diffusa allorché votò, nel 1799, i cosiddetti Combination Acts che vietavano appunto l’associazionismo operaio. Per diversi anni ogni forma di protesta operaia fu repressa senza pietà e con estrema determinazione, anche se non minacciava direttamente le macchine (come avevano fatto, negli anni 1811-1812, i luddisti) e non si proponeva come obiettivo ultimo l’abolizione della proprietà privata. L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, allorché venne usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo. L’usanza di dar vita a grandi raduni di massa (meetings), nel corso dei quali si ascoltava il comizio di uno o più oratori, era stata inaugurata, in Inghilterra, dal metodismo, un movimento religioso protestante fondato da John Wesley nel 1739. Trattandosi di una corrente che operava in parallelo alla Chiesa di Stato e senza finanziamenti pubblici, il metodismo dovette darsi una struttura organizzativa e poggiare solo sul contributo dei suoi fedeli. Il movimento di Wesley, pertanto, si diede una struttura flessibile, che sarebbe più tardi stata adottata da tutti i sindacati e i partiti operai; a diretto contatto con la gente, esistevano dei gruppi di base che Wesley chiamò bande e che il movimento operaio successivo, invece, avrebbe spesso indicato con il nome di cellule. Periodicamente, gli aderenti al movimento si riunivano per discutere, pregare o studiare la Bibbia; in certi momenti speciali, poi, tutte le bande si sarebbero radunate insieme, dando luogo, appunto, a un meeting, a un grande raduno di massa. Nel dicembre 1819, un altro decreto del Parlamento (chiamato Six Acts) vietò i cortei e pose limiti severi al diritto di riunione; il clima politico e sociale, tuttavia, cominciò a raffreddarsi nel decennio seguente, tant’è vero che, nel 1825, i Combination Acts furono abrogati. Agli operai, insomma, fu riconosciuto il diritto di associazione per affrontare le questioni relative al salario e all’orario di lavoro; sebbene lo sciopero fosse ancora illegale, il nuovo provvedimento permise la nascita dei primi sindacati moderni, le cosiddette trade unions: nel 1830, l’Associazione nazionale per la protezione dei lavoratori raggruppava già circa 100 000 operai dei settori tessile, metallurgico e minerario.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 11 giugno 2026
giovedì 25 luglio 2024
Appartengo anima e corpo alla comunità dei rivoluzionari
Io non sono un pentito, e neppure un dissociato, gli atti di cui i magistrati mi accusano ne sono la testimonianza. Appartengo anima e corpo alla comunità dei rivoluzionari incompatibili! Fin dalle prime parole la mia scrittura non ha cercato quindi di strapparmi a questa natura inespugnabile. Né a rendermi vendibile e perciò accettabile agli occhi di una folla di comparse che mi ha demonizzato e condannato perché la nostra lotta di rottura ha rivelato l’ampiezza della loro collusione con i regimi predatori dei centri imperialisti. Non sono un intellettuale e non mi porto dietro nessun bagaglio universitario. Clandestino precoce, la mia educazione l’hanno fatta la lotta e la galera. I vecchi parlavano giustamente dell’università del popolo. Solo la pratica e lo spirito di resistenza intrattengono e sviluppano la cultura antagonista degli oppressi. È in questo filone che iscrivo le mie parole. Descrivono condizioni di sfruttamento e di oppressione, cioè situazioni di classe. Sono testimonianze. Né un’immagine, né un bel ritornello mi allontanano da questo impegno. La scrittura di resistenza slegata dalla pratica reale non è nulla o è ben poca cosa. Solamente parole. Parole orfane, parole senza musica. Dopo più di 20 anni di galera, di cui 10 in isolamento totale e 10 in carcere di massima sicurezza, la mia scrittura non sa che farsene degli stati d’animo. Assume tutto il suo senso e la sua ragion d’essere nella mia condizione di attore e quindi di testimone principale. Descrivo i meccanismi e i disastri della prigione cellulare che io stesso vivo giorno per giorno e a cui resisto. Lo scritto partecipa al mio rifiuto di soccombere. E al rifiuto di dimenticare la nostra storia e il motivo della rivolta della nostra generazione.
… Così, ad ogni passo in avanti, la mia scrittura non mi allontana mai dalle cause profonde del mio impegno per un mondo senza classi… né prigioni. (Jean Marc Rouillan)
giovedì 6 giugno 2024
LA BARRICATA
La barricata Saint-Antoine era mostruosa: alta tre piani e lunga settecento piedi, sbarrava da un estremo all’altro la vasta imboccatura del sobborgo, che è quanto a dire tre vie; scoscesa, frastagliata, dentellata, spezzettata e merlata da un immenso squarcio, puntellata da contrafforti ch’erano da soli bastioni, spingendo in fuori qua e là delle sporgenze, possentemente addossata ai due grandi promontori di case del sobborgo, sorgeva come una diga ciclopica in fondo alla terribile piazza che ha visto il 14 luglio. E di cos’era fatta quella barricata? Del crollo di tre case da sei piani, demolite appositamente, dicevan gli uni; del prodigio di tutte le collere, dicevan gli altri. Era l’improvvisazione del subbuglio. To’! Ecco una porta! Ecco un cancello! Ecco una tettoia! Ecco uno stipite! Un fornello rotto! Una pignatta incrinata! Date tutto, gettate dentro tutto! Spingete, rotolate, vangate, smantellate, sconvolgete, abbattete tutto! Vi si vedeva la collaborazione del sasso del lastrico, della pietra da taglio, della trave, della sbarra di ferro, del cencio, del vetro spezzato, della sedia spagliata, del torso di cavolo, del brandello, dello straccio e della maledizione. Vi si scorgevano, in un caos pieno di disperazione, travicelli di tetto, pezzi di parete d’abbaino tappezzati, telai di finestre con tutti i vetri, piantati nelle macerie in attesa del cannone, camini divelti, armadi, tavole e panche, una confusione urlante e quelle mille cose della indigenza che lo stesso mendicante butta via, pieni ad un tempo di furore e di nulla. Si sarebbe detto il rifiuto d’un popolo, legno, ferro, bronzo e pietra, e che il sobborgo Saint-Antoine l’avesse messo fuor dell’uscio con un colossale colpo di scopa, facendo colla propria miseria una barricata. La barricata Saint-Antoine faceva arme di tutto; quanto la guerra civile può buttare in testa alla società usciva di là; non era più una battaglia, ma un parossismo. Le carabine che difendevano quella ridotta, in mezzo alle quali si trovava qualche trombone, lanciavano frantumi di ceramica, ossicini, bottoni di giubba e perfino rotelle di tavolino da notte, proiettili pericolosi, per via del rame. Aveva una cresta spinosa di fucili, sciabole, scuri, picche, bastoni e baionette; sotto l’impeto del vento, una bandiera rossa vi si agitava. Era un mucchio di spazzatura, ed era il Sinai. Le sue caverne, le sue escrescenze, i suoi porri e le sue gibbosità facevan la smorfia, per così dire, e sogghignavano in mezzo al fumo; la mitraglia vi svaniva nell’informe e le bombe vi si sprofondavano, inghiottite, e si inabissavano; le palle di cannone riuscivano solo a bucare i suoi buchi. A che scopo cannoneggiare il caos? ( Victor Hugo, I miserabili)
È la ‘Cariddi del sobborgo di Saint-Antoine’, con sopra un ‘omnibus allegramente issato a forza di braccia’: cumulo di informe e deforme di oggettistica borghese, interni, arredi; immane e grottesca concrezione di spazzatura, resti di cibo, strumenti di lavoro popolari, su cui le palle di cannone affondano, ingoiate e digerite.
Il momento dell’insurrezione dunque è quello in cui, tra scherzo e tragedia, l’arte popolare parigina trova il modo di convertire a nuovo uso e consumo l’intera accozzaglia di oggettistica desueta ormai resa inutile dall’industrializzazione della vita quotidiana: un ‘colossale colpo di scopa’ di rifiuti e deiezioni, eretto a protezione della propria stessa sopravvivenza e autodeterminazione.
giovedì 4 maggio 2023
Frammenti di rivolta
Il potere non è nel Parlamento o in un qualsiasi altro luogo della politica, esso è riassorbito nelle infrastrutture che ci circondano, nelle corporation e nei dispositivi che gestiscono la vita quotidiana, esso è dunque diffuso perché è locale esattamente come locali sono le forme di vita. La manipolazione delle sensibilità che l’Impero managerializza globalmente attraverso l’immenso reticolo di dispositivi comunicativi può essere contrastata ed eventualmente deposta non tanto, banalmente, attraverso l’uso alternativo degli stessi dispositivi, ma facendo consistere localmente un territorio che entra in secessione, inaugurando così una sperimentazione senza fine. Se è vero che la metropoli è di fatto la concentrazione dei dispositivi di controllo e di produzione, ormai indistinguibili tra loro, allora è evidente il perché la tensione insurrezionale si giochi oggi tra rifiuto e secessione, tra distruzione e esodo dalla metropoli, così come d’altra parte l’attività sovversiva del secolo scorso agì nei confronti della fabbrica. La condizione esistenziale che comunemente ci troviamo a vivere non può essere definita attraverso la posizione che si occupa nel mercato, nel consumo o nel lavoro ma può essere approssimata a partire dallo stato di spossessamento che condividiamo a livello della vita stessa, del linguaggio e persino dei sogni: non si può opporre all’economia politica un’altra economia politica, in compenso possiamo opporre all’economia una decisa politica dell’abitare che non è affatto difficile scorgere nelle piazze occupate dell’euro-mediterraneo o in qualche vicino esperimento di condivisione dell’esistenza. Per chi vuole organizzarsi in questo tempo sono quindi almeno due le dimensioni a partire dalle quali questo è possibile: sia localmente, costruendo le condizioni materiali e spirituali della secessione – comuni, basi rosse/nere, buchi neri nella metropoli – sia globalmente, costruendo quelle di una nuova Internazionale nella quale i frammenti dispersi acquisiscano una giusta configurazione strategica. Il comunismo libertario oggi forse non significa altro che l’arte di comporre questi frammenti insurrezionali in un divenire-rivoluzionario.
giovedì 20 aprile 2023
La catastrofe della politica
La catastrofe della politica sta nel non aver capito questo salto d’epoca: nel non aver colto che, da un certo momento in poi, la necessità non è più dettata dalla storia ma dal consumo e dalla libertà, non risponde più agli assoluti rivoluzionari ma ai desideri del presente; e che il conflitto non è più strumento per creare nuove istituzioni e nuova società, non è più pilotato dalle ferree leggi del processo storico, ma dal connubio esplosivo di pratiche di libertà e culture del consumo che espellono la mediazione politica e trasformano il conflitto in scontro incondizionato, totalmente privo di norme e garanzie, come incondizionati e privi di norme e garanzie sono il consumo e la domanda di libertà. Si tratta comunque di lotte anarchiche che attaccano una forma e una tecnica di potere che vogliono destituire anzi distruggere, dunque, hanno come fine il controllo dei corpi e del territorio; sono dunque conflitti orizzontali per la libertà e il riconoscimento; poi, sono lotte «trasversali», vale a dire che non sono circoscritte a un solo paese; e, infine, «sono lotte immediate – come scrive Michel Foucault – per due ragioni. Attraverso queste lotte gli individui criticano le istanze di potere a loro più vicine, quelle che su di essi esercitano la loro azione. Gli individui non cercano il “nemico principale”, ma il nemico immediato». La politica si trasforma allora non più in attuazione di un programma ma in produzione di territorio e presidio di uno spazio sociale. La potenza e la forza della lotta deriva dal fatto che non si lotta contro delle astrazioni (il Capitale, lo Stato, una legge, l’inquinamento o la mafia ad esempio) ma contro la maniera concreta – localizzata – attraverso cui queste astrazioni governano delle vite, configurano degli spazi, diffondono degli affetti. La lotta non difende un territorio, ma lo fa esistere, lo costruisce, gli dà consistenza.
«Quello che unisce gli uomini non è la condivisione del pane ma la condivisione dei nemici» (Cornac McCarthy)
giovedì 13 aprile 2023
La pratica delle rivolte - San Vittore 1969
Cronaca della rivolta di San Vittore.
Milano, sabato 12 aprile 1969. Incontro tra il procuratore della repubblica e i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non entrano in cella dopo l’aria: si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo e il letto di contenzione; contro il codice penale fascista; contro la carcerazione preventiva. Il procuratore promette i servizi igienici e più colloqui coi parenti. Dice no all’abolizione della censura sulla posta, alle licenze extra, alla riduzione delle pene (non dipendono da lui, si sa). Le notizie da Torino e da Marassi (Genova) fanno esplodere il quinto raggio (ore sedici di lunedì 14). La parola d’ordine: riforma dei codici, rispetto dell’uomo. Alle sedici e trenta tutto il carcere è in rivolta, in mano ai detenuti. La Tv si affretta a mostrare lo spettacolo a tutti gli italiani: attorno alle mura i Ps con elmi e fucili; in alto, aggrappati alle sbarre, i rivoltosi gridano slogan alla gente sulla strada. Alle ventidue, duemila tra Ps e Cc circondano San Vittore: la battaglia è iniziata; la forza pubblica entra in carcere, tegole, inferriate e sassi lanciano i detenuti; raffiche di mitra, colpi di pistola, centinaia di bombe-gas la polizia. Fiamme dappertutto, la battaglia dura quindici ore. In piazza Filangieri, davanti a San Vittore, dalle finestre del Beccaria (minorile) piovono bicchieri, piatti, panini e cartelli: «siamo tutti uniti con voi!», «sciopero della fame», «giù le mani dai minorenni», «la morte viene data troppo spesso». Decine e decine di feriti, cento persone gravemente ferite tra cui una trentina di agenti. Le guardie prese in ostaggio sono liberate sane e salve. Alle sette del mattino di martedì 15 aprile la resa definitiva: su San Vittore è issata una bandiera bianca. I detenuti con le mani in alto contro il muro sotto il tiro dei mitra, detenuti incatenati subito trasferiti in altre carceri, poliziotti in barella: il carcere quasi completamente distrutto, il folto pubblico benpensante del «Corriere» e della Tv abbandona lieto ed eccitato il campo di battaglia: lo spettacolo è finito, i «nostri» sono arrivati (da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna) «celeri», la virtù ha trionfato, i sonni possono essere di nuovo tranquilli. [Documento detenuti carcere di Milano]
giovedì 6 aprile 2023
La pratica delle rivolte
Giugno 1968. Venivano portate avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva (e non va dimenticato che sia alle Nuove che a San Vittore aveva avuto una certa importanza il contatto con gli studenti arrestati per le lotte universitarie), d’altra parte si poteva rilevare un carattere episodico dovuto sia alla mancanza di organizzazione interna, sia all’importanza eccessiva che vi ebbero motivi di contenuto immediato. La rivolta si estese a San Vittore e a Poggioreale. Aprile 1969. La rivolta. Non a caso è cominciata nel giorno dello sciopero generale per i fatti di Battipaglia, col ribadire la richiesta di riforma e con una azione di denuncia e di appello all’opinione pubblica. Si è continuato con la critica a tutto l’ordinamento giudiziario, alla giustizia di classe (negli slogan e nelle dichiarazioni ai giornali i detenuti introducevano spesso duri attacchi all’istituto della difesa d’ufficio, e soprattutto a quello della custodia preventiva, che sono due nodi fondamentali del sistema classista della giustizia italiana) (…) A lanciare parole d’ordine fu un «comitato di base» costituito da elementi giovani che si impossessarono del ciclostile per diffondere una «carta rivendicativa» in cui si proponeva l’elezione di un comitato delegato a fare una conferenza stampa e l’impegno di astenersi dai danneggiamenti nel caso le autorità avessero preso impegno di non dar corso a punizioni e trasferimenti. Le autorità non si assunsero impegni. In seguito a ciò, nell’ultimo giorno il comitato non riuscì minimamente a indirizzare la rivolta, che si fece violentissima. Bisogna ricordare che, nella fase non violenta e protestataria la polizia già seguì una tattica di brutale repressione, imbottendo il carcere di bombe lacrimogene. La giusta violenza dei carcerati fu non solo una risposta alla repressione, ma anche un tentativo pratico-politico di riforma carceraria a modo loro. Infatti fu distrutta la cappella (la religione è una delle chiavi del cosiddetto sistema rieducativo basato sulla violenza); l’ufficio matricola; l’ufficio fascicoli personali, dove il detenuto riceve il marchio di reietto; l’infermeria simbolo della discriminazione classista interna, in quanto è noto che le persone di elevata condizione (o che possono pagare) vi sono ricoverate sine die. Furono distrutte le fogne del 1857 e le tubature d’acqua antiquate, i miseri «impianti» per l’igiene, con lo scopo dichiarato di farle costruire nuove e come denuncia di una condizione di vita disumana. Furono resi inservibili i macchinari delle lavorazioni su cui si fatica otto ore per guadagnare 350 lire al giorno. Le autorità dapprima reprimono duramente, poi invece è il trionfo del paternalismo e delle promesse a buon mercato. Conclusione: l’ordine è ristabilito, col trasferimento punitivo verso carceri lontane: questo significa aggravare l’isolamento del recluso e prolungare di molto la detenzione preventiva, visto che i giudici istruttori rimangono a Torino ed in questo modo le procedure si allungano di anni. Dopo una rivolta a pagare rimangono sempre e solo loro, i detenuti. E sono anni di galera in più.[Documento detenuti, carcere di Torino, 11 aprile 1969].
giovedì 23 febbraio 2023
Il conflitto si trasforma in rivolta
Dal 2006 al 2013 ci sono state in tutto il mondo 843 rivolte popolari, esplose in 84 paesi, ma in nessun caso si erano trasformate in rivoluzioni per cambiare radicalmente il sistema, il suo ordine statuale e l’assetto di potere contro il quale si erano scagliate. Non solo, a guidare le rivolte non era stato il mondo del lavoro ma nuovi soggetti «più eterogenei, più inclassificabili», il cui vero obiettivo sarebbe stato la sfida all’ordine costituito senza però che vi fosse qualche forma di rivendicazione traducibile nel linguaggio conosciuto della politica. Una folla senza volto né leader, resiliente e mutante, aveva occupato le strade delle metropoli attraverso un faccia a faccia con il potere senza passare per la politica. Ma già le rivolte urbane esplose nei decenni precedenti avevano reso evidente questo passaggio e avevano rivelato le sue conseguenze più immediate: e cioè che la società, quella che fino ad allora era stata creata, disegnata e governata dalla politica e dalle sue istituzioni (partiti e sindacati), si frantumava in minoranze sociali e culturali autonome e separate le une dalle altre; che le stesse minoranze non producevano spazi comunitari e non si assemblavano in moltitudine se non nel momento dello scontro; che l’anima dura e profonda della metropoli non era né produttiva, né ecologica ma si fondava sulla cultura del consumo e sulla richiesta di libertà di movimento sul territorio. Nessuna rivolta metropolitana dagli anni Ottanta del Novecento in poi avrà il lavoro o la disoccupazione o l’uguaglianza tra gli obiettivi della sua lotta che investì all’inizio e con violenza ben trenta città inglesi e poi Amsterdam, Berlino, Zurigo, Francoforte, Dusseldorf, Monaco, Amburgo, Friburgo, Gottinga, Hannover, Brema, Parigi. Negli anni Novanta insorsero la periferia di Los Angeles e quella di Tolosa in Francia. Nel 2001 furono di nuovo Oldham, Manchester, Leeds e Birmingham al centro degli scontri. Nel 2005 le banlieue parigine scatenarono una rivolta così estesa e violenta che il governo francese impiegò diversi giorni per ristabilire l’ordine. E nel dicembre del 2008 fu la volta di Atene e del suo quartiere Exarchia a scendere nelle strade. Nel 2011 toccò a Roma e poi a Tottenham, area nord di Londra, a essere teatro di violenze tra la comunità nera e la polizia così come avverrà nel 2020 a Minneapolis nel Missouri, dove il movimento Black Lives Matter si metterà alla testa di riot notturni contro le forze di polizia. Nel 2018, infine, il movimento dei gilet gialli in Francia provocò scontri che sconvolsero a lungo il panorama politico francese. E questi sono solo alcuni episodi esplosi negli ultimi decenni. Il conflitto, dunque, si trasforma in rivolta che, a differenza della rivoluzione, non mira ad abbattere il sistema, non costituisce soggetti né istanze politiche che riescano a dare un futuro, una forma e un’organizzazione alla contingenza della lotta che invece ha nel mirino l’eliminazione delle regole insieme a quello delle frontiere interne e delle zone rosse che il mercato cerca di dispiegare sul territorio per controllare e governare le metropoli del mondo. E allora decostruire quest’ordine sarà il loro bersaglio. Le rivolte partono sempre da qui.
giovedì 27 ottobre 2022
Albert Camus - L'uomo in rivolta
Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi.
In questa costante e perenne oscillazione fra il no e il sì, l'uomo in rivolta di Camus si differenzia profondamente dal pensiero rivoluzionario ed ancor più dal concetto di rivoluzione. Se le rivoluzioni moderne non hanno fatto altro che instaurare degli stati e legittimare il potere del terrore, per l'autore dell'Uomo in rivolta è impossibile avere dubbi: o si accettano le conseguenze della rivoluzione, e quindi la paura, il sangue, lo Stato; oppure inevitabilmente vi si è contrari, non rinunciandovi ma riaffermando la possibilità della rivolta. Ma qual è, in pratica, la differenza tra rivoluzione e rivolta? Sulle prime sembrerebbe che Camus scelga il concetto di rivolta, dandone un'interpretazione positiva rispetto alla negatività della rivoluzione, poiché l'uomo che dice no è l'eroe titanico che, affrontando il tiranno, il Potere, con il solo e unico gesto di rivolta si autorealizza emancipandosi. Per Camus la chiave interpretativa, e metodica sta nella possibile (possibile, non "vera") differenza; rivoluzione è intesa come totale negazione del reale, come un movimento che, superando lo status quo, lo nega in tutti i suoi aspetti perché li riconosce estranei; la rivolta, al contrario, è un moto che, pur superando le condizioni presenti, le accetta perché sono le uniche passibili di mutamento.
Se la rivolta potesse fondare una filosofia, questa sarebbe al contrario una filosofia dei limiti, dell'ignoranza calcolata e del rischio. Chi non può sapere tutto, non può tutto uccidere.
Camus è un convinto assertore di questa filosofia, contrapponendosi duramente ed aspramente ad ogni concezione e interpretazione del mondo che assolutizzando qualsiasi concetto metafisico, come materialista, lo ponga e si ponga al di sopra del reale, perché, come già detto, la realtà non è né ragionevole né irragionevole, ma ciò che si può dire ed ancor più ciò che si può cambiare. Camus individua un minimo comune multiplo: il nichilismo, qui inteso come degradazione, asservimento della realtà presente a favore di un immaginato futuro di verità cui poter donare la propria sofferenza in questa vita alienata. Grande ammiratore di Nietzsche - il quale paradossalmente è l'unico ad essere salvato dall'accusa di nichilista - non può che far risalire la negazione della natura e del corpo alla nascita del cristianesimo: con l'avvento del cristianesimo, nel pensiero occidentale si insinua il concetto di peccato e di espiazione, che successivamente inquinerà perfino il pensiero laico e rivoluzionario di Karl Marx. La storia del pensiero occidentale è la storia della sconfitta della natura e dell'umiliazione del corpo per la vittoria dell'ideologia e della teologia, entrambe false coscienze che, in nome del futuro, hanno negato, condannato il presente. La domanda camusiana è dunque la seguente: quale motivo spinge l'uomo ad uccidere per dei valori astratti, delle ideologie? E ancora: perché, in nome della giustizia e della libertà, possono essere commesse le ingiustizie più atroci ed avvalorate le misure più repressive, totalitarie ed autoritarie?
La libertà assoluta coincide con il diritto, per il più forte, di dominare. Essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano la ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà. La rivoluzione per la giustizia mediante la libertà finisce col farle insorgere l'una contro l'altra.
giovedì 20 ottobre 2022
I Pirati e la Repubblica corsara di Salé
giovedì 10 febbraio 2022
Paolo Lega bastonato e frustato
La sera dell'8 marzo una violenta esplosione scuote il centro storico di Roma echeggiando per tutta la città. La bomba, collocata presso il palazzo di Montecitorio, provoca gravi danni, due morti e alcuni feriti. Un'altra più piccola esplosione, senza vittime, avviene due mesi dopo, il 9 maggio, sempre a Roma, presso il palazzo dei conti Odescalchi. Infine il 21 maggio, all'annuncio delle condanne della Corte d'Assise di Palermo contro De Felice, Bosco, Barbato, Verro e Montalto, nonché alla vigilia di una difficile prova parlamentare per il Governo, due bombe esplodono, senza fare vittime, al Ministero di Giustizia e al Ministero della Guerra. Gli anarchici non rivendicarono questi attentati ma la grande stampa conservatrice li attribuì a loro. La mancata individuazione dei responsabili e l'utilità oggettiva che il governo ne trasse in un momento in cui maturavano le leggi eccezionali lasciano adito a dubbi di provocazione. Il Crispi, superato lo scoglio dell'opposizione parlamentare, si dimette il 14 giugno e ottiene il reincarico per formare un nuovo Governo, votato dalle Camere il 16 giugno. Ma due giorni dopo, mentre si reca all'ufficio insieme al suo capo di gabinetto Giuseppe Pinelli, giunta la carrozza in Via Gregoriana, un giovane da breve distanza gli spara contro due colpi di revolver, andati a vuoto. Lo sparatore, subito preso, bastonato e frustato, è il falegname Paolo Lega, anarchico romagnolo, di Lugo. L'attentato costituisce per Crispi una grossa fortuna, oltre che fisica, politica. Nel plebiscito di congratulazioni per lo scampato pericolo, gli attacchi personali dei suoi avversari, giunti ormai all'infamazione pubblica, si attenuano. Le predisposte leggi eccezionali contro gli anarchici e più generalmente contro i sovversivi guadagnano consensi in parlamento e nell'opinione pubblica. Il neonato governo consolida la sua maggioranza, Crispi rimonta le avverse correnti e, per giunta, il giorno successivo all'attentato può annunciare alla Camera la conquista di Cassala da parte del generale Baratieri. Paolo Lega è nei guai perché da parte della polizia si vuole ad ogni costo scoprire dietro il suo gesto un vasto complotto, magari internazionale. Ma Lega è solo come un cane. Il Secolo, che è la voce della sinistra, scrive che l'attentatore «ha tutti i caratteri esteriori dell'uomo privo di intelligenza e anche qualcuno ben marcato dei delinquenti volgari». La sua determinazione a colpire in Crispi il sistema o addirittura la società si è formata in anni di patimenti e di angherie. Arrestato una prima volta il 10 maggio 1892, è passato da una prigione all'altra, fra Lugo, Bologna e Genova. Da Genova, dove ha trovato un lavoro ma non ha la residenza, è spedito con foglio di via a Lugo, suo luogo di nascita; ma a Lugo, non avendovi stabile occupazione, è incarcerato e mandato a Bologna, dove risulta si residente ma non trova lavoro. Per lavorare torna a Genova.Viene arrestato di nuovo e il giro si ripete una seconda, una terza volta. Arrivano poi i fatti di Sicilia e di Lunigiana a far scattare in lui un impulso di vendetta. Al processo svoltosi in una sola giornata a Roma il 19 luglio - difensore l'avvocato Vittorio Lollini - dichiara: Non posso esprimere le mie idee chiaramente, perché mi manca l'istruzione. Debbo però dire che non ho commesso questo reato per malvagità o per odio personale, bensì per protestare contro alcune classi privilegiate e contro gli oppressori... Considerai i fatti successi in Italia, gli eccidi ordinati dal governo e decisi fare atto di rivendicazione sociale... Mi proposi di colpire un uomo che è responsabile di tanti mali, ma non lui come uomo bensì come la persona più importante dello Stato. È condannato a 20 anni e 17 giorni. Morirà dopo appena un anno e mezzo nel carcere di Sassari.
giovedì 27 gennaio 2022
Aigues-Mortes, poveri contro poveri
Proprio all'indomani della conclusione del congresso di Zurigo dove grazie all'emendamento Bebel con cui si specificava "per azione politica s'intende il giovarsi dei diritti politici e dei congegni legislativi o lo sforzo per conquistarli onde servirsene a pro degli interessi del proletariato e per la conquista del potere" gli anarchici furono automaticamente espulsi. Il 17 agosto 1893, ad Aigues-Mortes, in Provenza, trenta operai italiani erano rimasti uccisi e molti altri feriti, a seguito di una selvaggia aggressione da parte di lavoratori francesi inferociti per la concorrenza di salariati stranieri nel lavoro delle saline. Era il segno di quanto difficile fosse ancora la battaglia per estirpare gli odi nazionali dall'anima dei popoli e di quanto, malgrado gli appelli congressuali alla fratellanza universale, conflitti nazionali uscissero in certi casi, anziché attenuati, acuiti, da una malintesa ed esclusiva lotta di classe. All'episodio reagirono socialisti e anarchici con un richiamo ideale e pratico sostanzialmente ispirato ad una comune visione internazionalista e classista. Antonio Labriola scrisse il testo di un appello « ai compagni d'Italia e di Francia» a nome del circolo socialista di Napoli. Malatesta e Merlino inviarono una ferma lettera di protesta alla redazione di La Revue anarchiste che aveva approvato la «lezione» data ai «mangiatori di polenta», colpevoli, a suo giudizio, di «aver abbassato il prezzo della carne umana negli ergastoli capitalisti del litorale»: No, compagni, scrivevano Merlino e Malatesta, non è affatto naturale che degli operai francesi ed italiani, parigini e provinciali, scioperanti e senza lavoro, si uccidano fra loro. Anzi è antinaturale. E un delitto. E il meno che possano fare gli anarchici in simili occasioni è di dirlo ad alta voce, invece di giustificare i massacri ed insultare le vittime. In seguito all'eccidio di Aigues-Mortes si ebbero in Italia violente dimostrazioni antifrancesi, soprattutto, come abbiamo detto, a Roma e a Napoli. Come, in un momento di grave tensione diplomatica fra Parigi e Roma, la borghesia francese aveva dirottato la rabbia dei disoccupati contro gli emigranti italiani, così il governo di Roma sfruttava l'incidente di Aigues-Mortes per convogliare il malcontento dei lavoratori italiani contro l'ambasciata e i consolati francesi. Ma a Roma e a Napoli le dimostrazioni popolari sfuggirono di mano ai loro ispiratori per volgersi contro il governo stesso. A Roma si eressero barricate, a Napoli gli scontri di strada durarono tre giorni, con una partecipazione di massa, soprattutto di donne e ragazzi. I tumulti sconvolsero l’intera città e cessarono solo dopo l’intervento di reparti militari. Duemila furono gli arrestati. Fu, secondo la felice espressione di Antonio Labriola, “un caso. di anarchia spontanea” alla cui esplosione erano in effetti estranei tanto i socialisti che gli anarchici (come invece la stampa governativa voleva far credere) e che aveva, la sua causa e la sua carica nelle condizioni sociali delle masse popolari urbane.
giovedì 13 maggio 2021
“I dirigenti rivoluzionari”
Dal momento in cui il popolo in rivolta rinuncia alla sua volontà per seguire quella dei suoi consiglieri, perde l'impiego della sua libertà e incorona, con l'ambiguo titolo di dirigenti rivoluzionari, i suoi oppressori di domani. In ciò consiste, in qualche sorta, l'astuzia del potere parcellare: esso genera delle rivoluzioni parcellari, scisse dal rovesciamento di prospettiva, separate dalla totalità; paradossalmente dissociate dal proletariato che le fa. Come potrebbe la totalità delle libertà rivendicate accontentarsi di qualche briciola delle libertà conquistate senza fare subito le spese di un regime totalitario? Si è creduto di vedervi una maledizione: la rivoluzione che divora i suoi figli: come se la sconfitta di Makhno, l'annientamento di Kronstadt, l'assassinio di Durruti non fossero già stati implicati dalla struttura dei nuclei bolscevichi iniziali, forse anche dai modi autoritari di Marx nella Prima Internazionale. Necessità storica e ragione di stato non sono che necessità e ragione dei dirigenti chiamati ad avallare il loro abbandono del progetto rivoluzionario, il loro abbandono della radicalità. La nuova ondata insurrezionale riunisce oggi dei giovani che si sono tenuti lontani dalla politica specializzata, che sia di sinistra o di destra, o che vi sono passati rapidamente, il tempo di un errore di giudizio o di un'ignoranza scusabili. Nel maremoto nichilista, tutti i fiumi si confondono. Ciò che importa è solo l'al di là di questa confusione. La rivoluzione della vita quotidiana sarà la rivoluzione di quelli che, ritrovando con maggiore o minore facilità i germi di realizzazione totale conservati, contrastati, nascosti nelle ideologie di ogni genere, avranno per ciò stesso cessato di essere mistificati e mistificatori.
giovedì 18 febbraio 2021
Diventare il produttore del film della propria vita
Occorre di mettersi di taglio alla costellazione della miseria delle democrazie formali. Infrangere lo spettacolo delle ideologie nelle teste di legno della società opulenta. Bisogna tenere sempre presente che le istituzioni non sono sorte per caso, ma per compensare la debolezza di chi vi partecipa. E in questo assolvono una funzione storica. Ma ogni istituzione si fonda sul sacrificio dei suoi membri, si nutre di vita umana. Si tratta quindi di porgere un invito a mordere, incamminarsi verso i giorni della gioia dove ogni individuo potrà sfoderare il proprio sogno nei colpi di ritorno contro i potentati che tengono le briglie e i giochi del proletariato arreso. Occorre muoversi nei percorsi accidentati del contrasto e andare a produrre un disordine linguistico/figurale dell’ordine apparente.
Diventare il produttore del film della propria vita.
Il rifiuto di essere schiavo è ciò che veramente cambia il mondo.
Né dei né miti. La persona che si ribella e che poi tende al rivoluzionamento lo fa, come causa prima, in risposta ad esigenze ed emozioni in origine del tutto personali e di stretta contingenza alla sua condizione. Solo in un successivo, secondo tempo le sue medesime esigenze ed emozioni, incontrandosi, integrandosi, completandosi con analoghe situazioni reclamanti altre necessità e scaturenti da altrettante motivazioni, daranno luogo alla collettivizzazione dell’atto, che da rivoltoso si tramuterà così in rivoluzionario. È un discorso che si sviluppa contro il certo, l’ideale, l’alchimia della politica e il terrorismo della Borsa. Il gesto estremo, a volte disperato dei ribelli, coglie nel coraggio di minoranze bastonate, carcerate, uccise, le tracce di una differente esistenza. La rivolta si apre al rischio di vivere pericolosamente il rapporto tra idea e azione.
giovedì 4 giugno 2020
Un immaginario ribelle e libertario
In questa nuova configurazione la parola rivoluzione non significa nulla. Non significa niente alcuna parola che si iscriva in una prospettiva universale. Non esiste più un piano etico, immaginario, progettuale che sia comune alle figure del lavoro frammentario globalizzato, perché non esiste un piano di consistenza sociale che
sia loro comune. Il capitale ovviamente attraversa tutte le figure del lavoro frammentato e mantiene la posizione di agente di codificazione generalizzata. È qui che deve operare, con analisi, pratiche e azioni, un movimento ribelle all'altezza dei tempi, senza inseguire triti concetti ottocenteschi come: federalismo, conservazione (o innovazione) delle culture territoriali, nazione.., svuotati di significato dalla storia e dalle interpretazioni reazionarie e razziste, alle quali si deve rispondere, non con la proposta di cambiamento di segno o interpretazione della muffa di un tempo, ma con la creazione di nuove parole, concetti e pratiche che sappiano rilanciare un immaginario ribelle e libertario.
giovedì 7 maggio 2020
Il rifiuto di essere schiavo
La rivolta è una filosofia della strada che si riconosce e si sviluppa ai bordi della storia. La rivolta mette a fuoco la realtà autorizzata, semina teoria della ribellione nel rovesciamento di forme e mitologie sovvenzionate dal mercato della verità ideologizzata. La rivolta si apre al rischio di vivere pericolosamente il rapporto tra idea e azione. Il gesto estremo, a volte disperato dei ribelli, coglie nel coraggio di minoranze bastonate, carcerate, uccise, le tracce di una differente esistenza.
La persona che si ribella e che poi tende al rivoluzionamento lo fa, come causa prima, in risposta ad esigenze ed emozioni in origine del tutto personali e di stretta contingenza alla sua condizione. Solo in un successivo, secondo tempo le sue medesime esigenze ed emozioni, incontrandosi, integrandosi, completandosi con analoghe situazioni reclamanti altre necessità e scaturenti da altrettante motivazioni, daranno luogo alla collettivizzazione dell’atto, che da rivoltoso si tramuterà così in rivoluzionario.
Occorre di mettersi di taglio alla costellazione della miseria delle democrazie formali. Infrangere lo spettacolo delle ideologie nelle teste di legno della società opulenta.
Cancellare dalla mente gli incubi di schiavo, per diventare il re dell’incubo, finalmente superiori a tutti gli altri, chiusi ciascuno nella sua superiorità. Diventare il produttore del film della propria vita.
Il rifiuto di essere schiavo è ciò che veramente cambia il mondo.
giovedì 21 marzo 2019
Il processo di Pescara - rivolta nel carcere il 31 luglio 1973
Non è facile spiegare in poche parole la qualità politica del comportamento dei detenuti di Pescara. C'è tutta una letteratura che ''spiega" il livello di coscienza degli operai di una fabbrica. del proletariato in un quartiere, del popolo intero in una città. Specie quando si tratta di letteratura agiografica i comportamenti vengono caricati di molti significati che ne deformano la vera natura, e il livello di coscienza viene descritto come aderente ad un disegno politico che è in realtà estraneo ed esterno ma che viene presentato come prodotlo spontaneo di questi stessi comportamenti e di questa stessa coscienza. Per i detenuti in rivolta, per le "canaglie" che osano lottare per diritti inalienabili e per difendere interessi materiali di natura elementare quanto essenziale, la letteratura agiografica cerca di “spiegare" ancora una volta tutto, ma fa un buco nell’acqua e dimostra così i suoi limiti generali che emergono sia quando I'analisi riguarda la società dentro le carceri. sia quando riguarda la società fuori dalle carceri.
Il proletariato fuori dalle carceri, in fabbrica, in quartiere, in campagna è composto di uomini in libertà provvisoria, e se in carcere ì'aliquota che vi entra è bensì alta ma non altissima ciò dipende solo dal fatto che c'è troppo bisogno di questa classe di "delinquenti" per alimentare la produzione capitalistica. Per le classi popolari, il carcere ha la stessa natura dell’infortunio sul lavoro, della malattia, della disoccupazione, ha la natura insomma dei fenomeni sociali dipendenti in maniera specifica dal modo di produzione di una società governata dalla borghesia. Ci si ribella più facilmente quando si ha lavoro, casa e salute: ma ci si ribella anche quando la propria integrità sociale e gravemente lesa o quando è del tutto annullata. Ciò che non muta mai è la natura di classe di chi si ribella. anche se mutano le condizioni della lotta e lo stimolo iniziale.
"Solitamente noi detenuti veniamo considerati dall'attuale società come delle rarità, degli spauracchi, sotto gli appellativi di ladri, rapinatori, delinquenti e tutto ciò ci è stato confermato dall'articolo comparso sul quotidiano «Il Tempo». Ebbene signori, le nostre dimostrazioni pacifiche e non pacifiche all'interno delle carceri, vogliono far capire che noi siamo uomini uguali a tutti gli altri, con gli stessi diritti e doveri. Anche noi come tutti voi, abbiamo le nostre aspirazioni, i nostri ideali, una nostra coscienza e un nostro orgoglio. (…) Prima o poi, siamo sicuri che il proletariato giungerà a processare tutti i padroni, anche se sono duri a morire e capaci di commettere le azioni più nefaste per raggiungere e conservare il potere ed esercitare la propria dittatura. Siamo sicuri che così ci sarà una giustizia veramente popolare e non di classe, come quella che finora ci è stata data dagli attuali ma sorpassati codici, alla cui autorità noi non crediamo. (…) Ma abbiamo scoperto che la nostra unità ci dà la forza di combattere contro la giustizia borghese, e chiediamo e chiederemo sempre ciò che ci è stato sempre negato e, nel nostro caso specifico, l'abolizione della recidiva, l'abolizione della carcerazione preventiva, l'abolizione della chiamata di correo e l'abolizione dei reati d'opinione. Chiediamo inoltre la riforma carceraria e la riforma del codice, il diritto ai rapporti eterosessuali,
amnistia e indulto per tutti, facoltà di organizzazione e diritto di lavoro giustamente retribuito, nonché il diritto allo studio”.
(Dichiarazione letta nell'aula del tribunale di Pescara, il 21 settembre 1973, dal compagno Flavia Zoin, a nome dei carcerati processati per la rivolta.)
giovedì 14 marzo 2019
Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo VI)
9 giugno: CATANIA. Tutti i detenuti della sezione minori si barricano nelle loro celle impedendo agli agenti di avvicinarsi. Si temevano trasferimenti punitivi. La parola d’ordine è: “No ai trasferimenti, sì all’amnistia e alla libertà”. La polizia circonda il carcere e carica i numerosi proletari e parenti raccolti attorno alle mura.
9 giugno: SULMONA. Molti detenuti fanno lo sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale, per l’amnistia e la riforma dei codici.
11-14 giugno: TORINO. Un centinaio di detenuti dopo l’ora d’aria non rientrano in cella e si riuniscono in un cortile (malgrado piova), rientrano solo con l’assicurazione che una delegazione sarà ricevuta dalla direzione. Obiettivi: amnistia generale, riforma dei codici, più libertà all’interno (più ore d’aria, colloqui, abolizione della censura, dei letti di contenzione, delle celle d’isolamento, paga sindacale per i lavoranti). Qualche giorno dopo alcuni compagni sono pestati a sangue dalle guardie e trasferiti. Dopo la denuncia, venti secondini riceveranno un avviso di reato per “abuso di potere”!
13 giugno: SALERNO. Sciopero della fame in solidarietà coi compagni di Poggioreale.
8 luglio: FIRENZE, LE MURATE. Verso le ventitré e trenta le guardie con a capo il direttore ed alcuni sottufficiali trascinano fuori dalle celle alcuni detenuti e li pestano a sangue nelle celle di punizione, senza alcuna ragione. Dopo cinque giorni di isolamento, i compagni vengono trasferiti e denunciati per “rivolta”.
8 luglio: LUCERA (Foggia). I detenuti organizzano una protesta per il caldo e la segregazione in cui sono tenuti.
10 luglio: ROMA-REBIBBIA. Nuova protesta di centocinquanta detenuti del carcere “modello” di Rebibbia. Il giorno dopo quarantacinque detenuti sono massacrati di botte nei sotterranei alla presenza dei due vicedirettori del carcere. I detenuti da pestare sono scelti in base alla lista nera dello stesso direttore del carcere, che verrà incriminato, il 28 luglio, insieme ai due vicedirettori e a diverse guardie per violenza privata, lesioni, abuso di potere..
19 luglio: PIACENZA. I detenuti protestano contro l’attuale sistema carcerario. Vengono domati a raffiche di mitra.
5 agosto: SULMONA. Protesta dei detenuti contro la censura sui programmi radio, T.V., giornali, eccetera.
5 agosto: VOLTERRA. I detenuti per sette ore si rifiutano di entrare nelle celle e chiedono di parlare con un magistrato.
6 agosto: VICENZA, CARCERE DI SAN BIAGIO. Protesta contro le condizioni igieniche disastrose di questo carcere, costruito nel 1300, umido, sporco, senza luce.
8 agosto: VOLTERRA. Per la seconda volta in pochi giorni i detenuti del Mastio di Volterra si rifiutano di rientrare in cella e chiedono di parlare con il magistrato. Richieste: maggior tempo di “aria”, fine della censura, cibo mangiabile, che nessuno venga punito per la protesta.
15 agosto: SASSARI. I detenuti si rifiutano di rientrare in cella e impongono la presenza di un magistrato, al quale motivano le parole d’ordine collettive della lotta: amnistia, riforma dei codici, migliori condizioni di vita. Nei giorni seguenti dura repressione, con trasferimenti all’Asinara e cinquanta denunce contro i detenuti.
15 agosto: CITTANOVA (Reggio Calabria). Protesta contro le “bocche di lupo” ed i vetri opachi alle finestre.
21 agosto: TRIESTE. Due detenuti di diciassette anni muoiono bruciati vivi durante la rivolta del carcere. La rivolta è scoppiata per protestare contro l’uso continuo del letto di contenzione. I detenuti si barricano, danno fuoco a qualche suppellettile. La direzione risponde con centinaia di poliziotti e carabinieri armati. La zona della rivolta viene (come dicono loro) “circoscritta”, cioè posta in stato d’assedio, mentre le fiamme fanno il loro lavoro, gli assedianti si guardano bene dall’aprire vie di scampo. Due detenuti così bruciano vivi: ragazzi di diciassette anni, Giorgio Brosolo e Ivano Gelaini, quest’ultimo trasferito qui per rappresaglia dalle Nuove di
Torino. Il giorno dopo la rivolta, il dottor Alessandro Brenci, sostituto procuratore della repubblica di Trieste, annuncia che emetterà ordine di cattura per “concorso in omicidio” contro i detenuti scampati al rogo umano. Così giustizia verrà fatta, e si dimostrerà che nelle carceri italiane se non si viene assassinati si ha comunque buone probabilità di restare dentro per sempre.
26 agosto: MASSA. I detenuti si mobilitano e danno una severa lezione ai due fascisti appena arrestati, dopo il tentato omicidio nei confronti di un compagno di Massa di Lotta Continua. Questa è una ennesima dimostrazione di come cresce l’organizzazione e la coscienza antifascista dei detenuti.
giovedì 7 marzo 2019
Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo V)
8-9 aprile: SAN VITTORE. I detenuti del terzo, quarto, quinto raggio e del braccio femminile protestano contro le centinaia di trasferimenti di sfollamento predisposti dal ministero degli interni per far posto ai “politici” arrestati durante la campagna elettorale. Il 9 aprile decine di bandiere rosse sventolano dai raggi in lotta. Duecento detenuti vengono trasferiti all’Asinara, a Mamone, a Favignana, a Noto.
9 aprile: IMPERIA. Un gruppo di detenuti si rifiuta di rientrare in cella per protestare contro la censura dei giornali.
14 aprile: MESSINA. Rivolta nel carcere per migliori condizioni di vita. P. L. R. per punizione è legato al letto di contenzione, e poi trasferito con altri.
17 aprile: FORLÌ. Scoppia una rivolta per avere più libertà nel carcere-scuola. L’anno prima i detenuti si erano già ribellati contro il regolamento e le dure condizioni di lavoro nel carcere.
24 maggio: ROMA-REBIBBIA. Il reparto giovani del carcere “modello” è in rivolta. Cinquanta detenuti sui tetti, strade bloccate dalle pantere e camionette della polizia. La protesta è contro i sistemi fascisti del direttore e del personale di custodia.
01 giugno: NAPOLI, POGGIOREALE. Dopo aver chiesto inutilmente di parlare col direttore di Poggioreale e col procuratore capo, i detenuti riescono ad uscire dalle celle, dopo aver scardinato i cancelli, si radunano nei cortili e salgono sui tetti. Gli agenti di custodia, a cui giungono in aiuto trecento poliziotti armati, sparano colpi di pistola contro i detenuti: A. N. è ferito alla gola da una pallottola ed è ricoverato in fin di vita all’ospedale. Altri due detenuti sono colpiti al viso e alle gambe. Il direttore dichiara: “Questo era un piano preordinato, la rivolta covava da tempo, vogliono l’amnistia”. E difatti già da tempo tra i detenuti c’erano state discussioni e scioperi della fame per l’amnistia. Il giorno dopo i detenuti si rifiutano ancora di arrendersi, malgrado l’intervento massiccio della polizia, che spara lacrimogeni e raffiche di mitra contro i dimostranti, e il tentativo di prenderli per fame e per sete impedendo l’accesso al magazzino dei viveri. Intorno al carcere ci sono centinaia di proletari che gridano “Amnistia e libertà” insieme ai detenuti. Il 3 giugno incomincia la deportazione in massa (più di cinquecento trasferimenti). I detenuti si oppongono in modo duro e organizzato fino all’ultimo. I colpi di mitra, moschetto o pistola sparati all’interno del carcere sono stati centinaia. I detenuti di Santa Maria Capua Vetere organizzano una protesta per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
5 giugno: TORTONA. Nel pomeriggio una quarantina di detenuti dopo l’aria si rifiutano di entrare in cella, per protesta contro il sovraffollamento dei bracci e per la riforma carceraria.
7 giugno: BERGAMO. Dopo due giorni di sciopero della fame, i detenuti del carcere di Sant’Agata si rifiutano di rientrare nelle celle dopo la televisione: il carcere è posto subito in stato d’assedio. La polizia spara a raffica, lo stesso direttore del carcere si fa avanti contro i detenuti con la pistola in pugno. La protesta è nata per solidarietà con la lotta di Poggioreale.
7 giugno: ALESSANDRIA. I detenuti del carcere giudiziario, tutti giovanissimi, sono in lotta già da due giorni. Sul tetto sventola uno striscione: “Vogliamo la riforma carceraria”. Sui tetti delle case vicine ci sono centinaia di carabinieri coi mitra spianati.
9 giugno: NICOSIA (Enna). I detenuti scendono in lotta: chiedono tra l’altro il rientro nelle carceri di Napoli di venti detenuti minorenni trasferiti dopo la rivolta di Poggioreale.
giovedì 28 febbraio 2019
Le rivolte e le lotte nelle carceri italiane nel biennio 1971-72 (Capitolo IV)
25-26 dicembre: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame al secondo raggio per chiedere l’abolizione del codice Rocco e la liberazione dei detenuti incarcerati per consumo di droga.
14 gennaio 1972: MILANO, SAN VITTORE. I detenuti del secondo raggio rifiutano i colloqui con la commissione di psichiatri e psicologi così come sono stati organizzati dal direttore C., e chiedono che siano ammessi ad assistervi dei compagni esterni, scelti dai detenuti stessi.
20 gennaio: MILANO, SAN VITTORE. Trecento detenuti del terzo raggio attuano uno sciopero della fame di ventiquattro ore per protesta contro il vigente regolamento carcerario fascista.
20 gennaio: NAPOLI, POGGIOREALE. Tutti i detenuti del padiglione Genova si sono rifiutati di mangiare. Le rivendicazioni sono: la riforma dei codici e l’amnistia. A Poggioreale su 1625 detenuti (presenti al 24 gennaio), 817 sono in attesa di giudizio, 522 aspettano l’appello, 138 la cassazione, solo 130 sono definitivi. Cioè, se non esistesse il carcere preventivo, Poggioreale sarebbe vuoto. Invece è pieno come un uovo (anche venti detenuti per ccamera, senza gabinetto, di 5 metri per 4).
23 gennaio: ALGHERO, CARCERE MANDAMENTALE. I detenuti, al termine dell’ora d’aria si rifiutano di farsi chiudere in cella, salgono sul tetto del carcere, al centro di Alghero, gridando slogan contro agenti di custodia, poliziotti, e chiedendo a gran voce la riforma carceraria e l’abolizione del codice Rocco.
23 gennaio: MODICA (RAGUSA), CARCERI DI PIANO DEL GESÙ. I detenuti minorenni incendiano materassi e coperte delle loro celle per protestare contro la carcerazione preventiva dei minori.
27 gennaio: SPOLETO. Protesta contro la carcerazione preventiva.
2 febbraio: MILANO, SAN VITTORE. Sciopero della fame articolato nei vari raggi per ottenere dal ministero il diritto di riunione e assemblea, e che a queste assemblee possano partecipare giornalisti “esterni”. Nello stesso giorno la questura proibisce al corteo della Statale di recarsi a San Vittore, sostenendo che la “situazione interna al carcere è estremamente tesa ed un sostegno esterno la renderebbe esplosiva!"
3 febbraio: ANCONA. Nella notte tra il 3 e 4 febbraio, mentre a causa delle scosse di terremoto la città si va svuotando rapidamente, e mentre anche le guardie carcerarie si riversano sulla piazza antistante il carcere, i detenuti vengono lasciati chiusi a chiave nelle celle con la prospettiva di fare la fine del topo! Malgrado le proteste dei detenuti che si danno alla distruzione di quanto c’è nelle celle, che gettano all’esterno del carcere stracci incendiati, che cercano di sfondare le porte delle celle, solo nel tardo pomeriggio una parte di loro viene trasferita. Per gli altri, niente, perché in altre carceri non c’è più posto!
9 febbraio: CATANIA, CARCERE PER MINORI. I detenuti minorenni si ammutinano per protesta contro l’infame condanna a due loro compagni: due anni e due mesi di reclusione per tentato furto. In trenta si arrampicano sui tetti, reclamando a gran voce l’amnistia che Leone non vuole concedere. La polizia e i carabinieri subito circondano l’edificio, ma sono accolti da nutri te scariche di tegole e pezzi di cemento rotti con piccone. È la quarta rivolta durissima di questi giovani reclusi, in meno di un anno, oltre a decine di altre proteste.
12-13 marzo: due giorni di lotta nelle carceri di NOTO. I detenuti nel carcere di Noto si rifiutano di entrare nelle celle dopo le due ore d’aria. Chiedono: abolizione dell’isolamento diurno, libertà di riunione dentro il carcere, amnistia, libertà di portare le loro donne in cella, la riforma carceraria. Il giorno dopo i dieci detenuti più attivi che hanno organizzato la lotta sono trasferiti nelle carceri di Siracusa, Augusta, Caltanissetta e Trapani.



























