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Visualizzazione post con etichetta Antonin Artaud. Mostra tutti i post
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giovedì 12 ottobre 2023

Stavo inventando la vita

Ci si sente come rovesciati e ribaltati dall’altro lato delle cose e non si capisce più il mondo che si è appena lasciato. Dico: ribaltati dall’altro lato delle cose, e come se una forza terribile vi avesse dato la possibilità d’essere restituiti a ciò che sta dall’altro lato. Non si avverte più il corpo che si è lasciato e che vi garantiva nei suoi limiti, in cambio ci si sente molto più felici d’appartenere all’illimitato che a se stessi, perché si capisce che ciò che era noi ci è giunto dalla testa di questo illimitato, l’infinito, e che lo vedremo. Ci sentiamo in una sorta di onda gassosa e che emette da ogni parte un crepitio incessante. Sostanze uscite da qualcosa che po-trebbe essere la vostra milza, il fegato, il cuore o i polmoni si sprigionano incessantemente e scoppiano in questa atmosfera incetta fra il gas e l'acqua, ma che sembra richiamare a sé le cose e ordinar loro di riunirsi. [...] E tutta la serie di lubrichi fantasmi proiettati dall’inconscio non possono più ostacolare il soffio vero dell'UOMO, per il fatto stesso che il Peyote è l'UOMO non già nato, ma INNATO, e con lui la conoscenza atavica e personale è interamente animata e dispiegarsi. Lei sa ciò che è buono per lei e ciò che non le serve a nulla: e quindi i pensieri e i sentimenti che può accogliere senza pericolo e con profitto, e quelli che sono nefasti per l'esercizio della sua libertà. Sa soprattutto fin dove arriva il suo essere, e ?n dove non è ancora arrivata. NON SI HA IL DIRITTO Di ANDARE SENZA PRECIPITARE NELL’IRREALTÀ, IL NON-FATTO, IL NON-PREPARATO. (Antonin Artaud1936)


giovedì 13 dicembre 2018

Un buco vero Antonin Artaud

Ho un cuore di parole che non è un’anima imperfetta ma una volontà,
una volontà che vuole venire al mondo per apprezzare l’aria e il fuoco,
e non per tacere la manifestazione del vuoto intorno a me.
La poesia e questo fatto di creare un vaglio per la crusca
delle parole, e che sa molto di costernazione, devo dirlo, dal momento che si setaccia con le parole anche la storia di tutte le sporche dicerie sull’uomo.
E cosa sarebbe l’uomo,
se non un crimine contro la sua stessa natura?
L’ombra mi dice anche questo,
e non sento nient’altro che una sillabazione continua di vecchi errori da parte di chi non agisce.
Inoltre, voglio che si masturbi la minima parola finché non esca al culo,
perché cosi si prepara nuovamente l’idea dell’insurrezione del corpo nella società e in qualsiasi idea normale dell’uomo,
in quanto l’uomo non e normale,
non essendo un intestino finito,
ma un buco,
un buco vero,
aperto sulla sconfitta dello spazio e del sollievo trasparente.
(Tratto da Cahiers de Rodez)

giovedì 15 giugno 2017

Io Antonin Artaud sono un grande poeta

Io, Antonin Artaud, sono un grande poeta,
perché ho masticato la poesia anche quando non avevo denti,
e i preti hanno cercato di rubarmela,
e sono stato assassinato sotto la croce
dai Soviet dell’impotenza,
perché ho sempre creduto che si volesse cambiare il mondo o dire di farlo per non cambiare nulla in se stessi e mettere i propri incubi sugli altari,
milioni di morti per guadagnare qualche lurida ostia sacramentata,
migliaia di mezzi e nessun vero uomo 
la davanti,
merda,
e devo ancora svuotare i testicoli per regalare la mia anima ai dottori?
lasciare forse che la medicina s’insinui profondamente
e subdolamente nel mio mondo?
per quale motivo devo fornicare con il nulla?
Io uccido in me l’essere,
ossia la parvenza che mi avete lasciato sottraendomi la
mia vera nascita,
e intendo finirmi prima di morire,
per fregarvi tutti
e concepire immediatamente dopo la mia morte il ritorno alla nascita.
Perché non posso restare ancora a lungo nell’indecisione
di chi ha un volto ma non certo una testa e questo vuol dire che sono giunto fin qui acefalo e con l’intenzione di costruirmi un asse perpendicolare all’apertura delle braccia e che un asse del genere non è un meridiano ne tanto meno il prolungamento di un capestro ma è la linea retta che dal mio sottosuolo di viscere adeguatamente irrorato nasce come un soprassalto di sangue che procede verso l’alto e forma cosi nell’ascensione – e la cosa è certa, un preparato, un esordio, un inizio di testa che finalmente 
fa a meno del pensiero
e vive non di sola civiltà, 
ma anche di giunture che sono dei pieni, 
cioè qualcosa che si piega, 
che sento adattarsi alla mia volontà, 
pur non muovendomi affatto dal mio corpo, 
e che nessuno può determinare
ne togliermi, 
neanche a costo della verità.
(Tratto dai tomi dal XV al XXI delle Oeuvres Complètes, Manicomio di Rodez 1945-1946)

giovedì 20 agosto 2015

Due parole sulla psichiatria di Antonin Artaud

Le leggi e il costume vi concedono il diritto di valutare lo spirito umano. Questa giurisdizione sovrana e indiscutibile voi l’esercitate a vostra discrezione. Lasciate che ne ridiamo. La credulità dei popoli civili, dei sapienti, dei governanti dota la psichiatria di non si sa quali lumi sovrannaturali. Il processo alla vostra professione ottiene il verdetto anzitempo. Noi non intendiamo qui discutere il valore della vostra scienza, né la dubbia esistenza delle malattie mentali. Ma per ogni cento classificazioni, le più vaghe delle quali sono ancora le sole ad essere utilizzabili, quanti nobili tentativi sono stati compiuti per accostare il mondo cerebrale in cui vivono tanti dei vostri prigionieri? Per quanti di voi, ad esempio, il sogno del demente precoce, le immagini delle quali è preda, sono altra cosa che un’insalata di parole?
Noi non ci meravigliamo di trovarvi inferiori rispetto ad un compito per il quale non ci sono che pochi predestinati. Ma ci leviamo, invece, contro il diritto attribuito a uomini di vedute più o meno ristrette di sanzionare mediante l’incarcerazione a vita le loro ricerche nel campo dello spirito umano.
E che incarcerazione! Si sa - e ancora non lo si sa abbastanza - che gli ospedali, lungi dall’essere degli ospedali, sono delle spaventevoli prigioni, nelle quali i detenuti forniscono la loro manodopera gratuita e utile, nelle quali le sevizie sono la regola, e questo voi lo tollerate. L’istituto per alienati, sotto la copertura della scienza e della giustizia, è paragonabile alla caserma, alla prigione, al bagno penale.
Non staremo qui a sollevare la questione degli internamenti arbitrari, per evitarvi il penoso compito di facili negazioni. Noi affermiamo che un gran numero dei vostri ricoverati, perfettamente folli secondo la definizione ufficiale, sono, anch’essi, internati arbitrariamente. Non ammettiamo che si interferisca con il libero sviluppo di un delirio, altrettanto legittimo, altrettanto logico che qualsiasi altra successione di idee o di azioni umane. La repressione delle reazioni antisociali è per principio tanto chimerica quanto inaccettabile. Tutti gli atti individuali sono antisociali. I pazzi sono le vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale; in nome di questa individualità, che è propria dell’uomo, noi reclamiamo la liberazione di questi prigionieri forzati della sensibilità, perché è pur vero che non è nel potere delle leggi di rinchiudere tutti gli uomini che pensano e agiscono.
Senza stare ad insistere sul carattere di perfetta genialità delle manifestazioni di certi pazzi, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo la assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano.
Possiate ricordarvene domattina, all’ora in cui visitate, quando tenterete, senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.

giovedì 15 maggio 2014

Antonin Artaud per gli analfabeti

L'anarchia, senza ordine né legge, le leggi e i comandamenti non esistono senza il disordine della realtà, il tempo è la sola legge. Continuerò a disarticolare ogni cosa, nella vita degli universi, perché il tempo sono io.
La rivolta generale degli esseri è stata un sogno che ho osservato come un albero, nel mio angolo, con l'epidermide delle mie mani, e non ero morto, né distrutto, ma nel corpo da qualche parte.
Sono una macchina che funziona benissimo e parte al primo colpo e sono gli esseri che, con la dialettica, fanno sorgere falsi problemi per comprendere esplicitamente quello che dico: che la mia testa funziona.
seguo la mia strada nell'onestà, nel contegno, l'onore, la forza, la brutalità, la crudeltà, l'amore, l'acredine, la collera, l'avarizia, la miseria, la morte, lo stupro, l'infamia, la merda, il sudore, il sangue, l'urina, il dolore. 
Non sono l'intelligenza o la coscienza ad aver fatto nascere le cose ma il dolore mistero del mio utero, del mio ano, della mia enterocolite, che non è un senso, caro signor Freud, ma una massima ottenuta solo soffrendo senza accettare il dolore, senza rivendicarlo, senza imporselo, senza starselo a cercare [...]
Non c'è scienza, c'è solo il niente, e non la supereranno la loro scienza se credono. Non si può vivere con tutti questi parassiti mentali attorno. Io sono colui che ha voluto rendere inutile il segno della croce.
Il dubbio, l'incostanza, l'ignoranza, l'inconseguenza non costituiscono uno stato alterato, ma il solo stato possibile, non esiste l'essere innato che avrebbe infusa la luce, la luce si fa vivendo, ma la sua natura reale è tenebrosa, non riempie mai lo spirito di consapevolezza, ma della necessità di accatastare il suo essere, di raccoglierlo al centro delle tenebre, affermazione consistente di un essere, di una forma che con la sua misura e i suoi appetiti si affermerà, l'essere, non dio, nessun principio innato.
Io non sono mai andato a dire agli intellettuali: che cosa volete? Neppure li ho biasimati, li ho solo scandalizzati con la lingua e i colpi. L'idea che ho di me è che non so nulla e sento sempre qualcosa di diverso in merito a un'idea del dolore e dell'amore che non può non uscirne.
Non ho mai amato l'atmosfera delle case di correzione e non accetto che me la si applichi.
Lo ripeto, a guidarmi non è l'orgoglio letterario dello scrittore che vuole piazzare e veder pubblicato il suo prodotto. Sono i fatti che racconto che voglio che nessuno ignori, i gridi di dolore che lancio e che voglio siano sentiti.
No io, Antonin Artaud, no e poi ancora no, io, Antonin Artaud, non voglio scrivere se non quando non ho più niente da pensare. Come che divori il proprio ventre, da dentro.
Sotto la grammatica si nasconde il pensiero che è un obbrobrio più difficile da battere, una vergine molto più renitente, molto più difficile da superare quando lo si prende per un atto innato.
Perché il pensiero è una matrona che non è sempre esistita.
E che le parole gonfie della mia vita si gonfino nel vivere dei bla-bla dello scritto.
Io scrivo per gli analfabeti.