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giovedì 23 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VII°

Dopo la rivoluzione d'ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre 1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l'essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotzky e Kamenef, era stato l'ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo "controllo operaio", poiché questa parola d'ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l'organo del potere di una classe. Di quale classe?... Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all'apparato oppressore - quale l'esercito, la polizia ed i funzionari - anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest'ultimo apparato “non può e non deve essere abbattuto”, che bisogna “sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione”, concludendo che si poteva ottenere ciò “se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo” (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo)». Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l'azione politica, ripudiando, di conseguenza, l'azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d'industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti - che credevano nella possibilità di organizzare l'economia mediante un'autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme -dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l'espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l'alternativa all'autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in despotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull'ipotesi di un'organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall'altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall'entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l'occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito». E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l'insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capacità auto-organizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall'alto. Esso è alieno dall'automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l'opera delle stesse masse popolari». 


Stregoni e aquile per gli Zuni

Gli Zuni, popolo Pueblos del Sud-Ovest degli Stati Uniti, avevano la religione più complicata  d'America e la "medicina" più evoluta. I loro sciamani (stregoni-dottori), a seconda del tipo di malattia di cui s'intendevano, facevano parte di singolari società segrete di iniziati. Ne esistevano 12, ciascuna specializzata in particolari malattie: la Confraternita del Legno curava le malattie della digestione, quella  del Piumaggio d'Aquila  curava le malattie della gola, quella del Grande Fuoco curava le malattie infiammatorie, quella del Piccolo Fuoco le bruciature e le malattie della pelle, molto comuni tra gli Zuhi che, per farsi i pantaloni, scuoiavano gli animali e si arrotolavano le pelli ancora fresche intorno al corpo, lasciandosele essiccare  addosso. Dopo la diffusione della religione cattolica è nata la confraternita dei Newekate. l suoi membri per parodiare i preti cristiani mangiavano, al posto dell'ostia, teste di topo ed escrementi. Gli sciamani Zuhi assicuravano l'ottenimento della guarigione soltanto a quei malati che avevano sempre pagato i tributi alla corporazione. Le malattie, specie quelle interne, nascoste,  erano scoperte osservando il corpo del paziente con un cristallo magico e  trasparente. Scoperto il male, lo stregone entrava in estasi e succhiava  via gli spiriti malvagi dal corpo. Durante  il rito di guarigione anche i presenti, familiari e membri della tribù, entravano in trance e vedevano chiaramente i vetri, piume, pelli, interiora di animali, estratte dallo stregone, uscire dalle parti dolenti del corpo. Poiché solo chi era di costituzione forte superava la fanciullezza, spesso accadeva che, "nonostante"  gli sciamani, i malati riuscissero a vincere naturalmente la malattia e guarire.



La gerarchia dentro di noi

Palesando il legame tra liberazione sessuale e liberazione umana, la Goldman fece capire meglio come il potere esercitato attraverso la gerarchia e la dominazione si estenda anche al di là delle strutture economiche e delle istituzioni sociali. Spetta alle anarco-femministe contemporanee approfondire questa analisi. Uno dei punti focali del pensiero anarchico contemporaneo è la consapevolezza della dominazione come costruzione interna, mentale, che riflette le strutture della coscienza. Secondo Murray Bookchin: "La gerarchia non è soltanto una condizione sociale; è anche uno stato di coscienza, una sensibilità nei confronti dei fenomeni a ogni livello dell'esperienza personale e sociale". L'anarchismo è e deve essere molto più che un'analisi critica delle strutture e delle organizzazioni sociali della dominazione. Il suo bersaglio non deve essere soltanto lo stato. La teoria anarchica riconosce alle idee il potere di cambiare le condizioni materiali e "alla coscienza la supremazia nel plasmare le condizioni di vita". In questo senso, il pensiero e il linguaggio - i mezzi con i quali interpretiamo la nostra esperienza e la comunichiamo al mondo - sono prassi tanto quanto l'attività sociale. La Goldman non considerava determinante il ruolo dell'economia nelle strutture sociali e nei rapporti personali e, secondo la Wexler, si spinse anche più in là dei suoi contemporanei anarchici, nell'asserire che "la chiave della rivoluzione anarchica era una rivoluzione nel campo della morale, la "transvalutazione dei valori", la conquista dei "fantasmi" che hanno tenuto la gente prigioniera".

Così si spiega, naturalmente, l'interesse della Goldman per la cultura, l'arte e la letteratura, e si spiega anche la sua considerazione per il potere e l'influenza dell'individuo, per quanto problematiche siano state talvolta le sue idee su quest'ultimo punto.

giovedì 16 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VI°

Nella prima conferenza pan-russa dei comitati di fabbrica -convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» - si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza, infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei clubs, ed oltre alla precisazione che l'idea del controllo operaio, quale espressione dell'aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull'impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro - condizioni favorevoli permettendola - dell'instaurazione dell'autogestione operaia. E ciò, quando già l'iniziativa operaia dal basso indicava nell'espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori. In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d'intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell'ora attuale, essere le cellule dell'avvenire le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai» e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L'allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall'arbitrato obbligatorio, all'arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo - per come scriverà Stefanov nell'opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia - «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome». 

PIOGGIA DI APRILE – Luigi Pirandello

Attoniti, nidi

nuovi, sui vecchi tetti

guardano gli uccelletti,

mettendo acuti gridi,

cadere l’invocata

pioggia di mezzo aprile.

Tu dietro la vetrata,

dalla finestra bassa

come loro guardi e ridi.

È nuvola che passa.


Viva la Rivoluzione Sociale di Charles Gallo

 

“Mi sono proposto di dare agli aggiotatori una lezione che fosse anche un ammonimento togliendone di mezzo il maggior numero e dei più facinorosi. Voi, che dal vostro banco non misurate agli umili la pietà, giacché uffizio vostro, cittadino Presidente, è la giustizia e senza melanconie umanitarie-sentimentali, implacata ed inesorata, voi sapete che cosa sono gli aggiotatori, gli organizzatori impunitari del sacco alla pubblica fortuna, gli organizzatori delle crisi, del panico della fame e della rovina di tutti su cui accatastano la dovizia ladra ed invereconda. Voi li conoscete, cittadino Presidente, ne conoscete i misfatti, gli arrembaggi, i delitti, la corruzione, e se la vostra è coscienza onesta, quante volte non avete fremuto voi nell’accertare la vostra impotenza, l’impotenza della vostra legge ad attingere codeste scellerate associazioni di malfattori e di briganti da cui è costituito tutto il mondo venerato ed inchinato della finanza. Perché esso è fuori dalla  legge, poiché la legge la legge è per se stessa la più impudica delle frodi, la più cinica e più infausta delle menzogne perché, e nessuno lo sa meglio di voi, cittadino Presidente, essa, la vostra legge, esse, le vostre istituzioni, la vostra giustizia compresa non sono che la muraglia esosa con cui i ladri contendono ai derubati la ripresa del prodotto accumulato del loro lavoro. Ieri, oggi, domani hanno conteso e contenderanno, ma dopodomani? Non avevo di mira  poveri commessi, tirai nel gruppo degli agenti di cambio e dei cambieri; ma se taluni commessi ebbero le loro ferite inseguendomi, non me ne duole. Quando si nasce al di qua non si sta coll’animo, colla devozione, coll’accanimento dall’altra riva; non si ha diritto alla nostra solidarietà ed alla nostra pietà. Deve bastare ai mastini del capitale, siano sbirri o gendarmi, soldati o lacchè, la pietà dei padroni. Viva l’anarchia! viva la Rivoluzione sociale!” 

(Dichiarazione di Charles Gallo accusato dell’attentato alla Borsa di Parigi, nell’udienza del 16 luglio 1886 al Presidente Dupont e a tutta la corte)



giovedì 9 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) V°

Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere» essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto». Fu in questa stessa conferenza - di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» - che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l'indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale» (Comunque – così conclude la Pankratova - «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima vlta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»). Da questo momento dunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi (Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di « consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto»),  e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro « l'anarchismo operaio» - reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati - invocando il bene della patria, la situazione economica precaria del paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell'industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l'idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere (La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi).