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giovedì 8 gennaio 2026

PROCESSI ANARCHICI A TORINO TRA IL 1892 ED IL 1894 (I°)

Nell'aprile del 1892 un'ondata di arresti si abbatte sui socialisti-anarchici torinesi. Un analogo provvedimento, che colpirà in parte gli stessi incriminati del 1892, si ripeterà, due anni dopo. Fatti di politica interna soprattutto, nonché uno stato di panico, creato dallo svilupparsi in questo biennio di una vera e propria epidemia terroristica in Francia, che si concluderà con la morte del presidente Carnot nel giugno 1894 per mano di Sante Caserio, stanno a motivare quest'azione preventiva delle pubbliche autorità, condotta nella speranza di individuare e nell'intento di recidere le fila di un grosso complotto anarchico a dimensioni internazionali. Non si spiegherebbero diversamente i continui richiami, che si trovano nelle carte della Questura torinese che ho consultato, agli attentati di Ravachol, Vaillant, Henry, nonché la richiesta di un giudizio da parte degli anarchici arrestati sugli atti terroristici compiuti in Francia in quegli anni, l'ansiosa ricerca di legami personali, di relazioni epistolari e giornalistiche con gli ambienti rivoluzionari stranieri. Ma il generale timore diffusosi anche a seguito del fatto che gli anarchici, seppur sconcertati dalle imprese dinamitarde, avevano finito tuttavia con l'assumersene la piena responsabilità, si accompagna a momenti di particolare difficoltà e tensione nella vita politica italiana. 

Nel primo caso gli arresti avvengono a pochi giorni di distanza dal 1° maggio e colpiscono in larga misura membri della Camera del Lavoro di Torino. 

Nel secondo caso gli arresti piovono proprio nel bel mezzo delle agitazioni promosse in Sicilia dai Fasci, estesesi in Lunigiana e con ripercussioni non trascurabili nei maggiori centri italiani. 

In sostanza però sia nell'uno che nell'altro caso l'obiettivo di mettere mano su una grossa centrale anarchica e di inscenare un processo che, provocando nell'opinione pubblica un moto di ostilità nei confronti dell'anarchismo, permetta di fare finalmente giustizia di questa forza, va in fumo. Le due operazioni si risolvono in una requisizione di stampati anarchici, ma nell'impossibilità a procedere contro gli imputati per mancanza di indizi sufficienti a provare la corresponsabilità in un disegno terroristico internazionale per quanto concerne gli arrestati del 1892 (Il Tribunale di Torino con sentenza del 19 maggio 1892 nei confronti degli imputati per il delitto previsto dall'articolo 248 del codice penale «per avere in Torino nel 1892 ed epoche precedenti costituito fra loro e con altre persone ancora ignote una associazione di ben oltre 50 persone per commettere delitti contro la proprietà - l'amministrazione della giustizia -la pubblica fede - l'incolumità pubblica e il buon costume e l'ordine della famiglia nonché contro le persone e le proprietà cercando di attuare e diffondendo i principi anarchici dichiara non essere luogo a procedimento per Lancina, Raso e Coruzzi per non aver essi commesso il reato e non luogo pegli altri per mancanza di indizi. Ordina la scarcerazione - ma la confisca degli scritti di indole anarchica»)  e nella condanna a pene relativamente lievi degli incriminati del 1894. 



EVERYBODY’S TALKIN’ - Fred Neil

Tutti mi stanno parlando

ma non sento quel che dicono

sento solo gli echi della mia mente

la gente si ferma a guardare

non riesco a vedere le loro facce

vedo solo le ombre dei loro occhi


Vado dove il sole continua a splendere

attraverso la pioggia che scroscia

Vado dove il clima è adatto ai miei vestiti

Riparandomi dal vento del Nord Est

navigando su una brezza estiva

e saltando come un sasso sull'acqua


Tutti mi stanno parlando

ma non sento quel che dicono

sento solo gli echi della mia mente

non lascerò che tu ignori il mio amore

no, non te lo lascerò fare

non ti lascerò ignorare il mio amore


Il concetto di razza

Il concetto di “razza” è servito anche per giustificare, ad esempio, gli zoo umani nei quali, in Europa, gli individui delle “razze inferiori” (individui catturati come selvaggina nelle colonie) erano mostrati agli occidentali rinchiusi in gabbie, come una curiosità esotica, al fianco delle donne barbute e alle gare di lancio del nano. Lo stesso colonialismo era basato sul concetto di “razza” e sulla presunta “superiorità” degli uni sugli altri o, a seconda dei punti di vista, degli altri sugli uni. Sono le stesse concezioni che hanno permesso che intere popolazioni fossero schiavizzate da parte di altre, attraverso le epoche e su scale mostruose, come nel caso delle diverse tratte dei neri o del commercio triangolare su cui gli Stati occidentali (ma anche di altre regioni del mondo, in particolare quelle in cui venivano catturati gli schiavi) si sono arricchiti per secoli. Il termine è stato adoperato ancora per qualche decennio, e il suo uso era il più delle volte legato all’ignoranza e all’abitudine, finché non è stato adoperato soltanto da qualche corrente razzista (o razzialista, ma lasciamo la distinzione agli imbalsamatori) d’estrema destra, come i suprematisti bianchi del Ku Klux Klan negli Stati Uniti o gli Afrikaner dell’apartheid in Sud-Africa, ma anche i suprematisti neri di Louis Farrakhan, ecc. Ad ogni modo, ci sembrava importante ricordare che le “razze” sono costruzioni sociali senza nessun altro fondamento che le ideologie e le tradizioni reazionarie. Un concetto che non è mai servito ad altro che a creare gerarchie tra gli esseri umani basate su criteri sociobiologici rivolti, da un lato, a cancellare le differenze tra le classi (al servizio della guerra ai poveri), dall’altro a dividere gli sfruttati in piccole comunità chiuse in cui solo i “loro” contano, e tutti gli altri possono benissimo crepare. Tutte le categorie che riducono gli individui a criteri biologici (o sociobiologici) oppure a identità fisse, sono categorie del potere che non sono mai servite a nient’altro che separare gli umani tra di loro, non su criteri di classe, o su criteri legati alle scelte individuali degli uni e degli altri, ma su criteri immaginari, essenzialisti e inglobanti. Uno è “nero” o “bianco”, “francese” o “spagnolo”, “israeliano” o “palestinese”, come si può essere “ebreo”, “cristiano” o “musulmano”, cioè per scelta, assegnazione o per interiorizzazione delle categorie del potere. In tutti e tre i casi, il risultato è lo stesso: il ripiegamento identitario tribale e comunitarista. Ma le identità sono illusioni e fantasmi su cui si sono sempre rintanati gli sfruttati in periodi di crisi sociale, contribuendo a diffondere immaginari di divisione che il potere adopera per mantenere la “pace sociale”, altro nome della guerra ai poveri. Se abbiamo a cuore la rottura di questo mondo fatto di denaro e polizia, bisognerà abbandonare tutte queste categorie del potere che non servono ad altro se non a dividere per meglio regnare, e perciò assicurare il dominio dell’economia e degli Stati sulle popolazioni.

Dobbiamo gettare la “razza” nella spazzatura della storia, là dove l’abbiamo trovata, per evitare di rendere impossibile qualunque trasformazione radicale dell’esistente.


giovedì 1 gennaio 2026

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (1881-1891) (IV°)

 

Gli scioperi torinesi del giugno del 1889 coinvolgono una notevole massa operaia e sono caratterizzati dalla partecipazione per solidarietà di categorie non direttamente interessate alle rivendicazioni sindacali. Questa presa di coscienza degli interessi che accomunano le varie categorie operaie deve essere ascritta in gran parte al merito del Galleani, che è infatti individuato, e come tale perseguito, dalla questura di Torino come uno dei massimi responsabili delle agitazioni. 

In seguito ai fatti di Torino il Galleani si rifugia in Francia e successivamente in Svizzera, dove le autorità locali lo arrestano nell'ottobre del 1890 per consegnarlo nella mani della polizia italiana. Una amnistia, sopravvenuta nel novembre del 1890, lo rimette in libertà. 

La sua partecipazione al Congresso di Capolago dove gli viene attribuito il compito, unitamente a Amilcare Cipriani, di propagandare e organizzare i quadri e le attività dell'auspicato Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario, è indicativa del fatto che il Galleani prosegue la propria lotta sulla falsariga dell'impostazione da lui data alla sua attività politica in questi anni, quale partecipe di quel settore dell'anarchismo propenso all'organizzazione e non nelle vesti di assertore della linea individualistica e antiorganizzativa dell'anarchismo. 

I compiti attribuiti al Galleani nel Congresso di Capolago possono essere svolti, a causa delle gravi difficoltà finanziarie, quasi esclusiva-mente in Piemonte. Oltre alla sua nota partecipazione al Comizio Internazionale per i diritti dei lavoratori, tenutosi a Milano nell'aprile del 1891, il Galleani partecipa attivamente ai lavori del 

congresso regionale delle federazioni anarchiche del Piemonte e della Liguria e tiene numerose conferenze di propaganda nel Biellese, nell'Astigiano, nel Monferrato e nell'Alessandrino. 

Le condizioni in cui si trova a dover operare il Galleani sono però ora diverse da quelle degli anni precedenti: si sta infatti verificando una convergenza nel movimento operaio tra le correnti operaiste e quelle socialiste al fine della costituzione del partito politico di classe. La sua attività politica non può quindi che provocare un inasprimento dei rapporti tra questi gruppi ed i settori anarchici e i suoi interventi polemici contribuiranno ad allargare la frattura in campo operaio fra i «riformisti» e gli intransigenti, frattura che sarà definitiva al Congresso di Genova del 1892, costitutivo del Partito dei Lavoratori Italiani. 

Nella primavera del 1891 infatti la partecipazione del Galleani a una serie di conferenze tenutesi ad Alessandria rende evidente il disinteresse dei gruppi operai del luogo per le istanze di cui egli è il portavoce e ne sono segno i commenti polemici che compaiono sull'«Avvisatore alessandrino». I suoi discorsi infiammati non sono però privi di risonanze in quel settore del proletariato che è lasciato ai margini del dibattito politico. Le manifestazioni dei disoccupati che hanno luogo in Alessandria dopo una conferenza tenuta dal Galleani sono attribuite dalle autorità alla sua «perniciosa» influenza. Siamo agli inizi del famigerato decennio repressivo, e Galleani ne è una delle prime vittime. Sulla base dell'accusa 

di incitamento all'odio di classe egli viene processato dal tribunale di Alessandria e condannato a tre mesi di reclusione. 

Questi fatti segneranno l'inizio di un diverso orientamento dell'attività politica del Galleani che verrà a mano a mano sempre più accostandosi a quei concetti di anarchismo individualista e antiorganizzatore che caratterizzeranno la sua azione negli anni successivi.



THE DOOM GENERATION – Gregg Araki

Amy Blue, una diciassettenne patita della velocità, Jordan White, il suo ragazzo dolce e ingenuo, e  Xavier Red, uno sbandato supersexy, sono costretti a imbarcarsi in una bizzarra avventura on the road dopo che Xavier ha inavvertitamente fatto saltare la testa al commesso di un QuikieMart. I tre fuggono in un mondo surreale di violenza vertiginosa e spaventosa e di costante pericolo. Gli eventi inesorabilmente sfuggono ad ogni controllo e Amy e Jordan si ritrovano sempre più nei guai a causa dell'enigmatico Xavier. Ogni volta che si fermano per una Diet Coke e patatine fritte, qualcuno muore trucidato in un modo o in un  altro. Sulle strade di un’ America deserta e allucinata, Amy finirà col formare un triangolo amore, sesso e disperazione troppo puro per questo mondo.

Un'opera che vorrebbe palesemente raccontare l'America odierna attraverso le disavventure di un tris di ragazzetti disagiati e privi di morale. La dimensione fumettistica, che è la medesima dei due film citati in apertura, è probabilmente il fattore che maggior fascino conferisce a Doom generation, nel quale sangue, violenza, morte (e ovviamente sesso) sono elementi banali di una quotidianità televisivamente frenetica e cinica. Araki palesa veramente sotto gli occhi di tutti il vuoto di una generazione condannata tra programmi televisivi dementi, AIDS e sale da videogame, disoccupazione e perdita dei valori, non esiste davvero più nessun futuro, a colpi di umorismo dissacrante, Araki scodella un mix tra Tarantino, effettacci ultra splatter, il David Lynch di Cuore Selvaggio, sequenze erotiche ai limiti del porno e colonna sonora martellante(Jesus and Mary Chain, Nina Inch Nails, Cocteau Twins, Coil, Babyland, The verve e altri ancora). La leggenda racconta che molti spettatori, gay e etero, donne e uomini, alla fine di "The Doom generation" avevano voglia di andare a casa a scopare. Un oggetto erotico di quarto tipo, insomma. Certo, le immagini gay  e lesbiche, o a tonalità queer, spingono sempre molto bene sul tasto dei corpi da tastare. Lo spettatore che ci capita dentro è come messo nella tenda orgonica di Reich, la sex machine, a scegliere il trattamento "duro", "morbido" o "medio". Ma Gregg Araki, losangelino del Giappone, un guerrigliero nell'immaginario smorto e addomesticato ha quella leggerezza e umorismo in più che gli deriva dall'amicizia con Linklater, e da un debole per la messa in scena underground. Beatnik, poeta, visionario perso, sganciato, lisergico, non riconciliato con la società. Un tempo si sarebbe detto di Araki che è uno che manda affanculo. Così, per saggezza zen, per essere puro e romantico. E poi. Come si vive in un paese "repubblicano", conservatore, cinico e paranoico come gli Usa? Ecco "The Doom generation". Un road movie insanguinato transgenerazionale: c'è uno della X, l'altro della Lallapalooza, un terzo twentysomething; tre infatti gli eroi, Jordan White, Amy Blue e Xavier Red che, in fuga per sbaglio, stoneranno rispetto alle aspettative di qualunque film d'azione e sgonfieranno anche i sistemi passionali consentiti della "love story": "Mi ami? - chiede Jordan? - "Totally" risponde lei. Ed è vero. Perché è l'unica cosa che c'è. Ma c'è, l'amore, ed è, come la musica che senti sopra l'immagine, o sotto: nevrotica, vacillante, svaporante, sformata, magnifica, perfetta. Accade tutto dopo che Xavier ha decapitato il commesso di un autogrill, più per citare un film di Sam Raimi che per altro. E parte così l'apocalisse X, interiore e stilizzata, nonostante la testa mozza e grottesca del coreano vorace, e i litri di rosso liquido che si spargono come un lago sullo schermo mentre tutti ridono ma nascondono gli occhi; un balletto tra mostri e principini, ambiente il deserto morale e materiale della metropoli sfatta, tra centri commerciali, cassiere, un fast food tematico (dinosauri) e motel cadenti come motel. Costato un milione di dollari “The Doom generation” è un viaggio onirico e surreale dentro l'America, smascherata con ghigno Brecht. Non è droga auto iniettata fin dalla nascita, l'America? Ecco. Il film afferra, rapido come un killer, tempo e spazio. Punk puro.



VIVERE L’UTOPIA

Vivere l'utopia vuol dire recuperare la spontaneità negata, calpestata dalla realtà sociale, organizzata, rinchiusa in regole e ruoli. Il sogno anarchico contiene l'incontro dell'individuo e l'unione col suo simile per rafforzare le sue potenzialità e realizzare attraverso la forza comune ciò che ciascuno non può assolutamente fare da solo.Paradossalmente, lo sviluppo economico-sociale comporta discorsi ed azioni chiamate utopiche ed è necessaria la coerenza di una logica utopica e la sua efficacia sociale e politica giacché non sappiamo sempre chiaramente se qualcuno si esprime sull'utopia degli altri o sulla propria esperienza utopica. Vi sono stati dei convegni interdisciplinari in Europa (1975 e 1978) e ogni volta si tentava di cogliere chiaramente l'uso teorico dell'utopia. Le riflessioni critiche si rivelano dei passi avanti verso delle strategie utopiche, così da definire il punto in cui i discorsi ed i comportamenti utopici si fondano in una teoria pratica. Vicino agli anarchici, B. Vincent propone l'utopia come "topia", la ricerca qui e adesso di un luogo vivente e di un tempo in cui esprimere la nostra natura personale (creatività, sessualità, ecc.) e la nostra natura sociale (convivialità, solidarietà, ospitalità, lavoro comunitario, ecc.). Così questa (utopia-topia) realizzerà la negazione attraverso il non-scarto della realtà. Per quel che riguarda le pratiche utopiche artistiche, esse analizzano quest'uomo/donna alienato, decadente della civiltà moderna, assumendo come compito urgente da realizzare la distruzione di tutto ciò che gli impedisce di entrare in possesso della sua vera natura (l'uomo/donna integrale) e dell'ambiente (la società senza stato). Non è per caso che sulla stampa anarchica brasiliana legata al movimento sociale dell'epoca, si trova un articolo notevole per la sua attualità e pertinenza al problema delle alternative sociali. Esso inquadrava l'anarchismo sociale e la sua finalità estetica: "e l'arte è essenzialmente anarchica, poiché l'arte è senza dubbio l'espressione più libera dell'individualismo che ha una funzione creatrice; e tuttavia quasi mai l'arte si trova legata ai motivi della lotta e del combattimento, nel campo della propaganda libertaria". L'autore, un militante anarchico, intendeva far risaltare il valore delle idee libertarie in quanto "espressione d'arte e di bellezza" in risposta a "certi intellettuali della borghesia". Poi aggiunge che oggi: "le manifestazioni artistiche sono sospette di mercantilismo della vita sociale oppure esse subiscono le conseguenze di uno squilibrio economico - la crisi - il che porta gli individui a subordinare i loro sentimenti agli interessi creati dal capitalismo". L'arte si presenta, secondo il suo giudizio, come sentimento, vibrazione, vita e personalità. E la forza creatrice dell'individuo si trasforma in concezione artistica quando "non sente la necessità di reprimersi. È proprio questa la premessa dell'anarchismo, dare all'individuo il controllo di se stesso, integrarlo nella coscienza piena di tutte le sue facoltà creatrici".Libertà senza autorità, lo spirito di indipendenza, la personalità creatrice lotta sempre nell'ambiente sociale. Quindi, l'arte emerge in un'epoca in cui a volte si colgono appena queste concezioni del mondo e dell'avvenire e si aspetta là la teoria pratica dei concetti e manifestazioni artistiche che contengono i principi che squarciano i cieli del futuro e aprono la via a nuove forme di espressione. E questo è l'anarchismo, perché la più elevata espressione artistica dell'umanità. La visione anarchica dell'avvenire è basata sulla riconciliazione di due nozioni a prima vista antinomiche: la libertà e l'uguaglianza. André Reszler osserva anche che la società attuale è caratterizzata dal gioco dicotomico di due principi diametralmente opposti: l'azione creatrice e il principio autoritario. Tuttavia non ci interessa l'arte in quanto potere, malgrado la sua esistenza, bensì le ricerche artistiche, "teoria pratica dell'utopia" e "sogno anarchico" considerati come prolungamento di una cultura non-direttiva, non-autoritaria. 

giovedì 25 dicembre 2025

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (1881-1891) (III°)

Nella stessa luce deve essere vista la sua partecipazione, nel settembre del 1887, al III Congresso del POI tenutosi a Pavia, partecipazione avvenuta su mandato della Lega dei lavoratori di Vercelli. Nonostante che il Congresso veda il tentativo da parte dei gruppi anarchici di qualificare il POI come partito socialista in senso anarchico rivoluzionario, non risulta che il Galleani abbia preso parte attiva nel sostenere la proposta avanzata in tal senso da Luigi Molinari con quelle prese di posizioni irruenti che caratterizzeranno la sua successiva dialettica politica. Si deve da ciò dedurre che al Galleani premesse non alienarsi in maniera definitiva le simpatie e l'appoggio di quei gruppi in nome dei quali partecipava al Congresso. Questo suo atteggiamento di attesa è confermato nell’ottobre 1887 dal «Fascio operaio». In un articolo pubblicato su questo giornale infatti esalta la validità dell'opera del «Fascio», gettando però le premesse di quella che avrebbe dovuto essere la naturale evoluzione del movimento operaio nel senso da lui auspicato :«il Fascio ha già fatto molto lavoro, a sbollire questi entusiasmi politici, e a richiamare l'attenzione dei lavoratori sullo stato e le necessità economiche, ha dimostrato più volte e luminosamente che governo e possidenti sono fatti della stessa carne e che ogni forma di reggimento nacque a tutelare non l'ordine sociale, ma le loro spogliazioni». 

Questa funzione di trait d'union che il Galleani esplica in questo periodo è illuminante per quanto riguarda la determinazione del contributo anarchico alla formazione dei quadri organizzativi del movimento operaio. Se infatti i limiti tradizionali di economicismo e di corporativismo che caratterizzano il movimento operaio in questo periodo vengono successivamente superati, ciò è dovuto in buona parte alla presenza tra le masse operaie del movimento anarchico, di cui il Galleani è, nel Piemonte, l'uomo di punta. L'organizzazione e la direzione degli scioperi e delle agitazioni proletarie dell'epoca da parte degli anarchici produrrà, come il Galleani auspicava, una progressiva assunzione da parte di un settore delle masse lavoratrici delle concezioni di lotta rivoluzionaria tipiche dell'anarchismo. 

In questa direzione si muove il Galleani che nel 1888 tiene una serie di conferenze in vari centri del Piemonte, quali Alessandria e Asti, polarizzando intorno al suo nome l'attenzione degli ambienti operai e socialisti dell'intera regione. Questa tattica qualifica la partecipazione del Galleani alla direzione degli scioperi dei renaioli e dei meccanici che scoppiano a Torino nel giugno del 1888 e degli scioperi dei bottonai e dei cotonieri di Vercelli rispettivamente nel luglio e nell'agosto dello stesso anno. Ed è la stessa tattica che viene impiegata nell'ambito prima della «Gazzetta operaia» e successivamente della «Nuova gazzetta operaia», «sta dunque a noi, non di accettare programmi e linee di condotta del partito operaio, ma di infiltrarci nelle sue file e imprimere alle sue azioni un carattere più rivoluzionario. Ricordiamoci che la borghesia è una classe ben organizzata e che per lottare contro di essa è necessario che anche noi ci organizziamo per non restare sempre dottrinari ringhiosi e impotenti». A questo fine viene programmata la sua partecipazione al congresso del partito operaio che si tiene a Bologna nel settembre 1888. Al Galleani, come rappresentante della «Nuova gazzetta operaia», è affidato il compito di adoperarsi per giungere alla «concordia delle forze» su «un terreno comune in cui le varie scuole possano lottare d'accordo senza equivoche con-fusioni di programma». 

Il fallimento di questo tentativo non fa desistere il Galleani dalla politica intrapresa, ché anzi vediamo intensificarsi la sua opera nella attività di direzione degli scioperi nel giugno dell'anno successivo, contrariamente all'ipotesi avanzata in campo storiografico che sostiene che il suo esilio francese sia da far risalire al periodo immediatamente successivo al Congresso di Bologna, quasi come conseguenza del risultato negativo della sua partecipazione al congresso stesso.