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giovedì 9 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) V°

Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere» essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto». Fu in questa stessa conferenza - di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» - che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l'indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale» (Comunque – così conclude la Pankratova - «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima vlta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»). Da questo momento dunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi (Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di « consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto»),  e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro « l'anarchismo operaio» - reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati - invocando il bene della patria, la situazione economica precaria del paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell'industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l'idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere (La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi). 

THE BEAT GOES ON – Sonny and Cher

ll battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La rabbia cresceva al tempo di Charleston

La storia ha voltato pagina

La minigonna è la cosa di oggi

La ragazzina alla moda è il nuovo re appena nato


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La drogheria è il supermercato

Le ragazzine continuano ad avere il cuore spezzato

E gli uomini continuano ancora ad andare in guerra marciando

Tengono nota del punteggio di baseball con la calcolatrice

 

Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


Le nonne si siedono sulle sedie e ricordano 

I ragazzi continuano a inseguire le ragazze per ricevere un bacio

Le macchine vanno sempre più veloci

E i mendicanti chiedono ancora: "Ehi amico, hai un centesimo?"


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La nascita di Umanità Nova

Rientrato a Milano il 9 febbraio, Malatesta si occupava principalmente di Umanità Nova. Erano ormai passati dieci mesi dal Convegno di Firenze, nella cui sede si era deliberato di lanciare la campagna di sottoscrizione pro-quotidiano anarchico. Ormai  tutto era pronto per l'inizio delle pubblicazioni: il fondo-cassa, i redattori, parte dei diffusori, il programma del giornale, il materiale tipografico ecc. Mancava «solo» una cosa essenziale: la carta. Il governo, tramite la cartiera di Isola del Liri, non sembrava per niente disposto a fornirne agli anarchici per il loro quotidiano, per cui la scadenza del 24 gennaio - preannunciata come data d'uscita del quotidiano - era passata invano. Nel mentre si occupava delle molte questioni connesse con il quotidiano, Malatesta non trascurava la sua consueta attività propagandistica. Il 17 febbraio, per esempio, parlava a Voghera. Tre giorni dopo teneva una conferenza a Milano, il 22 era a Legnano e il 23 a Turro Milanese. Il 27 febbraio, infine, vedeva la luce il primo numero di Umanità Nova, che recava la data «26-27 febbraio 1920»: come presentazione redazionale del nuovo giornale veniva pubblicata, con il titolo «I nostri propositi», la circolare programma che Malatesta aveva scritto a Londra cinque mesi prima e che in quella veste era già stata pubblicata su II Libertario del 9 ottobre 1919. Per salutare la nascita di Umanità Nova, l'Avanti! pubblicava una vignetta del suo disegnatore politico, il noto Scalarini, accompagnata da un favorevole commento redazionale. Per tutto il 1920, Umanità Nova restava l'unico punto di riferimento quotidiano alla sinistra del P.S.I., coagulando intorno a sé l'attenzione ed a volte anche il sostegno dei vari settori della sinistra rivoluzionaria italiana: dall'U.S.I. al Sindacato Ferrovieri, dalla Federazione dei Lavoratori del Mare alla Federazione Giovanile Socialista, dalle correnti massimaliste del socialismo alla Federazione dei Lavoratori dei Porti. Va rilevato che Umanità Nova non si presentava - programmaticamente - come portavoce dei soli anarchici aderenti all'Unione Anarchica Italiana, bensì di tutto il movimento anarchico nel suo insieme. Oltre che dall'Avanti!, l'uscita del quotidiano anarchico era salutata con vivo favore e grandi speranze da tutte le pubblicazioni libertarie, di ogni sfumatura o tendenza. Particolarmente significativa la posizione della Cronaca Sovversiva di Torino, redatta da Luigi Galleani e Raffaele Schiavina, noti esponenti della tendenza anti-organizzatrice. I mesi successivi avrebbero confermato in pieno il successo di Umanità Nova. Per la prima volta nella storia del movimento anarchico di lingua italiana centinaia, forse migliaia di militanti e di simpatizzanti erano quotidianamente mobilitati per diffondere con regolarità e capillarità un giornale quotidiano. Naturalmente, era nelle zone di radicata tradizione libertaria che la diffusione toccava le sue punte superiori. Va d'altra parte rilevato che in alcune zone, dove la tradizionale presenza dell'Avanti! limitava la potenziale penetrazione di Umanità Nova, quest'ultimo riusciva egualmente a prendere piede e perfino, a volte, a sopravanzare il quotidiano socialista. Interessante, in proposito, la testimonianza di una osservatrice attenta come la socialista riformista Anna Kuliscioff, la quale in una lettera a Filippo Turati rilevava: “La classe operaia passa adesso un  brutto quarto d'ora di  contagio anarchico. Ormai l'Avanti! è quasi  boicottato, e gli operai non  leggono che l'Umanità Nova, che  mi dicono superi ora la tiratura delle centomila copie. Lo affermano i frequentatori della Camera del Lavoro e i viaggiatori nei tram del mattino, ove non si trovano più operai senza l'Umanità Nova in mano. Gli articoli del Malatesta contro la dittatura di qualsiasi governo, fosse anche comunista, distaccano dal massimalismo, ma sono qualche cosa di peggio, perché un'esaltazione dei «buoni» istinti del popolo, che, a rivoluzione compiuta, saprà regolare da sé la produzione e la  distribuzione.”




giovedì 2 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IV°

Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende. 



INCIDENTE A OGLALA – Michael Apted

1975. A Pine  Ridge, una riserva indiana nel Sud Dakota, regna il terrore: omicidi, risse e inspiegabili incidenti mortali istigati da Richard Wilson, il capo della riserva, e dalla sua banda, la Goon Squad, costituiscono la norma. Wilson, odioso burattino manovrato dagli uomini del  governo, intende rafforzare il proprio potere istituendo uno stato di illegalità e violenza ed eliminando i capi del   Movimento Indiano Americano venuti per proteggere gli abitanti della riserva. Il 16 giugno 1975, due agenti speciali dell'FBI attraversano la riserva senza permesso all'inseguimento di un furgone. Questa inosservanza si conclude con uno scontro a fuoco che costa la vita a un abitante della riserva e ai due agenti. La morte di questi ultimi scatena la più grandiosa caccia all'uomo nella storia dell'FBI. Dei quattro uomini incriminati, uno viene rilasciato per insufficienza di prove e due assolti nel luglio del 1976 in seguito alla sentenza della giuria che considera il loro un atto di legittima difesa. Il quarto uomo, Leonard Peltier, incriminato sulle stesse basi degli altri imputati, viene processato l'anno seguente. Nonostante l'ambiguità e la natura fraudolenta delle prove, Peltier è giudicato colpevole di omicidio di primo grado con due capi d'accusa. Il testimone chiave che lo aveva accusato di aver sparato agli agenti dichiarerà in seguito di essere stato costretto a firmare la sua deposizione dai metodi "duri" degli agenti dell'FBI.

Incident at Oglala è un agghiacciante documento sugli eventi di quel giorno e sulla persecuzione implacabile di Leonard Peltier, raccontata dai diretti protagonisti della vicenda. il regista Michael Apted torna a raccontare i nativi americani attraverso un documentario che unisce immagini di repertorio a ricostruzione fiction. Apted, prendendo spunto dall'omicidio di due agenti dell'FBI, indaga la violenza e la povertà insita nella riserva di Pine Ridge e la dilagante corruzione dei funzionari indiani che dovrebbero proteggere il proprio popolo. Forte atto di accusa contro l'atteggiamento di omertà del governo statunitense ai problemi dei nativi, vittime dell'abuso di potere della polizia che costruisce prove false per incastrare innocenti senza giusto processo, è un'opera dall'alto valore civile e morale. In assoluto uno dei lungometraggi più efficaci e interessanti della carriera di Michael Apted. La voce narrante è quella di Robert Redford.

Il 26 giugno 1975, due agenti dell'FBI e un pellerossa trovarono la morte in un violento scontro a fuoco. L'incidente scatenò la  più grande caccia all'uomo della storia americana. I colpevoli della morte del pellerossa non furono mai  incriminati. Leonard Peltier, invece, venne condannato a scontare il resto della sua vita in carcere per l'omicidio dei due agenti. Verrà scarcerato nel 2035. Ho lavorato alla realizzazione di questo film perché ritengo che  Leonard sia un prigioniero politico, la vittima di un complotto del governo statunitense inteso ad annientare la voce della popolazione indigena. Vorrei inoltre che il suo caso ci obbligasse a non dimenticare che la guerra contro gli indiani dura da trecento anni e non è ancora finita”.(Michael Apted)


Il lavoro non è vita

Sottrarre la nostra vita al dominio ed allo sfruttamento, al lavoro forzato ed al bisogno, alla mercificazione ed alla sopravvivenza significa non solo combattere contro questa forma della realtà, ma anche mettere in atto una realtà altra, mettere in atto forme e modi di vita differenti.

Significa immaginare una vita degna di essere vissuta e praticare questa immaginazione trasformando, subito, la forma, i modi, i tempi della nostra esistenza.

La nostra vita è unica, singolare, irripetibile. Essa può diventare l'unica e sola opera d'arte che valga davvero la pena di realizzare. 

Dobbiamo imparare a stimarla come cosa rara. Dobbiamo imparare ad assegnare, ad ogni suo momento, il valore che merita. Non possiamo svenderla ad un padrone, buttarla via nella noia della sopravvivenza, mortificarla con il lavoro forzato e con la vuotezza in cui cercano di imprigionarla.

giovedì 26 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) III°

Nel primo numero di questo periodico venivano riaffermati i principi collettivistici ed anarchici, come il ritorno della terra a coloro che la lavoravano e la distruzione dello Stato, e veniva precisato che la futura organizzazione politica sarebbe «costituita esclusivamente da una libera federazione di liberi artel di lavoratori agricoli e di industriali». Nel 1872, le idee di Bakunin venivano più intensamente e proficuamente diffuse presso i gruppi clandestini russi, da parte di Z. K. Ralli e M. Sazìm, i quali mantennero relazioni ininterrotte e costanti con la Internazionale di Saint-Imier, con Elisée Reclus e col gruppo che gravitava attorno al giornale ginevrino «Le Travailleur». 

Se non è possibile calcolare l'entità della spinta - e, quindi, il concreto contributo - da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d'ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici - come: abbattimento dell'autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. - e che, prima dell'estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l'idea della rivoluzione sociale tra le masse». E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico», diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all'affermazione del principio dell'autogestione. Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione». Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto - secondo quanto scrive Volin - «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d'ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali : la presa del potere e il problema dello Stato», consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l'istinto e l'interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.

 «Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell'industria che in quello dell'agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria». 

Dopo l'occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine).