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giovedì 1 gennaio 2026

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (1881-1891) (IV°)

 

Gli scioperi torinesi del giugno del 1889 coinvolgono una notevole massa operaia e sono caratterizzati dalla partecipazione per solidarietà di categorie non direttamente interessate alle rivendicazioni sindacali. Questa presa di coscienza degli interessi che accomunano le varie categorie operaie deve essere ascritta in gran parte al merito del Galleani, che è infatti individuato, e come tale perseguito, dalla questura di Torino come uno dei massimi responsabili delle agitazioni. 

In seguito ai fatti di Torino il Galleani si rifugia in Francia e successivamente in Svizzera, dove le autorità locali lo arrestano nell'ottobre del 1890 per consegnarlo nella mani della polizia italiana. Una amnistia, sopravvenuta nel novembre del 1890, lo rimette in libertà. 

La sua partecipazione al Congresso di Capolago dove gli viene attribuito il compito, unitamente a Amilcare Cipriani, di propagandare e organizzare i quadri e le attività dell'auspicato Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario, è indicativa del fatto che il Galleani prosegue la propria lotta sulla falsariga dell'impostazione da lui data alla sua attività politica in questi anni, quale partecipe di quel settore dell'anarchismo propenso all'organizzazione e non nelle vesti di assertore della linea individualistica e antiorganizzativa dell'anarchismo. 

I compiti attribuiti al Galleani nel Congresso di Capolago possono essere svolti, a causa delle gravi difficoltà finanziarie, quasi esclusiva-mente in Piemonte. Oltre alla sua nota partecipazione al Comizio Internazionale per i diritti dei lavoratori, tenutosi a Milano nell'aprile del 1891, il Galleani partecipa attivamente ai lavori del 

congresso regionale delle federazioni anarchiche del Piemonte e della Liguria e tiene numerose conferenze di propaganda nel Biellese, nell'Astigiano, nel Monferrato e nell'Alessandrino. 

Le condizioni in cui si trova a dover operare il Galleani sono però ora diverse da quelle degli anni precedenti: si sta infatti verificando una convergenza nel movimento operaio tra le correnti operaiste e quelle socialiste al fine della costituzione del partito politico di classe. La sua attività politica non può quindi che provocare un inasprimento dei rapporti tra questi gruppi ed i settori anarchici e i suoi interventi polemici contribuiranno ad allargare la frattura in campo operaio fra i «riformisti» e gli intransigenti, frattura che sarà definitiva al Congresso di Genova del 1892, costitutivo del Partito dei Lavoratori Italiani. 

Nella primavera del 1891 infatti la partecipazione del Galleani a una serie di conferenze tenutesi ad Alessandria rende evidente il disinteresse dei gruppi operai del luogo per le istanze di cui egli è il portavoce e ne sono segno i commenti polemici che compaiono sull'«Avvisatore alessandrino». I suoi discorsi infiammati non sono però privi di risonanze in quel settore del proletariato che è lasciato ai margini del dibattito politico. Le manifestazioni dei disoccupati che hanno luogo in Alessandria dopo una conferenza tenuta dal Galleani sono attribuite dalle autorità alla sua «perniciosa» influenza. Siamo agli inizi del famigerato decennio repressivo, e Galleani ne è una delle prime vittime. Sulla base dell'accusa 

di incitamento all'odio di classe egli viene processato dal tribunale di Alessandria e condannato a tre mesi di reclusione. 

Questi fatti segneranno l'inizio di un diverso orientamento dell'attività politica del Galleani che verrà a mano a mano sempre più accostandosi a quei concetti di anarchismo individualista e antiorganizzatore che caratterizzeranno la sua azione negli anni successivi.



THE DOOM GENERATION – Gregg Araki

Amy Blue, una diciassettenne patita della velocità, Jordan White, il suo ragazzo dolce e ingenuo, e  Xavier Red, uno sbandato supersexy, sono costretti a imbarcarsi in una bizzarra avventura on the road dopo che Xavier ha inavvertitamente fatto saltare la testa al commesso di un QuikieMart. I tre fuggono in un mondo surreale di violenza vertiginosa e spaventosa e di costante pericolo. Gli eventi inesorabilmente sfuggono ad ogni controllo e Amy e Jordan si ritrovano sempre più nei guai a causa dell'enigmatico Xavier. Ogni volta che si fermano per una Diet Coke e patatine fritte, qualcuno muore trucidato in un modo o in un  altro. Sulle strade di un’ America deserta e allucinata, Amy finirà col formare un triangolo amore, sesso e disperazione troppo puro per questo mondo.

Un'opera che vorrebbe palesemente raccontare l'America odierna attraverso le disavventure di un tris di ragazzetti disagiati e privi di morale. La dimensione fumettistica, che è la medesima dei due film citati in apertura, è probabilmente il fattore che maggior fascino conferisce a Doom generation, nel quale sangue, violenza, morte (e ovviamente sesso) sono elementi banali di una quotidianità televisivamente frenetica e cinica. Araki palesa veramente sotto gli occhi di tutti il vuoto di una generazione condannata tra programmi televisivi dementi, AIDS e sale da videogame, disoccupazione e perdita dei valori, non esiste davvero più nessun futuro, a colpi di umorismo dissacrante, Araki scodella un mix tra Tarantino, effettacci ultra splatter, il David Lynch di Cuore Selvaggio, sequenze erotiche ai limiti del porno e colonna sonora martellante(Jesus and Mary Chain, Nina Inch Nails, Cocteau Twins, Coil, Babyland, The verve e altri ancora). La leggenda racconta che molti spettatori, gay e etero, donne e uomini, alla fine di "The Doom generation" avevano voglia di andare a casa a scopare. Un oggetto erotico di quarto tipo, insomma. Certo, le immagini gay  e lesbiche, o a tonalità queer, spingono sempre molto bene sul tasto dei corpi da tastare. Lo spettatore che ci capita dentro è come messo nella tenda orgonica di Reich, la sex machine, a scegliere il trattamento "duro", "morbido" o "medio". Ma Gregg Araki, losangelino del Giappone, un guerrigliero nell'immaginario smorto e addomesticato ha quella leggerezza e umorismo in più che gli deriva dall'amicizia con Linklater, e da un debole per la messa in scena underground. Beatnik, poeta, visionario perso, sganciato, lisergico, non riconciliato con la società. Un tempo si sarebbe detto di Araki che è uno che manda affanculo. Così, per saggezza zen, per essere puro e romantico. E poi. Come si vive in un paese "repubblicano", conservatore, cinico e paranoico come gli Usa? Ecco "The Doom generation". Un road movie insanguinato transgenerazionale: c'è uno della X, l'altro della Lallapalooza, un terzo twentysomething; tre infatti gli eroi, Jordan White, Amy Blue e Xavier Red che, in fuga per sbaglio, stoneranno rispetto alle aspettative di qualunque film d'azione e sgonfieranno anche i sistemi passionali consentiti della "love story": "Mi ami? - chiede Jordan? - "Totally" risponde lei. Ed è vero. Perché è l'unica cosa che c'è. Ma c'è, l'amore, ed è, come la musica che senti sopra l'immagine, o sotto: nevrotica, vacillante, svaporante, sformata, magnifica, perfetta. Accade tutto dopo che Xavier ha decapitato il commesso di un autogrill, più per citare un film di Sam Raimi che per altro. E parte così l'apocalisse X, interiore e stilizzata, nonostante la testa mozza e grottesca del coreano vorace, e i litri di rosso liquido che si spargono come un lago sullo schermo mentre tutti ridono ma nascondono gli occhi; un balletto tra mostri e principini, ambiente il deserto morale e materiale della metropoli sfatta, tra centri commerciali, cassiere, un fast food tematico (dinosauri) e motel cadenti come motel. Costato un milione di dollari “The Doom generation” è un viaggio onirico e surreale dentro l'America, smascherata con ghigno Brecht. Non è droga auto iniettata fin dalla nascita, l'America? Ecco. Il film afferra, rapido come un killer, tempo e spazio. Punk puro.



VIVERE L’UTOPIA

Vivere l'utopia vuol dire recuperare la spontaneità negata, calpestata dalla realtà sociale, organizzata, rinchiusa in regole e ruoli. Il sogno anarchico contiene l'incontro dell'individuo e l'unione col suo simile per rafforzare le sue potenzialità e realizzare attraverso la forza comune ciò che ciascuno non può assolutamente fare da solo.Paradossalmente, lo sviluppo economico-sociale comporta discorsi ed azioni chiamate utopiche ed è necessaria la coerenza di una logica utopica e la sua efficacia sociale e politica giacché non sappiamo sempre chiaramente se qualcuno si esprime sull'utopia degli altri o sulla propria esperienza utopica. Vi sono stati dei convegni interdisciplinari in Europa (1975 e 1978) e ogni volta si tentava di cogliere chiaramente l'uso teorico dell'utopia. Le riflessioni critiche si rivelano dei passi avanti verso delle strategie utopiche, così da definire il punto in cui i discorsi ed i comportamenti utopici si fondano in una teoria pratica. Vicino agli anarchici, B. Vincent propone l'utopia come "topia", la ricerca qui e adesso di un luogo vivente e di un tempo in cui esprimere la nostra natura personale (creatività, sessualità, ecc.) e la nostra natura sociale (convivialità, solidarietà, ospitalità, lavoro comunitario, ecc.). Così questa (utopia-topia) realizzerà la negazione attraverso il non-scarto della realtà. Per quel che riguarda le pratiche utopiche artistiche, esse analizzano quest'uomo/donna alienato, decadente della civiltà moderna, assumendo come compito urgente da realizzare la distruzione di tutto ciò che gli impedisce di entrare in possesso della sua vera natura (l'uomo/donna integrale) e dell'ambiente (la società senza stato). Non è per caso che sulla stampa anarchica brasiliana legata al movimento sociale dell'epoca, si trova un articolo notevole per la sua attualità e pertinenza al problema delle alternative sociali. Esso inquadrava l'anarchismo sociale e la sua finalità estetica: "e l'arte è essenzialmente anarchica, poiché l'arte è senza dubbio l'espressione più libera dell'individualismo che ha una funzione creatrice; e tuttavia quasi mai l'arte si trova legata ai motivi della lotta e del combattimento, nel campo della propaganda libertaria". L'autore, un militante anarchico, intendeva far risaltare il valore delle idee libertarie in quanto "espressione d'arte e di bellezza" in risposta a "certi intellettuali della borghesia". Poi aggiunge che oggi: "le manifestazioni artistiche sono sospette di mercantilismo della vita sociale oppure esse subiscono le conseguenze di uno squilibrio economico - la crisi - il che porta gli individui a subordinare i loro sentimenti agli interessi creati dal capitalismo". L'arte si presenta, secondo il suo giudizio, come sentimento, vibrazione, vita e personalità. E la forza creatrice dell'individuo si trasforma in concezione artistica quando "non sente la necessità di reprimersi. È proprio questa la premessa dell'anarchismo, dare all'individuo il controllo di se stesso, integrarlo nella coscienza piena di tutte le sue facoltà creatrici".Libertà senza autorità, lo spirito di indipendenza, la personalità creatrice lotta sempre nell'ambiente sociale. Quindi, l'arte emerge in un'epoca in cui a volte si colgono appena queste concezioni del mondo e dell'avvenire e si aspetta là la teoria pratica dei concetti e manifestazioni artistiche che contengono i principi che squarciano i cieli del futuro e aprono la via a nuove forme di espressione. E questo è l'anarchismo, perché la più elevata espressione artistica dell'umanità. La visione anarchica dell'avvenire è basata sulla riconciliazione di due nozioni a prima vista antinomiche: la libertà e l'uguaglianza. André Reszler osserva anche che la società attuale è caratterizzata dal gioco dicotomico di due principi diametralmente opposti: l'azione creatrice e il principio autoritario. Tuttavia non ci interessa l'arte in quanto potere, malgrado la sua esistenza, bensì le ricerche artistiche, "teoria pratica dell'utopia" e "sogno anarchico" considerati come prolungamento di una cultura non-direttiva, non-autoritaria. 

giovedì 25 dicembre 2025

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (1881-1891) (III°)

Nella stessa luce deve essere vista la sua partecipazione, nel settembre del 1887, al III Congresso del POI tenutosi a Pavia, partecipazione avvenuta su mandato della Lega dei lavoratori di Vercelli. Nonostante che il Congresso veda il tentativo da parte dei gruppi anarchici di qualificare il POI come partito socialista in senso anarchico rivoluzionario, non risulta che il Galleani abbia preso parte attiva nel sostenere la proposta avanzata in tal senso da Luigi Molinari con quelle prese di posizioni irruenti che caratterizzeranno la sua successiva dialettica politica. Si deve da ciò dedurre che al Galleani premesse non alienarsi in maniera definitiva le simpatie e l'appoggio di quei gruppi in nome dei quali partecipava al Congresso. Questo suo atteggiamento di attesa è confermato nell’ottobre 1887 dal «Fascio operaio». In un articolo pubblicato su questo giornale infatti esalta la validità dell'opera del «Fascio», gettando però le premesse di quella che avrebbe dovuto essere la naturale evoluzione del movimento operaio nel senso da lui auspicato :«il Fascio ha già fatto molto lavoro, a sbollire questi entusiasmi politici, e a richiamare l'attenzione dei lavoratori sullo stato e le necessità economiche, ha dimostrato più volte e luminosamente che governo e possidenti sono fatti della stessa carne e che ogni forma di reggimento nacque a tutelare non l'ordine sociale, ma le loro spogliazioni». 

Questa funzione di trait d'union che il Galleani esplica in questo periodo è illuminante per quanto riguarda la determinazione del contributo anarchico alla formazione dei quadri organizzativi del movimento operaio. Se infatti i limiti tradizionali di economicismo e di corporativismo che caratterizzano il movimento operaio in questo periodo vengono successivamente superati, ciò è dovuto in buona parte alla presenza tra le masse operaie del movimento anarchico, di cui il Galleani è, nel Piemonte, l'uomo di punta. L'organizzazione e la direzione degli scioperi e delle agitazioni proletarie dell'epoca da parte degli anarchici produrrà, come il Galleani auspicava, una progressiva assunzione da parte di un settore delle masse lavoratrici delle concezioni di lotta rivoluzionaria tipiche dell'anarchismo. 

In questa direzione si muove il Galleani che nel 1888 tiene una serie di conferenze in vari centri del Piemonte, quali Alessandria e Asti, polarizzando intorno al suo nome l'attenzione degli ambienti operai e socialisti dell'intera regione. Questa tattica qualifica la partecipazione del Galleani alla direzione degli scioperi dei renaioli e dei meccanici che scoppiano a Torino nel giugno del 1888 e degli scioperi dei bottonai e dei cotonieri di Vercelli rispettivamente nel luglio e nell'agosto dello stesso anno. Ed è la stessa tattica che viene impiegata nell'ambito prima della «Gazzetta operaia» e successivamente della «Nuova gazzetta operaia», «sta dunque a noi, non di accettare programmi e linee di condotta del partito operaio, ma di infiltrarci nelle sue file e imprimere alle sue azioni un carattere più rivoluzionario. Ricordiamoci che la borghesia è una classe ben organizzata e che per lottare contro di essa è necessario che anche noi ci organizziamo per non restare sempre dottrinari ringhiosi e impotenti». A questo fine viene programmata la sua partecipazione al congresso del partito operaio che si tiene a Bologna nel settembre 1888. Al Galleani, come rappresentante della «Nuova gazzetta operaia», è affidato il compito di adoperarsi per giungere alla «concordia delle forze» su «un terreno comune in cui le varie scuole possano lottare d'accordo senza equivoche con-fusioni di programma». 

Il fallimento di questo tentativo non fa desistere il Galleani dalla politica intrapresa, ché anzi vediamo intensificarsi la sua opera nella attività di direzione degli scioperi nel giugno dell'anno successivo, contrariamente all'ipotesi avanzata in campo storiografico che sostiene che il suo esilio francese sia da far risalire al periodo immediatamente successivo al Congresso di Bologna, quasi come conseguenza del risultato negativo della sua partecipazione al congresso stesso.


Il diabete e la marijuana

Gli adulti con una storia di uso di marijuana hanno una minore prevalenza nella comparsa del diabete di tipo 2 e un minor rischio di contrarre la malattia rispetto a quelli che non hanno mai consumato cannabis, secondo i dati degli studi clinici pubblicati sul British Medical Journal.I ricercatori della University of California, Los Angeles, hanno valutato l’associazione tra diabete mellito (DM) e l’uso di marijuana tra gli adulti tra i 20 e i 59 anni in un campione rappresentativo della popolazione degli Stati Uniti di 10.896 adulti. I ricercatori hanno ipotizzato che la prevalenza del diabete di tipo 2 sarebbe ridotto nei consumatori di marijuana causa la presenza di vari cannabinoidi che possiedono proprietà immunomodulanti e anti-infiammatorie.

Lo studio ha riferito che fra i consumatori passati e presenti di cannabis risulta una minore prevalenza di diabete, anche dopo aver corretto il campione con le variabili sociali (etnia, livello di attività fisica, ecc.), nonostante tutti i gruppi fossero in possesso di una simile storia familiare di DM. I ricercatori peraltro non hanno trovato un’associazione tra uso di cannabis e altre malattie croniche, tra cui l’ipertensione, ictus, infarto miocardico, o insufficienza cardiaca rispetto ai non utilizzatori.

I ricercatori hanno concluso: “la nostra analisi degli adulti di età compresa tra 20-59 anni… ha dimostrato che i partecipanti che hanno usato marijuana avevano una minore prevalenza di DM ed una probabilità inferiore di sviluppare DM rispetto ai non-consumatori di marijuana.” Avvertono, però: “gli studi prospettici nei roditori e nell’uomo sono necessari per determinare una potenziale relazione causale tra l’attivazione del recettore dei cannabinoidi e il Diabete Mellito. Fino a quando tali studi non saranno effettuati, non sosteniamo l’uso di marijuana in pazienti a rischio di DM».

Precedenti studi condotti su animali hanno indicato che i cannabinoidi possiedono alcune proprietà anti-diabete. In particolare, uno studio preclinico pubblicato sulla rivista Autoimmunity ha riferito che le iniezioni di 5 mg al giorno del cannabinoide non psicoattivo CBD ha ridotto significativamente l'incidenza del diabete nei topi rispetto al placebo.


Una comunità di lotta in difesa del territorio

Una società libera sarà principalmente una società contadina: la conurbazione è una conformazione sociale strettamente capitalista, incompatibile con l’avvento della libertà e irrealizzabile in economie senza mercato. Queste due verità ci portano a considerare il cambiamento rivoluzionario da prospettive completamente nuove. Per questo motivo quando si parla di agricoltura biologica, sovranità alimentare o autosufficienza, cioè del lato positivo dell’anti-industrialismo, vale la pena specificare l’ambito in cui tutto ciò avviene, la situazione concreta del territorio. In una società in via di urbanizzazione totale, il territorio si trasforma in uno spazio vuoto a disposizione: una riserva generale di spazio alla mercé dei centri decisionali metropolitani. Nella nuova fase dello sviluppo capitalista l’oppressione ha soppresso il tempo e si è spazializzata: lo spazio sociale è una creazione del capitale e obbedisce alla sua logica. Lo sfruttamento del territorio gioca lo stesso ruolo dello sfruttamento del lavoro nella fase precedente; però, affinché questo avvenga in modo ottimale non solo c’è bisogno di riempire i luoghi di merci ma sono altresì necessari alcuni cambiamenti formali che adeguino la specificità territoriale all’economia e non blocchino l’espansione illimitata dei nuclei urbani. Cambiamenti che, oltre a banalizzare la vita in campagna, incentivino la de-industrializzazione, l’abbandono dell’agricoltura e la suburbanizzazione. Questa, diciamo, ultima campagna di razionalizzazione sociale si dota dei relativi strumenti giuridici: leggi che favoriscono l’attività urbanistica, quote agrarie, legislazioni sui suoli, riforme delle amministrazioni locali, normative per gli espropri, ordinamenti generali, pianificazione delle infrastrutture, ecc. Dall’altro lato la globalizzazione modella una nuova classe dirigente legata più alla gestione politica, finanziaria e imprenditoriale dello spazio che alla proprietà privata dei mezzi di produzione: una classe nata dalla trasformazione della borghesia in seguito alla sconfitta del movimento operaio e alla decomposizione delle classi tradizionali. Si tratta di una classe effimera, in perenne movimento, che si muove all’interno della divisione internazionale del lavoro e provoca un riordino territoriale globale o, detto in altri termini, che è responsabile di costringere il territorio a sottomettersi ai capricci del mercato mondiale. Dal suo punto di vista, qualsiasi resistenza al mercato costituisce un “arretramento” e ogni adattamento il “progresso”. In questo senso l’esistenza di una classe contadina autonoma rappresenterebbe la quintessenza dell’arretratezza, e la sua estinzione il massimo del progressismo. 

Le istanze locali dovrebbero costituire il primo anello verso la deregulation degli usi del territorio, la terziarizzazione dell’economia e, di conseguenza, verso la rapida mondializzazione delle risorse locali. I cambiamenti vengono sovvenzionati soprattutto grazie alle eccedenze prodotte dalla speculazione immobiliare: dunque, il trasferimento di capitali dall’industria, dall’agricoltura e dall’industria mineraria verso i servizi si baserebbe principalmente sulla costruzione di alloggi, strade e grandi infrastrutture. La campagna ha smesso di essere la dispensa di alimenti ed è diventata una cava di estrazione dei materiali, spalancando le porte alla concentrazione della popolazione, all’agricoltura industriale e alla “riconversione ambientale”, con risultati sempre più catastrofici per il territorio e i suoi abitanti. La terra non è più il crogiolo in cui si fonde l’identità tra gli individui e la loro comunità.

Una comunità di lotta – una forza sociale storica – può formarsi solo a partire da una volontà cosciente di separazione, da uno sforzo disertore figlio dell’opposizione totale al sistema capitalista o, che è lo stesso, dalla messa in discussione radicale dello stile di vita industriale, cioè dalla rottura con la società urbana. Disoccupazione giovanile o tagli del budget, il punto di partenza non ha molta importanza se gli animi che si scaldano vanno tutti nella stessa direzione; la cosa più importante è la conquista di un’autonomia sufficiente per discostarsi dai canali stabiliti andando al fondo della questione – la libertà – senza mediatori “responsabili” né tutori vigilanti. E ciò non si ottiene che prendendo chiaramente le distanze dalla fazione del dominio e preparandosi a una lotta lunga e ardua contro di esso.


giovedì 18 dicembre 2025

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (1881-1891) (II°)

La formazione politica del Galleani deve quindi ricondursi, in questi primi anni della sua attività, alle due matrici fondamentali del socialismo legalitario e dell'anarchismo comunista, delle quali utilizza, senza per altro porsi il problema della loro interrelazione sul piano ideologico, gli spunti che più gli sono congeniali sul piano dell'attività operativa che egli va svolgendo in questi anni. 

Se infatti il fallimento degli scioperi torinesi del maggio-giugno 1886, seguiti da una dura repressione poliziesca, e il contemporaneo scioglimento del Partito Operaio Italiano determinano una reviviscenza di attività da parte degli anarchici in Torino, pare non si debba attribuire al Galleani una diretta partecipazione alla fondazione della «Gazzetta operaia» che di questi gruppi rappresenta la voce, ché anzi l'intervento successivo del Galleani nel giornale determina un dirottamento della linea politica originariamente assunta dal periodico. L'intransigenza della «Gazzetta operaia», che si proclama comunista anarchica, e che si concreta nella sua presa di posizione contro l'organizzazione delle forze anarchiche, nella sua recisa condanna del parlamentarismo, nel rifiuto dei mezzi di lotta legalitari e quindi nella opposizione alle correnti evoluzionistiche e operaiste del socialismo, viene stemperata proprio ad opera del Galleani, che, anche per l'influenza esercitata su di lui dalle nuove posizioni assunte da F. S. Merlino, si fa portavoce della spinta unitaria diretta a far confluire in un solo partito d'azione tutti «i compagni» piemontesi. 

L'interesse del Galleani nei confronti del Partito operaio e per l'organizzazione di cui esso è espressione, gli fa superare almeno momentaneamente la polemica che ad esso lo opponeva a proposito del concetto di lotta di classe. In questo stesso anno infatti (1887) il Galleani si fa promotore di una serie di iniziative dirette a incidere nella realtà operaia ai fini della realizzazione di quel programma «unitario» di cui si era fatto sostenitore. Per sua ispirazione nascono quindi a Vercelli il circolo socialista Difesa del lavoro e la Lega dei lavoratori che, avendo come movente ispiratore i concetti di resistenza propri del partito operaio, lasciano in ombra quello che poteva essere l'aspetto polemico dell'intervento del Galleani. In questo periodo infatti egli va puntualizzando quella che è la sua posizione politica nei confronti dei movimenti socialisti. Ma se da un lato questa chiarificazione lo libera definitivamente da quelle reminiscenze democratiche e legalitarie, che avevano caratterizzato i suoi primi anni a Torino, ciò non gli impedisce sul piano operativo di portare avanti un discorso interlocutorio che deve servirgli, nei suoi intendimenti, quale strumento di pressione ai fini di un progressivo ribaltamento su posizioni più decisamente anarchiche di quei gruppi dei quali egli si è fatto parte attiva. Così nel luglio-agosto del 1887 lo troviamo impegnato in un giro di propaganda nel biellese, che ha lo scopo di diffondere tra le masse proletarie della zona il concetto di resistenza economica e di promuovere un movimento unitario in vista di quella che sarà la rivoluzione, che emanciperà tutte le classi sociali ed eliminerà ogni oppressione autoritaria.