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giovedì 5 marzo 2026

PROCESSI ANARCHICI A TORINO TRA IL 1892 ED IL 1894 (IX°)

Ed in generale nulla si potrà accertare a carico degli imputati al di là dell'associazione a delinquere anche se questa volta le pene pronunciate contro gli anarchici, risentendo del clima repressivo instaurato dal Crispi, non saranno del tutto lievi (La Corte di Appello di Torino confermerà il 24 ottobre 1894 la sentenza già emessa il 16 giugno dal Tribunale: Gribaldo, Conelli e Praga sono condannati alla detenzione per 6 mesi e alla multa di lire 300 ciascuno. Guabello e Sogno alla detenzione per 5 mesi ed alla multa di lire 250 ciascuno. Marchello e Clama alla detenzione per 8 mesi ed alla multa di lire 400 ciascuno. Botto alla detenzione per 7 mesi ed alla multa di lire 350. Romualdo Pappini, riconosciuto colpevole anche del reato previsto dell'articolo 246 del Codice Penale, alla reclusione per 14 mesi e 20 giorni, alla vigilanza speciale della P.S. per un anno e alla multa di lire 400). Alcune considerazioni restano da fare sul nucleo anarchico scoperto delle pubbliche autorità nel 1894. Ancora una volta la polizia si è mossa un po' a caso, ha colpito qua e là, ha setacciato un gran numero di persone che sono risultate estranee ad ogni organizzazione e impegno politico. Eppure in mezzo a queste spiccano figure di primo piano, anarchici che scrivono sui giornali della loro corrente, che si dedicano alla formazione e alla propaganda. La consistenza stessa dell'organizzazione anarchica appare considerevole: accanto al nucleo torinese si è affermato un gruppo nel Biellese, guidato da Alberto Guabello, che raccoglie larghe adesioni (Il Rigola nelle sue memorie ricorda il periodo in cui il Biellese fu conquistato dalla propaganda anarchica, in cui notevole era l'influenza delle idee di Bakunin e Kropotkin: «Per diversi anni - scrive - i compagni del gruppo biellese furono lettori assidui della «Révolte» di Parigi, la nota rivista di cultura rivoluzionaria, trasformatasi in seguito nel «Temps nouveaux». E l'edicola di Agostino Colpio era sempre fornita di pubblicazioni italiane ed estere anche perché gli operai abituati ad emigrare, conoscevano bene le lingue, soprattutto il francese.), la propaganda si è intensificata, i mezzi: opuscoli, volantini, fogli si sono moltiplicati. I giornali che circolano nel gruppo sono numerosi; tra quelli sequestrati nelle perquisizioni domiciliari i titoli sono ben 32 e la provenienza è varia. Accanto alla presenza delle più rappresentative testate anarchiche italiane del periodo, si trovano esemplari che provengono dall'estero, dalla Francia come dagli Stati Uniti, dall'America Latina, dalla Svizzera. 


IO LA CONOSCEVO BENE - Antonio Pietrangeli

Adriana, una ragazza del Pistoiese, lascia la famiglia e la provincia per trasferirsi a Roma in cerca di fortuna. Dopo essersi sistemata in un piccolo appartamento di fronte al Gazometro, comincia a passare da un impiego all'altro: domestica, parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling. Conosce vari uomini: Dario, un ladruncolo che le fa passare una notte in un albergo e al mattino fugge lasciando il conto in sospeso; Carlo, un bel ragazzo della borghesia romana di cui si invaghisce, ma che è  innamorato di un'altra; poi uno scrittore e infine il garagista del suo stabile, con cui ha un'avventura notturna. Nel frattempo Adriana, piena di speranza, affida il poco denaro guadagnato a un ambiguo agente che le prospetta la possibilità di lavorare nel cinema. Le uniche cose che riesce a fare sono partecipare come comparsa in un film mitologico, presentare qualche vestito in teatrini di provincia e apparire in un cinegiornale (fa un provino con il massimo della serietà e ne risulta uno sketch ridicolo). Rimasta incinta, senza neanche sapere chi sia il padre, Adriana si vede costretta ad abortire. Torna nel Pistoiese a visitare la famiglia e scopre che la sorellina minore, Stefanella, è morta in seguito a una malattia. Di nuovo a Roma, Adriana scivola da una festa all'altra, circondata da uno stuolo di dubbi corteggiatori. Una sera va in un night, balla, si ubriaca e passa la notte a gironzolare con uno sconosciuto, a bordo di una  Fiat 500. All'alba torna nel suo appartamento, mette un nuovo disco, si sfila la parrucca e si butta dalla finestra. 

«Nella primavera del 1961 avvicinai decine di ragazze che giravano attorno al mondo dello spettacolo, il sottobosco delle attricette, modelle e simili. E condussi una vera e propria inchiesta da sociologo, con tanto di schede e di indagini parallele. Naturalmente queste ragazze erano vive, vegete e magari anche soddisfatte. Tutte esistenze sorprendentemente uguali e tutte ugualmente miserevoli anche se le ragazze che me ne parlavano non se ne rendevano affatto conto. Da quell’inchiesta nacque, con la prepotente evidenza della verità, il personaggio di Adriana Astarelli». 

Io la conoscevo bene rappresenta un punto di passaggio fondamentale: nel 1965, quando ancora sottovoce stanno salendo in superficie i gorgoglii riottosi che troveranno compimento nell’onda contestataria dell’68’. L’idea di “benessere” ha abbandonato i dettami della sopravvivenza impartiti dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale per forgiare il nuovo ceto medio, la borghesia occidentale. Si è deciso di instaurare il dominio del desiderio nelle sue classi consumistiche. Adriana ne è frutto, artefice e vittima allo stesso tempo: possiede e viene posseduta con una logica di mercato tragica e che non prevede alcun condotto d’aria possibile. È asfissiata da sé e dal mondo che frequenta, spinta dalla speranza di poter accedere ai lustrini di un universo spettacolare quanto vacuo, falso, miserabile. Riesce anche a far parte di quel microcosmo mefitico, Adriana, ma sempre come suppellettile, elemento della scenografia, ghiribizzo dell’intellettuale di turno o preda del sedicente impresario che ha su di lei mire di tutt’altro genere. Non è sperduta, Adriana, semplicemente si muove per strade che sono solo ed esclusivamente immaginarie: la sua prospettiva è l’illusione di una realtà che dietro la maschera (indossata da chiunque) prevede solo un buio ottundente. Non esiste forse sguardo più crudele, disgustato, rabbioso e ineluttabile di quello che Pietrangeli sfoggia in Io la conoscevo bene, perché non esiste reazione possibile a una tale disperata dissoluzione dell’umano. Ci si può solo soffermare sul bozzetto, sempre approcciato attraverso una messa in scena mirabile, in cui il gesto cinematografico si trasforma in ultimo rabberciato eppur splendente argine contro la rutilante carneficina della società: in questo senso sequenze come quella dello studio collettivo di dizione rappresentano uno squarcio nel nero, luce accecante quanto effimera.





Rivoluzione spontanea popolare e sociale

"Il mio sistema non riconosce né l'utilità, né la possibilità stessa di una rivoluzione diversa da quella spontanea, popolare e sociale. Sono profondamente convinto che qualsiasi altra rivoluzione è disonesta, nociva e funesta per la libertà e per il popolo, perché riporta una nuova miseria e una nuova schiavitù per il popolo; inoltre, e questo è l'essenziale, qualsiasi altra rivoluzione è diventata impossibile, irrealizzabile e inattuabile. La centralizzazione e la civiltà progredita, le ferrovie, il telegrafo, i nuovi armamenti e la nuova organizzazione degli eserciti, la scienza dell'amministrazione in genere, cioè la scienza dell'assoggettamento e dello sfruttamento sistematico delle masse popolari, della repressione delle rivolte popolari e di qualsiasi altra rivolta, scienza così accuratamente elaborata, sperimentata con l'esperienza e perfezionata durante gli ultimi settantacinque anni di storia contemporanea - tutto ciò ha fornito attualmente allo Stato una potenza tanto grande che tutti i tentativi artificiali, segreti, di cospirazione al di fuori del popolo, come pure gli attacchi improvvisi, le sorprese e i colpi di mano, sono destinati a essere schiacciati da questa forza; lo Stato può essere vinto e abbattuto soltanto dalla rivoluzione spontanea, popolare e sociale."