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giovedì 26 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) III°

Nel primo numero di questo periodico venivano riaffermati i principi collettivistici ed anarchici, come il ritorno della terra a coloro che la lavoravano e la distruzione dello Stato, e veniva precisato che la futura organizzazione politica sarebbe «costituita esclusivamente da una libera federazione di liberi artel di lavoratori agricoli e di industriali». Nel 1872, le idee di Bakunin venivano più intensamente e proficuamente diffuse presso i gruppi clandestini russi, da parte di Z. K. Ralli e M. Sazìm, i quali mantennero relazioni ininterrotte e costanti con la Internazionale di Saint-Imier, con Elisée Reclus e col gruppo che gravitava attorno al giornale ginevrino «Le Travailleur». 

Se non è possibile calcolare l'entità della spinta - e, quindi, il concreto contributo - da parte degli anarchici nel far deflagrare la rivoluzione del 1905, è però certo che essi furono contrari alle parole d'ordine borghesi lanciate dai più svariati raggruppamenti politici - come: abbattimento dell'autocrazia e instaurazione di una repubblica democratica, lotta per la costituente ecc. - e che, prima dell'estate del 1917, «erano i soli rivoluzionari in Russia che propagandassero l'idea della rivoluzione sociale tra le masse». E, benché le forze libertarie fossero estremamente esigue a confronto di quelle degli altri partiti, esse aprirono «una breccia nel fronte democratico», diedero il loro appoggio teorico e pratico alle contraddizioni di classe e si fecero strada nella rivoluzione e costituirono una parte nutrita di quella avanguardia rivoluzionaria, combattiva e costruttiva che portò, successivamente, le sue istanze in seno ai comitati di fabbrica, la sua critica alla concezione bolscevica del controllo operaio ed il suo tributo all'affermazione del principio dell'autogestione. Dal marzo al novembre 1917 gli anarchici si erano andati moltiplicando di numero e la loro dichiarata «ostilità nei confronti di ogni autorità statale ne faceva gli alleati naturali dei bolscevichi al momento della rivoluzione». Questa parziale comunanza di vedute, unitamente alle modificate posizioni teoriche di Lenin, giunto - secondo quanto scrive Volin - «ad una concezione quasi libertaria della rivoluzione, fino a parole d'ordine di spirito quasi anarchico, salvo, beninteso, i punti di demarcazione fondamentali : la presa del potere e il problema dello Stato», consentì ad anarchici e bolscevichi di affrontare uniti le calde giornate della vigilia rivoluzionaria, mentre l'istinto e l'interesse di classe trascinavano operai e contadini ad occupare le fabbriche e le terre.

 «Lo sviluppo della rivoluzione comportò non solo la spontanea occupazione delle terre da parte dei contadini, ma anche quella delle fabbriche da parte degli operai. Sia nel settore dell'industria che in quello dell'agricoltura, il partito rivoluzionario, e più tardi, lo stesso governo rivoluzionario, furono sorretti da un movimento che, sotto molti aspetti, era per loro motivo di imbarazzo, e sul quale, peraltro, non potevano fare a meno di appoggiarsi, dal momento che esso rappresentava la principale forza rivoluzionaria». 

Dopo l'occupazione delle fabbriche e delle officine, sorse urgente la necessità di dirigerle ed amministrarle per produrre e, a questo scopo, nacquero degli organismi di base che presero il nome di comitati di fabbrica (o di officine). 


EDERA

Pianta arbustiva alta  6-20 metri; fusto rampicante con rametti e  rami con radice avventizia adesiva; foglie alternate,  sempreverdi, lucenti, 3-5 lobate  su rametti non  fioriferi, da ovato-lanceolate a romboidi su rametti fioriferi; fiori in ombrelle emisferiche, verdi, petali  carnosi, bruni esternamente, verdi internamente;   frutto come bacca  blu scuro; semi nerastri o giallastri. Fiorisce da settembre a ottobre. Cresce in boschi  umidi, boschi decidui con querce o faggi, su pareti e rocce (0-800  m). Comune, invadente. Tra  gli antichi Egiziani, l'edera era sacra a Osiride. Nel Papiro  Magico di Leida (III sec. d.C.), è riportata una ricetta per favorire il sonno, composta da radice di mandragora, giusquiamo egiziano ed edera, il tutto miscelato in vino. Dioscoride afferma che i corimbi o il succo delle fronde, se presi in eccesso, rendono il corpo languido e conturbano la mente. Secondo Plutarco (Latines  quaestiones)  l'edera contiene uno "spirito violento" che causa scoppi di delirio e convulsioni. Dà  una "ebbrezza senza vino", una specie di possessione, con tendenza all'estasi. Le foglie addizionate al vino causano delirio e disorientamento, come il giusquiamo. Soprattutto, l'edera era in relazione con il culto di Dioniso, a cui era sacra;  Dioscoride infatti, descrive tre specie di edera, una delle quali era nota come  dionysos. Probabilmente,  la furia delle Baccanti era causata da una  bevanda  a base di  edera. Plinio il Vecchio riporta che, presa in pozione, in dose massiccia,   provoca turbe mentali e che, internamente, confonde i sensi, purifica la testa e danneggia i sensi stessi, mentre esternamente   alleggerisce il mal  di testa. Bere il succo delle bacche protegge dall'ebbrezza. Probabilmente, il termine che nell'antichità indicava l'edera nascondeva in realtà un'altra pianta rampicante   dall'azione psicoattiva, per  esempio il vilucchio tricolore. Oppure,  il termine "edera" era lo pseudonimo di una pianta psicoattiva oggi ignota. Nell'antichità, le foglie erano addizionate al vino e alla birra. Nella tradizione celtica, troviamo la Dea  Madre Cerridwen.  Il suo calderone conteneva la bevanda dell'ispirazione e della conoscenza. Chi l'avesse bevuta, sarebbe stato illuminato e avrebbe conosciuto presente, passato e futuro in un unico istante. Secondo alcune interpretazioni, la bevanda era costituita da orzo, ghiande, miele, sangue di toro, edera, alloro e veratro bianco. L'edera era anche un ingrediente della spongia somnifera. Nella fitoterapia moderna, si usa per pertosse, bronchite cronica, tracheite, laringite, gotta, reumatismi, litiasi biliare, mestruazioni insufficienti, leucorrea, ipertensione, cellulite, nevralgie, reumatismi, nevriti, postumi di flebiti (edemi circolatori), piaghe, scottature, calli, duroni e polipi al naso. Fitochimica: Contiene acido chlorogenico, inoside, la saponina a-ederina e l'alcaloide emetina. Effetti:Nella moderna letteratura tossicologica si riporta che le foglie ingerite causerebbero allucinazioni. Inoltre, le foglie essiccate e fumate sarebbero inebrianti.


Due parole o tre su "L'Internazionale Lettrista"

L'Internazionale Lettrista si propone di realizzare una struttura appassionante della vita. Sperimentiamo comportamenti, forme di decorazione, di architettura, di urbanismo e di comunicazione atte a provocare situazioni attraenti.

E' un argomento di continua discussione tra noi e molti altri, alla fine trascurabili perché conosciamo bene il loro meccanismo e la sua usura.

Il ruolo di opposizione ideologica che manteniamo viene necessariamente prodotto dalle condizioni storiche. A noi spetta soltanto trarne partito più o meno lucidamente, e conoscerne gli obblighi e i limiti allo stadio attuale.

Lo sviluppo finale delle costruzioni collettive che ci piacciono sarà possibile soltanto dopo la scomparsa della società borghese, della sua distribuzione dei prodotti, dei suoi valori morali.

Daremo il nostro contributo alla rovina di questa società borghese perseguendo la critica e la sovversione totale della sua concezione dei piaceri, e anche fornendo slogan utili all'azione rivoluzionaria delle masse.

(POTLATCH: Michèle Bernstein, M. Dahou, V'era, Gil J. Wolman)


giovedì 19 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) II°

Nello scritto Solo dal basso o dal basso e dall'alto? - che è del giugno 1905 - sono già contenute in nuce le linee direttive dell'azione politica del futuro capo del partito bolscevico, riassunte da Lenin come segue: «1) Limitare per principio l'attività rivoluzionaria alla pressione dal basso e rinunciare a quella dall'alto è anarchia. 2) Chi non si rende conto dei nuovi compiti di un'epoca rivoluzionaria e dell'azione dall'alto, chi non sa determinare le con-dizioni e il programma di tale azione, non ha nozione dei compiti che si pongono al proletariato nella rivoluzione democratica. 3) Il principio secondo cui la socialdemocrazia non deve partecipare con la borghesia al governo rivoluzionario provvisorio, perché ogni azione di questo tipo è un tradimento della classe operaia, è un principio anarchico. 4) Ogni "situazione rivoluzionaria seria" impone al partito del proletariato di realizzare coscientemente l'insurrezione, di organizzare la rivoluzione, concentrare tutte le forze rivoluzionarie, scatenare un'audace offensiva militare e utilizzare con la massima energia il potere rivoluzionario». 

Da quanto è stato rilevato si può già cogliere la linea di demarcazione - sia pure ancora approssimativa, ma sostanziale - tra la concezione autoritaria e quella libertaria della rivoluzione: da una parte la sfiducia nelle capacità spontanee della classe lavoratrice, l'idea di organizzazione del partito con dirigenti rivoluzionari di professione (Rosa Luxemburg nel 10 luglio 1904, denunciava già «l'ultracentralismo» di Lenin che, nella «sua essenza appariva come impregnato non d'uno spirito positivo e creatore, sibbene dello spirito sterile del guardiano notturno»), l'affermazione dell'attività dall'alto, la programmazione della rivoluzione, la partecipazione al governo provvisorio ed, infine, l'utilizzazione del potere rivoluzionario; dall'altra parte: la concreta creazione del soviet come associazione permanente autonoma della classe lavoratrice, la fiducia nella spontaneità delle masse, l'affermazione dell'azione diretta, dal basso, e l'opposizione categorica a qualsiasi partecipazione al governo. 

La concezione libertaria della rivoluzione era filtrata in Russia attraverso il periodico «Narodnoe Delo» (Causa del popolo) che, fondato nel 1869 da Bakunin e Zukovsky in Svizzera, portato clandestinamente in Russia da Ivan Bockarev e distribuito a Pietroburgo da Stepniak, esercitò «un'influenza estremamente stimolante».


UN POVERO VERGOGNOSO Xavier Forneret

L'ha cavata 

Da una tasca bucata, 

Sotto gli occhi l'ha messa 

L'ha guardata ben bene 

Dicendo: «Infelice! »

L'ha soffiata 

Con la bocca umettata; 

Aveva quasi paura 

Di un tremendo pensiero 

Che lo colse nel cuore. 

L'ha bagnata: 

Una lacrima ghiacciata 

Che per caso sgelò; 

La sua stanza è tarlata 

Ancor Oli di un bazar. 

L'ha strofinata, 

Ma non l'ha riscaldata; 

Non  sentendola quasi 

Ché, contratta dal freddo, 

Gli voltava la schiena. 

L'ha pesata 

Sull'aria appoggiata, 

Come si pesa un'idea; 

Con del filo di ferro 

L'ha poi misurata. 

L'ha sfiorata 

Con la bocca aggrottata. 

Con  terrore improvviso 

Essa allora gridò: 

Baciami, addio! 

L'ha baciata, 

E  poi l'ha incrociata 

Sull'orologio del corpo, 

Che mal caricato 

suonava cupo e sordo. 

L'ha palpata 

Con mano ostinata 

A  farla morire.

-Si questo boccone

Nutrire mi può

L'ha tagliata 

Lavata 

Portata 

Rosolata, 

L'ha mangiata. 

Quando non era ancora grande, gli avevano detto: "Se hai fame, mangiati una mano".



LIBERTA'

Principio fondamentale dell'anarchia, opposto in maniera irriducibile al principio di autorità. Ma gli individualisti ne fanno un valore assoluto, a ognuno dovuto, e che nessuna associazione potrebbe alienare, mentre gli anarchici societari pensano, con Bakunin, che: "La libertà degli individui non è un fatto individuale, è un fatto, un prodotto collettivo". Altro commento di Bakunin: "Io non sono veramente libero che quando sono liberi anche gli essere umani che mi circondano, uomini e donne, in maniera che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più vasta è la loro libertà, più profonda, più estesa e più vasta diventa la mia propria libertà. Non posso dirmi veramente libero che quando la mia libertà, o, il che significa la stessa cosa, la mia dignità d'uomo, il mio diritto umano riflessi dalla coscienza anch'essa libera di tutti, tornano a me confermati dall'assentimento generale. La mia libertà personale, confermata così dalla libertà di tutti gli altri, si estende all'infinito".   


giovedì 12 marzo 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell'autogestione (1905-1918) I°

Lo sciopero di Pietroburgo del 3 (16) gennaio 1905, cominciato nella fabbrica Putilov e che fu «come il lampo preannunciatore della burrasca alla vigilia della grande tempesta» ebbe «un inizio puramente spontaneo». Questa prima fase rivoluzionaria, sbocciata all'insegna dello spontaneismo, avrebbe dovuto e potuto costituire, dodici anni dopo, attraverso la creazione altrettanto spontanea di organismi autenticamente operai, il trampolino di lancio di una seconda più matura e più valida rivoluzione sociale. 

La Russia del 1905, non potendo contare su un movimento sindacale inesistente, riuscì però a creare dal basso, in occasione degli scioperi nelle fabbriche, un organismo di tipo nuovo - il soviet -con lo scopo iniziale di alleviare «le terribili privazioni» degli operai «in conseguenza dello sciopero» e, soprattutto, con lo scopo di «seguire attentamente il corso degli avvenimenti, servire di legame fra tutti gli operai, informarli sulla situazione, e, in caso di bisogno, raccogliere attorno a sé le forze operaie rivoluzionarie». Nel suo primo «abbozzo» il soviet fu una «associazione permanente operaia» che, a mezzo del Consiglio dei delegati operai, eletti dagli operai di tutte le fabbriche, ed a mezzo di un giornale di informazione operaia - «Izvestia» - riuscì ad inserirsi nelle vicende rivoluzionarie russe. 

Di questo nuovo organismo, sorto, si ripete, «spontaneamente, in seguito ad un accordo collettivo, in seno ad un piccolo aggruppamento fortuito e di carattere assolutamente privato» (VOLIN era stato uno dei promotori della creazione del primo soviet), Trotzky così scriveva poco dopo la sua creazione: «L'attività del soviet significava l'organizzazione dell'anarchia. La sua esistenza e il suo sviluppo successivi dimostravano un rafforzamento dell'anarchia». 

A questo punto non è inutile richiamare il pensiero di Lenin circa la «spontaneità operaia», la forza «creativa» del proletariato e circa lo sviluppo della rivoluzione «dal basso», affinché si possa meglio comprendere sia la successiva involuzione, nel senso dell'accentramento autoritario, oltre che dei soviet, anche degli altri organismi di base che più ci interessano da vicino, e cioè dei comitati di fabbrica, sorti anch'essi spontaneamente nel 1917, e sia, in senso più lato, lo snaturamento delle concezioni libertarie dell'autogestione, attraverso il cosiddetto «controllo operaio». 

A tal proposito è significativo il ben noto scritto leninista Che fare? (marzo 1902), in cui è esplicitamente pronunciata la condanna della spontaneità dei lavoratori in favore di un'organizzazione stabile di dirigenti, di uomini che abbiano «come professione» l'attività rivoluzionaria. «Le masse operaie sono incapaci di elaborare esse stesse un'ideologia indipendente», giacché con le loro forze possono «soltanto pervenire ad una coscienza tradeunionista». Partendo appunto dalla premessa di diffidenza nelle capacità delle masse lavoratrici (Lenin, a seconda del momento politico, espresse sfiducia o fiducia nell'opera delle masse lavoratrici. Prevalse concettualmente la sfiducia, giacché, in epoca posteriore, scriveva testualmente: «Con la parola d'ordine: più fiducia nella classe operaia, di fatto si lavora a rafforzare le influenze mesceviche ed anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt ha mostrato e dimostrato ciò con chiara evidenza»), Lenin passava alla critica del «culto dello spontaneo», la cui teoria, oltre a confondersi con l'economismo opportunista e col terrorismo ed oltre a comportare una limitazione della funzione della coscienza socialista nel movimento operaio, era - secondo Lenin - da ritenersi una teoria borghese. « Ogni culto della spontaneità del movimento operaio, ogni indebolimento della funzione dell'elemento cosciente, del ruolo della socialdemocrazia, significa necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese sugli operai». E più oltre: «Perciò il nostro compito, il compito cioè della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità, di distogliere il movimento operaio dalla detta tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l'ala della borghesia». Dopo queste affermazioni che, palesemente, confondevano i concetti di autonomia ed automatismo, fu facile per Lenin passare alla formulazione di un programma di organizzazione costituita da «un cerchio stretto di quadri stabili di dirigenti, composto principalmente di rivoluzionari di professione, cioè di militanti liberi da qualsiasi lavoro estraneo a quello del partito», e, successivamente, postulare i principi dell'attività rivoluzionaria dall'alto, della partecipazione della socialdemocrazia al governo e dell'utilizzazione del potere rivoluzionario per la creazione di uno Stato potente ed accentratore.


INSIDE LOOKING OUT - ANIMALS

Seduto qui solo come un uomo a pezzi

Servire il mio tempo facendo del mio meglio

Muri e bar mi circondano

Ma non voglio la tua simpatia

Oh, piccola, oh, piccola

Ho solo bisogno del tuo tenero amore

Per mantenermi sano di mente in questo forno che brucia

Quando il mio tempo è scaduto, sii la mia rinascita

Come se valessi sulla terra verde di Dio

La mia rinascita, la mia rinascita

Tesoro, sì, significa che è la mia rinascita, sì

Sì, (Sì!), Sì (Sì!)

Sì, (Sì!), Sì (Sì!)

Sì, piccola (Sì!), Piccola (Sì!)

Forza (Sì!), Forza (Sì!)

(Yeah Yeah)

Si si si

Acqua ghiacciata che scorre nel mio cervello

Poi mi trascinano di nuovo al lavoro

Dolori e vesciche sulla mente e sulle mani

Dal vivere ogni giorno con quelle borse di tela

I pensieri di libertà mi stanno facendo impazzire

E sarò felice come un neonato

Staremo insieme, ragazza, aspetta e vedrai

Niente più muri mi nascondono il tuo amore

Sì!

Non riesci a sentire il mio amore

Piccola (piccola!), piccola (piccola!)

Ho bisogno di te (piccola!), stringi te (piccola!)

Sì, andiamo (Baby!), Nessuno tranne (Baby!)

Lo fai (Baby!), Ti amo (Baby!)

Ho bisogno di te, va bene

Ho detto che andrà tutto bene

E se non credi a quello che dico

Ascolta, piccola

Non riesci a sentire il mio amore?

Non riesci a vedere la mia abilità

Non puoi urlare il mio amore?

Sta diventando più forte

Sta diventando più forte

Un po' più vicino, sì

Ho detto, piccola (piccola!), ho bisogno di te (piccola!)

Dai (Baby!), Spremi (Baby!)

Per favore (Baby!), oh!

(Bambino!)

Signore, ti amo (piccola!), ho bisogno di te (piccola!)

Yeah Yeah

Proprio al mio fianco

Ho bisogno di te qui al mio fianco

Ma non posso farci niente, piccola

Ma sarò presto a casa

Presto sarò a casa

Bene

Oh!


La frustrazione crea la mancanza di misura

Il cuore è la prima e fondamentale guida di un individuo in cerca dell'armonia con il tutto. E' il perno energetico perfettamente equidistante tra il mentale e il naturale, che registra e decodifica le oscillazioni degli altri chakra. Solo quando l'energia del cuore è perfettamente pulita e libera di fluire senza costrizioni, potrà instaurarsi nel nostro essere uno stato di perfetta letizia.

La frustrazione crea la mancanza di misura. Quando la gente si sente frustrata, ha bisogno di occupare più spazio e avere più forza. Mentre la gente soddisfatta è felice di quello che ha. Per esempio chi smette di fumare, è così frustrato, che diventa enormemente grasso, anche se non mangia quasi nulla. La frustrazione nelle organizzazioni dà origine alla enorme espansione delle città, delle industrie, dei paesi, alle rivendicazioni territoriali e così via. La frustrazione immette adrenalina nel sistema. L'adrenalina crea muscoli sempre più grandi, e braccia più grandi e gambe e fa anche ingrassare enormemente il corpo politico. Questa è una scoperta recente: che la frustrazione crei masse di adrenalina che ingigantiscono gli organi. Per questo i dinosauri sono scomparsi così improvvisamente. L'ambiente intorno a loro diventava sempre più ostile, sempre più adrenalina circolava nei loro corpi ed essi diventavano sempre più grandi e cadevano trascinati dal loro peso. Potrebbe succedere anche all'America; e già successo all'Impero Britannico.



giovedì 5 marzo 2026

PROCESSI ANARCHICI A TORINO TRA IL 1892 ED IL 1894 (IX°)

Ed in generale nulla si potrà accertare a carico degli imputati al di là dell'associazione a delinquere anche se questa volta le pene pronunciate contro gli anarchici, risentendo del clima repressivo instaurato dal Crispi, non saranno del tutto lievi (La Corte di Appello di Torino confermerà il 24 ottobre 1894 la sentenza già emessa il 16 giugno dal Tribunale: Gribaldo, Conelli e Praga sono condannati alla detenzione per 6 mesi e alla multa di lire 300 ciascuno. Guabello e Sogno alla detenzione per 5 mesi ed alla multa di lire 250 ciascuno. Marchello e Clama alla detenzione per 8 mesi ed alla multa di lire 400 ciascuno. Botto alla detenzione per 7 mesi ed alla multa di lire 350. Romualdo Pappini, riconosciuto colpevole anche del reato previsto dell'articolo 246 del Codice Penale, alla reclusione per 14 mesi e 20 giorni, alla vigilanza speciale della P.S. per un anno e alla multa di lire 400). Alcune considerazioni restano da fare sul nucleo anarchico scoperto delle pubbliche autorità nel 1894. Ancora una volta la polizia si è mossa un po' a caso, ha colpito qua e là, ha setacciato un gran numero di persone che sono risultate estranee ad ogni organizzazione e impegno politico. Eppure in mezzo a queste spiccano figure di primo piano, anarchici che scrivono sui giornali della loro corrente, che si dedicano alla formazione e alla propaganda. La consistenza stessa dell'organizzazione anarchica appare considerevole: accanto al nucleo torinese si è affermato un gruppo nel Biellese, guidato da Alberto Guabello, che raccoglie larghe adesioni (Il Rigola nelle sue memorie ricorda il periodo in cui il Biellese fu conquistato dalla propaganda anarchica, in cui notevole era l'influenza delle idee di Bakunin e Kropotkin: «Per diversi anni - scrive - i compagni del gruppo biellese furono lettori assidui della «Révolte» di Parigi, la nota rivista di cultura rivoluzionaria, trasformatasi in seguito nel «Temps nouveaux». E l'edicola di Agostino Colpio era sempre fornita di pubblicazioni italiane ed estere anche perché gli operai abituati ad emigrare, conoscevano bene le lingue, soprattutto il francese.), la propaganda si è intensificata, i mezzi: opuscoli, volantini, fogli si sono moltiplicati. I giornali che circolano nel gruppo sono numerosi; tra quelli sequestrati nelle perquisizioni domiciliari i titoli sono ben 32 e la provenienza è varia. Accanto alla presenza delle più rappresentative testate anarchiche italiane del periodo, si trovano esemplari che provengono dall'estero, dalla Francia come dagli Stati Uniti, dall'America Latina, dalla Svizzera. 


IO LA CONOSCEVO BENE - Antonio Pietrangeli

Adriana, una ragazza del Pistoiese, lascia la famiglia e la provincia per trasferirsi a Roma in cerca di fortuna. Dopo essersi sistemata in un piccolo appartamento di fronte al Gazometro, comincia a passare da un impiego all'altro: domestica, parrucchiera, maschera in un cinema, cassiera in un bowling. Conosce vari uomini: Dario, un ladruncolo che le fa passare una notte in un albergo e al mattino fugge lasciando il conto in sospeso; Carlo, un bel ragazzo della borghesia romana di cui si invaghisce, ma che è  innamorato di un'altra; poi uno scrittore e infine il garagista del suo stabile, con cui ha un'avventura notturna. Nel frattempo Adriana, piena di speranza, affida il poco denaro guadagnato a un ambiguo agente che le prospetta la possibilità di lavorare nel cinema. Le uniche cose che riesce a fare sono partecipare come comparsa in un film mitologico, presentare qualche vestito in teatrini di provincia e apparire in un cinegiornale (fa un provino con il massimo della serietà e ne risulta uno sketch ridicolo). Rimasta incinta, senza neanche sapere chi sia il padre, Adriana si vede costretta ad abortire. Torna nel Pistoiese a visitare la famiglia e scopre che la sorellina minore, Stefanella, è morta in seguito a una malattia. Di nuovo a Roma, Adriana scivola da una festa all'altra, circondata da uno stuolo di dubbi corteggiatori. Una sera va in un night, balla, si ubriaca e passa la notte a gironzolare con uno sconosciuto, a bordo di una  Fiat 500. All'alba torna nel suo appartamento, mette un nuovo disco, si sfila la parrucca e si butta dalla finestra. 

«Nella primavera del 1961 avvicinai decine di ragazze che giravano attorno al mondo dello spettacolo, il sottobosco delle attricette, modelle e simili. E condussi una vera e propria inchiesta da sociologo, con tanto di schede e di indagini parallele. Naturalmente queste ragazze erano vive, vegete e magari anche soddisfatte. Tutte esistenze sorprendentemente uguali e tutte ugualmente miserevoli anche se le ragazze che me ne parlavano non se ne rendevano affatto conto. Da quell’inchiesta nacque, con la prepotente evidenza della verità, il personaggio di Adriana Astarelli». 

Io la conoscevo bene rappresenta un punto di passaggio fondamentale: nel 1965, quando ancora sottovoce stanno salendo in superficie i gorgoglii riottosi che troveranno compimento nell’onda contestataria dell’68’. L’idea di “benessere” ha abbandonato i dettami della sopravvivenza impartiti dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale per forgiare il nuovo ceto medio, la borghesia occidentale. Si è deciso di instaurare il dominio del desiderio nelle sue classi consumistiche. Adriana ne è frutto, artefice e vittima allo stesso tempo: possiede e viene posseduta con una logica di mercato tragica e che non prevede alcun condotto d’aria possibile. È asfissiata da sé e dal mondo che frequenta, spinta dalla speranza di poter accedere ai lustrini di un universo spettacolare quanto vacuo, falso, miserabile. Riesce anche a far parte di quel microcosmo mefitico, Adriana, ma sempre come suppellettile, elemento della scenografia, ghiribizzo dell’intellettuale di turno o preda del sedicente impresario che ha su di lei mire di tutt’altro genere. Non è sperduta, Adriana, semplicemente si muove per strade che sono solo ed esclusivamente immaginarie: la sua prospettiva è l’illusione di una realtà che dietro la maschera (indossata da chiunque) prevede solo un buio ottundente. Non esiste forse sguardo più crudele, disgustato, rabbioso e ineluttabile di quello che Pietrangeli sfoggia in Io la conoscevo bene, perché non esiste reazione possibile a una tale disperata dissoluzione dell’umano. Ci si può solo soffermare sul bozzetto, sempre approcciato attraverso una messa in scena mirabile, in cui il gesto cinematografico si trasforma in ultimo rabberciato eppur splendente argine contro la rutilante carneficina della società: in questo senso sequenze come quella dello studio collettivo di dizione rappresentano uno squarcio nel nero, luce accecante quanto effimera.





Rivoluzione spontanea popolare e sociale

"Il mio sistema non riconosce né l'utilità, né la possibilità stessa di una rivoluzione diversa da quella spontanea, popolare e sociale. Sono profondamente convinto che qualsiasi altra rivoluzione è disonesta, nociva e funesta per la libertà e per il popolo, perché riporta una nuova miseria e una nuova schiavitù per il popolo; inoltre, e questo è l'essenziale, qualsiasi altra rivoluzione è diventata impossibile, irrealizzabile e inattuabile. La centralizzazione e la civiltà progredita, le ferrovie, il telegrafo, i nuovi armamenti e la nuova organizzazione degli eserciti, la scienza dell'amministrazione in genere, cioè la scienza dell'assoggettamento e dello sfruttamento sistematico delle masse popolari, della repressione delle rivolte popolari e di qualsiasi altra rivolta, scienza così accuratamente elaborata, sperimentata con l'esperienza e perfezionata durante gli ultimi settantacinque anni di storia contemporanea - tutto ciò ha fornito attualmente allo Stato una potenza tanto grande che tutti i tentativi artificiali, segreti, di cospirazione al di fuori del popolo, come pure gli attacchi improvvisi, le sorprese e i colpi di mano, sono destinati a essere schiacciati da questa forza; lo Stato può essere vinto e abbattuto soltanto dalla rivoluzione spontanea, popolare e sociale."