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giovedì 21 maggio 2026

L’attentato del 1961 al consolato spagnolo di Ginevra:

Un episodio di solidarietà internazionale antifranchista

Martedì 21 febbraio 1961, il quotidiano ginevrino “La Suisse” esce con un’edizione speciale: poco prima delle 4 di quella mattina ci sono state delle esplosioni al consolato spagnolo, vicino alla route de Chene. Questo attentato è d’altronde ripetutamente firmato. La sigla FAI [Federación Anarquista Iberica] è scritta in vernice nera sui muri, sul marciapiede, sulla porta stessa del consolato. Sono visibili anche altre scritte, in nero o in bianco, fin sull’asfalto della strada, come “Morte a Franco”, “Viva l’anarchia”, ecc. Sei bottiglie molotov hanno fatto qualche danno materiale, altre non sono esplose. Il 23 febbraio Claude Richoz, sullo stesso quotidiano, si ricorda di aver letto il Manifesto del gruppo anarco-comunista-rivoluzionario, distribuito a Ginevra poco tempo addietro, che si apre con una citazione di Kropotkin: “Un solo atto può fare più propaganda di migliaia di opuscoli”. Due settimane più tardi la “Tribune de Genève” può titolare: “In prigione i bombaroli del consolato spagnolo”. Dopo vane ricerche negli ambienti spagnoli della città, la polizia ha arrestato i quattro membri del Gruppo Ravachol, che le erano peraltro noti da più di un anno. Dopo la vittoria del generale Franco, nel marzo del 1939, i partiti e le organizzazioni di sinistra europee hanno continuato a sostenere, attivamente o solo a parole, il campo repubblicano spagnolo. Delle centinaia di migliaia di rifugiati spagnoli molti hanno trovato asilo in Francia o nelle Americhe; altri hanno scelto l’Unione Sovietica. Socialisti, comunisti, anarchici hanno ricostituito in esilio i loro partiti e i loro sindacati, pur in condizioni materiali ancora precarie. Tuttavia, per una ventina di anni si sa poco in Svizzera della situazione dell’interior, della Spagna. Pochissimi esiliati spagnoli hanno trovato rifugio in Svizzera e sono rari gli spagnoli che hanno i mezzi o il permesso di viaggiare e la loro presenza resta insignificante. Il Parti du travail e la sinistra socialista e sindacale aderiscono in teoria alla parola d’ordine del boicottaggio del turismo in Spagna, ma il governo elvetico è stato uno dei primi a riconoscere Franco nel 1939. Per vent’anni migliaia di guerriglieri hanno passato clandestinamente i Pirenei, hanno fatto propaganda, agitazione, attentati, hanno cercato di destabilizzare il regime. E molti hanno pagato le loro azioni con la vita. La grande stampa non ne parla. Nel 1959, pressata dalle difficoltà economiche e politiche, la Spagna comincia a rilasciare più facilmente i passaporti ai suoi emigranti, in particolare viene abolito il visto tra Spagna e Svizzera. Si stima che l’anno successivo siano 80.000 gli emigrati alla ricerca di un lavoro all’estero, senza contare i 25.000 stagionali agricoli in Francia. Lo stesso anno, secondo il Congrès europeen pour l’amnistie, 246 persone sono state condannate per reati politici dai Tribunali speciali spagnoli, che hanno inflitto complessivamente 1.007 anni di carcere: cinque volte di più dell’anno precedente. Nel gennaio del 1961 diverse migliaia di lavoratori spagnoli arrivano in Svizzera, la metà si ferma a Ginevra. Alloggiano in pensioni, si ritrovano in locali religiosi o nelle sedi di associazioni, non hanno contatti con la popolazione locale. Il loro numero si moltiplicherà per dieci nei dieci anni successivi. Sulla rivista francese “Esprit”, poco prima dell’attentato al consolato spagnolo, Jean-Jacques Langendorf, uno degli arrestati, aveva letto “un articolo che parlava della repressione, del terrore e della tortura nelle carceri franchiste: “Una nuova ondata di prigionieri politici, abbandonati dall’esterno e negati ufficialmente dalle autorità, si ammassa nelle carceri provinciali e nei penitenziari: El Duesco, Burgos, Ocana, San Miguel de Los Reyes. Essi si aspettano qualcosa di più del sostegno verbale degli amici benintenzionati che, a titolo individuale, ricordano al mondo ogni tanto la nostra esistenza. Avvocati, giornalisti, studenti, non solo di sinistra ma anche cattolici, liberali e perfino falangisti, vengono arrestati all’alba, pestati, incarcerati senza condanna, condannati senza appello. La Legge d’emergenza del 1943, sempre in vigore, equipara ogni attività politica al delitto di ribellione militare armata. Lo slogan fascista “Morte all’intelligenza” continua a regnare, nel silenzio e nell’ignoranza dell’opinione pubblica mondiale”. Quell’articolo ha suscitato in me una viva indignazione: ha in qualche modo attualizzato la questione spagnola. La lettura di quell’articolo ha dato uno scopo preciso all’azione che ci proponevamo e di cui abbiamo parlato nel nostro Manifesto”, dichiara Langendorf al giudice istruttore. Quando si tiene il processo, nel maggio 1962, nessuno ignora più la questione spagnola. I minatori e i metallurgici si sono messi in sciopero in tutta la Spagna, hanno addirittura “preso” Oviedo, capoluogo delle Asturie, trascinando nello sciopero decine di migliaia di altri operai. Escono allo scoperto un po’ in tutto il Paese delle organizzazioni cattoliche di opposizione: la JOC (Gioventù operaia cristiana) e la HOAC (Fratellanza operaia di azione cattolica). Si delinea un tentativo di alleanza tra i sindacati “storici”: la UGT (socialista), la CNT (anarchica) e la STV (basca). Nelle Asturie si costituiscono le Commissioni operaie (CCOO), di origine cattolica. Le università sono in piena agitazione, centinaia di studenti e di insegnanti vengono periodicamente arrestati. Si tengono in varie località d’Europa riunioni tra militanti dell’interior, dell’emigrazione e dei comitati di solidarietà. In Svizzera la UGT ha stretto un accordo con l’Unione sindacale svizzera e pubblica una “Información social española” che dà notizie sulla Spagna e fa una modesta opera di formazione politico-sindacale. Il Comitato svizzero per un’amnistia politica in Spagna, che ha sezioni a Zurigo e Ginevra, conduce un paziente lavoro di informazione e di raccolta fondi. Nella primavera del 1962 il giornale “Ravachol” (i suoi redattori, incriminati, sono in libertà provvisoria dal settembre del 1961) ha pubblicato un numero speciale sulla Spagna: Ci si trovano scritti di Albert Camus e Georges Bernanos, il già citato articolo di “Esprit”, documenti vari. Gli avvocati degli imputati hanno chiamato a deporre, al processo, testimoni di un certo peso: lo scrittore Leon Savary, il direttore del Musée des Beaux-Arts di Lausanne René Berger, il professor Robert Junod, il presidente della Ligue des Droit de l’Homme Henry Bartholdi, i vecchi anarchici André Bosiger e Carlo Frigerio, gli ex-anarchici diventati socialisti Georges Borel e Alex Burtin (presentato, quest’ultimo, come direttore tecnico della squadra ciclistica svizzera al Tour de France), Jean Zigler, di ritorno da un’inchiesta in Spagna per conto della Commissione internazionale dei giuristi, Miguel Sanchez Mazas, traduttore al Bureau International du Travail, arrestato in Spagna nel 1956 per avere firmato un manifesto che chiedeva la democratizzazione della scuola, e altri esuli e militanti spagnoli. Se il console, nel febbraio dell’anno prima, aveva segnalato alla polizia dei “sospetti” spagnoli (molti di loro furono espulsi dalla Svizzera, come pure 16 persone collegate a gruppi anarchici della regione ginevrina), al processo l’ambasciatore dichiara che “in Spagna non ci sono prigionieri politici”. Smentito clamorosamente dai testimoni: “Le carceri spagnole sono piene, ma sarà sempre l’intelligenza a vincere. Né le prigioni né i poliziotti potranno tenere in piedi il regime”. Il 22 maggio Jean-Jacques Langendorf, studente, Claude Frochaux, libraio, e Alain Lepère, tipografo, sono condannati a un anno di prigione con il beneficio della sospensione condizionale (il quarto complice era minorenne all’epoca dei fatti); hanno passato più di sei mesi in carcerazione preventiva. È il “processo al franchismo”, la “vittoria dell’antifascismo”, titola la “Voix Ouvrière”. Due giorni dopo, il Partito socialista ginevrino e il Partido socialista obrero español organizzano una manifestazione di solidarietà con il popolo spagnolo nella Salle du Fauburg…

 

NIGHTS IN WHITE SATIN - The Moody Blues


Notti in raso bianco

Che non finiscono mai

Lettere che ho scritto

Non per essere spedite

La bellezza di questi occhi

Che prima mi è sempre mancata

Cosa sia in realtà la verità

Non lo so più dire

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Guardo la gente mano nella mano

Quello che io sto passando non lo possono capire

Alcuni cercano di raccontarmi pensieri che sfuggono

Quello che tu vuoi essere lo sarai solo alla fine

Ed io ti amo

Sì ti amo

Oh, come  ti amo

Oh, come  ti amo

Notti in raso bianco

Che non finiscono mai

Lettere che ho scritto

Non per essere spedite

La bellezza di questi occhi

Che prima mi è sempre mancata

Cosa sia in realtà la verità

Non lo so più dire

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Oh, come ti amo

Perché io ti amo

Sì, io ti amo

Oh, come ti amo

Oh, come ti amo



URMUZ l’anarchico

Nato il 17 marzo 1883 nella provinciale Curtea di Arges, in Valacchia, il bambino che i familiari chiamarono col soprannome Mitica ebbe un’infanzia normale, ma con un evento d’eccezione, quando la famiglia – cosa allora piuttosto rara, giustificata probabilmente con la necessità di aggiornamento professionale del padre medico – si trasferì per qualche tempo a Parigi. Dopo il ritorno in Romania, Mitica seguì i corsi della scuola primaria, finché al liceo la sua curiosità e la sua inventiva lo faranno riconoscere a compagni e docenti come l’architetto di imprese insolite che già portavano l’inconfondibile marchio “dada”. Più tardi, l’autore e teatrologo Gorge Ciprian, suo compagno alle scuole secondarie, avrebbe descritto le avventure di Mitica nel dramma Testa d’oca, rappresentato negli anni ’40 al teatro Nazionale di Bucarest con grande successo. Studente di diritto, Demetrescu-Buzau ottenne il diploma di laurea e, nel 1913, partecipò alla campagna bellica nei Balcani e poi alla guerra mondiale – ciò che contribuì in buona misura al suo ultimo dramma intimo che lo stava conducendo al suicidio quando, appena compiuto i quarant’anni, si andavano pubblicando i suoi testi con grande fortuna presso le giovani generazioni. Gran parte della vita la divise, tragicamente, fra un’amara solitudine in  misere città di provincia, dove disimpegnò la sua professione di giudice, e l’amore per musica e letteratura – praticate con l’ardore del timido debuttante, lasciando un’opera che non supera le 50 pagine a stampa. Le sinfonie che compose sembrano essere perdute per sempre. Nel numero 586, del 25 novembre 1923, il giornale “Lupta” (la lotta) di Bucarest, Romania, pubblicava in cronaca la seguente notizia: “Oggi alle sette del mattino, venne ritrovato in un bosco presso l’angolo di via Janiu con la via Dem Ghica, il cadavere di uno sconosciuto. La sua mano destra serrava un revolver, ciò portò alla conclusione che si trattava di un suicidio.

Il cadavere presenta certe particolarità le quali provano che la morte sopravvenne circa 7-8 ore prima. Dopo una sommaria osservazione su corpo e abiti, venne rinvenuto un documento intestato a D.Dematrescu-Buzau, Via Apolodor 13. le indagini si conclusero con la certezza che il suicida è Dar. Demetrescu-Buzau, scrivano alla Suprema Corte di Giustizia". 



giovedì 14 maggio 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) X°

Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d'intendere il controllo operaio, il quale - essi sostenevano -se aveva avuto un significato come parola d'ordine rivoluzionaria sino all'ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d'essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» - considerato come una «mezza misura» - alla «gestione operaia», sia pure attraverso l'intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell'economia nazionale socializzata. Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali - di fronte al controllo operaio - avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione. In con-sequenza gli anarchici rigettavano la parola d'ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l'espropriazione - progressiva ma immediata - dell'industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva». Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell'economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell'autoritarismo attraverso i decreti ed i contro-manuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l'azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell'anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l'incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici. Dopo la creazione del soviet supremo dell'economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto - scrive M. Lewin - «di una spinta libertaria d'ispirazione anarcosindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione, ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità ben spiccate del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d'un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia. Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d'affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici». I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall'alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l'antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario. 


IL LUPO di Paul Eluard

La buona neve il cielo nero

Le rane morte lo squallore

Della selva piena d'insidie

Onta alla bestia inseguita

La fuga in freccia nel cuore


Tracce d'una atroce preda

Dagli al lupo e quello è sempre

Il lupo più bello ed è sempre

L'ultimo vivo sotto la minaccia

Dell'assoluta massa di morte.


Paul Éluard, pseudonimo del poeta francese Eugène Grindel (Saint-Denis, Parigi, 1895 - Charenton-le-Pont 1952). Poeta delle immagini, tra i maggiori esponenti del surrealismo. Uomo pacifista che ha vissuto il fronte, la malattia, il dolore e l’amore. Poeta policromatico, politicamente impegnato, aderì al gruppo surrealista ai cui principî rimase sostanzialmente fedele, pur nell'evoluzione della sua poesia da tematiche individualiste, di lirismo amoroso, a contenuti di forte ispirazione sociale, maturati durante i suoi viaggi in Europa, in Asia e in Spagna, alla vigilia della guerra civile.


La cittadinanza e la razza come strumenti di esclusione

La cittadinanza e la razza come strumenti di esclusione, anche radicale, definitiva, dalla vita politica e sociale. È questo uno dei temi che definisce le caratteristiche fondamentali del nostro periodo storico. La razza costituisce un dispositivo di discriminazione non solo delle politiche della cittadinanza, ma anche, più ampiamente, delle politiche migratorie che lo Stato italiano condivide con l’Unione Europea. A essere colpite negativamente da queste politiche sono, infatti, le popolazioni non bianche, quelle considerate «non assimilabili» nelle società europee e, per questo, sacrificabili: un popolo migrante «titolare di diritti che vengono sistematicamente lesi, incluso il diritto alla vita, dalle autorità di paesi che cercano di impedire l’attraversamento della frontiera». Un popolo abbandonato da Stati e società – quelle europee – che si stanno abituando a convivere con l’orrore: espressione di una «cultura anti-migrante», che si manifesta anche nell’ostilità agita in Italia contro quei giovani che vi sono nati e cresciuti e, nonostante ciò, sono considerati stranieri da una parte della popolazione così come da parte delle istituzioni. Sebbene contrastati da contro-tendenze importanti, i sentimenti e i dispositivi istituzionali razzisti continuino a definire i neri italiani come un problema, in quanto «i meccanismi di esclusione e svantaggio su base razziale persistono sotto nuove e insidiose vesti». In questo senso, sono contraddittorie anche le retoriche meritocratiche: quelle che esaltano le storie di successo e di cosiddetta integrazione degli immigrati e dei loro figli. Queste retoriche separano gli immigrati buoni e assimilati da quelli pericolosi e per forza estranei, producendo una contrapposizione – anche esplicita – tra gli stranieri meritevoli, individuati solitamente tra imprenditori e imprenditrici, e quelli da allontanare, rifiutare, abbandonare, principalmente associati a quanti giungono come potenziali richiedenti asilo sulle coste italiane o svolgono attività considerate illegittime se non illegali, come l’ambulantato (anche quando svolto con regolare licenza, come nell’ampia maggioranza dei casi).


giovedì 7 maggio 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IX°

Il decreto del novembre 1917 suscitò dei contrasti sia tra i rap-presentanti bolscevichi - fautori della preminenza dei sindacati sui comitati di fabbrica -, sia tra i rappresentanti di questi comitati che rivendicavano giustamente il controllo di ciascun comitato sulla fabbrica nel quale esso operava (Il leader dei comitati di fabbrica, Jivotov, nel suo intervento al consiglio panrusso del 28 novembre così dichiarava: «Da noi, nei comitati di fabbrica vengono elaborate le istruzioni che provengono dal basso per abbracciare tutti i rami dell'industria; e sono appunto queste istruzioni quelle che possono avere importanza giacché provengono dal luogo di lavoro e dalla vita. Esse dimostrano di che cosa siano capaci i comitati di fabbrica ed è per questo motivo che debbono avere la preminenza su tutto ciò che riguarda il controllo operaio»), e trovò degli avversari in alcuni leader bolscevichi ed in seno alla frazione dei «comunisti di sinistra» che già s'era creata all'interno dello stesso apparato centrale del partito bolscevico. L'opposizione alla concezione leninista di controllo operaio si concretò, tra l'altro, in un Manuale pratico per l'esecuzione del controllo operaio (redatto dai membri non bolscevichi del consiglio panrusso dei comitati di fabbrica) in cui veniva specificato che «il controllo operaio sull'industria, in quanto parte indivisa del controllo sull'insieme della vita economica del paese, non deve essere considerato nel senso stretto di verifica, ma nel più lato senso dell'ingerenza»: si voleva, cioè, ribadire che il controllo non poteva che essere inteso nel senso della gestione delle aziende o, quanto meno, non essendo in quel periodo di tempo stata eliminata la categoria degl'imprenditori-proprietari, di cogestione collegiale e paritaria. E si ebbero infatti molti esempi di gestione diretta, particolarmente nelle industrie del nord della Russia, nei mesi che vanno dal novembre 1917 al gennaio 1918, tanto che un testimone poteva così esprimersi : «I comitati di fabbrica agivano di loro iniziativa e si sforzavano di risolvere i soli problemi di produzione, di ripartizione, che sembravano loro più urgenti al momento e nel settore più diretto. Le imprese si trasformavano per così dire in comunità anarchiche ». Poiché il contenuto del Manuale e, soprattutto, l'atteggiamento pratico degli operai che confiscavano e gestivano direttamente le aziende non si adeguavano evidentemente allo spirito ed alla lettera del decreto bolscevico del novembre 1917, si dovette ricorrere da parte dei bolscevichi alla redazione di un Contromanuale, in cui veniva esplicitamente riaffermata la subordinazione dei comitati di fabbrica ai proprietari-imprenditori e, conseguentemente, l'esclusione della gestione formale e sostanziale delle aziende da parte degli organismi operai. Gli articoli 7 e 9 di detto Contro-manuale sono esemplificativi: «Il diritto di dare ordini circa la gestione dell'impresa, del suo andamento e del suo funzionamento, spetta soltanto al proprietario. La commissione di controllo non partecipa alla gestione dell'azienda e non ha alcuna responsabilità circa il suo andamento e funzionamento. Questa responsabilità continua a spettare al proprietario» (art. 7) ; «La commissione di controllo di ogni singola azienda può, attraverso la mediazione dell'organo di controllo operaio, sollevare davanti alle istituzioni centrali del governo la questione del sequestro dell'azienda e di altre misure restrittive nei confronti dell'impresa, ma essa non ha il diritto di appropriarsi dell'azienda e di dirigerla » (art. 9). 


KITOES – Péter Bacsò

In  Kitores,  è Laci  - 23 anni - che non sa troppo bene che fare della  sua esistenza, si sposa un po' per caso, cerca di passare senza successo in Occidente, divorzia, entra in fabbrica perché suo  fratello gli fa capire che, avendolo mantenuto da dieci anni, ciò comincia a bastare; destinato ad un calcolatore, sotto la direzione di Pray,  uomo intelligente, buon compagno, presto egli ne condivide la passione per la programmazione e trova così la sua inserzione nella  società. Ma noi siamo in regime socialista... E i suoi  problemi  sono anche quelli che pone il calcolatore di Kitores. Pray e Laci possono ben rallegrarsi all'idea che esso sta rivelando tutte le occupazioni inutili per ridurre lo standard di lavoro e aumentare così il  tempo libero, lasciando a ciascuno il tempo per pensare. Ma quelli che ne sono lesi si difendono: Pray e Laci perderanno il loro posto, la fabbrica non sarà più riorganizzata, questo aneddoto aiuta   senza dubbio a comprendere come un paese quale l'URSS, ha fallito la rivoluzione dei calcolatori. Il problema certamente non è così semplice. Ma ci si attende un'altra soluzione da un paese socialista. Non c'è in tutto ciò niente di veramente nuovo: i fatti si conoscono. Il merito di Bacsò è quello di portarli alla luce, di rompere  la cospirazione del  silenzio; di far comprendere ciò che c'è di degradante per la coscienza civica in questa paura di affrontare i problemi, e ciò che c'è di ingiusto e di assurdo in un sistema che, poiché non assicura a ciascuno le garanzie elementari, non permette agli innovatori di far beneficiare la collettività dei loro sforzi. Ciò ci conduce ai problemi più generali  della garanzia dei diritti individuali, del ruolo dei sindacati in un sistema socialista, del potere operaio. Un operaio può essere  licenziato senza una ragione plausibile, inoltre può essere anche  dequalificato; ciò spiega perché non si osi mai rifiutare e perché quelli che osano sono l'oggetto d’un vero ostracismo da parte della collettività  che degenera  in  complicità. Ma si dirà, a che serve il sindacato?   Un tempo Trotsky pensava che non c'era  bisogno di sindacati in un regime  socialista;  Lenin aveva un punto di vista più sfumato della questione che fu una delle più  controverse all'indomani della rivoluzione. Ora, vista sotto questo angolo, la questione non si pone neppure più: c'è bisogno del sindacato per difendere l'operaio. 
La famiglia del regista ungherese si trasferì a Budapest negli anni '40. Si laureò all'Accademia di Teatro e Cinema nel 1950. All'inizio della sua carriera, divenne drammaturgo di Hunnia, per poi lavorare come sceneggiatore. Il suo primo lavoro da regista fu il film Nyáron észpert? nel 1964. Nel 1969, diresse il leggendario film Il testimone , che riprende i processi degli anni '50. Il film era troppo audace per la politica culturale dell'epoca, quindi rimase inedito per dieci anni, ma riscosse un grande successo al Festival di Cannes del 1981 ed è ora diventato un film cult in Ungheria. Dal 1973 al 1991, fu direttore artistico di Dialóg Stúdió. Il volume Bacsó Filmkönyv, dedicato al suo mezzo secolo di lavoro, è stato pubblicato nel novembre 2007.


William Blake - fuoco alle prigioni di Newgate

Il 6  giugno 1780 una folla di scalmanati appiccò il fuoco alle prigioni di Newgate. Fra la folla c'erano due poeti: George Crabbe e William Blake. Per caso, si dice, né si sa esattamente che parte attiva possa avere avuto nel tumulto il ventitreenne Blake, artista eccentrico convinto delle funzioni profetiche della poesia, destinato a rimanere isolato (quanto a fama contemporanea) pur dovendosi considerare il più estremo dei romantici ante litteram, e più vicino di  tanti altri, nella sua impetuosa passione visionaria, ai rivoluzionari più radicali e agli «immoralisti» degli anni di transizione fra il «secolo dei lumi» e il romanticismo codificato come tale. Non è semplice scorgere nelle stravaganti e labirintiche allegorie dell'autore dei «proverbi» di The Marriage of Heaven and Hell (Il matrimonio del cielo e dell'inferno, 1790) una precisa concezione rivoluzionaria legata, per esempio, ad eventuali ordinamenti sociali (non si nota mai né intenzione né effettivo  passaggio, salvo il caso prima riferito, a qualcosa che si possa definire azione), e tuttavia nella sua opera i segni di un'insofferenza ai limiti dell'anarchia è sempre percepibile. Fortemente razionalista da un lato, educato all'anticonformismo di pensiero di Voltaire e compagni, e dall'altro ferocemente avverso  ad una pura logica, nutrito di occultismo, di  gnosticismo, sostenitore ispirato dei diritti «divini» dell'Immaginazione, Blake non nega affatto, come il Diderot del Système de la Nature (Il sistema della natura), il fine ultimo della felicità e del piacere degli uomini. Piuttosto, lo supera per avventurarsi in una zona da cui sia possibile rovesciare letteralmente, portando il discorso alle sue conseguenze estreme, il dispotismo della morale e delle religioni. «Il Bene è l'elemento passivo, che obbedisce alla Ragione. Il Male è l'elemento positivo, che sorge dall'Energia».  Pur nella tradizione liberale  del dissenso, una simile affermazione suona esplosiva: speranza e incitamento ad una sovversione, terrorismo ideologico che affida all'energia e a ciò che ne deriva (considerato Male) il compito di rovesciare il mondo, la società, per un  suo  benefico rinnovamento. 


venerdì 1 maggio 2026

giovedì 30 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VIII°

In breve il decreto del novembre 1917 - che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica - il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende - ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell'economia nazionale, e ne schiacciava l'autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d'ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all'estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d'altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili - alla pari dei rappresentanti degli operai - «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell'ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un'unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gl'intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale». 


OPPIO di Graham Greene

Dopo due pipe provai una certa sonnolenza, dopo quattro la mia mente era vigile e calma; l'infelicità e il timore divennero come il vago ricordo di un qualcosa che un tempo avevo considerato importante. Io, che mi vergogno a mostrare la rozzezza del mio francese, mi trovai a recitare a chi stava con me una poesia di Baudelarie. Tornato a casa, quella sera sperimentai per la prima volta la notte in bianco dell'oppio. Si resta distesi, rilassati ma svegli, senza desiderare il sonno. La veglia ci fa paura, quando abbiamo dei pensieri agitati, ma in questo caso si è tranquilli, e sarebbe sbagliato anche dire che si è felici: la felicità agita il polso. E poi, improvvisamente e senza avvertimenti, ci si addormenta. Si dorme per una notte intera, di un sonno profondo come non mai, poi ci si sveglia, e il quadrante luminoso dell'orologio dice che sono passati venti minuti del cosiddetto tempo reale.

(Henry Graham Greene nato a Berkhamsted, il 2 ottobre del 1904, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario inglese. Soffriva di un disturbo bipolare che influenzò profondamente la  sua scrittura e lo portò a degli eccessi nella vita privata)



Il Governo come Organo di Dominio

Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – ho cercato di dimostrare che è possibile un approccio di tipo anarchico a quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità sono ricorso a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare”. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava. Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.



sabato 25 aprile 2026

TORINO 25 APRILE 1945

Nell’aprile 1945 a Torino si respira un clima intriso di sangue e tensione: operai e militanti sono arrestati, torturati e uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI. Di fronte al rifiuto operaio di appoggiare il fascismo sostenitore della guerra e al servizio dei tedeschi, la repressione colpisce duramente. Di contro, il movimento antifascista reagisce con imboscate, attacchi e agitazioni. Maturano lentamente le condizioni per una prova generale che ripeta, su scala più ampia, quanto avvenuto il 1 marzo 1944. Le forze antifasciste preparano lo sciopero del 18 aprile come un atto politico unitario, mirando a coinvolgere, oltre alle fabbriche, anche le altre categorie di lavoratori. Fascisti e tedeschi non stanno a guardare e cercano di opporsi, impartendo disposizioni atte a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso”. La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara all’agitazione: gli operai e i sappisti, coadiuvati da unità partigiane armate, affiggono volantini e manifesti inneggianti alla protesta. La mattina del 18 aprile si fermano tutti gli apparati produttivi: le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici. Di fronte a questa situazione la repressione colpisce soltanto la Fiat Fonderie Ghisa e la Grandi Motori, mentre alla Fiat Mirafiori è impedita l’uscita agli operai, che restano in sciopero all’interno delle officine. Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appare lampante: Torino è pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945. 

Testimonianze 

La mattina del 18 aprile 1945 inizia lo sciopero generale voluto dal Comitato di Liberazione Nazionale di Torino come prova generale dell’insurrezione. Si fermano per primi gli operai di Borgo San Paolo e di Regio Parco, ma a metà mattina l’intera città è paralizzata.

"18 aprile. La strada è piena di iscrizioni, manifestini inneggianti allo sciopero, alla rivolta: anche per le zone periferiche che attraverso, Regio Parco, Barriera di Milano, è altrettanto. Verso le 9.30 cominciano a circolare le prime notizie di scioperi in Borgo S. Paolo: nel giro di neppure mezz’ora tutte le industrie sono ferme.”



giovedì 23 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VII°

Dopo la rivoluzione d'ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre 1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l'essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotzky e Kamenef, era stato l'ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo "controllo operaio", poiché questa parola d'ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l'organo del potere di una classe. Di quale classe?... Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all'apparato oppressore - quale l'esercito, la polizia ed i funzionari - anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest'ultimo apparato “non può e non deve essere abbattuto”, che bisogna “sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione”, concludendo che si poteva ottenere ciò “se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo” (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo)». Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l'azione politica, ripudiando, di conseguenza, l'azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d'industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti - che credevano nella possibilità di organizzare l'economia mediante un'autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme -dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l'espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l'alternativa all'autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in despotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull'ipotesi di un'organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall'altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall'entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l'occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito». E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l'insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capacità auto-organizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall'alto. Esso è alieno dall'automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l'opera delle stesse masse popolari». 


Stregoni e aquile per gli Zuni

Gli Zuni, popolo Pueblos del Sud-Ovest degli Stati Uniti, avevano la religione più complicata  d'America e la "medicina" più evoluta. I loro sciamani (stregoni-dottori), a seconda del tipo di malattia di cui s'intendevano, facevano parte di singolari società segrete di iniziati. Ne esistevano 12, ciascuna specializzata in particolari malattie: la Confraternita del Legno curava le malattie della digestione, quella  del Piumaggio d'Aquila  curava le malattie della gola, quella del Grande Fuoco curava le malattie infiammatorie, quella del Piccolo Fuoco le bruciature e le malattie della pelle, molto comuni tra gli Zuhi che, per farsi i pantaloni, scuoiavano gli animali e si arrotolavano le pelli ancora fresche intorno al corpo, lasciandosele essiccare  addosso. Dopo la diffusione della religione cattolica è nata la confraternita dei Newekate. l suoi membri per parodiare i preti cristiani mangiavano, al posto dell'ostia, teste di topo ed escrementi. Gli sciamani Zuhi assicuravano l'ottenimento della guarigione soltanto a quei malati che avevano sempre pagato i tributi alla corporazione. Le malattie, specie quelle interne, nascoste,  erano scoperte osservando il corpo del paziente con un cristallo magico e  trasparente. Scoperto il male, lo stregone entrava in estasi e succhiava  via gli spiriti malvagi dal corpo. Durante  il rito di guarigione anche i presenti, familiari e membri della tribù, entravano in trance e vedevano chiaramente i vetri, piume, pelli, interiora di animali, estratte dallo stregone, uscire dalle parti dolenti del corpo. Poiché solo chi era di costituzione forte superava la fanciullezza, spesso accadeva che, "nonostante"  gli sciamani, i malati riuscissero a vincere naturalmente la malattia e guarire.



La gerarchia dentro di noi

Palesando il legame tra liberazione sessuale e liberazione umana, la Goldman fece capire meglio come il potere esercitato attraverso la gerarchia e la dominazione si estenda anche al di là delle strutture economiche e delle istituzioni sociali. Spetta alle anarco-femministe contemporanee approfondire questa analisi. Uno dei punti focali del pensiero anarchico contemporaneo è la consapevolezza della dominazione come costruzione interna, mentale, che riflette le strutture della coscienza. Secondo Murray Bookchin: "La gerarchia non è soltanto una condizione sociale; è anche uno stato di coscienza, una sensibilità nei confronti dei fenomeni a ogni livello dell'esperienza personale e sociale". L'anarchismo è e deve essere molto più che un'analisi critica delle strutture e delle organizzazioni sociali della dominazione. Il suo bersaglio non deve essere soltanto lo stato. La teoria anarchica riconosce alle idee il potere di cambiare le condizioni materiali e "alla coscienza la supremazia nel plasmare le condizioni di vita". In questo senso, il pensiero e il linguaggio - i mezzi con i quali interpretiamo la nostra esperienza e la comunichiamo al mondo - sono prassi tanto quanto l'attività sociale. La Goldman non considerava determinante il ruolo dell'economia nelle strutture sociali e nei rapporti personali e, secondo la Wexler, si spinse anche più in là dei suoi contemporanei anarchici, nell'asserire che "la chiave della rivoluzione anarchica era una rivoluzione nel campo della morale, la "transvalutazione dei valori", la conquista dei "fantasmi" che hanno tenuto la gente prigioniera".

Così si spiega, naturalmente, l'interesse della Goldman per la cultura, l'arte e la letteratura, e si spiega anche la sua considerazione per il potere e l'influenza dell'individuo, per quanto problematiche siano state talvolta le sue idee su quest'ultimo punto.

giovedì 16 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VI°

Nella prima conferenza pan-russa dei comitati di fabbrica -convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» - si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza, infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei clubs, ed oltre alla precisazione che l'idea del controllo operaio, quale espressione dell'aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull'impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro - condizioni favorevoli permettendola - dell'instaurazione dell'autogestione operaia. E ciò, quando già l'iniziativa operaia dal basso indicava nell'espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori. In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d'intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell'ora attuale, essere le cellule dell'avvenire le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai» e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L'allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall'arbitrato obbligatorio, all'arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo - per come scriverà Stefanov nell'opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia - «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome». 

PIOGGIA DI APRILE – Luigi Pirandello

Attoniti, nidi

nuovi, sui vecchi tetti

guardano gli uccelletti,

mettendo acuti gridi,

cadere l’invocata

pioggia di mezzo aprile.

Tu dietro la vetrata,

dalla finestra bassa

come loro guardi e ridi.

È nuvola che passa.


Viva la Rivoluzione Sociale di Charles Gallo

 

“Mi sono proposto di dare agli aggiotatori una lezione che fosse anche un ammonimento togliendone di mezzo il maggior numero e dei più facinorosi. Voi, che dal vostro banco non misurate agli umili la pietà, giacché uffizio vostro, cittadino Presidente, è la giustizia e senza melanconie umanitarie-sentimentali, implacata ed inesorata, voi sapete che cosa sono gli aggiotatori, gli organizzatori impunitari del sacco alla pubblica fortuna, gli organizzatori delle crisi, del panico della fame e della rovina di tutti su cui accatastano la dovizia ladra ed invereconda. Voi li conoscete, cittadino Presidente, ne conoscete i misfatti, gli arrembaggi, i delitti, la corruzione, e se la vostra è coscienza onesta, quante volte non avete fremuto voi nell’accertare la vostra impotenza, l’impotenza della vostra legge ad attingere codeste scellerate associazioni di malfattori e di briganti da cui è costituito tutto il mondo venerato ed inchinato della finanza. Perché esso è fuori dalla  legge, poiché la legge la legge è per se stessa la più impudica delle frodi, la più cinica e più infausta delle menzogne perché, e nessuno lo sa meglio di voi, cittadino Presidente, essa, la vostra legge, esse, le vostre istituzioni, la vostra giustizia compresa non sono che la muraglia esosa con cui i ladri contendono ai derubati la ripresa del prodotto accumulato del loro lavoro. Ieri, oggi, domani hanno conteso e contenderanno, ma dopodomani? Non avevo di mira  poveri commessi, tirai nel gruppo degli agenti di cambio e dei cambieri; ma se taluni commessi ebbero le loro ferite inseguendomi, non me ne duole. Quando si nasce al di qua non si sta coll’animo, colla devozione, coll’accanimento dall’altra riva; non si ha diritto alla nostra solidarietà ed alla nostra pietà. Deve bastare ai mastini del capitale, siano sbirri o gendarmi, soldati o lacchè, la pietà dei padroni. Viva l’anarchia! viva la Rivoluzione sociale!” 

(Dichiarazione di Charles Gallo accusato dell’attentato alla Borsa di Parigi, nell’udienza del 16 luglio 1886 al Presidente Dupont e a tutta la corte)



giovedì 9 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) V°

Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere» essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto». Fu in questa stessa conferenza - di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» - che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l'indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale» (Comunque – così conclude la Pankratova - «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima vlta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»). Da questo momento dunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi (Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di « consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto»),  e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro « l'anarchismo operaio» - reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati - invocando il bene della patria, la situazione economica precaria del paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell'industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l'idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere (La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi). 

THE BEAT GOES ON – Sonny and Cher

ll battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La rabbia cresceva al tempo di Charleston

La storia ha voltato pagina

La minigonna è la cosa di oggi

La ragazzina alla moda è il nuovo re appena nato


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La drogheria è il supermercato

Le ragazzine continuano ad avere il cuore spezzato

E gli uomini continuano ancora ad andare in guerra marciando

Tengono nota del punteggio di baseball con la calcolatrice

 

Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


Le nonne si siedono sulle sedie e ricordano 

I ragazzi continuano a inseguire le ragazze per ricevere un bacio

Le macchine vanno sempre più veloci

E i mendicanti chiedono ancora: "Ehi amico, hai un centesimo?"


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La nascita di Umanità Nova

Rientrato a Milano il 9 febbraio, Malatesta si occupava principalmente di Umanità Nova. Erano ormai passati dieci mesi dal Convegno di Firenze, nella cui sede si era deliberato di lanciare la campagna di sottoscrizione pro-quotidiano anarchico. Ormai  tutto era pronto per l'inizio delle pubblicazioni: il fondo-cassa, i redattori, parte dei diffusori, il programma del giornale, il materiale tipografico ecc. Mancava «solo» una cosa essenziale: la carta. Il governo, tramite la cartiera di Isola del Liri, non sembrava per niente disposto a fornirne agli anarchici per il loro quotidiano, per cui la scadenza del 24 gennaio - preannunciata come data d'uscita del quotidiano - era passata invano. Nel mentre si occupava delle molte questioni connesse con il quotidiano, Malatesta non trascurava la sua consueta attività propagandistica. Il 17 febbraio, per esempio, parlava a Voghera. Tre giorni dopo teneva una conferenza a Milano, il 22 era a Legnano e il 23 a Turro Milanese. Il 27 febbraio, infine, vedeva la luce il primo numero di Umanità Nova, che recava la data «26-27 febbraio 1920»: come presentazione redazionale del nuovo giornale veniva pubblicata, con il titolo «I nostri propositi», la circolare programma che Malatesta aveva scritto a Londra cinque mesi prima e che in quella veste era già stata pubblicata su II Libertario del 9 ottobre 1919. Per salutare la nascita di Umanità Nova, l'Avanti! pubblicava una vignetta del suo disegnatore politico, il noto Scalarini, accompagnata da un favorevole commento redazionale. Per tutto il 1920, Umanità Nova restava l'unico punto di riferimento quotidiano alla sinistra del P.S.I., coagulando intorno a sé l'attenzione ed a volte anche il sostegno dei vari settori della sinistra rivoluzionaria italiana: dall'U.S.I. al Sindacato Ferrovieri, dalla Federazione dei Lavoratori del Mare alla Federazione Giovanile Socialista, dalle correnti massimaliste del socialismo alla Federazione dei Lavoratori dei Porti. Va rilevato che Umanità Nova non si presentava - programmaticamente - come portavoce dei soli anarchici aderenti all'Unione Anarchica Italiana, bensì di tutto il movimento anarchico nel suo insieme. Oltre che dall'Avanti!, l'uscita del quotidiano anarchico era salutata con vivo favore e grandi speranze da tutte le pubblicazioni libertarie, di ogni sfumatura o tendenza. Particolarmente significativa la posizione della Cronaca Sovversiva di Torino, redatta da Luigi Galleani e Raffaele Schiavina, noti esponenti della tendenza anti-organizzatrice. I mesi successivi avrebbero confermato in pieno il successo di Umanità Nova. Per la prima volta nella storia del movimento anarchico di lingua italiana centinaia, forse migliaia di militanti e di simpatizzanti erano quotidianamente mobilitati per diffondere con regolarità e capillarità un giornale quotidiano. Naturalmente, era nelle zone di radicata tradizione libertaria che la diffusione toccava le sue punte superiori. Va d'altra parte rilevato che in alcune zone, dove la tradizionale presenza dell'Avanti! limitava la potenziale penetrazione di Umanità Nova, quest'ultimo riusciva egualmente a prendere piede e perfino, a volte, a sopravanzare il quotidiano socialista. Interessante, in proposito, la testimonianza di una osservatrice attenta come la socialista riformista Anna Kuliscioff, la quale in una lettera a Filippo Turati rilevava: “La classe operaia passa adesso un  brutto quarto d'ora di  contagio anarchico. Ormai l'Avanti! è quasi  boicottato, e gli operai non  leggono che l'Umanità Nova, che  mi dicono superi ora la tiratura delle centomila copie. Lo affermano i frequentatori della Camera del Lavoro e i viaggiatori nei tram del mattino, ove non si trovano più operai senza l'Umanità Nova in mano. Gli articoli del Malatesta contro la dittatura di qualsiasi governo, fosse anche comunista, distaccano dal massimalismo, ma sono qualche cosa di peggio, perché un'esaltazione dei «buoni» istinti del popolo, che, a rivoluzione compiuta, saprà regolare da sé la produzione e la  distribuzione.”




giovedì 2 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IV°

Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende.