Dotato di una visione maggiormente pratica delle necessità allora attuali del movimento operaio organizzato («La scissione fra le organizzazioni operaie - scrive il Borghi - è un male. Chi ne dubita? Si creano falsi amor propri e rivalità entro le stesse categorie operaie; si intralciano gli scioperi; si avvelenano gli animi. Bisogna fare di tutto per evitarla. Non ci sarà mai nessuno che vorrà la scissione per principio. Ma se la scissione comporta gravi danni, danni maggiori comporta la falsa unità») e più ottimista del Malatesta e del Fabbri sulla possibilità di conferire a un movimento, che pure, per sua natura, è eminentemente economico, un'impronta rivoluzionaria, il Borghi trasse motivo anche dalle crisi come dalle prime dolorose esperienze di sconfitta del movimento, per un rinsaldamento dei suoi propositi di azione all'interno del sindacato. Assente al congresso costitutivo dell'Unione sindacale Italiana (Modena, 1912), perché esule in Francia, egli fu presente l'anno successivo al secondo congresso con un intervento interamente rivolto ad innestare alla questione dello sciopero generale il motivo più tipicamente insurrezionale. «L'arma del sindacalismo rivoluzionario - affermò nella sua relazione il Borghi - è lo sciopero generale sindacalistico di conquista tendente a stabilire l'autonomia di classe del proletariato e ad avviare la rivoluzione proletaria accoppiando alle rivendicazioni economiche di attacco le necessità ideali della lotta, nella direzione dei principi proclamati dall'Internazionale». All'infuori di questo tipo di sciopero generale solo quello «politico difensivo» poteva essere accettato come necessario «sebbene dominato da condizioni esteriori di politica governativa, mutevoli e obiettive, non dipendenti dal proletariato»; nessun altro mezzo era concesso perché «la separazione netta delle classi che si raggiunge sul terreno della mobilitazione con lo sciopero generale sarebbe follia raggiungerlo con tutte le altre manifestazioni ideologiche della democrazia sociale». Com'è noto, di lì a qualche mese gli anarchici tentarono di provocare concretamente quel moto insurrezionale che sovrastava come obiettivo finale ogni loro proposito di azione. La «settimana rossa» (giugno 1914) che vide alleati sul fronte della lotta i repubblicani, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari guidati da Mussolini, ebbe nell'Unione Sindacale Italiana, inserita ormai come forza attiva in varie zone dell'Italia settentrionale e centrale, e nel Borghi fra i suoi dirigenti, uno dei suoi maggiori punti di forza. «La settimana di giugno - scriverà l'anno successivo il Borghi - ha insegnato che solo le grandi idee possono dare anche i medi risultati e la forza per raggiungerli; che solo applicando la predicazione teorica al fatto proletario sindacale si possono scuotere delle gigantesche energie». Al di là del risultato negativo immediato della lotta, che egli considerò, al pari di Malatesta, provocato dal «tradimento» della CGL, egli apprezzò nell'episodio la straordinaria prova di forza data dal proletariato italiano e lo slancio ideale innestato nella lotta concreta.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 2 luglio 2026
LA COLLINA DEL DISONORE – Sidney Lumet
Cinque uomini condannati dalla corte marziale per diserzione, furto e violenza contro i superiori, sono spediti in un campo di disciplina nel deserto africano. Sono Roberts, che si rifiutò di portare i suoi soldati al macello, Stevens, il nero King, e due altri. Subito cadono nelle grinfie di Wilson, un sergente maggiore che è il vero padrone del campo perché il fiacco comandante gli lascia mano libera. Convinto che per abbattere la volontà dei prigionieri e per farne dei soldati disposti sempre e ovunque a obbedire, se ne debba fiaccare il fisico, egli li affida al sergente Williams, un boia che li obbliga a salire e scendere per ore, carichi di sacchi, una piramide di sabbia e di pietra costruita in mezzo al campo. Distrutti dal sole, dalla sete, dalle corse e dalle rauche grida di comando, i cinque si trascinano fino al limite delle loro forze, ma Roberts, l'osso più duro, è sempre l'ultimo a cedere; sebbene il corpo cada sfinito, la sua volontà è indomabile: come al fronte egli si ribellò a un ordine che gli sembrò assurdo, così ora resiste a queste punizioni disumane e al clima di terrore creato dagli aguzzini. Quando il più debole del gruppo, Stevens soccombe, e Wilson, per coprire le responsabilità di Williams, d'accordo con un pavido ufficiale medico, fa passare la sua morte per accidentale, Roberts decide di accusare il terzetto agli occhi del comandante. Ma già fra i suoi compagni di cella c'è chi non è disposto a testimoniare, attanagliato dalla paura della vendetta del boia: una sommossa dei prigionieri, dettata dallo sdegno per la morte di Stevens, è finita nel nulla, perché tutti salvo Roberts e King sono rimasti atterriti dalle minacce dei due sergenti. Per impedire a Roberts di portare avanti la sua denuncia, Williams e due guardie lo picchiano a sangue; trasportato all'infermeria, Roberts trova un alleato nel sergente Harris, che è disposto a testimoniare contro Williams; King, dal canto suo, superato il limite d'ogni sopportazione, si è strappata l'uniforme e, saltando nudo come uno scimmione, si è presentato al comandante del campo e gli ha aperto gli occhi sulle perfidie dei guardiani. Messi l'uno contro l'altro Williams e Wilson, Roberts sta per vedere trionfare la giustizia quando i suoi compagni di cella, ormai esasperati, approfittano di un momento favorevole e uccidono Williams. Ancora una volta la violenza è un circolo chiuso, la giustizia è impossibile quando si sono superate le barriere dell'umanità. Il tema di fondo, che più interessava il regista Sidney Lumet, è quello della paura, come egli ha detto, della natura della paura, dell'uso della paura come mezzo di potere, e della vittoria sulla paura come fonte di forza. Infatti nessuno dei guardiani, durante il lavoro, alza mai la mano sui prigionieri: l'identificazione fra i metodi della Gestapo e quelli dei sergenti inglesi avviene (ed è suggerita esplicitamente più volte nel corso del film) negli effetti distruttivi della volontà fisica e morale riscontrabili sulle vittime. Roberts, che ha resistito più di tutti gli altri, è infine sconfitto dai suoi stessi compagni nel momento in cui si rende conto che la sua ribellione è la logica continuazione del gesto compiuto, forse per viltà, al fronte.
Questa collina artificiale alta dieci metri che esteriormente somiglia maggiormente a una piramide (forse un richiamo agli schiavi) non è solo un esercizio impegnativo per mettere alla prova volontà e atletismo, che ben altri strumenti di tortura potevano allora prendere il suo posto. È il fulcro e il fine dell'attività militare. È guerra. E come la guerra è un supplizio di Tantalo, infinito e inutile. La collina che in tanti film bellici è l'obiettivo da conquistare, la vetta simbolica, la vittoria, qui non può essere conquistata definitivamente, è un sacrificio che conduce a un altro sacrificio e ancora ad altri all'infinito. E uccide o rende pazzi come ci si dovrebbe aspettare dal suo riflesso.
Il malato nella società capitalistica
La malattia è la condizione essenziale del processo di produzione capitalista, il preliminare ed il risultato. Il processo di produzione capitalista è un processo di distruzione della vita. Continuamente si distrugge la vita e si produce capitale. L'accumulazione è infatti l'unico scopo del capitale. La malattia si produce collettivamente: il lavoratore produce collettivamente il suo isolamento nei processi di lavoro e questo isolamento aumenta con l'apparizione dei primi sintomi della malattia. L'organizzazione sanitaria, infatti, interpreta la malattia non come un destino collettivo, ma come una défaillance individuale. Il capitalismo produce la malattia che è l'arma più pericolosa per la sua esistenza. E' per questo che il capitale si scatena contro il momento progressista della malattia con tutte le armi disponibili (polizia, organizzazione sanitaria, ecc.). Il malato è perciò sfruttato due volte: quando cessa di essere sfruttabile sul luogo di lavoro, viene isolato e destinato al ruolo di consumatore dei prodotti farmaceutici. Il momento progressista della malattia, la protesta, viene soffocato; il suo momento reazionario, l'inibizione, è riprodotto nel momento della guarigione. Si toglie al malato il suo bisogno di trasformazione. Vivere significa trasformare, lottare contro la violenza della natura e per la sua appropriazione produttiva. Opponendosi alla trasformazione, la società capitalista si oppone alla vita stessa e si rende colpevole di un assassinio permanente e organizzato, chiamato educazione, famiglia, scuola, il cui unico scopo è il soffocamento di ogni esigenza umana in favore della violenza naturale, l'accumulazione capitalistica.
giovedì 25 giugno 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) V°
A una visione superficiale la tematica può apparire assai simile a quella che ispirò nella loro azione i sindacalisti rivoluzionari italiani; tuttavia è il Borghi stesso che ci mette in guardia contro il pericolo di assimilare le due correnti, quella anarchica e quella sindacalista-rivoluzionaria. Il sindacalismo anarchico italiano risalendo alle esperienze organizzative francesi del primo '900 si rifaceva in realtà soprattutto alla concezione bakuniniana che affidava alle organizzazioni operaie, quali primi nuclei del movimento rivoluzionario, la funzione di espropriazione capitalistica e poi di assunzione immediata ed unica, sulla base del decentramento federalista, della gestione della proprietà organizzata, mentre i sindacalisti-rivoluzionari italiani - nota polemicamente nelle sue memorie il nostro autore - «erano imbevuti soprattutto di sorelismo». «Noi - afferma il Borghi - ci trovammo a camminare spesso a fianco coi cosiddetti sindacalisti. E molti di noi ci dichiaravamo, spesso e volentieri, sindacalisti. Questo però posso in coscienza affermare: non consentimmo mai alcuna confusione fra il nostro pensiero e quello dei sindacalisti provenienti dal marxismo parlamentare nessun anarchico si considerò mai sindacalista alla loro maniera. Noi partivamo da Bakunin. Essi partivano da Marx, per quanto un Marx riveduto e corretto da Georges Sorel». Oltre al «confusionismo teorico» («sindacalismo senza fisionomia, senza possibilità di autodefinirsi; indeciso sui punti essenziali, come l'elezionismo, il parlamentarismo, lo statismo, il partito politico ecc.») il Borghi rimproverava ai sindacalisti-rivoluzionari di fare del sindacato non un mezzo ma un fine in se stesso, ponendo gli interessi di una sola classe al di sopra del vero ideale anarchico di una rivoluzione il cui scopo era la liberazione completa di tutta l'umanità. «Per noi la classe era un fatto, non un ideale. Quel fatto era inevitabile e benefico in una società divisa in privilegiati e non privilegiati, ma da quel fatto bisognava evadere e non chiudervisi dentro». Rimproverava inoltre ai sindacalisti-rivoluzionari quello stesso spirito fatalistico che, se da un lato privava i social-democratici di ogni volontà di azione inducendoli ad attendere dalla necessaria evoluzione degli eventi la realizzazione delle condizioni del riscatto delle classi lavoratrici, d'altro lato portava i sindacalisti-rivoluzionari ad esaurire la loro azione in una pura ginnastica rivoluzionaria, nell'attesa di una mitica palingenesi sociale. Su questi punti la posizione del Borghi non differiva sostanzialmente da quella di Errico Malatesta e di Luigi Fabbri, che dell'anarchismo organizzatore furono simpatizzanti; ma l'evoluzione successiva degli avvenimenti doveva rivelare una profonda differenziazione di pensiero. È del 1913 la prima edizione dello scritto del Borghi, Fernand Pelloutier nel sindacalismo, in cui si ravvisa un'adesione forse eccessiva al sindacalismo-rivoluzionario francese. «I più vecchi fra noi - riconoscerà più tardi il Borghi - Malatesta, Bertoni, Galleani, avevano notato l'involuzione lenta e non sempre manifesta del movimento (sindacalista-rivoluzionario francese). Perciò si tenevano in guardia». Anche il Fabbri, che in un primo tempo aveva creduto di trovare nel sindacalismo la leva possente che avrebbe aiutato a rovesciare il vecchio mondo capitalistico, sentì il bisogno di rettificare le sue posizioni in rapporto alla teorizzazione fatta dai sindacalisti-rivoluzionari. Questo processo di rettificazione non andava disgiunto da un certo timore che gli interessi strettamente economici di una classe prendessero il soppravvento sull'ideale rivoluzionario anarchico di salvazione integrale dell'umanità. Nello stesso tempo traeva ulteriori motivi di conferma dalla constatazione che di fronte alle crisi interne era impossibile mantenere l'unità del movimento operaio, mentre le ragioni ideologiche dell'anarchismo imponevano che esso «oltre a non essere un movimento di esclusivismi classisti, non avesse dei proletari preferiti e degli altri non preferiti». Dopo aver visto sfuggire la possibilità di esercitare dall'interno del movimento operaio organizzato una pressione rivoluzionaria, a maggior ragione essi dovevano trarre motivo di dubbio sulla validità del sindacato quale strumento rivoluzionario nel constatare l'evoluzione di alcuni membri del movimento sindacalista-rivoluzionario italiano verso forme di «politicantismo», e successivamente verso l'adesione all' intervento in guerra, e nel dover prendere atto dell'inevitabilità di una nuova scissione. Dalla scissione della CGL nacque nel 1912 l'Unione Sindacale Italiana; i suoi primi dirigenti furono Alceste De Ambris, che ricoprì fino al novembre 1914 la carica di segretario, e i compagni sindacalisti-rivoluzionari facenti capo alla camera del lavoro di Parma. «L'Internazionale» di Parma era l'organo ufficiale dell'organizzazione. Le dispute sulla questione dell'intervento in guerra provocarono una successiva divisione delle forze sindacali rivoluzionarie: nel novembre 1914 il gruppo deambrisiano uscì dall'organizzazione per formare l'Unione Italiana del Lavoro interventista, mentre Armando Borghi prendeva la direzione dell'Unione Sindacale e del suo nuovo giornale «Guerra di Classe».
L'UOVO COSMICO
Nei quattro globi in via di separazione sono iscritti i nomi delle Zoas, le bestie apocalittiche che rappresentano le forze fondamentali dell'universo. Urthona/Los l'immaginazione, Luvah la passione, Urizen la ragione e Tharmas il corpo. «li mondo a forma d'uovo di Los», che si inarca nel punto del vortice del caos, costituisce l'illusorio spazio tridimensionale racchiuso tra i due confini della opacità (Satana) e della condensazione materiale (Adamo). Essi impediscono all'uomo di vedere le cose che Blake definisce reali, cioè eterne e infinite. Una visione del cosmo di Hildegard von Bingen «Poi vidi un'immagine gigantesca, circolare e vaga. Si restringeva in cima come un uovo. Lo strato più esterno tutt'attorno era fuoco chiaro (Empireo). Appena sotto v'era una scorza oscura. Nel fuoco chiaro fluttuava una rossa palla di fuoco scintillante (il Sole).» Sotto la scorza oscura la santa vede la sfera dell'etere con la Luna e le stelle e ancora più sotto una zona nebbiosa, che lei chiama «scorza bianca» o «acque superiori». La nascita del mondo degli elementi tra la sfera della luce celeste e il caotico mondo inferiore. Così Johann J. Becher (1635-1682) descrive l'interazione degli elementi: «La terra s'ingrossa e attira a sé, l'acqua si apre e purifica, l'aria liquefà e asciuga, il fuoco separa e riempie.
L'urbanismo unitario
L’urbanismo unitario prevedeva un utilizzo del territorio come pratica di resistenza ed opposizione alle strategie di pianificazione dell’urbanismo razionalista considerato colpevole, agli occhi dei situazionisti, di costruire città alienanti per l’individuo e la società. L’urbanismo unitario era un vero e proprio programma di guerriglia, estetica, funzionale e politica, che coinvolgeva e sconvolgeva il tessuto urbano.
Rispetto ad un fare tecnocratico, di manipolazione degli esseri umani come cose, realizzato dalla pianificazione degli urbanisti razionalisti che guardavano e progettavano strategicamente la città “dal di fuori”, i situazionisti lavoravano sulla città tatticamente “dall’interno”.
I situazionisti negavano i valori pratici dell’urbanistica razionalista (gli spazi progettati come pre-determinati all’uso) a favore di una valorizzazione ludica, di libero gioco e di libero utilizzo della città preferendo gli spazi d’uso semi-determinati e informali. Questa valorizzazione portava ad un congiungimento del soggetto con il suo oggetto di valore che dava luogo, a sua volta, ad una valorizzazione utopica degli spazi urbani, ovvero ad una costruzione di una nuova società attraverso l’unione realizzata tra città e abitanti: da qui il termine urbanismo unitario. Tale unione avrebbe dovuto portare ad un cambiamento radicale e irreversibile della loro identità comune. Come diceva un celebre slogan situazionista scritto sui muri di Parigi durante i giorni del Maggio francese: “niente sarebbe stato più come prima”.
Gli studi sul nomadismo e sugli accampamenti degli zingari furono un preludio fondamentale sia alla nascita stessa dell’Internazionale Situazionista, sia al progetto di New Babylon, la città situazionista progettata da Constant.
New Babylon era per i situazioni la realizzazioni di un nuovo modello di città, la concretizzazione delle loro teorie sull’urbanismo unitario. New Babylon, nelle intenzioni dei situazionisti sarebbe stata una città composta da parti mobili, modulari, ricombinabili. Una sorta di enorme sovrastruttura abitativa, una enorme rete, un rizoma, che avrebbe ricoperto l’intera sfera terrestre con delle megastrutture ludiche. Si trattava, per Costant e per i situazionisti, di creare un labirinto dinamico in perpetua trasformazione.
giovedì 18 giugno 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IV°
La materia da trattare, scrive il Borghi, era diversa, diverse le condizioni della lotta. Lo stato non sembrò più aggressore, la libertà politica non era più contesa. Le grandi masse entravano sulla scena. In queste condizioni era necessario trovare «un mezzo d'azione che non ci isoli, che non polverizzi le nostre forze, che non ci riduca al ruolo di semplici spettatori» Le persecuzioni avevano allontanato per un lungo periodo di tempo gli anarchici dalla lotta pubblica. «Avemmo così un periodo - scrive con ironia il Borghi - dal 1893 al 1900, in cui la sola forma di associazione anarchica possibile era questa: la riunione dei nostri compagni nelle isole del domicilio coatto l'isolamento essendo diventato una necessità, finì col convertirsi in una dottrina. La mancanza del contatto con le folle non fece capir bene ai compagni nostri la forza che si poteva trarre dal contatto con le masse e dall'uso dell'organizzazione. Avemmo quindi l'individualismo da una parte e dall'altra l'organizzazione operaia, la quale sorgeva sotto gli auspici e per l'azione dei socialisti». Per uscire dalla situazione di impasse era necessario «trovare lo strumento, l'utensile meccanico positivo, a cui applicare la potenzialità dinamica delle idee, per trasformarla in forza reale, sommovente le basi del mondo borghese» e tale strumento doveva essere adeguato alla nuova realtà dell'Italia che si avviava a diventare un paese industrializzato. Nel radicalizzarsi del conflitto delle classi è al Pelloutier e all'idea operaistica dell'Internazionale di Bakunin che il Borghi fa ricorso, affermando la necessità dell'azione «a meno che non si voglia divenire una scuola di esteti, occupati a venerare le formule imbalsamate del rigidismo dottrinario». L'alternativa proposta è la scelta fra uno «sterile spiritualismo» che affidandosi «all'influenza della pura predicazione ideale» può «formare le élite, toccando le intelligenze più pure ed elevate» e un'azione che, superato il momento elitistico, metta l'ideale «a contatto degli interessi che tendono a prevalere e predominare in un determinato periodo storico, facendoli servire a se stesso e fecondandosi al loro contatto». Il punto di partenza delle tesi borghiane è rappresentato dall'adesione a quella concezione del sindacalismo che dall'ultimo decennio dell'800 trovò in alcuni organizzatori anarchici francesi (Pelloutier, Pouget, Delesalle, Yvetot ecc.) i propri teorici e i propri realizzatori: una concezione del movimento operaio che respinge «i principi e le formule social-democratiche, per cui il movimento sindacale doveva essere affidato al partito politico» per affermare che «sia per il movimento economico, sia per le agitazioni politiche, sia per lo sviluppo della cultura e della coscienza del proletariato organizzato, il sindacato non si subordinava a nessun partito, ma usufruiva delle proprie forze ed esclusivamente delle proprie forze». Il metodo di azione che il Borghi ripropone è quello dell'azione diretta popolare e operaia contrapposta alla teoria della conquista dei pubblici poteri; e questo metodo per il Borghi nell'epoca anteriore al fascismo trovava il suo terreno naturale nell'organizzazione operaia di tipo francese in cui «ogni sindacato locale aveva personalità autonoma» e «non (era) sottomesso ad una organizzazione centrale», e dal quale era stata bandita ogni forma di azione elettorale, ogni subordinazione ai partiti e collaborazione con il governo. L'azione doveva partire dal basso rifiutando l'autoritarismo e l'accentramento delle federazioni di mestiere che ispiravano le loro direttive ai ristretti interessi economici di categoria. Gli strumenti immediati di lotta erano quelli ritenuti i più rispondenti a collegare l'azione sindacale con il fine rivoluzionario anarchico: il boicottaggio, il sabotaggio, lo sciopero generale, mezzi che giocavano sull'effetto della sorpresa e della provocazione e sull'audacia.
Vi è un piacere nei boschi inesplorati- George Gordon Byron
Vi è un piacere nei boschi inesplorati
e un’estasi nelle spiagge deserte,
vi è una compagnia che nessuno può turbare
presso il mare profondo,
e una musica nel suo ruggito;
non amo meno l’uomo ma di più la natura
dopo questi colloqui dove fuggo
da quel che sono o prima sono stato
per confondermi con l’universo e lì sentire
ciò che mai posso esprimere
né del tutto celare.
George Gordon Byron (1788-1824) fu il più influente tra i poeti romantici inglesi. La sua poesia, infatti, creò una moda, diffusasi rapidamente in tutta l'Europa, che fu considerata la quintessenza del romanticismo. Era una poesia che si proponeva di esprimere "il male del secolo", l'inquietudine, l'irrequietezza, la malinconia e lo spirito di ribellione contro qualsiasi ordine precostituito
Georges I. Gurdjieff
Un mago, un avventuriero, uno stregone, un paraculo, un commerciante di tappeti, un saggio o tutte le cose insieme. Uno dei personaggi più di successo nella pittoresca fauna dell'Internazionale Irrazionalista che batteva gli scombussolati e accoglienti salotti buoni dell'aristocrazia e della buona borghesia europea all'inizio del secolo. Lo strumento karmico per scuotere e far piegare la schiena a dei pigri occidentali benestanti con sensi di colpa o per fornire degli indizi ai sinceri ricercatori sulla via dell'auto-realizzazione. Terrorista psichico deciso a distruggere senza pietà le credenze ed i punti di vista radiati da secoli nella mente e nei sentimenti dell'uomo, originario del Caucaso, figlio di un cantastorie, curioso e instancabile viaggiatore (Fra il 1887 e il 1907 si situano i “vent’anni mancanti” nella biografia di Gurdjieff. Si sa che con altri amici forma un gruppo chiamato dei “Cercatori della verità”, compie numerosi viaggi che lo portano dal Medio Oriente all’India, dall’Asia Centrale al Tibet, visitando monasteri e centri religiosi, e cercando una misteriosa “Confraternita di Sarmoung”, di cui aveva trovato un riferimento nel 1886), mise a punto un sistema d'insegnamento esoterico mutuato in gran parte dal sufismo e dall'occultismo occidentale. Adattando dottrine tradizionali ad un linguaggio moderno il suo pensiero ha avuto un'influenza importante sull'idealismo europeo e americano, Katherine Mansfield, René Daumal, Ouspenskij, A.R. Orage, Jung, Henry Miller sono solo alcuni nomi, o come Pamela Travers, la creatrice di Mary Poppins che al maestro ha reso spesso esplicito omaggio. La sua scuola di Fontainebleau in Francia attrasse un numero notevole di studenti entusiasti, grazie ai quali le sue idee ebbero una eccezionale diffusione.
giovedì 11 giugno 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) III°
La stessa organizzazione operaia non esisterebbe se non mercé l'azione individuale di pochi, e forse di uno, sorto a prepararne il terreno senza aspettare che tutti si muovessero di iniziativa e spinta propria». Individualista nel senso che al termine era riconosciuto dalla tradizione anarchica, cioè «nei rapporti fra compagni, nei mezzi d'attacco e nella concezione rivoluzionaria», il Borghi si proclama avversario di qualsiasi forma autoritaria e cristallizzata di società. Ma - avverte - non è tanto la concezione anarchica comunista che presenta la possibilità di sfociare in una forma degenerativa di questo tipo, quanto proprio quella degli individualisti puri. La realizzazione del comunismo anarchico infatti prevede, oltre all'instaurazione dell'uguaglianza economica, l'abolizione di ogni potere politico. Una volta che ciò si sia effettuato, il comunismo «sarà suscettibile di tutte le trasformazioni e innovazioni che l'esperienza profana e quella scientifica indicheranno», allontanando così ogni pericolo di accentramento e di autoritarismo. Tale forma di libertà non sarebbe invece consentita in una società che fosse abbandonata, secondo la pratica individualista, all'arbitrio dei singoli; i più forti fra questi infatti, esprimendo la propria personalità senza osservare quei limiti che devono essere imposti dalla necessità della convivenza sociale e dall'interesse comune, finirebbero per prevalere sui più deboli. «La lotta quindi uscirebbe ben presto dai confini individuali per assumere atteggiamento collettivo, riproducendo il punto di partenza della società borghese. I deboli si unirebbero per combattere i forti e si ricostituirebbero le due classi antagoniste: dominati e dominatori. Risorgerebbero i capi della propria classe che diverrebbero i novelli gendarmi in difesa dei nuovissimi tiranni». E con ciò la violenza sarebbe accettata, non come mezzo di lotta necessario alla liberazione dalla schiavitù borghese, ma come « regola costante di vita». Pericoli di schiavitù e di sottomissione morale esistono anche in regime anarchico comunista, «ma in tale regime mancherebbe ai forti - come strumento di oppressione - il fattore economico, mezzo potentissimo di dominazione e di schiavitù». Gli individualisti - afferma il Borghi - rifiutano il concetto di società perché non lo sanno concepire senza implicazioni autoritarie; ma «l'errore consiste nel chiamare società l'insieme di contraddizioni, di contrasti e di rapporti cannibaleschi che oggi ci deliziano; né tale certo si potrebbe chiamare il caos amorfista: l'anarchia soltanto, come noi la intendiamo, armonizzando il lato materiale della vita sociale e riducendo alle nobili gare del pensiero e dell'animo lo spirito combattivo degli individui potrebbe con ragione chiamarsi società umana». Il Borghi esprimerà ancora i propri motivi di dissenso dagli individualisti al I congresso anarchico italiano che si svolse a Roma dal 16 al 20 giugno 1907. Gli interventi dei relatori sono tutti pubblicati su «Il Pensiero», dal n. 11 del 1° giugno al n. 14 del 16 luglio 1907. Sono già presenti in questa analisi i motivi centrali del pensiero del Borghi, quelli stessi che informeranno tutta la sua azione di anarchico e di organizzatore sindacale: in primo luogo l'affermazione della necessarietà dell'azione individuale per spingere le masse verso obiettivi rivoluzionari e per impedire la formazione di apparati burocratici cristallizzati. In secondo luogo il richiamo a una simbiosi di elementi morali e di interessi materiali che, al di là degli scopi umanitari che si proponeva, esercitò nel campo sindacale un ruolo rivoluzionario reale, esortando incessantemente alla necessità di non confinare l'azione operaia fra le chiuse pareti degli obiettivi economici e degli interessi di categoria, ma di innestarla alla lotta per la costruzione di un nuovo tipo di società. Il mezzo sindacale era l'unico ritenuto rispondente alla nuova situazione di fatto creatasi all'inizio del secolo che vedeva il dilagare delle organizzazioni del partito socialista e delle leghe di resistenza nel clima di progressismo liberale e di graduale evoluzione economica che sembrava aver lasciato per sempre dietro di sé un passato di persecuzioni e di lotte clandestine.
MANGIA I RICCHI - Aerosmith
Beh mi sono svegliato stamattina
Dalla parte sbagliata del letto
E mi sono messo a pensare
A tutte quelle cose che hai detto
Alla gente comune
E a come ti fanno star male
E se dire le parolacce si ritorce su di te
Allora spero che ciò funzioni
Perché sono stufo delle tue lamentele
Sulle molte bollette da pagare
E sono stufo di tutte le tue lagne
Dei tuoi barboncini e delle tue pillole
E non ci vedo niente da ridere
Sul tuo modo di vivere
E credo di poter fare di più per te
Con questa forchetta e questo coltello
Mangia i ricchi
c’è solo una cosa per la quale vanno bene
Mangia i ricchi
Prendine un morso adesso,
torna per averne ancora
Mangia i ricchi
Mi devo togliere questo peso dal cuore
Mangia i ricchi
Mordili adesso,
sputa il resto
Allora ho chiamato il mio strizzacervelli
E gli ho detto quello che avevo fatto
Mi ha detto che avrei fatto meglio
a mettermi a una dieta
Sì spero che ti diverti
E non fare una scoppiare una bolla
Sulla gente ricca che diventa maleducata
Perché non ti metterai nei guai
quando mangi quel tipo di cibo
Adesso si stanno fumando i loro titoli spazzatura
E poi si irrigidiscono
E ballano allo yacht club
Con Muff e lo Zio Biff
Ma c’è una cosa buona che succede
Quando butti le perle ai porci
I loro atteggiamenti possono sì sapere di merda
Ma vanno bene con il vino
Mangia i ricchi
c’è solo una cosa per la quale vanno bene
Mangia i ricchi
Prendine un morso adesso,
torna per averne ancora
Mangia i ricchi
Mi devo togliere questo peso dal cuore
Mangia i ricchi
Mordili adesso,
sputa il resto
Credi in tutte le buone cose
Che il denaro non può comprare
Allora non ti verrà il mal di pancia
Per aver ammesso i tuoi errori
Credo nei poveri che diventano ricchi
Il tuo patrimonio non durerà
Allora prenditi il tuo coupon grigio amico mio
E infilatelo su per il culo!
Mangia i ricchi
c’è solo una cosa per la quale vanno bene
Mangia i ricchi
Prendine un morso adesso,
torna per averne ancora
Mangia i ricchi
Mi devo togliere questo peso dal cuore
Mangia i ricchi
Mordili adesso,
sputate il resto
Le prime proteste operaie
Alla fine del Settecento, tutti i governi erano convinti che agli operai non dovesse essere concessa la possibilità di organizzarsi in associazioni, al fine di contrapporsi in modo più efficace ed energico alla volontà dei datori di lavoro. In Inghilterra, il Parlamento manifestò di condividere appieno questa opinione diffusa allorché votò, nel 1799, i cosiddetti Combination Acts che vietavano appunto l’associazionismo operaio. Per diversi anni ogni forma di protesta operaia fu repressa senza pietà e con estrema determinazione, anche se non minacciava direttamente le macchine (come avevano fatto, negli anni 1811-1812, i luddisti) e non si proponeva come obiettivo ultimo l’abolizione della proprietà privata. L’episodio più grave di repressione si ebbe a St Peter’s Fields, vicino a Manchester, nel 1819, allorché venne usata la cavalleria per disperdere un raduno di 50 000 persone che chiedevano una riforma parlamentare, provocando undici morti e 500 feriti. Questa strage fu approvata da tutta la classe politica inglese: e poiché anche il duca di Wellington, il vincitore della battaglia di Waterloo, espresse pubblicamente il suo sostegno nei confronti degli ufficiali che avevano ordinato la carica dei dimostranti, l’episodio venne sarcasticamente ribattezzato massacro di Peterloo. L’usanza di dar vita a grandi raduni di massa (meetings), nel corso dei quali si ascoltava il comizio di uno o più oratori, era stata inaugurata, in Inghilterra, dal metodismo, un movimento religioso protestante fondato da John Wesley nel 1739. Trattandosi di una corrente che operava in parallelo alla Chiesa di Stato e senza finanziamenti pubblici, il metodismo dovette darsi una struttura organizzativa e poggiare solo sul contributo dei suoi fedeli. Il movimento di Wesley, pertanto, si diede una struttura flessibile, che sarebbe più tardi stata adottata da tutti i sindacati e i partiti operai; a diretto contatto con la gente, esistevano dei gruppi di base che Wesley chiamò bande e che il movimento operaio successivo, invece, avrebbe spesso indicato con il nome di cellule. Periodicamente, gli aderenti al movimento si riunivano per discutere, pregare o studiare la Bibbia; in certi momenti speciali, poi, tutte le bande si sarebbero radunate insieme, dando luogo, appunto, a un meeting, a un grande raduno di massa. Nel dicembre 1819, un altro decreto del Parlamento (chiamato Six Acts) vietò i cortei e pose limiti severi al diritto di riunione; il clima politico e sociale, tuttavia, cominciò a raffreddarsi nel decennio seguente, tant’è vero che, nel 1825, i Combination Acts furono abrogati. Agli operai, insomma, fu riconosciuto il diritto di associazione per affrontare le questioni relative al salario e all’orario di lavoro; sebbene lo sciopero fosse ancora illegale, il nuovo provvedimento permise la nascita dei primi sindacati moderni, le cosiddette trade unions: nel 1830, l’Associazione nazionale per la protezione dei lavoratori raggruppava già circa 100 000 operai dei settori tessile, metallurgico e minerario.
giovedì 4 giugno 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) II°
Il Borghi si diplomò elettrotecnico a Castelbolognese, la città in cui nel 1882 era nato. Si formò come autodidatta e successivamente frequentò i corsi dell'Università popolare di Bologna. In questa città si interessò, come giornalista, del movimento operaio. Nel 1905-06 fu direttore del settimanale anarchico di Ravenna «L'Aurora». Nel 1907 iniziò la vera e propria attività sindacale come segretario del sindacato autonomo degli edili di Bologna. Nel 1912 riparò a Parigi per sfuggire a un processo per attività antimilitarista (dal 1907 aveva collaborato alla pubblicazione del settimanale «L'Agitatore» e del giornale antimilitarista «Rompete le file», entrambi di Bologna); qui frequentò l'École des Hautes Etudes presso la Sorbona ed entrò in contatto con i rappresentanti del movimento sindacale francese (Jean Grave, Sebastian Faure, James Guillaume, Leon Jouhaux allora segretario della CGT) e conobbe gli herveisti di «Guerra Sociale». Al suo ritorno in Italia occupò la carica di segretario della camera del lavoro di Piacenza e nel novembre del 1914 fu eletto segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana e assunse la direzione del giornale ufficiale dell'organizza-zione «Guerra di Classe». Durante la guerra fu internato per la sua attività antimilitarista e antiinterventista. Riprese l'attività sindacale nel 1918 mante-nendo fino al 1921 la carica di segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana. Cresciuto nella scia della propaganda malatestiana, che si esprimeva allora nel giornale «L'Agitazione» di Ancona, il giovane Borghi militò al principio del secolo fra le fila di quegli anarchici che proclamavano la necessità di superare l'isolamento in cui era caduto l'anarchismo dopo la fine della prima Internazionale. Essi propugnavano il ritorno alla lotta politica attraverso l'inserimento nelle organizzazioni operaie per trovare un contatto con le masse e per trasportare l'ideale anarchico dal piano della propaganda delle idee a quello dell'azione. La prima traccia del pensiero del Borghi relativa alla necessità dell'organizzazione si rinviene in un suo volumetto pubblicato nel 1907 che raccoglie una serie di articoli comparsi precedentemente sul settimanale «L'Aurora» di Ravenna. Inserendosi nella polemica fra organizzatori e individualisti - polemica che crebbe d'intensità dopo la costituzione del partito socialista anarchico decisa al congresso di Capolago nel 1891 - il Borghi richiama gli anarchici alla necessità di armonizzare l'azione individuale con quella organizzata collettivamente. Ma nell'enunciare la sua posizione in proposito egli si preoccupa di distinguerla da quella di un equivoco integralismo. Egli - dice - non intende avvicinare la concezione individualista stirneriana con quella organizzatrice, ché questo significherebbe «tentare di conciliare le tendenze più eterogenee e più inconciliabili». Perciò distingue la propria concezione sia da quella degli individua-listi «puri», «negatori del concetto di società», sia da quella dei numerosi malatestiani che hanno sviluppato il metodo organizzativo portandolo sino alle sue estreme conseguenze con sbocchi dogmatici e autoritari5. Tuttavia, mentre le idee di questi ultimi si differenziano da quelle del Borghi semplicemente per una diversa metodologia di lotta - infatti il fine ultimo, cioè l'instaurazione del comunismo anarchico è identico - la concezione anticomunista degli individualisti stirneriani si distingue per lo stesso suo nucleo centrale teorico, dal quale «scaturisce un'opposta maniera di concepire la vita e la lotta». Sul piano della tattica per il Borghi è chiaro che l'instaurazione del comunismo anarchico non può che avvenire attraverso il contemperamento dell'azione collettiva con quella individuale, nella consapevolezza che anche per promuovere l'azione comune è necessario «l'olocausto di piccole minoranze di individui agenti d'accordo o isolatamente, senza attendere il consenso generale.
GANGOR - Italo Spinelli
Gangor è la storia del fotoreporter Upin, inviato nel Bengala occidentale per un reportage sullo sfruttamento e la violenza subita dalle donne tribali. A Purulia, accompagnato dal suo assistente Ujan, mentre fotografa un gruppo di indigene intente a lavorare, Upin mette a fuoco Gangor rimanendo profondamente turbato dall’immagine di lei mentre allatta il suo bambino. La foto viene pubblicata in prima pagina su un giornale suscitando scandalo e la vita di Gangor cambia drammaticamente. Upin ignaro di tutto, dopo essere tornato a Calcutta da sua moglie, ossessionato dal pensiero di Gangor, decide di tornare a Purulia per ritrovarla. Upin scoprirà cosi di essere diventato, senza volerlo, strumento della stessa violenza che avrebbe voluto fermare. Upin, impazzito per il senso di colpa, sacrifica tutto per aiutare Gangor, ma alla fine sarà lei a portare avanti con coraggio la denuncia contro gli stupratori. Al processo la mobilitazione delle donne diventerà la sua forza. Il film è liberamente tratto dal racconto Choli Ke Pichhe (Dietro il corsetto) di Mahasweta Devi. Il regista ha dichiarato: “Cos’hai dietro il corsetto, che hai? Choli ke pichhe, kya hai?” È stata una canzone popolare di un film bollywoodiano, di qualche anno fa. Il “choli” è il corsetto che copre la parte media del tronco e lascia scoperta la pancia. Partendo da questo successo, Mahasweta Devi, impegnata da anni a livello politico e sociale a favore delle comunità emarginate, ha scritto un racconto breve, dallo stesso titolo, “Choli ke Pichhe”. (…) Abbiamo girato nei luoghi del racconto, nel distretto di Purulia, a sette ore di macchina da Calcutta. (…) Le donne, in stragrande maggioranza, sono impiegate sopratutto nell’edilizia, trasportate in camion dalla fornace di mattoni alle strade da asfaltare, ai nuovi palazzi. Pagate una miseria, sfruttate, criminalizzate, non parlano il bengalese, vivono senza alcuna garanzia di istruzione o di servizio sanitario. Sono le donne che appaiono intorno a Gangor, la protagonista del film. Lavorare con loro e in mezzo alla loro bellezza è stata per me un’esperienza intensa. Come lo è stato realizzare questo film con una troupe mista, italiana ed indiana, un innamoramento tra culture.
Italo Spinelli (Italia, 1951) è un regista teatrale e cinematografico. Ha messo in scena, fra gli altri lavori, “Creditori” di Strindberg, “La giornata di uno scrutatore” di Italo Calvino e “Platone” tratto dalla Repubblica. Nel 1980 ha esordito nel cinema con Doppio movimento (co-regia P. Grassini) e nel 1989 ha diretto Roma Paris Barcelona. E’ autore di documentari e reportage come Ripensando Lima (1988), Un fiume di Cinema - Sulle tracce di Michelangelo Antonioni (1995) Danzando in Cambogia (1998), Bernardo Bertolucci Hyderabad (2000). È fondatore e direttore artistico del Festival Asiaticafilmmediale, che si svolge a Roma dal 2000.
L’utopia socialista di Robert Owen
Tra i primi intellettuali che si accorsero della gravità della nuova condizione operaia troviamo il gallese Robert Owen (1771-1858), che pur essendo nato da una famiglia molto modesta riuscì, appena diciannovenne, a diventare dirigente e azionista di una grande industria cotoniera di Manchester. Nel 1799, divenne proprietario del cotonificio di New Lamark (in Scozia), un grande impianto dove lavoravano 2000 operai; 500 di essi erano ragazzi, che il proprietario precedente aveva preso da istituti caritativi. Dopo aver constatato la gravità delle condizioni di vita dei lavoratori della sua azienda, Owen ridusse l’orario delle prestazioni, migliorò gli alloggi e istituì una scuola per i bambini. La positiva esperienza di New Lamark lo spinse a formulare un più vasto progetto di riorganizzazione complessiva della società inglese, che a suo giudizio doveva strutturarsi in unità produttive (dette villaggi della cooperazione) di circa 1200 abitanti ciascuno, nei quali il lavoro, la distribuzione dei beni di prima necessità e l’educazione dei bambini avrebbero dovuto svolgersi in comune. Deluso per lo scarso entusiasmo che la sua proposta incontrò in Inghilterra, Owen partì per gli Stati Uniti, ove nel 1825-1827, nell’Indiana, diede vita a New Armony, una vera e propria isola di socialismo agrario, all’interno della quale erano stati banditi quelli che, agli occhi di Owen, erano i tre mali più gravi che affliggevano l’umanità: proprietà, religione e matrimonio. L’esperimento socialista di New Armony si risolse in un fallimento economico completo; la colonia, inoltre, finì per essere poco più di una copia, pacifica quanto sbiadita, delle comunità comunistiche che nel Quattrocento e nel Cinquecento erano sorte in Boemia e in Germania, per opera di gruppi millenaristici. Insomma, il limite più grave dell’esperimento di New Armony consisté nel fatto che da un lato si presentava come la soluzione dei gravi problemi del mondo moderno, industrializzato, ma dall’altro finiva per fuggire dalla modernità e guardare più al passato che al presente.
giovedì 28 maggio 2026
ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) I°
L'anarchismo italiano nel primo ventennio del secolo fu caratterizzato dall'ingresso di molti suoi esponenti nelle organizzazioni sindacali. Il ruolo che essi vi esercitarono coincide in larga misura con l'impegno politico diretto di Armando Borghi, che introdusse nel movimento le direttive di Errico Malatesta relative alla partecipazione anarchica al movimento operaio organizzato arricchendole di elementi autonomi e determinanti. Il Borghi non è un teorico; altri anarchici meglio di lui hanno esposto, in maniera più precisa e più approfondita, la loro posizione riguardo al problema specifico della partecipazione al movimento sindacale. Il suo pensiero tuttavia è particolarmente interessante perché rappresenta il punto di vista dell'Unione Sindacale Italiana, l'organizzazione ufficiale del movimento sindacale rivoluzionario, rappresentato a maggioranza dagli anarchici dopo che ne uscirono il De Ambris e i compagni interventisti nel 1914 e di cui dal 1914 al 1921 il Borghi fu segretario generale. Inoltre le opere del Borghi costituiscono uno dei nuclei più rilevanti e accesi di testimonianze anarchiche dirette sui fatti più salienti del primo '900 e propongono temi che sono ancora oggi di attualità, quali la polemica contro l'ingerenza dei partiti nei sindacati, la critica contro i dogmatismi e la disciplina imposta dall'alto, l'opposizione all'apparato burocratico emerso dalla rivoluzione russa. I suoi scritti, raccolti in libri, opuscoli e antologie, sebbene traggano spunto da occasioni diverse e contingenti, rivelano una notevole omogeneità e completezza. Quelli che ricoprono l'arco di tempo compreso fra l'inizio del secolo e l'avvento del fascismo ci danno una suggestiva testimonianza degli avvenimenti e rivelano un pensiero in continua evoluzione che accompagna l'evoluzione del movimento operaio stesso, ma nel quale rimane integro il nucleo centrale sul tema della necessità della partecipazione anarchica ai sindacati, per farne l'organo propulsore dell'azione rivoluzionaria diretta alla costituzione di una società senza autorità. Sono frequenti le ripetizioni: il motivo di ciò riteniamo si debba ricondurre proprio al permanere di alcuni capisaldi del suo pensiero che, se talvolta lo portarono a dare una valutazione troppo soggettiva delle condizioni di fatto in cui egli si muoveva, tuttavia sono indicativi della sua mirabile tenacia di propositi e della forza delle sue convinzioni. «Il lettore confronti le prime con le ultime pagine» scriveva nel 1932 nel presentare dall'esilio una sua raccolta di scritti «se vi trova uguaglianza, forse ripetizione di pensiero lo metta nel conto del fatto che io non progredii che in un tempo in mia vita: quando mi occupai di politica la prima volta, adolescente, e divenni anarchico» II pensiero del Borghi deriva la sua unità dal carattere dell'uomo, dalla sua personalità che emerge con chiarezza nelle sue memorie. Il suo accostamento ai problemi politici avvenne quando, ancora ragazzo, intraprese la lettura dei libri del padre. «La mia vera scuola - scrive il Borghi - fu un vecchio armadio.Là dentro mio padre aveva stipato tutto quanto aveva comprato di libri, opuscoli, giornali. collezioni di giornali internazionalisti e anarchici di tempi lontani, numeri unici, almanacchi, ritratti; opere di Ausonio Franchi, Guerrazzi, Mazzini, Garibaldi, Bakunin, sulla Commune; storia di Roma antica, storia del brigantaggio in Calabria. «Gli ultimi casi di Romagna» di Massimo D'Azeglio, la «Gerusalemme Liberata», la « Divina Commedia», un opuscolo di Bartolomeo Giardi, un grande ritratto di Oberdan. Quelle stampe mi misero a tu per tu con gli sviluppi dei movimenti di avanguardia in Italia, le loro origini, le loro crisi, le persecuzioni a cui erano stati soggetti».
L'esigenza amorosa
Come insegnano ormai i bambini, il piacere di vivere non deve più affermarsi pagando un tributo alla retorica della sua sconfitta. A dispetto delle antiche oppressioni, l’amore di sé, quale lo scoprono l’infanzia e la nuova coscienza degli amanti irradia da una potenza di cui la potenza industriale, perfettamente concentrata nell’irradiazione nucleare, sarà stata il mortale surrogato. È il motivo per cui noi consideriamo l’esigenza amorosa di essere tutto, in ogni tempo e ovunque, come l’unica alternativa alla società mercantile. O l’economia porterà a compimento la perdizione del vivente, o la società si fonderà sulla predominanza dei desideri affrancati dall’universo mercantile. O noi periremo nella stupidità crescente del profitto e del prestigio promozionale, o il primato del godimento porterà alla rovina il lavoro attraverso la creatività, lo scambio mediante il dono, il senso di colpa tramite l’innocenza, la volontà di potenza grazie alla volontà di vivere, gli appagamenti angosciati per mezzo del ritmo naturale del piacere e del dispiacere. Una scommessa è aperta. Tra la tendenza ad abbandonare il meglio per il peggio, e la trasmutazione dell’Es individuale. Tra il disprezzo di sé, questa virtù, di cui si onora lo schiavo, di rimettersi ad una guida uomo politico, prete, medico, psicanalista, pensatore, istituzione, governo, e un arte di godere, pazientemente decantata dalle impregnazioni della morte.
Il trionfo del generale Ludd
(Non è facile scoprire l’autore e la data di composizione precisa di questo testo, che può essere considerato una delle prime canzoni di protesta del movimento operaio. Ludd è presentato come un nuovo Robin Hood, che finalmente porta ai poveri un po’ di giustizia.)
Tema pure il colpevole ma egli (il generale Ludd) non si propone alcuna vendetta
sulla vita o sugli averi dell’uomo onesto,
la sua collera è interamente limitata ai telai larghi
e a coloro che abbassano i vecchi prezzi.
Questi strumenti di malanno furono condannati a morte
dall’unanime voto del Mestiere
e Ludd che può sfidare ogni opposizione
ne fu reso il Grande giustiziere.
Può censurare l’irriverenza del grande Ludd per le Leggi
colui che non riflette neppure per un attimo
che una vile imposizione fu l’unica causa
che produsse quei deplorevoli effetti.
Fate che i superbi cessino di opprimere gli umili
e Ludd rinfodererà la spada vittoriosa,
fate che le sue doglianze trovino immediato sollievo
e la pace sarà prontamente restaurata.
Fate che i saggi e i grandi prestino il loro aiuto e consiglio
e non ritirino mai la parola assistenza
finché un lavoro ad opera d’arte e al prezzo convenuto
sia stabilito dal Costume e dalla Legge;
e il Mestiere, quando l’ardua contesa sia finita,
risolleverà la testa in tutto il suo splendore,
e il colting, il cutting e lo squaring
non priveranno più del loro pane gli onesti lavoratori.
giovedì 21 maggio 2026
L’attentato del 1961 al consolato spagnolo di Ginevra
Un episodio di solidarietà internazionale antifranchista
Martedì 21 febbraio 1961, il quotidiano ginevrino “La Suisse” esce con un’edizione speciale: poco prima delle 4 di quella mattina ci sono state delle esplosioni al consolato spagnolo, vicino alla route de Chene. Questo attentato è d’altronde ripetutamente firmato. La sigla FAI [Federación Anarquista Iberica] è scritta in vernice nera sui muri, sul marciapiede, sulla porta stessa del consolato. Sono visibili anche altre scritte, in nero o in bianco, fin sull’asfalto della strada, come “Morte a Franco”, “Viva l’anarchia”, ecc. Sei bottiglie molotov hanno fatto qualche danno materiale, altre non sono esplose. Il 23 febbraio Claude Richoz, sullo stesso quotidiano, si ricorda di aver letto il Manifesto del gruppo anarco-comunista-rivoluzionario, distribuito a Ginevra poco tempo addietro, che si apre con una citazione di Kropotkin: “Un solo atto può fare più propaganda di migliaia di opuscoli”. Due settimane più tardi la “Tribune de Genève” può titolare: “In prigione i bombaroli del consolato spagnolo”. Dopo vane ricerche negli ambienti spagnoli della città, la polizia ha arrestato i quattro membri del Gruppo Ravachol, che le erano peraltro noti da più di un anno. Dopo la vittoria del generale Franco, nel marzo del 1939, i partiti e le organizzazioni di sinistra europee hanno continuato a sostenere, attivamente o solo a parole, il campo repubblicano spagnolo. Delle centinaia di migliaia di rifugiati spagnoli molti hanno trovato asilo in Francia o nelle Americhe; altri hanno scelto l’Unione Sovietica. Socialisti, comunisti, anarchici hanno ricostituito in esilio i loro partiti e i loro sindacati, pur in condizioni materiali ancora precarie. Tuttavia, per una ventina di anni si sa poco in Svizzera della situazione dell’interior, della Spagna. Pochissimi esiliati spagnoli hanno trovato rifugio in Svizzera e sono rari gli spagnoli che hanno i mezzi o il permesso di viaggiare e la loro presenza resta insignificante. Il Parti du travail e la sinistra socialista e sindacale aderiscono in teoria alla parola d’ordine del boicottaggio del turismo in Spagna, ma il governo elvetico è stato uno dei primi a riconoscere Franco nel 1939. Per vent’anni migliaia di guerriglieri hanno passato clandestinamente i Pirenei, hanno fatto propaganda, agitazione, attentati, hanno cercato di destabilizzare il regime. E molti hanno pagato le loro azioni con la vita. La grande stampa non ne parla. Nel 1959, pressata dalle difficoltà economiche e politiche, la Spagna comincia a rilasciare più facilmente i passaporti ai suoi emigranti, in particolare viene abolito il visto tra Spagna e Svizzera. Si stima che l’anno successivo siano 80.000 gli emigrati alla ricerca di un lavoro all’estero, senza contare i 25.000 stagionali agricoli in Francia. Lo stesso anno, secondo il Congrès europeen pour l’amnistie, 246 persone sono state condannate per reati politici dai Tribunali speciali spagnoli, che hanno inflitto complessivamente 1.007 anni di carcere: cinque volte di più dell’anno precedente. Nel gennaio del 1961 diverse migliaia di lavoratori spagnoli arrivano in Svizzera, la metà si ferma a Ginevra. Alloggiano in pensioni, si ritrovano in locali religiosi o nelle sedi di associazioni, non hanno contatti con la popolazione locale. Il loro numero si moltiplicherà per dieci nei dieci anni successivi. Sulla rivista francese “Esprit”, poco prima dell’attentato al consolato spagnolo, Jean-Jacques Langendorf, uno degli arrestati, aveva letto “un articolo che parlava della repressione, del terrore e della tortura nelle carceri franchiste: “Una nuova ondata di prigionieri politici, abbandonati dall’esterno e negati ufficialmente dalle autorità, si ammassa nelle carceri provinciali e nei penitenziari: El Duesco, Burgos, Ocana, San Miguel de Los Reyes. Essi si aspettano qualcosa di più del sostegno verbale degli amici benintenzionati che, a titolo individuale, ricordano al mondo ogni tanto la nostra esistenza. Avvocati, giornalisti, studenti, non solo di sinistra ma anche cattolici, liberali e perfino falangisti, vengono arrestati all’alba, pestati, incarcerati senza condanna, condannati senza appello. La Legge d’emergenza del 1943, sempre in vigore, equipara ogni attività politica al delitto di ribellione militare armata. Lo slogan fascista “Morte all’intelligenza” continua a regnare, nel silenzio e nell’ignoranza dell’opinione pubblica mondiale”. Quell’articolo ha suscitato in me una viva indignazione: ha in qualche modo attualizzato la questione spagnola. La lettura di quell’articolo ha dato uno scopo preciso all’azione che ci proponevamo e di cui abbiamo parlato nel nostro Manifesto”, dichiara Langendorf al giudice istruttore. Quando si tiene il processo, nel maggio 1962, nessuno ignora più la questione spagnola. I minatori e i metallurgici si sono messi in sciopero in tutta la Spagna, hanno addirittura “preso” Oviedo, capoluogo delle Asturie, trascinando nello sciopero decine di migliaia di altri operai. Escono allo scoperto un po’ in tutto il Paese delle organizzazioni cattoliche di opposizione: la JOC (Gioventù operaia cristiana) e la HOAC (Fratellanza operaia di azione cattolica). Si delinea un tentativo di alleanza tra i sindacati “storici”: la UGT (socialista), la CNT (anarchica) e la STV (basca). Nelle Asturie si costituiscono le Commissioni operaie (CCOO), di origine cattolica. Le università sono in piena agitazione, centinaia di studenti e di insegnanti vengono periodicamente arrestati. Si tengono in varie località d’Europa riunioni tra militanti dell’interior, dell’emigrazione e dei comitati di solidarietà. In Svizzera la UGT ha stretto un accordo con l’Unione sindacale svizzera e pubblica una “Información social española” che dà notizie sulla Spagna e fa una modesta opera di formazione politico-sindacale. Il Comitato svizzero per un’amnistia politica in Spagna, che ha sezioni a Zurigo e Ginevra, conduce un paziente lavoro di informazione e di raccolta fondi. Nella primavera del 1962 il giornale “Ravachol” (i suoi redattori, incriminati, sono in libertà provvisoria dal settembre del 1961) ha pubblicato un numero speciale sulla Spagna: Ci si trovano scritti di Albert Camus e Georges Bernanos, il già citato articolo di “Esprit”, documenti vari. Gli avvocati degli imputati hanno chiamato a deporre, al processo, testimoni di un certo peso: lo scrittore Leon Savary, il direttore del Musée des Beaux-Arts di Lausanne René Berger, il professor Robert Junod, il presidente della Ligue des Droit de l’Homme Henry Bartholdi, i vecchi anarchici André Bosiger e Carlo Frigerio, gli ex-anarchici diventati socialisti Georges Borel e Alex Burtin (presentato, quest’ultimo, come direttore tecnico della squadra ciclistica svizzera al Tour de France), Jean Zigler, di ritorno da un’inchiesta in Spagna per conto della Commissione internazionale dei giuristi, Miguel Sanchez Mazas, traduttore al Bureau International du Travail, arrestato in Spagna nel 1956 per avere firmato un manifesto che chiedeva la democratizzazione della scuola, e altri esuli e militanti spagnoli. Se il console, nel febbraio dell’anno prima, aveva segnalato alla polizia dei “sospetti” spagnoli (molti di loro furono espulsi dalla Svizzera, come pure 16 persone collegate a gruppi anarchici della regione ginevrina), al processo l’ambasciatore dichiara che “in Spagna non ci sono prigionieri politici”. Smentito clamorosamente dai testimoni: “Le carceri spagnole sono piene, ma sarà sempre l’intelligenza a vincere. Né le prigioni né i poliziotti potranno tenere in piedi il regime”. Il 22 maggio Jean-Jacques Langendorf, studente, Claude Frochaux, libraio, e Alain Lepère, tipografo, sono condannati a un anno di prigione con il beneficio della sospensione condizionale (il quarto complice era minorenne all’epoca dei fatti); hanno passato più di sei mesi in carcerazione preventiva. È il “processo al franchismo”, la “vittoria dell’antifascismo”, titola la “Voix Ouvrière”. Due giorni dopo, il Partito socialista ginevrino e il Partido socialista obrero español organizzano una manifestazione di solidarietà con il popolo spagnolo nella Salle du Fauburg…
NIGHTS IN WHITE SATIN - The Moody Blues
Notti in raso bianco
Che non finiscono mai
Lettere che ho scritto
Non per essere spedite
La bellezza di questi occhi
Che prima mi è sempre mancata
Cosa sia in realtà la verità
Non lo so più dire
Perché io ti amo
Sì, io ti amo
Oh, come ti amo
Guardo la gente mano nella mano
Quello che io sto passando non lo possono capire
Alcuni cercano di raccontarmi pensieri che sfuggono
Quello che tu vuoi essere lo sarai solo alla fine
Ed io ti amo
Sì ti amo
Oh, come ti amo
Oh, come ti amo
Notti in raso bianco
Che non finiscono mai
Lettere che ho scritto
Non per essere spedite
La bellezza di questi occhi
Che prima mi è sempre mancata
Cosa sia in realtà la verità
Non lo so più dire
Perché io ti amo
Sì, io ti amo
Oh, come ti amo
Oh, come ti amo
Perché io ti amo
Sì, io ti amo
Oh, come ti amo
Oh, come ti amo
URMUZ l’anarchico
Nato il 17 marzo 1883 nella provinciale Curtea di Arges, in Valacchia, il bambino che i familiari chiamarono col soprannome Mitica ebbe un’infanzia normale, ma con un evento d’eccezione, quando la famiglia – cosa allora piuttosto rara, giustificata probabilmente con la necessità di aggiornamento professionale del padre medico – si trasferì per qualche tempo a Parigi. Dopo il ritorno in Romania, Mitica seguì i corsi della scuola primaria, finché al liceo la sua curiosità e la sua inventiva lo faranno riconoscere a compagni e docenti come l’architetto di imprese insolite che già portavano l’inconfondibile marchio “dada”. Più tardi, l’autore e teatrologo Gorge Ciprian, suo compagno alle scuole secondarie, avrebbe descritto le avventure di Mitica nel dramma Testa d’oca, rappresentato negli anni ’40 al teatro Nazionale di Bucarest con grande successo. Studente di diritto, Demetrescu-Buzau ottenne il diploma di laurea e, nel 1913, partecipò alla campagna bellica nei Balcani e poi alla guerra mondiale – ciò che contribuì in buona misura al suo ultimo dramma intimo che lo stava conducendo al suicidio quando, appena compiuto i quarant’anni, si andavano pubblicando i suoi testi con grande fortuna presso le giovani generazioni. Gran parte della vita la divise, tragicamente, fra un’amara solitudine in misere città di provincia, dove disimpegnò la sua professione di giudice, e l’amore per musica e letteratura – praticate con l’ardore del timido debuttante, lasciando un’opera che non supera le 50 pagine a stampa. Le sinfonie che compose sembrano essere perdute per sempre. Nel numero 586, del 25 novembre 1923, il giornale “Lupta” (la lotta) di Bucarest, Romania, pubblicava in cronaca la seguente notizia: “Oggi alle sette del mattino, venne ritrovato in un bosco presso l’angolo di via Janiu con la via Dem Ghica, il cadavere di uno sconosciuto. La sua mano destra serrava un revolver, ciò portò alla conclusione che si trattava di un suicidio.“Il cadavere presenta certe particolarità le quali provano che la morte sopravvenne circa 7-8 ore prima. Dopo una sommaria osservazione su corpo e abiti, venne rinvenuto un documento intestato a D.Dematrescu-Buzau, Via Apolodor 13. le indagini si conclusero con la certezza che il suicida è Dar. Demetrescu-Buzau, scrivano alla Suprema Corte di Giustizia".
giovedì 14 maggio 2026
Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) X°
Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d'intendere il controllo operaio, il quale - essi sostenevano -se aveva avuto un significato come parola d'ordine rivoluzionaria sino all'ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d'essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» - considerato come una «mezza misura» - alla «gestione operaia», sia pure attraverso l'intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell'economia nazionale socializzata. Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali - di fronte al controllo operaio - avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione. In con-sequenza gli anarchici rigettavano la parola d'ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l'espropriazione - progressiva ma immediata - dell'industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva». Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell'economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell'autoritarismo attraverso i decreti ed i contro-manuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l'azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell'anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l'incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici. Dopo la creazione del soviet supremo dell'economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto - scrive M. Lewin - «di una spinta libertaria d'ispirazione anarcosindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione, ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità ben spiccate del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d'un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia. Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d'affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici». I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall'alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l'antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario.






























