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giovedì 1 ottobre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso III°

Il Casellario Politico Centrale

Successivamente il governo Crispi del 1894, anche a seguito del fallito attentato compiuto dall’anarchico Paolo Lega alla vita del primo ministro, escogitava nuove forme e strumenti tesi a reprimere il dissenso, fra tutte il casellario politico centrale. Applicato ufficialmente dal 1896 traeva origine come risposta dell’ordine pubblico ai moti dei Vespri siciliani e alle contestazioni operaie in Toscana, che si erano sviluppate sul finire del secolo. Si trattava in assoluto dello strumento più idoneo di cui si servivano le autorità per monitorare la consistenza e la qualità dell’opposizione politica. Il casellario politico centrale consisteva nella raccolta di dati e informazioni su persone ritenute politicamente pericolose da parte degli organi di polizia che venivano poi diramate al Ministero della Giustizia. In tal modo, seguendo ed indagando le attività quotidiane, si conoscevano vita, opera e miracoli di tutti i dissidenti politici. Ufficialmente il casellario restò in vigore fino al 1943, anno della caduta del fascismo, ma in realtà, la sua prosecuzione nell’Italia repubblicana è confermata dalla testimonianza dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi, resa pubblica dopo la sua morte. Il Casellario avrebbe ‘contato’ ancora nei primi anni ’60 circa 14.000 vigilati. Tuttavia non è difficile ipotizzare che il casellario abbia continuato la sua attività di controllo nel tempo, magari supportato sempre da nuove tecnologie e in diverse forme all’insaputa dei cittadini. Tornando alla nostra ricostruzione storica è con il fascismo che si giunge al livello più alto di repressione verso ogni forma di opposizione attraverso la formulazione di nuove leggi e nuove normative. Proprio durante il ventennio si fa ampio utilizzo del casellario; nel periodo compreso tra il 1922 e il 1940 furono aperti 114.000 fascicoli, contro i 40.000 del periodo precedente la dittatura. Negli anni successivi all’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) in Italia s’impose il ‘regime totalitario’. Attraverso le cosiddette leggi «fascistissime» del ’26 e degli anni a seguire, si cancellarono gradualmente quelle forme di controllo e di equilibrio tra i poteri dello Stato che lo Statuto Albertino e lo stato liberale avevano in qualche misura garantito. Per mezzo delle suddette leggi Mussolini, in qualità di capo del Governo, sceglieva e destinava personalmente i ministri senza dover più attenersi alle maggioranze espresse dal Parlamento. Inoltre venivano soppresse le autonomie locali, al posto dei sindaci venivano nominati i ‘podestà’ direttamente dal governo centrale e, soprattutto, venivano soppresse le libere elezioni democratiche dai fascisti definite con disprezzo «ludi cartacei». La fine dell’ordinamento liberale, per definizione legato ad elezioni democratiche, fu ‘perfezionato’ attraverso la cessazione della libertà di stampa, di associazione e di insegnamento. Da quel momento la Milizia fascista divenne una sorta di polizia parallela specializzata nelle repressione delle varie forme di contestazione. Per gli antifascisti venne appositamente creata una magistratura ‘straordinaria’ il tribunale speciale per le difesa dello Stato, composto da ufficiali della milizia che giudicava, spesso e volentieri, per reati astratti e indeterminabili come quello di «aver concorso a sminuire il sentimento nazionale».


BEI MIAN – Liu Bingjian

Liu Bingjian, affermatosi alla fine degli anni 90 come regista scomodo con il film Men and Women, subito censurato per i suoi contenuti lesbo-gay, nel suo nuovo Bei Mian (La schiena) fornisce una rilettura contemporanea e in chiave sorprendentemente horror, della rivoluzione culturale e delle sue crudeli follie. Il film, coproduzione franco-cinese, racconta la storia di Hong Tao, un trentenne che gestisce un ristorante, con molte ombre sul suo passato. Il padre del ragazzo infatti, ai tempi della Rivoluzione Culturale, era letteralmente ossessionato dai dipinti del presidente Mao, che raffigurava in ogni modo su ogni superficie. La sua ossessione lo porta addirittura a tatuare brutalmente pelli umane. Hong Tao vorrebbe scrollarsi di dosso il passato e rinnegare questa eredità cancellandone le tracce, ma questo non è facile poiché avidi collezionisti di opere d’arte, tra cui anche sui vecchi amici, per denaro, sono pronti a tutto. Con Bei Mian il regista ci offre una rilettura contemporanea in chiave noir della rivoluzione maoista e delle crudeltà che l’hanno accompagnata. Il film, basato sull’omonimo romanzo, reca alcuni tratti autobiografici del regista che ha dichiarato: «Fin da quando ero bambino, ho la passione per la pittura, e l’unica cosa che dipingevo era Mao. Quando ho letto la storia per la prima volta sono rimasto sbalordito dall’idea dell’autore di far realizzare al protagonista i dipinti di Mao sulla pelle umana. Mi ha fatto pensare alla mia infanzia e alle sensazioni provate durante lo strano periodo della Rivoluzione Culturale. In quel periodo l’unico soggetto che disegnavamo all’infinito era il ritratto del presidente.
Volevo che questa storia si focalizzasse completamente sulle paure, sui sentimenti, sulla vita e le esperienze a partire da quell’epoca fino ad oggi. La trama non è una storia vera, neanche i personaggi lo sono, ma rappresentano la mia visione della società e ciò che la mia generazione ha vissuto. Il protagonista rappresenta la gente che ha dovuto attraversare questo problematico periodo del culto di Mao, i sentimenti che avevamo sono davvero reali»
Presentato come “horror totalitario”, in realtà Bei Mian (La schiena) di Liu Bingjian suona piuttosto come un percorso di liberazione dal regime: se ieri il padre ha impresso Mao sul corpo con la violenza, oggi il protagonista (interpretato da Hu Bing) intraprende un viaggio per cancellarlo. Un viaggio allucinato e dallo spiccato valore simbolico: Liu non specifica la sostanza contenuta nella storia, ma preferisce suggerirla attraverso una rete di allusioni, come il cromatismo rosso che domina dall’inizio (il colore del partito e, naturalmente, del sangue). Girato in digitale, il film risulta allora come una passeggiata dentro un’installazione, un museo costruito per accumulazione, che trabocca di cimeli maoisti. 

Liu Bingjian (Cina, 1963), dopo essersi laureato all’Accademia di Cinema di Pechino, ha lavorato in televisione. Il suo lungometraggio Yanchuang (Inkstone, 1996) è stato il primo film cinese acquistato da Hollywood dopo la fondazione della Repubblica Popolare. Nannan Nunu (Men and Women, 1999) suo secondo film indipendente, ha ottenuto il premio Fipresci al Festival di Locarno, mentre Ku Qi De Nu Ren (Cry Woman, 2002) ha ricevuto la Menzione Speciale per l’attrice protagonista al Festival di Cannes. Chun Hua Kai (Plastic Flowers, 2004) è stato presentato ai Festival di Toronto, Berlino e Hong Kong.


La rivolta luddista I°

Nel 1811-1812, si sviluppò in Inghilterra un moto di protesta complesso e per tanti aspetti enigmatico, di solito chiamato luddismo. Il nome deriva dal fatto che, tra la gente, si diffuse l’idea che il movimento luddista (o luddita) fosse guidato da una specie di giustiziere – chiamato, appunto, generale Ludd – che divenne ben presto oggetto di numerose canzoni e ballate popolari. Di solito, il luddismo viene presentato come una forma di protesta operaia istintiva, disorganizzata e primitiva, di fronte al progredire dell’industrializzazione, in quanto il tratto più tipico del movimento fu, in effetti, la distruzione delle macchine, soprattutto dei telai. Un’attenta analisi del fenomeno, tuttavia, obbliga lo storico a valutare l’intero fenomeno in modo assai più sfumato e più equilibrato, dal momento che gli episodi più gravi della rivolta non si verificarono in Lancashire, la regione in cui funzionavano i nuovi telai meccanici, ma nella zona di Nottingham che, pur rivestendo una notevole importanza dal punto di vista della quantità di tessuti prodotti, non era affatto all’avanguardia dal punto di vista tecnico. Il luddismo degli anni 1811- 1812, insomma, più che un movimento ostile nei confronti della macchina e dell’industria, appare prima di tutto una rivolta di tessitori e di contadini desiderosi di manifestare il proprio malcontento, in una situazione estremamente delicata e difficile per l’economia britannica. Tra il 1808 e il 1810, infatti, il blocco continentale messo in atto da Napoleone nei confronti dell’Inghilterra raggiunse il massimo della propria forza: assumendo un indice 100 per le esportazioni di prodotti inglesi in Europa nel 1805, si può affermare che esse scesero a 20,9 nel 1808; a 55,2 nel 1809; a 74,6 nel 1810. È vero che l’economia inglese poteva reggere bene il peso di queste perdite, in quanto le esportazioni dirette al continente europeo (nel 1805) rappresentavano solo il 37% del suo prodotto globale destinato all’esportazione, mentre il commercio con l’Africa, l’Asia e soprattutto con l’America Latina era invece in pieno sviluppo. Tuttavia, il blocco provocava notevoli disagi alla popolazione; per di più, nel 1810, allorché risultò necessario importare grano dall’estero, la cosa risultò difficoltosa in quanto i porti tedeschi del Baltico erano tutti in mano ai francesi. Il luddismo non fu tanto una protesta nei confronti delle macchine moderne, ma una rivolta contro le cattive condizioni in cui la popolazione inglese si trovò a vivere in tempo di guerra. Inoltre, per quanto la figura del generale Ludd sia senza dubbio leggenda-ria, il moto non ebbe carattere spontaneo, ma fu all’opposto ben diretto e ben organizzato da capi che, verosimilmente, simpatizzavano per gli ideali della Rivoluzione francese (e forse, addirittura, ricevevano aiuti e sussidi direttamente dalla Francia). Gran parte di questi elementi sfuggono allo storico; chiarissima, invece, appare la risposta dello Stato inglese, che mobilitò ben 12 000 soldati per fermare le azioni dei luddisti. Inoltre, il 20 marzo 1812, il Parlamento approvò un decreto che prevedeva la pena di morte per chiunque avesse tentato di «rompere, distruggere o danneggiare con l’intento di rendere inservibile» un telaio o un’altra macchina destinata alla fabbricazione dei tessuti.


giovedì 24 settembre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso II°

Vagabondi, nullatenenti, coatti 

Un punto di svolta nella legislazione sui reati politici si ha con la rivoluzione francese. Caduta la monarchia e le forme di assolutismo, la legislazione non è più tesa a difendere il monarca e quindi la sua sacralità, ma un’entità nuova ed astratta, lo Stato e le sue istituzioni. Motivo questo che porta a sostituire il reato politico per eccellenza del ’700, quello di lesa maestà, con il reato contro la sicurezza dello Stato, che andrà a caratterizzare i futuri dispositivi di legge. Le prime forme di legislazione repressiva nei confronti degli oppositori politici in Italia le troviamo nel Regno Borbonico. Istituito nel 1792, il domicilio coatto, ad esempio, altro non era che un arbitrario provvedimento poliziesco adottato dalla polizia borbonica per ragioni di sicurezza nei confronti dei cosiddetti “attendibili” (sospettati politici).

Successivamente nel 1859 col Regio decreto n° 3720, anche il Regno Sabaudo faceva proprio il domicilio coatto. Nel concreto si concedeva al Prefetto in carica in una determinata zona del paese, l’incontestata autorità di limitare lo spostamento di uno o più individui da un determinato territorio a causa della loro presunta pericolosità sociale.

Dopo un breve lasso di tempo in cui questa misura altamente restrittiva della libertà personale era stata abolita, veniva ripristinata nel 1865 con la legge n. 1409 allo scopo di allontanare dalla loro abituale dimora ‘oziosi e vagabondi’ rei di avere rapporti con i briganti.

L’anno successivo la misura fu estesa anche per le ‘motivazioni politiche’. Lo scopo era quello di sottoporre a sorveglianza speciale la persona ritenuta socialmente pericolosa e, per meglio ottemperare a questo compito, si obbligava il ‘cospiratore’ a dimorare, per un periodo di tempo che solitamente variava da un mese ai tre anni, in una colonia o in un luogo speciale di osservazione; il più delle volte isole difficili da raggiungere e da cui evadere e in cui era raro avere rapporti di interazione con gli abitanti del luogo.

Originariamente questa norma, come accennato, trovava la sua ratio nel limitare i fenomeni di brigantaggio nel sud del Paese, ma veniva da subito estesa ai dissidenti politici in maniera più generalizzata. Questo permetteva di estendere il numero dei ‘coatti’ in modo vertiginoso. Basti pensare che se nel 1871 i destinatari di questi provvedimenti erano ‘solo’ 474 tredici anni dopo erano circa 7.000. Una «moltitudine di persone sepolte in riva al mare» come recitava il poeta anarchico Pietro Gori nel Canto dei coatti.

Nel corso degli anni, lo scoppio dei moti sociali prima in Sicilia (Vespri siciliani) e poi successivamente in Lunigiana, nei quali erano particolarmente attive le figure anarchiche e socialiste della prim’ora, indusse ad emanare ulteriori disposizioni che inasprivano le pene già previste dalle leggi del 1865. Tuttavia nonostante il carattere fortemente repressivo si trattava comunque di disposizioni che andavano a punire i contestatori post delictum.

Il domicilio coatto veniva applicato una volta “riconosciuta la colpevolezza” del cosiddetto contestatore o oppositore politico; la pena veniva comminata, rispettando una sorta di “garanzia”, soltanto al termine del processo e non in maniera preventiva.


Kevin Carson

Il pensiero

Esponente dell'individualismo e del neo-mutualismo, diffonde le sue idee tramite brevi articoli su blog e riviste ed è autore del testo Studies in Mutualist Political Economy. Si definisce a favore di un "libero mercato anticapitalista", coniugando totale individualismo a una visione socialista. Egli ritiene che il libero mercato sia la perfetta forma di socialismo.

Teoria dell'economia mutualistica

A suo vedere, il capitalismo come comunemente inteso sarebbe impossibile senza Stato, pertanto il libero scambio non comporterebbe rischio di sfruttamento. Carson, attraverso i suoi studi, cerca di far rivivere la scuola economica anarchica mutualistica, partendo da Proudhon e arrivando sino agli individualisti americani Josiah Warren, Lysander Spooner e soprattutto Benjamin Tucker. Per tentare di rilanciare la teoria mutualistica, egli si affida tanto ad alcune idee tratte dagli studi ispirati dall'economia capitalista, quanto da quelle derivanti dalle ricerche di Karl Marx. Attraverso un programma gradualista, ma non riformista, egli intende costruire all'interno della società capitalistica un potere parallelo, che gradualmente tolga sempre maggior spazio al potere dello Stato (la teoria del doppio potere). Lo Stato, secondo Carson, verrà in questo modo gradualmente smontato e sostituito con nuove forme di organizzazione sociale. 

Capitalismo vs. libero mercato anarchico

Basando la sua concezione sulla rilettura dell'economia secondo la scuola marginalista austriaca, egli intende distinguere il capitalismo dal libero mercato: il primo è, secondo il suo pensiero, quel mercato fondato sull'affarismo privatistico e classista di una classe dominante che si appoggia sullo Stato; il secondo invece si basa sulla libera interazione degli individui, di modo che il libero mercato sia un modo per far crescere e sviluppare rapporti mutualistici tra le persone.

Critiche

Nonostante per un periodo certi ambienti anarco-capitalisti abbiano provato a fare proprie le sue idee, egli se ne è chiaramente discostato, accusando gli stessi di equivocare più o meno consapevolmente sul termine "libero mercato" e ribadendo la propria distanza da Murray Rothbard. In risposta a queste critiche, l'anarco-capitalista Walter Block ha definito la teoria di Carson come prossima al marxismo per quanto riguarda la sua teoria del valore del lavoro e dello sfruttamento.

Nel novembre del 2008 la Stateless Society («Società senza Stato») ha annunciato l'assunzione come professore associato di Kevin Carson. 

Due parole con Ursula K. Le Guin

L’anarchismo è sicuramente la teoria politica più idealista e, secondo me, più interessante.

Come farla vivere in un romanzo? Una cosa del genere non l’avevo mai fatta e si è trattato per me di un lungo e difficile compito da cui mi sono lasciata assorbire completamente. Non si può, per esempio, limitarsi a far scomparire lo Stato e poi lavarsene le mani dicendo: “È fatta!”, dando per scontato che la successiva generazione non debba far nulla, non debba impegnarsi a costruire qualcosa che impedisca allo Stato di risorgere…

La mia vita vera è nella carta stampata. Quando vado a una manifestazione tutto mi appare troppo teatrale. Durante la guerra del Vietnam, mi trovavo in Gran Bretagna e ho vissuto molto duramente il fatto di non poter fare niente, di non poter esprimere pubblicamente il mio pensiero. Allora ho scritto un romanzo, Il mondo della foresta. Era un libro per il Vietnam… Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo oggi, capaci di vedere al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, capaci di immaginare altri modi di essere e persino nuove fondamenta per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori in grado di ricordare la libertà.

Poeti, visionari: realisti di una realtà più grande.

giovedì 17 settembre 2026

Frammenti di storia sulla criminalizzazione del dissenso I°

Quello del reato politico è, oramai, un tema ‘vecchio’. Vecchio e terribilmente attuale in quanto da che sono state congeniate le prime strutture istituzionali si sono affermate come regole giuridiche quelle che proteggevano i ‘privilegi’ dei personaggi aventi autorità e lo stesso diritto si è posto come utile strumento di controllo sociale in una società politicamente organizzata. Tuttavia la nozione di delitto politico o reato politico, è nozione tipica della cultura ottocentesca nata da due esigenze spesso non armonizzate tra loro: una liberale, particolarmente teorica e critica nei confronti dei misfatti dell’assolutismo monarchico; l’altra più propriamente detta istituzionale e tesa a garantire la tutela dello Stato e delle istituzioni.

I reati politici, in realtà, sono preesistenti allo stato liberale, ne troviamo traccia nell’antico regime ed in particolar modo in Francia.

La storia ci ricorda quanto orribile fosse l’accusa di crimen laesae maiestatis e come nel processo che giudicava chi avesse messo in pericolo l’esistenza o l’integrità del sovrano o dello Stato, fossero gradualmente eliminate tutte le garanzie della difesa.

La legislazione sui reati politici dell’epoca utilizzava pene esemplari, mirate a dare un messaggio ben preciso alla popolazione, comminate sia a chi veniva accusato di aver commesso o di aver ipotizzato di commettere un “reato”, sia a chi semplicemente conosceva persone considerate ‘sovversive’. Davanti ad una ipotesi di reato, contro il tiranno o contro un organo dello Stato, venivano incarcerate e spesso passate per la ghigliottina decine di persone ed i relativi familiari e affini. Ma a ben vedere la criminalizzazione del dissenso e il processo politico non mira tanto ad accertare i presupposti indispensabili per infliggere una sanzione, quanto, molto più subdolamente, a conseguire un dato prettamente politico: colpire un’idea, un movimento e la sua capacità di critica politica, rispetto alle quali la “ragione penale” scade a mera occasione.


ZOMBIE – The Cranberries

Un’altra testa pende in basso

Un bambino viene lentamente portato via

E la violenza ha causato tanto silenzio

Chi siamo, ci stiamo sbagliando?


Ma vedi, non sono io, non è la mia famiglia

Nella tua testa, nella tua testa, stanno combattendo

Con i loro carri armati e le loro bombe e le loro bombe e le loro pistole

Nella tua testa, nella tua testa, stanno piangendo


Nella tua testa, nella tua testa

Zombie, zombie, zombie-ie-ie

Cosa c’è nella tua testa, nella tua testa? 

Zombie, zombie, zombie-ie-ie-ie, oh


Il cuore spezzato di un’altra madre

sta prendendo il sopravvento

Quando la violenza provoca il silenzio

Ci dobbiamo per forza sbagliare


È lo stesso vecchio tema, dal 1916

Nella tua testa, nella tua testa, stanno ancora combattendo

Con i loro carri armati e le loro bombe e le loro bombe e le loro pistole

Nella tua testa, nella tua testa, stanno morendo


Nella tua testa, nella tua testa

Zombie, zombie, zombie-ie-ie

Cosa c’è nella tua testa, nella tua testa?

Zombie, zombie, zombie-ie-ie-ie



Il Vino

Possiamo constatare come il vino determina ogni sorta di comportamento, qualora si osservi come gradualmente muta i bevitori: se li coglie freddi di sobrietà e silenziosi, bevuto in quantità modesta li rende più ciarlieri, ma parlatori abili e arditi se la dose aumenta; conferisce baldanza nelle opere a chi continua a bere, ma se la quantità è eccessiva rende sfrenati ed esaltati, e quando è decisamente troppa toglie ogni inibizione e fa impazzire, come se si fosse epilettici dall'infanzia.

L'indole di individui diversi corrisponde così a quei mutamenti di carattere provocati nel singolo dal bere e dall'ingerire una data quantità di vino. Si può essere dunque ciarlieri, agitati, facili al pianto, per natura o per un passeggero stato di ebbrezza: tali infatti, alcuni vengono resi dal vino, come secondo la rappresentazione omerica:"e dice che, appesantito dal vino, versò lacrime copiose."

C'è chi diviene compassionevole e selvaggio e taciturno: quest'ultima, in particolare è la caratteristica precipua del "melanconici", che finiscono con l'uscire di senno. Il vino rende anche espansivi: ne è indizio che chi ha bevuto è indotto anche a baciare chi, per l'aspetto e per l'età, nessuno bacerebbe da sobrio.

Il vino, tuttavia, non rende eccezionali per molto, ma per poco tempo: la natura, sempre, finché si viva; arditi, taciturni, compassionevoli, vili, lo si è, infatti, pure per natura; è allora evidente che il vino e la natura determinano il carattere di ognuno con lo stesso procedimento, che consiste nel regolare con il caldo ogni funzione dell'organismo.




giovedì 10 settembre 2026

1848 il pensiero libertario francese – Parte seconda

Agli inizi del Novecento, in Francia, molti modernisti, inclusi Picasso, Kupka, Vlaminck e molti altri, consideravano il pensiero anarchico inerente all’idea di avanguardia artistica e crearono un nuovo linguaggio formale, espressione di un desiderio di cambiamento rivoluzionario nell’arte come nella società. Inoltre, molti degli artisti che aderirono a correnti come quella del cubismo, avevano lavorato come disegnatori per la stampa umoristica parigina di critica radicale. Benché ciò sia noto da tempo, gli storici dell’arte hanno sempre esitato a collegare queste due soluzioni. Nonostante per molti pittori il fatto di disegnare vignette fosse più un incarico remunerato che una azione propagandistica, vi sono anche figure impegnate su entrambi i frangenti, come Juan Gris, pittore aderente al cubismo ma al tempo stesso impegnato nell’espressione delle sue idee nelle vignette in prevalenza monocromatiche che hanno popolato riviste illustrate come quella su cui si concentra questa tesi, per esempio “L’Assiette au Beurre”. Gris odiava la società capitalista e decise di combatterla con una dinamite fatta dell’acidità dei suoi disegni e con la violenza nelle sue didascalie. Entrò in contatto con l’anarchismo in virtù del suo antimilitarismo e della sua vena anticlericale e collaborò con scrittori anarchici come Charles Malato nella realizzazione della rivista sopra citata, punto di par-tenza di questo studio. Infatti, dopo una prima parte di ricostruzione storica delle produzioni letterarie dei personaggi che hanno fondato l’anarchismo francese – come Proudhon, Bellegarigue, Dejacque, Coeurderoy – e un’analisi sull’avvento del giornalismo libertario unito alla dottrina mutualista sviluppata durante l’Internazionale (con accenni anche al periodo della “propaganda col fatto”e alla Comune di Parigi), ci si è concentrati sull’espressione comunicativa presente in alcune riviste dell’epoca. In particolare si sono presi in esame periodici come “Les Temps Nouveau”, diretto da Jean Grave, “Le père Peinard”, “La guerre social”, “La Voix du peuple” e tantissimi altri fino ad arrivare alle riviste illustrate, per la maggior parte umoristiche, di cui Parigi era colma, come “Le Rire”, “Le journal pour tous”, “Le Figaro illustré”, solo per citarne alcune, e soprattutto “L’Assiette au Beurre”.
Quest’ultima fu un punto di incontro tra anarchismo e modernità, proponendo una grande quantità di approcci diversi dell’anarchismo, da quello innocuo e fatto apposta per divertire al criticismo selvaggio, sfiorando il fiero individualismo che perveniva dagli artisti stessi. Edito da Samuel Schwarz e André de Joncières, fu pensato e realizzato su uno schema fisso, pagine intere con un solo disegno e una didascalia ironica sotto ogni disegno, ogni numero su un tema e disegnato da uno o più artisti supportati da scrittori. La colonna portante delle riviste satiriche era costituita infatti da un folto numero di umoristi di professione, ciascuno con una propria specializzazione:il clero, l’ambiente militare, la società, i personaggi politici, i quartieri poveri o la vita in campagna. Le motivazioni politiche di questi lavori sono state trascurate per le stesse ragioni per cui questi lavori sono stati ignorati: le preoccupazioni mondane non si adattavano alle concezioni proprie a un’arte di alto impegno. Al contrario queste litografie comunicavano con libertà espressiva, attraverso la semplificazione, la deformazione violenta e la composizione non letteraria connessa con le pitture. È anche vero che il fumetto forse offriva un modo all’artista per formare la sua identità di pittore “declassato” che però sapeva raggiungere differenti varietà di pubblico grazie al fatto di poter godere di una grande libertà di espressione. Ci sono studiosi che considerano “L’Assiette au Beurre” come un’operazione più commerciale che militante, una testata che “malgrado il suo carattere aggressivo, mantiene per lo più una posizione compiacente, che ‘segue la corrente’”. Al di là delle diverse opinioni, tutto ciò rimane uno spunto interessante per l’analisi del rapporto tra disegno umoristico, cubista e caricaturale che sempre veicolano la volontà dell’osservatore di riconoscere il soggetto e di percepirlo in una realtà che lo circonda. Secondo vari studiosi, inoltre, l’arte della caricatura fu quasi un modello su cui si plasmò il linguaggio dei segni che rende leggibili i quadri cubisti e i disegni. Tecniche “basse” per creare un’arte “alta”, impegnata, che ha la quasi stessa valenza del manifesto attuale. Tutto ciò risulta significativo poiché permette di ribadire l’importanza che la stampa e la comunicazione hanno esercitato all’interno del movimento stesso anche in rapporto alla società e alla cultura della Francia di fine secolo. In particolare, è interessante rilevare come l’idea anarchica fosse tenuta in considerazione dalle cosiddette avanguardie artistiche in quanto veicolo ed espressione di un principio inalienabile: la libertà dell’essere umano.


A SE STESSO – Giacomo Leopardi

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo.

Ch’eterno io mi credei. Perì. ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

La terra. amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

t’acqueta ormai. Dispera

L’ultima volta. al gener nostro il fato

Non donò che il morire. omai disprezza

te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.


I GRUPPI, I COLLETTIVI

L'anarchico individualista rifiutando ogni forma di organizzazione, necessariamente autoritaria, anche la più liberale,  non appartiene a nessuna, ma frequenta un gruppo, a condizione che sia gli altri compagni che egli stesso abbiano voglia di incontrarsi. Ci si mette dunque d'accordo sul fatto di ritrovarsi tale giorno, a tale ora, in tale luogo, e niente di più. Il gruppo non elegge alcun dirigente, non stabilisce l'ordine del giorno (ma evidentemente non ci si riunisce solo per parlare del tempo, anche se questo non è certo proibito), non chiede alcuna quota sociale, non esige assiduità. E' un punto di libero incontro, più per la reciproca educazione che per l'azione: "dei semplici appuntamenti grazie ai quali degli amici si riuniscono fra di loro ogni settimana per parlare delle cose che li interessano", scrive Emile Gautier nel 1883. A causa della mancanza di organizzazione, e quindi evidentemente di verbali, resoconti, e di centralizzazione, ci sono pochi elementi sull'importanza dei gruppi anarchici. In Francia, il numero dei gruppi anarchici parigini viene valutato nel 1888, da La Révolte, a una decina (14 secondo un rapporto della polizia). Nella sua Storia del movimento anarchico in Francia, Jean Maitron valuta a 2500 il numero dei compagni che frequentano i gruppi nel 1881 e a 10.000 quello dei simpatizzanti. Per la parte aneddotica, notiamo che a quell'epoca i gruppi si davano dei nomi: c'è stata la Pantera delle Batignolles, gli Uomini di Fatica, la Lega degli Anti-patrioti, l'Audace, i Cuori di quercia, la Rivolta- Alla vigilia della guerra del 1914, però, un buon numero di gruppi avevano sentito il bisogno di riunire le forze anarchiche, creando così una Federazione Comunista Anarchica, poi una Federazione Comunista Libertaria dopo il 1918. 


giovedì 3 settembre 2026

1848 il pensiero libertario francese - Parte prima

Il 1848 non sopraggiunse come ripercussione della guerra e della sconfitta, come tante rivoluzioni del secolo successivo, ma fu il risultato di trentatré anni di pace europea, pace accuratamente mantenuta su una base consapevolmente controrivoluzionaria. La rivoluzione scaturì quasi in eguale misura sia da speranze sia da scontenti”. Attraverso il trentennio di “pace forzata” hanno modo di svilupparsi e di maturare appieno tutte quelle idee, quei valori e quei sentimenti che si erano consolidati nella Rivoluzione francese; concetti quali libertà e progresso si radicano acquistando nuova concretezza. Se si osserva e si analizza la cultura francese e più in generale la cultura europea del XIX secolo, nelle sue espressioni letterarie e artistiche che verranno poi connotate nella maggior parte dei casi col termine di “avanguardie”, appunto per il carattere innovativo e per certi versi stravolgente di queste forme d’espressione, ci si accorge, come esprime De Micheli all’inizio del suo saggio Le avanguardie artistiche del Novecento, che: “L’arte moderna non è nata per via evolutiva dall’arte dell’Ottocento; al contrario è nata da una rottura dei valori ottocenteschi”. Non si è trattato semplicemente di una rottura di tipo estetico: sarebbe riduttivo considerarla solo su questo piano e non si porterebbero in luce le cause, di tipo storico e ideologico, di questa frattura che va a toccare quella unità spirituale e culturale caratteristica dell’Ottocento. L’arte nuova è sorta proprio dalle polemiche, dalle rivolte e dalle proteste nate in seno a questa unità. “L’Ottocento europeo ha conosciuto una tendenza rivoluzionaria di fondo, attorno alla quale si sono organizzati il pensiero filosofico, politico, letterario, la produzione artistica e l’azione degli intellettuali”. L’azione per la libertà diviene uno dei cardini della concezione rivoluzionaria dell’Ottocento. Le idee anarchiche, socialiste e liberali, seppur in modo diverso, spingevano gli intellettuali a battersi non solo con le loro opere ma con le armi in pugno. Un esempio tra i più celebri si riscontra nella figura di Baudelaire, il quale durante le giornate parigine del Febbraio 1848 fonda un giornale rivoluzionario, “Le Salut Public”, contemporaneamente scrive la prefazione alle poesie di Pierre Dupont, ove esplicita il suo rifiuto per la dottrina estetica dell’art pour l’art, e senza esitare si unisce agli insorti col fucile in spalla. “Mai tanti poeti e letterati si sono mescolati così a una rivoluzione”. All’interno del movimento rivoluzionario borghese si comincia ad avvertire una sempre maggior pressione da parte delle forze popolari, fenomeno che viene visto dagli intellettuali come momento decisivo per la storia moderna. L’arte e la letteratura divengono l’immediato riflesso di questa realtà, espressione attiva del popolo. Chiarezza, evidenza,  impegno, di-ventano i requisiti fondamentali di un’opera d’arte, uniti a una richiesta di comprensibilità e vicinanza per e al popolo. “In ogni campo è la realtà che preme, che irrompe, che decide. Le istanze della libertà sono istanze reali, concrete, definite: sociali, politiche, culturali. E tali istanze sono interdipendenti, impensabili separatamente”. La coscienza della stretta relazione tra arte e popolo si ritrova negli scritti di Courbet: “Senza la rivoluzione di Febbraio forse non si sarebbe mai vista la mia pittura. Rinnegando l’ideale falso e convenzionale, nel 1848 innalzai la bandiera del realismo, la sola a mettere l’arte a servizio dell’uomo. È per questo che ho lottato logicamente contro tutte le forme di governo autoritario e di diritto divino, volendo che l’uomo governi se stesso secondo i suoi bisogni, a suo diretto profitto e seguendo una propria concezione”. L’uomo e i legami con tutti gli aspetti del reale, della vita, anche con quelli più quotidiani, diventano il centro di una nuova estetica. È da specificare la tipicità della situazione francese e in particolar modo della capitale, che in questo periodo diventa crogiuolo delle arti e delle nuove idee politiche. Proprio da Parigi si è deciso di partire per analizzare la nascita di nuove forme di pensiero, che appunto per ciò che è stato detto fin ora hanno avuto anche risvolti artistici e culturali. I documenti dell’epoca – riviste, periodici, illustrazioni e dipinti – hanno guidato una ricerca che si è interrogata sulla nascita del pensiero libertario, tenendo conto sia del profilo prettamente storico sia delle manifestazioni artistiche che questo filone di pensiero ha elaborato per comunicare le proprie idee e i propri valori. L’analisi dei materiali è stata la testimonianza della nascente, ma già ben radicata “controcultura” dell’ epoca, in cui alle singole individualità si uniscono gli intellettuali, per i quali il desiderio di abbracciare la realtà più vera e più profonda aveva eccezionalmente creato uno spirito davvero rivoluzionario anche nell’arte. Le tecniche pittoriche prendono le distanze dai modi “naturalisti” tradizionali del discorso e della rappresentazione e comunicano l’importanza innovativa della relazione con la forma. 



EDEN - Mia Hansen-Løve

Gli anni ’90 segnano il rapido sviluppo della musica elettronica francese. Nelle eccitanti notti parigine Paul muove i suoi primi passi come Dj amante della musica house. Con il suo migliore amico crea il duo “Cheers” che trova immediatamente un fedele seguito sotterraneo. I due amici sono presto risucchiati da una breve ed euforica popolarità. Paul, accecato dalla sua passione musicale, inizia però a trascurare la sua vita quotidiana. Eden ripercorre i passi del “French touch” dal 1992 a oggi, rievocando una generazione che è stata in grado di riscrivere le regole della musica dance grazie a musicisti come i Daft Punk, Dimitri from Paris, Cassius, Alex Gopher e altri. Un film sulla musica che comincia immergendosi nel silenzio, un nuovo ritratto giovanile che nasce semmai à côté del duo musicale Daft Punk e che fa di questa sua lateralità la chiave di lettura del suo romanzo di formazione. Ritratto privato dalle continue tentazioni generazionali, con la scena House del French Touch, che la regista descrive davvero “in casa”, assieme al fratello dj Sven, uno degli ideatori del vero duo dei Cheers e delle serate Respect du Queen. In un flusso inestricabile di realtà e finzione, la Hansen-Løve si impossessa delle random access memories del fratello per una lenta, capillare immersione in questa ritualità di feste, serate, club in cui i protagonisti si trovano, si riconoscono, sentendosi per l’appunto a casa, in un viaggio che partendo dalla nascita del digitale, dalla fascinazione robotica, fa poi ritorno all’analogico, scoprendosi di nuovo “human after all”.  Diviso in due capitoli, Paradise Garage (dal nome del celebre club newyorkese, culla della
disco music) e Lost in Music (come la celebre hit delle Sister Sledge), Eden è una vera e propria immersione nella realtà quotidiana lavorativa e personale dei suoi personaggi, ritratti con un certo affetto ma anche con malinconia dalla regista, che ha personalmente attraversato quel mondo, dal momento che suo fratello ne faceva parte. In questo anodino amarcord generazionale, la Hansen Løve rilegge temi e luoghi della sua adolescenza senza concedersi particolari sbavature romantiche; anzi, tutto è pervaso da un’avvolgente coltre di malinconia, che si declina in esistenze dal quotidiano poco entusiasmante, dove persino la musica non è abbracciata con particolare passione e gli amori scorrono via lasciando solo qualche rimpianto. “Ho finito di girare Un amore di gioventù con la consapevolezza di aver reso un’idea quanto più possibile coerente. Considerare i miei primi tre film come una sorta di trilogia, mi ha fatto sentire il bisogno di andare avanti. Nello stesso periodo, mio fratello Sven, Dj per vent’anni, ha deciso di chiudere questo percorso e di cambiare stile di vita. Anche lui ha sentito l’esigenza di ripartire e cominciare a scrivere, cosa che avrebbe sempre voluto fare. Dopo aver visto Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas, che racconta la storia della sua generazione attraverso gli anni dell’adolescenza, ho pensato: «Cosa accadrebbe se girassi un film sulla mia generazione, quella dei giovani tra il 1990 e il 2000, da una prospettiva più ampia rispetto al quella di Un amore di gioventù? Cosa verrebbe fuori?». La storia di mio fratello, la sua carriera come Dj dalla nascita dei rave e la scoperta della musica elettronica fino al successo mondiale del French Touch, una certa disillusione che l’ha spinto a cambiare la sua vita, sembrano racchiudere l’energia e le aspirazioni della mia generazione. (Mia Hansen-Løve)

Mia Hansen-Løve, dopo due cortometraggi, ha diretto il suo primo film Tout est pardonné (2007) presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e vincitore del premio Louis-Delluc come miglior esordio. Il film successivo, Il padre dei miei figli, ispirato agli ultimi giorni del produttore Humbert Balsan, è stato presentato al festival di Cannes nel 2009 nella sezione Un Certain Regard. Nel 2010 la rivista Variety ha classificato Mia Hansen-Løve tra i primi dieci registi internazionali da conoscere. Un anno dopo, ha diretto Un amore di gioventù, film che ha ottenuto un ampio successo di pubblico e l’unanime consenso della critica.


Malatesta e l'anarchia

L’anarchia è l’ideale che potrebbe anche non realizzarsi mai, così come non si raggiunge mai la linea nell’orizzonte che si allontana di tanto in quanto uno avanza verso di esso, invece l’anarchismo è metodo di vita e di lotta e deve essere, dagli anarchici, praticato oggi e sempre, nei limiti delle possibilità variabili secondo i tempi e le circostanze. L’anarchia è l’ideale, la meta mai completamente raggiungibile della libertà e dell’uguaglianza, e dunque è tutto ciò che sta alla base dell’agire anarchico; l’anarchismo, invece, costituisce l’insieme teorico-pratico della traduzione qi questi valori e di questi motivi nel processo storico e come tale fa da tramite dinamico fra deduzione mutevole e relativa del presente e gli obiettivi universali del futuro. L’anarchismo può quindi utilizzare e far proprio qualunque strumento di comprensione dell’esistente mentre l’anarchia non ha bisogno, per sussistere, di essere “giustificata” da tale spiegazione.   




sabato 1 agosto 2026

buone vacanze

CHIUSO PER FERIE 



giovedì 30 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) X°

Alla vivacità della polemica non corrispose tuttavia sul terreno pratico un'azione tale da imprimere al movimento operaio una svolta rivoluzionaria. La sproporzione delle forze era troppo massiccia (500.000 circa gli aderenti all'Unione Sindacale contro il milione e 900.000 della CGL nel 1920) per poter permettere al gruppo anarchico di assumere la guida dell'intero movimento operaio organizzato. (L'Unione Sindacale Italiana esercitava un'influenza rilevante soprattutto in alcuni settori operai e in alcune località; per es. fra i metallurgici e i gasisti di Milano, i minatori di Toscana, i cavatori dell'Apuania, i contadini delle Puglie e i metallurgici genovesi. Soltanto in queste zone la sua azione era determinante e riusciva a trascinare tutto il proletariato). Ma le difficoltà erano insite nelle carenze interne dello stesso movimento anarchico, come si può desumere dall'esame degli scritti del Borghi. Lo straordinario intuito che lo portò a riconoscere sul piano politico generale i momenti di più alta tensione rivoluzionaria non si manifestò con altrettanta chiarezza e incisività nell'azione sindacale. Quest'ultima appare piuttosto un'esperienza che, in quanto recepita dall'esterno (il Borghi stesso riconosce come in Italia i sindacati siano nati per opera dei socialisti marxisti), venne ad aggiungersi alla logica dell'insurrezionismo anarchico, senza però amalgamarsi con esso. Conseguenza questa forse dell'inadeguatezza del mezzo sindacale a rispondere alle esigenze rivoluzionarie anarchiche (il Borghi riconoscerà più tardi che «lo spettacolo dell'involuzione che era avvenuta nei movimenti operai dei paesi che avevano preceduto l'Italia nello sviluppo industriale» aveva finito per persuaderlo che «era utopistico addossare al sindacato compiti rivoluzionari»), ma anche, riteniamo, di quella che fu l'intrinseca caratteristica della strategia e della tattica rivoluzionaria anarchica, portata a porre l'accento soprattutto sull'elemento volontaristico senza collegarlo, con un programma accorto di preparazione rivoluzionaria, alle condizioni obiettive della situazione. Lo stesso rifiuto degli anarchici a partecipare, a qualsiasi livello all'esercizio del potere, pur cimentandosi nelle più complesse operazioni dell'azione politica (l'azione sindacale, l'insurrezione armata, la gestione collettiva delle imprese ecc.) costituiva un determinante motivo di debolezza nei loro programmi. Tuttavia non si può non riconoscere che, al di là dei concreti limiti operativi, essi adempirono a un'importante funzione critica. E questo giudizio è particolarmente valido per il Borghi che, indirizzando concretamente l'Unione Sindacale Italiana verso il rifiuto del parlamentarismo governativo, delle riforme parlamentari, del partito politico, della dittatura provvisoria e di tutte quelle iniziative che prescindono da un processo di liberazione del proletariato che parta dal basso, apportò un contributo decisivo all'identificazione di quelli che possono essere i processi degenerativi della lotta politica; contributo la cui validità superò i limiti contingenti della sua azione per porsi come strumento interpretativo e di continua verifica dei criteri e degli obiettivi della lotta di classe.


FELCE MASCHIO

Pianta erbacea perenne alta 100-140 cm; rizoma brunastro, biancastro all'interno, orizzontale, spesso, lungo fino a 20-30 cm, di cui si dipartono radici nere; fronde a ciuffi, durante il primo stadio vegetativo ripiegate a ricciolo, diviso 2 volte in pinnule ottuse, poco dentate, lanceolate, terminanti a punta; sori sulla pagina inferiore, disposti a 2 ranghi, vicino alla nervatura.

Maturazione degli sporangi da luglio a settembre. Cresce in boschi, vallette, in zone ombrose e su terreni umidi e freschi.

In Germania, la felce maschio è nota come Walpurgiskraut (pianta di Valpurga). Esiste infatti una credenza secondo cui le streghe, nella notte di Valpurga, le utilizzavano per rendersi invisibili. In Boemia, Bretagna e Tirolo si pensava che la felce, o i suoi semi, rivelassero la presenza di tesori.

In Russia, i contadini eseguivano con la felce un rituale nella foresta, prima della mezzanotte della festa di San Giovanni Battista (24 giugno). A mezzanotte in punto, sarebbero apparsi tre soli, la foresta sarebbe stata illuminata a giorno e si sarebbero udite risate e voci femminili. La persona che avesse assistito a tutto ciò, avrebbe acquistato il potere di prevedere il futuro.

Nella fitoterapia moderna, si usa per parassiti intestinali e gotta. L'estratto del rizoma era utilizzato in medicina umana e veterinaria contro la tenia.

Causa nausea, vomito, dolori addominali, diarrea, allucinazioni con predominanza del colore giallo, depressione cardiocircolatoria, aritmie, depressione del Sistema Nervoso Centrale, cecità temporanea o permanente.



Contro un progresso alienato

L'alterazione della velocità delle forme si sopravvivenza è uno dei tanti accorgimenti con i quali si confeziona l'a-storicità dell'epoca e si umilia la spontaneità. La tendenza è quella di ridurre l'individuo ad un semplice recettore di riflessi condizionati, un programma che si realizza mantenendo nell'incoscienza le forme dell'esserci e stimolando la sfera corporale, come mostra il successo delle attività sportive, intense, funzionali e brutali, cariche di un aggressività senza contenuto, e di una ritualità sublimata, che ricordano l'impegno del lavoro salariato. In questo quadro la povertà  è una forma di lentezza che fa del proletario un parassita, la cui vita è divenuta ideologia della sua propria assenza. Un ideologia che ricorda la decadenza dei Romani, caratterizzata da una quiete sociale che, nelle repubbliche, è solo l'espressione di una mancanza di libertà.

L'idealismo ha imparato da tempo a strumentalizzare il progetto comunista di rovesciare il mondo, per mascherare le lotte sul cambiamento. Lotte nelle quali la critica radicale ha appreso a catalizzare i desideri della sua epoca prima che vengano presi in ostaggio dalle accelerazioni impresse alla vita corrente dagli autoritarismi, arrivati sino al paradosso di imporre la condizione del moderno come un dovere assoluto. Queste lotte hanno costituito un programma appassionato di cambiamento reale della vita, che si è costantemente accompagnato alla necessaria resistenza contro la de-ragione di un progresso alienato e al carattere parziale di tutte le realizzazioni positive da esso promesse. Là dove la forma si ritorce contro il contenuto, necessariamente i mezzi si rivoltano contro il fine.


giovedì 23 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IX°


Fedele all'insegnamento malatestiano che poneva l'accento principalmente sulla lotta armata, e avversario di ogni forma di organizzazione sociale rigidamente stabilita, il Borghi rifiutò il concetto della dittatura provvisoria del partito per affermare invece le virtù organizzatrici dell'azione diretta proletaria e popolare, procedente dal basso per libera iniziativa per mezzo degli organismi nati e formatisi nel suo seno. Un potere centrale, secondo il Borghi, non solo non era indispensabile alla resistenza, alla vitalità e all'azione delle masse, ma limitava ogni loro funzione e finiva per ridurre a strumenti di potere i liberi organismi che esse avevano creato per rappresentarle. Nel processo rivoluzionario invece era a questi organismi - e in primo luogo ai sindacati (Durante il «biennio rosso» il Borghi considerò anche i consigli di fabbrica come un prezioso strumento rivoluzionario. Naturalmente egli non accettava la concezione comunista che, istituzionalizzando i consigli, preconizzava il loro assorbimento in un sistema di soviet e la loro subordinazione a un potere politico centrale; ma auspicò la loro utilizzazione nel processo rivoluzionario come strumenti di auto-organizzazione dei lavoratori nella fabbrica, necessari per continuare la produzione e per provvedere e distribuire le materie prime nel periodo della lotta, e come possibili cellule della succes-siva gestione comunista. Soprattutto egli sottolineò che l'esperienza di auto-direzione operaia nella fabbrica avrebbe conferito al moto rivoluzionario un carattere sociale e produttivo che ne avrebbe fatto «non la rivolta degli straccioni o degli oziosi, ma delle masse organizzate già allenate all'auto-pedagogia dell'azione collettiva e del funzionamento dell'azienda produttiva») - che bisognava fare ricorso quale unico strumento atto a rivalutare il principio della violenza rivoluzionaria che doveva essere applicata non solo nella tattica, ma anche nell'esercizio e nell'organizzazione del potere. Dalla conferenza risulta l'esaltazione del sindacato come organo catalizzatore delle forze autenticamente rivoluzionarie, cioè quelle dei lavoratori oppressi e sfruttati, e come unico strumento «tecnico » utilizzabile per costruire la società futura, in cui i mezzi di produzione e di amministrazione devono essere gestiti pubblicamente. In essa inoltre si ribadisce la necessità dell'assoluta indipendenza del sindacato da qualsiasi partito politico, anche dal movimento politico anarchico che nel primo dopo guerra aveva trovato la sua espressione nell'Unione Anarchica Italiana. Rispondendo all'accusa avanzata dai comunisti di aver asservito l'Unione Sindacale al «partito» anarchico, il Borghi chiarisce ancora una volta il significato e la funzione dell'anarchismo nei suoi rapporti con il movimento sindacale. «Le coincidenze, in certi punti, dei programmi di azione dei sindacalisti-rivoluzionari con le ideologie del movimento anarchico - egli scrive - sono la conseguenza del fatto che il movimento sindacale è stato la risultante dell'azione di una massa di militanti, che hanno voluto mettersi sul terreno rivoluzionario antiparlamentare. In ogni modo queste coincidenze non stabiliscono nessuna sottomissione, ma sono il riflesso di posizioni teoriche e pratiche che corrispondono al valore intrinseco di ciascuna dottrina». Il sindacalismo per gli anarchici che credono in esso come metodo d'azione non è l'anarchismo, ma le sue ideologie «in quanto si riferiscono all'azione che deve svolgere il sindacato e in quanto al fine che si deve proporre, sono identiche alla concezione che l'anarchismo di classe, rivoluzionario, ha del movimento operaio». Questo significa che «il sindacalismo fa parte delle ideologie che l'anarchismo ha in sé», mentre questo «abbraccia un insieme di dottrine che esorbitano dal sindacato». Fiancheggiandolo e spingendolo sulla strada dell'azione rivoluzionaria, esso intende portarlo alla costruzione di una società «in cui non si parlerà più né di sindacalismo e delle sue differenze, né di scuole anarchiche e di partiti diversi, perché la realizzazione della società ad ordinamento libero e produttore avrà accomunato tutti gli uomini sotto una sola denominazione generale: quella di essere liberi, redenti mercé la rivoluzione sociale ed organizzati nel regime libertario che è la società libera da tutte le oppressioni, da tutte le schiavitù». 


Vivere il proprio tempo

C'è un modo di essere comunisti che non deriva dal sapere delle scienza sociali, né dall'assalto della classe degli sfruttati ai bastioni del Capitale, provvede la vita corrente.

E' un costume inebriante di vivere il proprio tempo, spesso nella forma di un'avventura, sempre nelle vesti di una tragedia.

L'esperienza ha mostrato che questa avventura, finora, non è mai durata più di quanto duri un sogno, con il quale, per altro, condivide certi poteri, terrorizza i nemici e i cattivi compagni di strada, spaventa i dogmatici, rovescia le tavole delle ideologie e le illuminate illusioni della borghesia.

Questa materna epifania della storia dell'uomo è quella che porta all'espressione più alta del vissuto, è quella che salda e dà un senso a tutte le passioni, anche le scellerate. Essa non consente mediazioni né ritorni alle posizioni di partenza, così, gli eletti sono le sue vittime, destinati al massacro perché la ferocia degli idealismi, nessuno  escluso, da quelli che diffondono la peste religiosa a quelli che si piegano ai meriti delle democrazie borghesi e alla signoria delle armi,  non lasciano scampo.

E' successo a Parigi nel 1871, a Monaco e a Budapest, nel 1919, a Kronshtadt, nel 1921. Questa ultima avventura, in particolare, è stata la più breve e la più crudele delle primavere della rivolta. Diciotto giorni appena.

In ogni caso, dallo sventurato destino della Comune di Kronshtadt ne è derivata una lezione importante per i suoi figli, le strutture della modernità sono sempre e inevitabilmente repressive, non importa il credo che le anima. A Parigi, come a Pietrogrado, come a Barcellona, Varsavia e ancora a Budapest, i versaillais sono puntualmente dietro l'angolo, nell'ombra, ad affilare i coltelli. Nascosti e protetti dietro l'oscuro e vuoto spazio da cui la forma di capitale gestisce le strutture irrazionali che governano lo spettacolo della politica e la lebbra della alienazione sociale, questo lievito che muta la vita corrente in merce.

Amicizia e solidarietà

Ci hanno abituati a un’idea neutra dell’amicizia, come pura affezione  senza conseguenze. Ma ogni affinità è un’affinità in una comune verità. 

Ogni incontro è un incontro in una comune affermazione, foss’anche quella della distruzione.

Non ci si lega  innocentemente in un’epoca in cui  tenere a qualcosa e non demordere conduce regolarmente alla perdita  del lavoro, in cui bisogna mentire per lavorare e, poi, lavorare per conservare i mezzi della menzogna.

L’unione di chi, partendo dalla fisica quantistica, giurasse di trarne tutte le conseguenze in ogni campo sarebbe altrettanto politica di quella dei compagni che lottano contro una multinazionale agroalimentare. Sarebbero condotti, prima o poi, alla  defezione, e allo scontro.  

Gli iniziatori del movimento operaio avevano l’officina e poi la fabbrica  per trovarsi. Avevano lo sciopero per contarsi e smascherare i crumiri.  Avevano il rapporto salariale, che poneva lo scontro tra il partito del  Capitale e il partito del Lavoro, per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.

Noi abbiamo la totalità dello spazio sociale per  trovarci. Abbiamo i comportamenti quotidiani d’insubordinazione per  contarci e smascherare i crumiri.

Abbiamo l’ostilità verso questa  civilizzazione per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.


giovedì 16 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VIII°

L'analisi del Borghi sulla situazione italiana nel primo dopo-guerra è assai acuta e dimostra come la sua posizione di fronte a quegli avvenimenti storici decisivi fosse dettata da un notevole intuito di rivoluzionario (È significativo a questo proposito il fatto che egli, più vicino come rivoluzionario alla base, abbia riconosciuto nei moti per il caroviveri diretti nel '19 dalle camere del lavoro il punto culminante del «biennio rosso» e il momento in cui i rapporti di forza erano più favorevoli a una rivoluzione). Altrettanto significativo che egli abbia appoggiato un tentativo di accordo, per un progetto insurrezionale, con i legionari fiumani cui partecipò Errico Malatesta nel 1920: la sua adesione in questo caso rivela che egli acutamente percepì la necessità di allargare il moto rivoluzionario anche agli strati di ceto medio potenzialmente rivoluzionari, nella convinzione che, «in certi momenti storici occorre non rifiutare nessuna possibilità di alleanza). Egli condannò il demagogismo dei massimalisti che pur sostenendo la necessità e l'inevitabilità della rivoluzione non si decidevano a scendere sul piano concreto della lotta. «Costoro - scriverà nel '20 su " Guerra di Classe " - rallentano senza saltarlo il processo della trasformazione graduale legale del potere borghese con l'impedire ai riformisti del partito socialista di fare il male ed il bene che potrebbero fare esaurendosi nel loro esperimento; nello stesso tempo di fronte al ripetersi inquietante di movimenti di natura sicuramente rivoluzionaria essi continuano a rimproverare agli anarchici una eccessiva precipitazione». «Dal fatto che noi intendiamo orientare in senso rivoluzionario la lotta sindacale e cerchiamo di dare un senso di prepara-zione rivoluzionaria anche alle minime conquiste del giorno per giorno, alcuni erroneamente deducono che noi anarchici crediamo al colpo di bacchetta magica. Il concetto che l'anarchismo sia una dinamica dell'istinto è falso. L'anarchismo parte invece dalla convinzione che le rivoluzioni debbono essere influenzate da uomini che sanno dove vogliono andare». Il proposito di unire tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, anche quelle espresse dai partiti, non significava però che il Borghi fosse venuto meno alle sue concezioni sindacaliste antipartitiche e antiautoritarie. Infatti, come abbiamo notato, esse rimasero il nucleo centrale del suo pensiero e costituirono il motivo di fondo della polemica che egli ingaggiò con i sostenitori acritici del nuovo statalismo russo. Recatosi in Russia nell'agosto 1920 per presenziare, come delegato dell'Unione Sindacale, al congresso del Comintern, egli ne riportò una amara disillusione, constatando l'avvenuta evoluzione della rivoluzione russa verso forme di accentramento dei poteri e di burocraticismo, e soprattutto verificando come la rivoluzione libertaria si fosse trasformata, per imposizione di un partito, «in dittatura dei capi del partito comunista che organizzano il loro potere». Dimessosi nell'ottobre 1921 da segretario dell'Unione (Il motivo contingente delle sue dimissioni furono le divergenze sorte fra gli aderenti all'Unione Sindacale a proposito della questione della partecipazione dei sindacalisti al parlamento; ma il fatto va collocato nel quadro della più vasta polemica che si sviluppò in quel periodo all'interno dell'organizzazione fra la corrente libertaria e quella sindacalista favorevole al comunismo russo. Quest'ultima faceva capo a un piccolo gruppo di sindacalisti che avevano il loro centro a Verona, dove pubblicavano il settimanale «L'Internazionale». Dopo le dimissioni del Borghi la segreteria dell'Unione Sindacale passò al sindacalista-rivoluzionario Alibrando Giovannetti), egli si impegnò in una serie di conferenze e di contradditori con i comunisti. Dopo il congresso di Roma dell'Unione Sindacale (marzo 1919) che affermò la tendenza libertaria nei rapporti internazionali, si scatenarono infatti vivaci polemiche fra gli anarchici da un lato e i sindacalisti autoritari e i comunisti dall'altro lato. Era naturale e logico questo fervore di critiche e di dissensi, poiché l'Unione Sindacale, sulla scia del generale entusiasmo che aveva accompagnato la rivoluzione russa, in un primo tempo aveva aderito alla Terza Internazionale e alla Internazionale dei sindacati rossi. Ma i voti successivi sanzionarono dapprima la sua uscita dal Comintern e poi l'adesione alla nuova centrale sindacale internazionale di ispirazione libertaria costituita dal convegno di Berlino nel 1922. Con ciò si decideva di sottrarre l'Unione Sindacale Italiana all'influenza di un'organizzazione che, essendo sotto le direttive di un regime dittatoriale, finiva per allontanare l'organizzazione operaia dalla via rivoluzionaria che doveva condurre al comunismo libertario. Spariva così di fatto la potenziale antitesi fra sindacalismo e anarchismo che si era profilata con la questione dell'adesione allo statalismo russo e sostanzialmente la concezione sindacale accettata dall'Unione rimaneva quella che il Borghi tratteggia in una delle sue ultime conferenze tenuta prima dell'avvento del fascismo. I concetti di rivoluzione, espropriazione e organizzazione comunista della produzione erano stati in quegli anni al centro della polemica borghiana. Al riguardo egli aveva espresso la sua opinione contraria a quella di coloro che intendevano sottrarre all'azione delle masse il compito della costruzione della società socialista per affidarlo a un governo rivoluzionario o post-rivoluzionario. 



Afa di Luglio. Il canto che non varia – Camillo Sbarbaro

Afa di luglio. Il canto che non varia 

delle cicale; il ciel tutto turchino; 

intorno a me, nel gran prato supino, 

due fili d'erba immobili nell'aria. 


Un sopor dolce, una straordinaria 

calma m'allenta i muscoli. Persino 

dimentico di vivere. Mi chino 

coi labbri ad una bocca immaginaria...


E sento come divenute enormi

le membra. Nel torpore che lo lega,

mi pare che il mio corpo si trasformi.


Forse in macigno. Rido. Poi mi butto

bocconi. Nell'immensa afa s'annega

con me la mia miseria, il mondo, tutto.


NON VOGLIAMO VIVERE DISIMPARANDO

Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.

E' tempo che il memento vivere prenda il posto del memento mori che bollava le conoscenze sotto il  pretesto che niente è mai acquisito.

Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c'era da attendere altro dalla sorte comune che la  decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boy caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all'infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!

Per spezzare l'oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l'ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell'amore, della conoscenza, dell'avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua "linea di cuore" inaugura ad ogni istante.

La società nuova comincia dove comincia l'apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell'animale, regni da cui l'uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull'autenticità, non sull'apparire; sull'esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell'obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza.

Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.