Il concetto di “razza” è servito anche per giustificare, ad esempio, gli zoo umani nei quali, in Europa, gli individui delle “razze inferiori” (individui catturati come selvaggina nelle colonie) erano mostrati agli occidentali rinchiusi in gabbie, come una curiosità esotica, al fianco delle donne barbute e alle gare di lancio del nano. Lo stesso colonialismo era basato sul concetto di “razza” e sulla presunta “superiorità” degli uni sugli altri o, a seconda dei punti di vista, degli altri sugli uni. Sono le stesse concezioni che hanno permesso che intere popolazioni fossero schiavizzate da parte di altre, attraverso le epoche e su scale mostruose, come nel caso delle diverse tratte dei neri o del commercio triangolare su cui gli Stati occidentali (ma anche di altre regioni del mondo, in particolare quelle in cui venivano catturati gli schiavi) si sono arricchiti per secoli. Il termine è stato adoperato ancora per qualche decennio, e il suo uso era il più delle volte legato all’ignoranza e all’abitudine, finché non è stato adoperato soltanto da qualche corrente razzista (o razzialista, ma lasciamo la distinzione agli imbalsamatori) d’estrema destra, come i suprematisti bianchi del Ku Klux Klan negli Stati Uniti o gli Afrikaner dell’apartheid in Sud-Africa, ma anche i suprematisti neri di Louis Farrakhan, ecc. Ad ogni modo, ci sembrava importante ricordare che le “razze” sono costruzioni sociali senza nessun altro fondamento che le ideologie e le tradizioni reazionarie. Un concetto che non è mai servito ad altro che a creare gerarchie tra gli esseri umani basate su criteri sociobiologici rivolti, da un lato, a cancellare le differenze tra le classi (al servizio della guerra ai poveri), dall’altro a dividere gli sfruttati in piccole comunità chiuse in cui solo i “loro” contano, e tutti gli altri possono benissimo crepare. Tutte le categorie che riducono gli individui a criteri biologici (o sociobiologici) oppure a identità fisse, sono categorie del potere che non sono mai servite a nient’altro che separare gli umani tra di loro, non su criteri di classe, o su criteri legati alle scelte individuali degli uni e degli altri, ma su criteri immaginari, essenzialisti e inglobanti. Uno è “nero” o “bianco”, “francese” o “spagnolo”, “israeliano” o “palestinese”, come si può essere “ebreo”, “cristiano” o “musulmano”, cioè per scelta, assegnazione o per interiorizzazione delle categorie del potere. In tutti e tre i casi, il risultato è lo stesso: il ripiegamento identitario tribale e comunitarista. Ma le identità sono illusioni e fantasmi su cui si sono sempre rintanati gli sfruttati in periodi di crisi sociale, contribuendo a diffondere immaginari di divisione che il potere adopera per mantenere la “pace sociale”, altro nome della guerra ai poveri. Se abbiamo a cuore la rottura di questo mondo fatto di denaro e polizia, bisognerà abbandonare tutte queste categorie del potere che non servono ad altro se non a dividere per meglio regnare, e perciò assicurare il dominio dell’economia e degli Stati sulle popolazioni.
Dobbiamo gettare la “razza” nella spazzatura della storia, là dove l’abbiamo trovata, per evitare di rendere impossibile qualunque trasformazione radicale dell’esistente.

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