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giovedì 1 gennaio 2026

THE DOOM GENERATION – Gregg Araki

Amy Blue, una diciassettenne patita della velocità, Jordan White, il suo ragazzo dolce e ingenuo, e  Xavier Red, uno sbandato supersexy, sono costretti a imbarcarsi in una bizzarra avventura on the road dopo che Xavier ha inavvertitamente fatto saltare la testa al commesso di un QuikieMart. I tre fuggono in un mondo surreale di violenza vertiginosa e spaventosa e di costante pericolo. Gli eventi inesorabilmente sfuggono ad ogni controllo e Amy e Jordan si ritrovano sempre più nei guai a causa dell'enigmatico Xavier. Ogni volta che si fermano per una Diet Coke e patatine fritte, qualcuno muore trucidato in un modo o in un  altro. Sulle strade di un’ America deserta e allucinata, Amy finirà col formare un triangolo amore, sesso e disperazione troppo puro per questo mondo.

Un'opera che vorrebbe palesemente raccontare l'America odierna attraverso le disavventure di un tris di ragazzetti disagiati e privi di morale. La dimensione fumettistica, che è la medesima dei due film citati in apertura, è probabilmente il fattore che maggior fascino conferisce a Doom generation, nel quale sangue, violenza, morte (e ovviamente sesso) sono elementi banali di una quotidianità televisivamente frenetica e cinica. Araki palesa veramente sotto gli occhi di tutti il vuoto di una generazione condannata tra programmi televisivi dementi, AIDS e sale da videogame, disoccupazione e perdita dei valori, non esiste davvero più nessun futuro, a colpi di umorismo dissacrante, Araki scodella un mix tra Tarantino, effettacci ultra splatter, il David Lynch di Cuore Selvaggio, sequenze erotiche ai limiti del porno e colonna sonora martellante(Jesus and Mary Chain, Nina Inch Nails, Cocteau Twins, Coil, Babyland, The verve e altri ancora). La leggenda racconta che molti spettatori, gay e etero, donne e uomini, alla fine di "The Doom generation" avevano voglia di andare a casa a scopare. Un oggetto erotico di quarto tipo, insomma. Certo, le immagini gay  e lesbiche, o a tonalità queer, spingono sempre molto bene sul tasto dei corpi da tastare. Lo spettatore che ci capita dentro è come messo nella tenda orgonica di Reich, la sex machine, a scegliere il trattamento "duro", "morbido" o "medio". Ma Gregg Araki, losangelino del Giappone, un guerrigliero nell'immaginario smorto e addomesticato ha quella leggerezza e umorismo in più che gli deriva dall'amicizia con Linklater, e da un debole per la messa in scena underground. Beatnik, poeta, visionario perso, sganciato, lisergico, non riconciliato con la società. Un tempo si sarebbe detto di Araki che è uno che manda affanculo. Così, per saggezza zen, per essere puro e romantico. E poi. Come si vive in un paese "repubblicano", conservatore, cinico e paranoico come gli Usa? Ecco "The Doom generation". Un road movie insanguinato transgenerazionale: c'è uno della X, l'altro della Lallapalooza, un terzo twentysomething; tre infatti gli eroi, Jordan White, Amy Blue e Xavier Red che, in fuga per sbaglio, stoneranno rispetto alle aspettative di qualunque film d'azione e sgonfieranno anche i sistemi passionali consentiti della "love story": "Mi ami? - chiede Jordan? - "Totally" risponde lei. Ed è vero. Perché è l'unica cosa che c'è. Ma c'è, l'amore, ed è, come la musica che senti sopra l'immagine, o sotto: nevrotica, vacillante, svaporante, sformata, magnifica, perfetta. Accade tutto dopo che Xavier ha decapitato il commesso di un autogrill, più per citare un film di Sam Raimi che per altro. E parte così l'apocalisse X, interiore e stilizzata, nonostante la testa mozza e grottesca del coreano vorace, e i litri di rosso liquido che si spargono come un lago sullo schermo mentre tutti ridono ma nascondono gli occhi; un balletto tra mostri e principini, ambiente il deserto morale e materiale della metropoli sfatta, tra centri commerciali, cassiere, un fast food tematico (dinosauri) e motel cadenti come motel. Costato un milione di dollari “The Doom generation” è un viaggio onirico e surreale dentro l'America, smascherata con ghigno Brecht. Non è droga auto iniettata fin dalla nascita, l'America? Ecco. Il film afferra, rapido come un killer, tempo e spazio. Punk puro.



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