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giovedì 1 gennaio 2026

VIVERE L’UTOPIA

Vivere l'utopia vuol dire recuperare la spontaneità negata, calpestata dalla realtà sociale, organizzata, rinchiusa in regole e ruoli. Il sogno anarchico contiene l'incontro dell'individuo e l'unione col suo simile per rafforzare le sue potenzialità e realizzare attraverso la forza comune ciò che ciascuno non può assolutamente fare da solo.Paradossalmente, lo sviluppo economico-sociale comporta discorsi ed azioni chiamate utopiche ed è necessaria la coerenza di una logica utopica e la sua efficacia sociale e politica giacché non sappiamo sempre chiaramente se qualcuno si esprime sull'utopia degli altri o sulla propria esperienza utopica. Vi sono stati dei convegni interdisciplinari in Europa (1975 e 1978) e ogni volta si tentava di cogliere chiaramente l'uso teorico dell'utopia. Le riflessioni critiche si rivelano dei passi avanti verso delle strategie utopiche, così da definire il punto in cui i discorsi ed i comportamenti utopici si fondano in una teoria pratica. Vicino agli anarchici, B. Vincent propone l'utopia come "topia", la ricerca qui e adesso di un luogo vivente e di un tempo in cui esprimere la nostra natura personale (creatività, sessualità, ecc.) e la nostra natura sociale (convivialità, solidarietà, ospitalità, lavoro comunitario, ecc.). Così questa (utopia-topia) realizzerà la negazione attraverso il non-scarto della realtà. Per quel che riguarda le pratiche utopiche artistiche, esse analizzano quest'uomo/donna alienato, decadente della civiltà moderna, assumendo come compito urgente da realizzare la distruzione di tutto ciò che gli impedisce di entrare in possesso della sua vera natura (l'uomo/donna integrale) e dell'ambiente (la società senza stato). Non è per caso che sulla stampa anarchica brasiliana legata al movimento sociale dell'epoca, si trova un articolo notevole per la sua attualità e pertinenza al problema delle alternative sociali. Esso inquadrava l'anarchismo sociale e la sua finalità estetica: "e l'arte è essenzialmente anarchica, poiché l'arte è senza dubbio l'espressione più libera dell'individualismo che ha una funzione creatrice; e tuttavia quasi mai l'arte si trova legata ai motivi della lotta e del combattimento, nel campo della propaganda libertaria". L'autore, un militante anarchico, intendeva far risaltare il valore delle idee libertarie in quanto "espressione d'arte e di bellezza" in risposta a "certi intellettuali della borghesia". Poi aggiunge che oggi: "le manifestazioni artistiche sono sospette di mercantilismo della vita sociale oppure esse subiscono le conseguenze di uno squilibrio economico - la crisi - il che porta gli individui a subordinare i loro sentimenti agli interessi creati dal capitalismo". L'arte si presenta, secondo il suo giudizio, come sentimento, vibrazione, vita e personalità. E la forza creatrice dell'individuo si trasforma in concezione artistica quando "non sente la necessità di reprimersi. È proprio questa la premessa dell'anarchismo, dare all'individuo il controllo di se stesso, integrarlo nella coscienza piena di tutte le sue facoltà creatrici".Libertà senza autorità, lo spirito di indipendenza, la personalità creatrice lotta sempre nell'ambiente sociale. Quindi, l'arte emerge in un'epoca in cui a volte si colgono appena queste concezioni del mondo e dell'avvenire e si aspetta là la teoria pratica dei concetti e manifestazioni artistiche che contengono i principi che squarciano i cieli del futuro e aprono la via a nuove forme di espressione. E questo è l'anarchismo, perché la più elevata espressione artistica dell'umanità. La visione anarchica dell'avvenire è basata sulla riconciliazione di due nozioni a prima vista antinomiche: la libertà e l'uguaglianza. André Reszler osserva anche che la società attuale è caratterizzata dal gioco dicotomico di due principi diametralmente opposti: l'azione creatrice e il principio autoritario. Tuttavia non ci interessa l'arte in quanto potere, malgrado la sua esistenza, bensì le ricerche artistiche, "teoria pratica dell'utopia" e "sogno anarchico" considerati come prolungamento di una cultura non-direttiva, non-autoritaria. 

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