Translate

giovedì 2 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IV°

Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende. 



INCIDENTE A OGLALA – Michael Apted

1975. A Pine  Ridge, una riserva indiana nel Sud Dakota, regna il terrore: omicidi, risse e inspiegabili incidenti mortali istigati da Richard Wilson, il capo della riserva, e dalla sua banda, la Goon Squad, costituiscono la norma. Wilson, odioso burattino manovrato dagli uomini del  governo, intende rafforzare il proprio potere istituendo uno stato di illegalità e violenza ed eliminando i capi del   Movimento Indiano Americano venuti per proteggere gli abitanti della riserva. Il 16 giugno 1975, due agenti speciali dell'FBI attraversano la riserva senza permesso all'inseguimento di un furgone. Questa inosservanza si conclude con uno scontro a fuoco che costa la vita a un abitante della riserva e ai due agenti. La morte di questi ultimi scatena la più grandiosa caccia all'uomo nella storia dell'FBI. Dei quattro uomini incriminati, uno viene rilasciato per insufficienza di prove e due assolti nel luglio del 1976 in seguito alla sentenza della giuria che considera il loro un atto di legittima difesa. Il quarto uomo, Leonard Peltier, incriminato sulle stesse basi degli altri imputati, viene processato l'anno seguente. Nonostante l'ambiguità e la natura fraudolenta delle prove, Peltier è giudicato colpevole di omicidio di primo grado con due capi d'accusa. Il testimone chiave che lo aveva accusato di aver sparato agli agenti dichiarerà in seguito di essere stato costretto a firmare la sua deposizione dai metodi "duri" degli agenti dell'FBI.

Incident at Oglala è un agghiacciante documento sugli eventi di quel giorno e sulla persecuzione implacabile di Leonard Peltier, raccontata dai diretti protagonisti della vicenda. il regista Michael Apted torna a raccontare i nativi americani attraverso un documentario che unisce immagini di repertorio a ricostruzione fiction. Apted, prendendo spunto dall'omicidio di due agenti dell'FBI, indaga la violenza e la povertà insita nella riserva di Pine Ridge e la dilagante corruzione dei funzionari indiani che dovrebbero proteggere il proprio popolo. Forte atto di accusa contro l'atteggiamento di omertà del governo statunitense ai problemi dei nativi, vittime dell'abuso di potere della polizia che costruisce prove false per incastrare innocenti senza giusto processo, è un'opera dall'alto valore civile e morale. In assoluto uno dei lungometraggi più efficaci e interessanti della carriera di Michael Apted. La voce narrante è quella di Robert Redford.

Il 26 giugno 1975, due agenti dell'FBI e un pellerossa trovarono la morte in un violento scontro a fuoco. L'incidente scatenò la  più grande caccia all'uomo della storia americana. I colpevoli della morte del pellerossa non furono mai  incriminati. Leonard Peltier, invece, venne condannato a scontare il resto della sua vita in carcere per l'omicidio dei due agenti. Verrà scarcerato nel 2035. Ho lavorato alla realizzazione di questo film perché ritengo che  Leonard sia un prigioniero politico, la vittima di un complotto del governo statunitense inteso ad annientare la voce della popolazione indigena. Vorrei inoltre che il suo caso ci obbligasse a non dimenticare che la guerra contro gli indiani dura da trecento anni e non è ancora finita”.(Michael Apted)


Il lavoro non è vita

Sottrarre la nostra vita al dominio ed allo sfruttamento, al lavoro forzato ed al bisogno, alla mercificazione ed alla sopravvivenza significa non solo combattere contro questa forma della realtà, ma anche mettere in atto una realtà altra, mettere in atto forme e modi di vita differenti.

Significa immaginare una vita degna di essere vissuta e praticare questa immaginazione trasformando, subito, la forma, i modi, i tempi della nostra esistenza.

La nostra vita è unica, singolare, irripetibile. Essa può diventare l'unica e sola opera d'arte che valga davvero la pena di realizzare. 

Dobbiamo imparare a stimarla come cosa rara. Dobbiamo imparare ad assegnare, ad ogni suo momento, il valore che merita. Non possiamo svenderla ad un padrone, buttarla via nella noia della sopravvivenza, mortificarla con il lavoro forzato e con la vuotezza in cui cercano di imprigionarla.