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giovedì 30 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VIII°

In breve il decreto del novembre 1917 - che sostanzialmente ricalcava, ampliandole, le orme del progetto di decreto sul controllo operaio, formulato da Lenin e pubblicato sulla «Pravda» del 3 novembre dello stesso anno, sanciva non soltanto un compromesso politico tra i comitati di fabbrica - il cui potere esisteva di fatto in seno alle aziende - ed i sindacati, ma veniva anche, con la legalizzazione dei comitati stessi, ad avvilupparli in una casistica di formalismi, sotto la pretestuosa giustificazione di un regolamento pianificato dell'economia nazionale, e ne schiacciava l'autonomia sotto il peso di organismi di controllo gerarchicamente superiori, quali il «consiglio regionale», il «consiglio panrusso», le «commissioni d'ispettori». Nel decreto non si faceva il benché minimo accenno all'estromissione degli imprenditori dalle aziende, i quali, d'altronde, continuavano a restare proprietari, pur se responsabili - alla pari dei rappresentanti degli operai - «di fronte allo Stato della più stretta osservanza dell'ordine, della disciplina e anche della protezione della proprietà». I comitati di fabbrica venivano così esautorati nella loro autonomia ed attività e, in attesa di essere integrati in un'unica organizzazione sindacale, avrebbero dovuto costituire, secondo gl'intenti del legislatore, il gradino inferiore di un organismo piramidale, al cui apice era stato posto il «consiglio panrusso», necessariamente concorrente con la piramide «del controllo operaio ufficiale». 


OPPIO di Graham Greene

Dopo due pipe provai una certa sonnolenza, dopo quattro la mia mente era vigile e calma; l'infelicità e il timore divennero come il vago ricordo di un qualcosa che un tempo avevo considerato importante. Io, che mi vergogno a mostrare la rozzezza del mio francese, mi trovai a recitare a chi stava con me una poesia di Baudelarie. Tornato a casa, quella sera sperimentai per la prima volta la notte in bianco dell'oppio. Si resta distesi, rilassati ma svegli, senza desiderare il sonno. La veglia ci fa paura, quando abbiamo dei pensieri agitati, ma in questo caso si è tranquilli, e sarebbe sbagliato anche dire che si è felici: la felicità agita il polso. E poi, improvvisamente e senza avvertimenti, ci si addormenta. Si dorme per una notte intera, di un sonno profondo come non mai, poi ci si sveglia, e il quadrante luminoso dell'orologio dice che sono passati venti minuti del cosiddetto tempo reale.

(Henry Graham Greene nato a Berkhamsted, il 2 ottobre del 1904, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario inglese. Soffriva di un disturbo bipolare che influenzò profondamente la  sua scrittura e lo portò a degli eccessi nella vita privata)



Il Governo come Organo di Dominio

Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – ho cercato di dimostrare che è possibile un approccio di tipo anarchico a quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità sono ricorso a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare”. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava. Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.



sabato 25 aprile 2026

TORINO 25 APRILE 1945

Nell’aprile 1945 a Torino si respira un clima intriso di sangue e tensione: operai e militanti sono arrestati, torturati e uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI. Di fronte al rifiuto operaio di appoggiare il fascismo sostenitore della guerra e al servizio dei tedeschi, la repressione colpisce duramente. Di contro, il movimento antifascista reagisce con imboscate, attacchi e agitazioni. Maturano lentamente le condizioni per una prova generale che ripeta, su scala più ampia, quanto avvenuto il 1 marzo 1944. Le forze antifasciste preparano lo sciopero del 18 aprile come un atto politico unitario, mirando a coinvolgere, oltre alle fabbriche, anche le altre categorie di lavoratori. Fascisti e tedeschi non stanno a guardare e cercano di opporsi, impartendo disposizioni atte a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso”. La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara all’agitazione: gli operai e i sappisti, coadiuvati da unità partigiane armate, affiggono volantini e manifesti inneggianti alla protesta. La mattina del 18 aprile si fermano tutti gli apparati produttivi: le fabbriche, le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali, ma anche le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici. Di fronte a questa situazione la repressione colpisce soltanto la Fiat Fonderie Ghisa e la Grandi Motori, mentre alla Fiat Mirafiori è impedita l’uscita agli operai, che restano in sciopero all’interno delle officine. Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appare lampante: Torino è pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945. 

Testimonianze 

La mattina del 18 aprile 1945 inizia lo sciopero generale voluto dal Comitato di Liberazione Nazionale di Torino come prova generale dell’insurrezione. Si fermano per primi gli operai di Borgo San Paolo e di Regio Parco, ma a metà mattina l’intera città è paralizzata.

"18 aprile. La strada è piena di iscrizioni, manifestini inneggianti allo sciopero, alla rivolta: anche per le zone periferiche che attraverso, Regio Parco, Barriera di Milano, è altrettanto. Verso le 9.30 cominciano a circolare le prime notizie di scioperi in Borgo S. Paolo: nel giro di neppure mezz’ora tutte le industrie sono ferme.”



giovedì 23 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VII°

Dopo la rivoluzione d'ottobre, il partito bolscevico al potere, con un suo decreto del 14-27 novembre 1917, legalizzò il controllo operaio, il quale divenne così un pesante ingranaggio che stritolava la spinta libertaria degli organismi di base. Per comprendere appieno l'essenza autoritaria del detto decreto, non è inutile ricordare che il problema del controllo operaio era in precedenza stato impostato e collegato strettamente con gli altri problemi della presa del potere, della dittatura del proletariato e dello Stato, da Lenin (che, unitamente a Trotzky e Kamenef, era stato l'ispiratore della prima conferenza panrussa dei comitati di fabbrica, ed il fautore del controllo operaio), il quale, ai primi di ottobre 1917 così aveva scritto: «Quando diciamo "controllo operaio", poiché questa parola d'ordine è sempre accompagnata da quella della dittatura del proletariato, che la segue sempre, spieghiamo con ciò di quale Stato si tratta. Lo Stato è l'organo del potere di una classe. Di quale classe?... Se esiste il potere del proletariato, si tratta dello Stato proletario, cioè della dittatura del proletariato, ed allora il controllo operaio può divenire la verifica nazionale, generale, universale, più minuziosa e più scrupolosa, della produzione e della ripartizione dei prodotti». Non solo, ma Lenin, individuando nello Stato borghese, oltre all'apparato oppressore - quale l'esercito, la polizia ed i funzionari - anche un apparato di controllo strettamente collegato alle banche ed ai cartelli, sosteneva che quest'ultimo apparato “non può e non deve essere abbattuto”, che bisogna “sottometterlo ai Soviet proletari, allargarlo, estenderlo a tutti i campi, a tutta la nazione”, concludendo che si poteva ottenere ciò “se ci si appoggia alle conquiste già realizzate dal grande capitalismo” (poiché è soltanto appoggiandosi su dette conquiste che la rivoluzione proletaria in generale sarà capace di raggiungere il suo scopo)». Lenin, pertanto, già guardava ai soviet come rappresentanti del potere dello Stato e ne preconizzava l'azione politica, ripudiando, di conseguenza, l'azione diretta degli stessi, quali rappresentanti degli operai di fabbrica o d'industria. «Tale distinzione», scrive E. Carr, «tra azione politica ed azione diretta era importante sia in teoria che in pratica. Da un punto di vista teorico, essa divideva i comunisti - che credevano nella possibilità di organizzare l'economia mediante un'autorità centralizzata esercitata dai lavoratori nel loro insieme -dagli anarchici e dai sindacalisti, i quali ritenevano che la diretta e spontanea iniziativa economica dei lavoratori fosse l'espressione più alta di ogni vera azione rivoluzionaria, e costituisse l'alternativa all'autorità politica centralizzata, destinata necessariamente a degenerare in despotismo. In pratica, da un lato stavano i dirigenti bolscevichi, che fondavano tutta la strategia rivoluzionaria sull'ipotesi di un'organizzazione operaia disciplinata ed ordinata, dall'altro gli operai delle fabbriche che, oppressi dal duro sacrificio quotidiano, spinti dall'entusiasmo rivoluzionario a liberarsi dal giogo del padrone capitalista, agivano sporadicamente, dove se ne presentava l'occasione, senza tener conto né delle direttive politiche né delle argomentazioni dei capi esposte nelle sedi del partito». E lo stesso Lenin, dieci giorni dopo l'insurrezione vittoriosa di ottobre, ribadiva, rivolgendosi agli operai, il concetto secondo il quale i soviet sono «organi dello Stato», anche se, di fronte al comportamento esemplare dei lavoratori, dimenticava la sua ben nota sfiducia nelle capacità auto-organizzative e creative dei lavoratori («Ricordatevi che ora voi amministrate voi stessi. Nessuno vi aiuterà se non vi unirete e prenderete voi stessi nelle vostre mani tutti gli affari dello Stato») e si adeguava, quanto meno verbalmente ed occasionalmente, al pratico comportamento libertario delle masse, dichiarando: «Il socialismo non verrà creato con degli ordini dall'alto. Esso è alieno dall'automatismo ufficiale e burocratico. Il socialismo vivo, creatore, è l'opera delle stesse masse popolari». 


Stregoni e aquile per gli Zuni

Gli Zuni, popolo Pueblos del Sud-Ovest degli Stati Uniti, avevano la religione più complicata  d'America e la "medicina" più evoluta. I loro sciamani (stregoni-dottori), a seconda del tipo di malattia di cui s'intendevano, facevano parte di singolari società segrete di iniziati. Ne esistevano 12, ciascuna specializzata in particolari malattie: la Confraternita del Legno curava le malattie della digestione, quella  del Piumaggio d'Aquila  curava le malattie della gola, quella del Grande Fuoco curava le malattie infiammatorie, quella del Piccolo Fuoco le bruciature e le malattie della pelle, molto comuni tra gli Zuhi che, per farsi i pantaloni, scuoiavano gli animali e si arrotolavano le pelli ancora fresche intorno al corpo, lasciandosele essiccare  addosso. Dopo la diffusione della religione cattolica è nata la confraternita dei Newekate. l suoi membri per parodiare i preti cristiani mangiavano, al posto dell'ostia, teste di topo ed escrementi. Gli sciamani Zuhi assicuravano l'ottenimento della guarigione soltanto a quei malati che avevano sempre pagato i tributi alla corporazione. Le malattie, specie quelle interne, nascoste,  erano scoperte osservando il corpo del paziente con un cristallo magico e  trasparente. Scoperto il male, lo stregone entrava in estasi e succhiava  via gli spiriti malvagi dal corpo. Durante  il rito di guarigione anche i presenti, familiari e membri della tribù, entravano in trance e vedevano chiaramente i vetri, piume, pelli, interiora di animali, estratte dallo stregone, uscire dalle parti dolenti del corpo. Poiché solo chi era di costituzione forte superava la fanciullezza, spesso accadeva che, "nonostante"  gli sciamani, i malati riuscissero a vincere naturalmente la malattia e guarire.



La gerarchia dentro di noi

Palesando il legame tra liberazione sessuale e liberazione umana, la Goldman fece capire meglio come il potere esercitato attraverso la gerarchia e la dominazione si estenda anche al di là delle strutture economiche e delle istituzioni sociali. Spetta alle anarco-femministe contemporanee approfondire questa analisi. Uno dei punti focali del pensiero anarchico contemporaneo è la consapevolezza della dominazione come costruzione interna, mentale, che riflette le strutture della coscienza. Secondo Murray Bookchin: "La gerarchia non è soltanto una condizione sociale; è anche uno stato di coscienza, una sensibilità nei confronti dei fenomeni a ogni livello dell'esperienza personale e sociale". L'anarchismo è e deve essere molto più che un'analisi critica delle strutture e delle organizzazioni sociali della dominazione. Il suo bersaglio non deve essere soltanto lo stato. La teoria anarchica riconosce alle idee il potere di cambiare le condizioni materiali e "alla coscienza la supremazia nel plasmare le condizioni di vita". In questo senso, il pensiero e il linguaggio - i mezzi con i quali interpretiamo la nostra esperienza e la comunichiamo al mondo - sono prassi tanto quanto l'attività sociale. La Goldman non considerava determinante il ruolo dell'economia nelle strutture sociali e nei rapporti personali e, secondo la Wexler, si spinse anche più in là dei suoi contemporanei anarchici, nell'asserire che "la chiave della rivoluzione anarchica era una rivoluzione nel campo della morale, la "transvalutazione dei valori", la conquista dei "fantasmi" che hanno tenuto la gente prigioniera".

Così si spiega, naturalmente, l'interesse della Goldman per la cultura, l'arte e la letteratura, e si spiega anche la sua considerazione per il potere e l'influenza dell'individuo, per quanto problematiche siano state talvolta le sue idee su quest'ultimo punto.

giovedì 16 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) VI°

Nella prima conferenza pan-russa dei comitati di fabbrica -convocata dal 17 al 22 ottobre di quello stesso anno ad iniziativa del soviet centrale dei comitati di fabbrica di Pietrogrado, il quale aveva invitato in precedenza i delegati a presentare le loro conclusioni di carattere non soltanto economico, ma «politico» - si delinearono già le direttive politiche del partito bolscevico relativamente al controllo operaio. La risoluzione finale di questa conferenza, infatti, oltre alla distinzione delle sfere di competenza del partito, dei sindacati, delle cooperative e dei clubs, ed oltre alla precisazione che l'idea del controllo operaio, quale espressione dell'aspirazione democratica della classe operaia, era sorta durante la piena rovina economica creata dalla politica criminale della classe dirigente, dava per scontato che il controllo operaio dovesse esercitarsi sull'impresa capitalistica ed avanzava, timidamente, la possibilità in futuro - condizioni favorevoli permettendola - dell'instaurazione dell'autogestione operaia. E ciò, quando già l'iniziativa operaia dal basso indicava nell'espropriazione la misura più adatta per proseguire nella via della rivoluzione sociale, veniva naturalmente ad attutire, oltre che a confondere, la spinta potente della massa anonima dei lavoratori. In questa conferenza, gli anarchici fecero delle proposte e precisarono il loro punto di vista circa il modo d'intendere il controllo, ma proposte e precisazioni restarono inascoltate. «Il controllo della produzione e le commissioni di controllo non debbono limitarsi alla funzione di verifica, ma debbono, nell'ora attuale, essere le cellule dell'avvenire le quali, sin da ora, preparano il trasferimento della produzione nelle mani degli operai» e che, quindi, bisognava estromettere i padroni dalle aziende, mentre gli operai avrebbero essi stessi diretto le fabbriche. L'allontanamento degli imprenditori dalle aziende e la direzione delle fabbriche da parte degli operai erano ormai un fatto acquisito e fu la Pankratova a sottolineare che «queste tendenze si manifestarono nella pratica del controllo operaio sin dai primi giorni che seguirono alla rivoluzione di ottobre, tanto più agevolmente e con più successo quanto più accanita si dimostrava la resistenza dei capitalisti», contro i quali la classe operaia adoperò mezzi coercitivi, dall'arbitrato obbligatorio, all'arresto dei padroni, alla confisca delle aziende, attuando in tal modo - per come scriverà Stefanov nell'opuscolo Dal controllo operaio alla gestione operaia - «una pratica che ricorda i sogni anarchici delle comuni produttive autonome». 

PIOGGIA DI APRILE – Luigi Pirandello

Attoniti, nidi

nuovi, sui vecchi tetti

guardano gli uccelletti,

mettendo acuti gridi,

cadere l’invocata

pioggia di mezzo aprile.

Tu dietro la vetrata,

dalla finestra bassa

come loro guardi e ridi.

È nuvola che passa.


Viva la Rivoluzione Sociale di Charles Gallo

 

“Mi sono proposto di dare agli aggiotatori una lezione che fosse anche un ammonimento togliendone di mezzo il maggior numero e dei più facinorosi. Voi, che dal vostro banco non misurate agli umili la pietà, giacché uffizio vostro, cittadino Presidente, è la giustizia e senza melanconie umanitarie-sentimentali, implacata ed inesorata, voi sapete che cosa sono gli aggiotatori, gli organizzatori impunitari del sacco alla pubblica fortuna, gli organizzatori delle crisi, del panico della fame e della rovina di tutti su cui accatastano la dovizia ladra ed invereconda. Voi li conoscete, cittadino Presidente, ne conoscete i misfatti, gli arrembaggi, i delitti, la corruzione, e se la vostra è coscienza onesta, quante volte non avete fremuto voi nell’accertare la vostra impotenza, l’impotenza della vostra legge ad attingere codeste scellerate associazioni di malfattori e di briganti da cui è costituito tutto il mondo venerato ed inchinato della finanza. Perché esso è fuori dalla  legge, poiché la legge la legge è per se stessa la più impudica delle frodi, la più cinica e più infausta delle menzogne perché, e nessuno lo sa meglio di voi, cittadino Presidente, essa, la vostra legge, esse, le vostre istituzioni, la vostra giustizia compresa non sono che la muraglia esosa con cui i ladri contendono ai derubati la ripresa del prodotto accumulato del loro lavoro. Ieri, oggi, domani hanno conteso e contenderanno, ma dopodomani? Non avevo di mira  poveri commessi, tirai nel gruppo degli agenti di cambio e dei cambieri; ma se taluni commessi ebbero le loro ferite inseguendomi, non me ne duole. Quando si nasce al di qua non si sta coll’animo, colla devozione, coll’accanimento dall’altra riva; non si ha diritto alla nostra solidarietà ed alla nostra pietà. Deve bastare ai mastini del capitale, siano sbirri o gendarmi, soldati o lacchè, la pietà dei padroni. Viva l’anarchia! viva la Rivoluzione sociale!” 

(Dichiarazione di Charles Gallo accusato dell’attentato alla Borsa di Parigi, nell’udienza del 16 luglio 1886 al Presidente Dupont e a tutta la corte)



giovedì 9 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) V°

Il 30 maggio 1917 venne convocata la prima conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado. Contro le affermazioni del ministro del lavoro, Skobelev, che sosteneva essere finito il ruolo dei comitati di fabbrica, e contro quelle del bolscevico Rozanov, che sosteneva la caducità degli stessi comitati e ne patrocinava la dissoluzione nei sindacati («le funzioni dei comitati di fabbrica sono effimere» essi «debbono costituire le cellule iniziali dei sindacati»), la conferenza reagì vivamente ed affermò la risoluzione secondo la quale «i comitati di fabbrica sono organismi economici di lotta che riuniscono localmente tutte le aziende operaie», con lo scopo della difesa dei bisogni economici e della creazione di nuove condizioni di lavoro, puntualizzando che i rapporti dei comitati di fabbrica con i sindacati, in quanto organizzazioni proletarie collegate, «sono quelli di una stretta amicizia e di un pratico contatto». Fu in questa stessa conferenza - di cui Lenin e Zinoviev erano stati «le guide ideologiche e gli ispiratori» - che venne eletto il soviet dei comitati di fabbrica e che la direzione di esso passò nelle mani dei bolscevichi, i quali, peraltro, erano divisi tra loro «trovandosi a mezza strada tra i socialisti rivoluzionari e gli anarchici, che sostenevano l'indipendenza dei comitati di fabbrica, ed i menscevichi, fautori di una salda organizzazione sindacale» (Comunque – così conclude la Pankratova - «la lotta sino ad allora isolata del proletariato per la costituzione di fabbrica ebbe per la prima vlta la sua direzione ideologica ed organizzativa nella storica conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado»). Da questo momento dunque, anche se è vero che il padronato russo, appoggiato dagli organi governativi (Il ministro socialista del lavoro Skobelev, in una circolare del 28 agosto 1917, interdisse le riunioni dei comitati di fabbrica durante il lavoro, giustificando questo provvedimento con la necessità di « consacrare tutte le forze al lavoro intensivo senza perdere un minuto»),  e dalla stampa borghese e persino socialista, si scagliò contro « l'anarchismo operaio» - reo di difendere gli organismi operai autonomi già creati - invocando il bene della patria, la situazione economica precaria del paese e agitando il fantasma della rovina e della distruzione dell'industria, è altrettanto vero che la stessa tendenza ad invocare la realtà economica, pur con diversità di motivazioni, si andava facendo strada nelle menti dei dirigenti bolscevichi, i quali così anticipavano l'idea del «controllo operaio» e della regolamentazione della produzione e, parallelamente, quella della conquista del potere (La seconda conferenza dei comitati di fabbrica di Mosca, tenuta ai primi di ottobre 1917, decise appunto in questi sensi). 

THE BEAT GOES ON – Sonny and Cher

ll battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La rabbia cresceva al tempo di Charleston

La storia ha voltato pagina

La minigonna è la cosa di oggi

La ragazzina alla moda è il nuovo re appena nato


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La drogheria è il supermercato

Le ragazzine continuano ad avere il cuore spezzato

E gli uomini continuano ancora ad andare in guerra marciando

Tengono nota del punteggio di baseball con la calcolatrice

 

Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


Le nonne si siedono sulle sedie e ricordano 

I ragazzi continuano a inseguire le ragazze per ricevere un bacio

Le macchine vanno sempre più veloci

E i mendicanti chiedono ancora: "Ehi amico, hai un centesimo?"


Il battito non si ferma, il battito continua

La batteria continua a martellare un ritmo nel cervello


La nascita di Umanità Nova

Rientrato a Milano il 9 febbraio, Malatesta si occupava principalmente di Umanità Nova. Erano ormai passati dieci mesi dal Convegno di Firenze, nella cui sede si era deliberato di lanciare la campagna di sottoscrizione pro-quotidiano anarchico. Ormai  tutto era pronto per l'inizio delle pubblicazioni: il fondo-cassa, i redattori, parte dei diffusori, il programma del giornale, il materiale tipografico ecc. Mancava «solo» una cosa essenziale: la carta. Il governo, tramite la cartiera di Isola del Liri, non sembrava per niente disposto a fornirne agli anarchici per il loro quotidiano, per cui la scadenza del 24 gennaio - preannunciata come data d'uscita del quotidiano - era passata invano. Nel mentre si occupava delle molte questioni connesse con il quotidiano, Malatesta non trascurava la sua consueta attività propagandistica. Il 17 febbraio, per esempio, parlava a Voghera. Tre giorni dopo teneva una conferenza a Milano, il 22 era a Legnano e il 23 a Turro Milanese. Il 27 febbraio, infine, vedeva la luce il primo numero di Umanità Nova, che recava la data «26-27 febbraio 1920»: come presentazione redazionale del nuovo giornale veniva pubblicata, con il titolo «I nostri propositi», la circolare programma che Malatesta aveva scritto a Londra cinque mesi prima e che in quella veste era già stata pubblicata su II Libertario del 9 ottobre 1919. Per salutare la nascita di Umanità Nova, l'Avanti! pubblicava una vignetta del suo disegnatore politico, il noto Scalarini, accompagnata da un favorevole commento redazionale. Per tutto il 1920, Umanità Nova restava l'unico punto di riferimento quotidiano alla sinistra del P.S.I., coagulando intorno a sé l'attenzione ed a volte anche il sostegno dei vari settori della sinistra rivoluzionaria italiana: dall'U.S.I. al Sindacato Ferrovieri, dalla Federazione dei Lavoratori del Mare alla Federazione Giovanile Socialista, dalle correnti massimaliste del socialismo alla Federazione dei Lavoratori dei Porti. Va rilevato che Umanità Nova non si presentava - programmaticamente - come portavoce dei soli anarchici aderenti all'Unione Anarchica Italiana, bensì di tutto il movimento anarchico nel suo insieme. Oltre che dall'Avanti!, l'uscita del quotidiano anarchico era salutata con vivo favore e grandi speranze da tutte le pubblicazioni libertarie, di ogni sfumatura o tendenza. Particolarmente significativa la posizione della Cronaca Sovversiva di Torino, redatta da Luigi Galleani e Raffaele Schiavina, noti esponenti della tendenza anti-organizzatrice. I mesi successivi avrebbero confermato in pieno il successo di Umanità Nova. Per la prima volta nella storia del movimento anarchico di lingua italiana centinaia, forse migliaia di militanti e di simpatizzanti erano quotidianamente mobilitati per diffondere con regolarità e capillarità un giornale quotidiano. Naturalmente, era nelle zone di radicata tradizione libertaria che la diffusione toccava le sue punte superiori. Va d'altra parte rilevato che in alcune zone, dove la tradizionale presenza dell'Avanti! limitava la potenziale penetrazione di Umanità Nova, quest'ultimo riusciva egualmente a prendere piede e perfino, a volte, a sopravanzare il quotidiano socialista. Interessante, in proposito, la testimonianza di una osservatrice attenta come la socialista riformista Anna Kuliscioff, la quale in una lettera a Filippo Turati rilevava: “La classe operaia passa adesso un  brutto quarto d'ora di  contagio anarchico. Ormai l'Avanti! è quasi  boicottato, e gli operai non  leggono che l'Umanità Nova, che  mi dicono superi ora la tiratura delle centomila copie. Lo affermano i frequentatori della Camera del Lavoro e i viaggiatori nei tram del mattino, ove non si trovano più operai senza l'Umanità Nova in mano. Gli articoli del Malatesta contro la dittatura di qualsiasi governo, fosse anche comunista, distaccano dal massimalismo, ma sono qualche cosa di peggio, perché un'esaltazione dei «buoni» istinti del popolo, che, a rivoluzione compiuta, saprà regolare da sé la produzione e la  distribuzione.”




giovedì 2 aprile 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) IV°

Quando, come e perché sorsero i comitati di fabbrica ce lo dicono i rappresentanti di questi organismi, riunitisi nella loro prima conferenza operaia del 30 maggio 1917: «Durante i mesi di febbraio e marzo, gli operai hanno abbandonato le fabbriche e sono scesi nelle strade per dare il colpo di grazia definitivo all'idra dalle cento teste dello zarismo. Le fabbriche e le officine si sono arrestate. Una o due settimane dopo, gli operai hanno ripreso il lavoro ed hanno visto che parecchie imprese erano state abbandonate alla loro sorte dall'amministrazione» (Voronkov). «In queste fabbriche bisognò occuparsi dell'amministrazione. Ma in che modo? Allora il personale ha immediatamente eletto dei comitati di fabbrica con i quali ha avuto inizio una vita normale [per le aziende]. Rientrata nel suo alveo, la rivoluzione fluì con maggiore calma. Coloro che erano scappati, constatò che gli operai non erano tanto spietati, ritornarono nelle fabbriche. Alcuni dei fuggitivi, poco importanti ed estremamente reazionari, non furono ammessi; gli altri furono accettati, ma si diedero loro come aiuto i membri del comitato di fabbrica. Fu così che si stabilì un controllo effettivo su tutto ciò che si faceva nelle aziende». Non può, dunque, mettersi in dubbio la spontaneità della crea-zione dei comitati di fabbrica, deducibile dalle sopra riportate dichiarazioni di due rappresentanti dei detti comitati ed avallata da una bolscevica, come A. Pankratova, la quale, in uno scritto del 1923, dopo aver spezzato una lancia in favore della «inesauribile energia di combattimento» e della «immensa forza creatrice ed organizzativa» della classe operaia, afferma che «il proletariato, senza attendere una qualsiasi sanzione legislativa, cominciò a creare quasi contemporaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati ed i comitati di fabbrica», i quali ultimi, ponendosi alla testa delle masse, passarono su posizioni marcatamente rivoluzionarie, spinsero il proletariato delle fabbriche non soltanto verso rivendicazioni d'ordine strettamente economico - aumento dei salari, giornata lavorativa di otto ore ecc. - ma fecero comprendere agli operai che era possibile gestire direttamente le aziende senza padroni e senza altri intermediari sfruttatori. Il governo provvisorio, con una legge del 23 aprile 1917, tentò di limitare la funzione e l'importanza, nonché di ridurre i poteri dei comitati di fabbrica, i cui diritti e doveri, sino ad allora, non erano stati certamente dettati da leggi o da istruzioni dall'alto, ma erano stati «imposti» esclusivamente «dall'istinto operaio e dalle ragioni rivoluzionarie che scaturivano dal profondo della massa operaia»; la legge, - che annullava le condizioni del libero ed autonomo sviluppo dei comitati di fabbrica subordinandole al giudizio del padronato, che sanciva la non obbligatorietà dell'introduzione dei comitati stessi nelle aziende, che lasciava all'accordo reciproco delle parti le decisioni circa le più importanti questioni riguardanti l'amministrazione ed i comitati e che, infine, ometteva di pronunciarsi sull'allora problema critico delle assunzioni e dei licenziamenti -evidentemente non risolveva e non poteva risolvere i già esistenti conflitti di classe i quali, anzi, venivano in tal modo acuiti. I lavoratori delle fabbriche ignorarono la legge scritta, definendo essi stessi i poteri dei loro rappresentanti secondo il rapporto delle forze, correg-gendo e modificando «tutto ciò che era inconciliabile col risvegliato spirito d'iniziativa operaio»; o, tutt'al più, slargarono enormemente la portata di detta legge, stabilendo le loro regole amministrative, economiche e tecniche, improntate tutte e costantemente al principio dell'autonomia e contenute nelle cosiddette «costituzioni di fabbrica», le quali, pur nella loro forzata diversità, contenevano, può dirsi, in germe quanto avrebbe dovuto costituire lo sbocco necessario della funzione dei comitati, e cioè l'autogestione. Esemplificanti, a tal proposito, sono le affermazioni di alcuni delegati alla conferenza dei comitati di fabbrica della città di Karkov (29 maggio 1917) i quali sostennero che i loro organismi dovevano diventare i padroni delle aziende. 



INCIDENTE A OGLALA – Michael Apted

1975. A Pine  Ridge, una riserva indiana nel Sud Dakota, regna il terrore: omicidi, risse e inspiegabili incidenti mortali istigati da Richard Wilson, il capo della riserva, e dalla sua banda, la Goon Squad, costituiscono la norma. Wilson, odioso burattino manovrato dagli uomini del  governo, intende rafforzare il proprio potere istituendo uno stato di illegalità e violenza ed eliminando i capi del   Movimento Indiano Americano venuti per proteggere gli abitanti della riserva. Il 16 giugno 1975, due agenti speciali dell'FBI attraversano la riserva senza permesso all'inseguimento di un furgone. Questa inosservanza si conclude con uno scontro a fuoco che costa la vita a un abitante della riserva e ai due agenti. La morte di questi ultimi scatena la più grandiosa caccia all'uomo nella storia dell'FBI. Dei quattro uomini incriminati, uno viene rilasciato per insufficienza di prove e due assolti nel luglio del 1976 in seguito alla sentenza della giuria che considera il loro un atto di legittima difesa. Il quarto uomo, Leonard Peltier, incriminato sulle stesse basi degli altri imputati, viene processato l'anno seguente. Nonostante l'ambiguità e la natura fraudolenta delle prove, Peltier è giudicato colpevole di omicidio di primo grado con due capi d'accusa. Il testimone chiave che lo aveva accusato di aver sparato agli agenti dichiarerà in seguito di essere stato costretto a firmare la sua deposizione dai metodi "duri" degli agenti dell'FBI.

Incident at Oglala è un agghiacciante documento sugli eventi di quel giorno e sulla persecuzione implacabile di Leonard Peltier, raccontata dai diretti protagonisti della vicenda. il regista Michael Apted torna a raccontare i nativi americani attraverso un documentario che unisce immagini di repertorio a ricostruzione fiction. Apted, prendendo spunto dall'omicidio di due agenti dell'FBI, indaga la violenza e la povertà insita nella riserva di Pine Ridge e la dilagante corruzione dei funzionari indiani che dovrebbero proteggere il proprio popolo. Forte atto di accusa contro l'atteggiamento di omertà del governo statunitense ai problemi dei nativi, vittime dell'abuso di potere della polizia che costruisce prove false per incastrare innocenti senza giusto processo, è un'opera dall'alto valore civile e morale. In assoluto uno dei lungometraggi più efficaci e interessanti della carriera di Michael Apted. La voce narrante è quella di Robert Redford.

Il 26 giugno 1975, due agenti dell'FBI e un pellerossa trovarono la morte in un violento scontro a fuoco. L'incidente scatenò la  più grande caccia all'uomo della storia americana. I colpevoli della morte del pellerossa non furono mai  incriminati. Leonard Peltier, invece, venne condannato a scontare il resto della sua vita in carcere per l'omicidio dei due agenti. Verrà scarcerato nel 2035. Ho lavorato alla realizzazione di questo film perché ritengo che  Leonard sia un prigioniero politico, la vittima di un complotto del governo statunitense inteso ad annientare la voce della popolazione indigena. Vorrei inoltre che il suo caso ci obbligasse a non dimenticare che la guerra contro gli indiani dura da trecento anni e non è ancora finita”.(Michael Apted)


Il lavoro non è vita

Sottrarre la nostra vita al dominio ed allo sfruttamento, al lavoro forzato ed al bisogno, alla mercificazione ed alla sopravvivenza significa non solo combattere contro questa forma della realtà, ma anche mettere in atto una realtà altra, mettere in atto forme e modi di vita differenti.

Significa immaginare una vita degna di essere vissuta e praticare questa immaginazione trasformando, subito, la forma, i modi, i tempi della nostra esistenza.

La nostra vita è unica, singolare, irripetibile. Essa può diventare l'unica e sola opera d'arte che valga davvero la pena di realizzare. 

Dobbiamo imparare a stimarla come cosa rara. Dobbiamo imparare ad assegnare, ad ogni suo momento, il valore che merita. Non possiamo svenderla ad un padrone, buttarla via nella noia della sopravvivenza, mortificarla con il lavoro forzato e con la vuotezza in cui cercano di imprigionarla.