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giovedì 14 maggio 2026

Anarchismo e Bolscevismo – Il problema dell’autogestione (1905-1918) X°

Persino alcuni collaboratori di Lenin, appartenenti alla frazione dei «comunisti di sinistra», dimostrarono il loro dissenso verso questo modo d'intendere il controllo operaio, il quale - essi sostenevano -se aveva avuto un significato come parola d'ordine rivoluzionaria sino all'ottobre del 1917, oramai, dopo la Rivoluzione, aveva perduto ogni ragion d'essere, e che, di conseguenza, bisognava passare dal «controllo operaio» - considerato come una «mezza misura» - alla «gestione operaia», sia pure attraverso l'intermediario di un organismo centrale che regolasse il complesso dell'economia nazionale socializzata. Non era evidentemente la «gestione» preconizzata, voluta e realizzata, dove fu possibile, dagli anarchici, i quali - di fronte al controllo operaio - avevano preso una posizione chiara e decisa. Essi sostennero che se il controllo da parte degli operai «non doveva restare lettera morta, se le organizzazioni operaie erano capaci di esercitare un controllo effettivo, allora esse erano capaci anche di assicurare da loro stesse direttamente tutta la produzione. In con-sequenza gli anarchici rigettavano la parola d'ordine vaga, equivoca di controllo della produzione, e propugnavano l'espropriazione - progressiva ma immediata - dell'industria privata da parte degli organismi di produzione collettiva». Ma le concezioni anarchiche circa i problemi dell'economia non poterono avere successo, sia perché nelle organizzazioni operaie si era andato infiltrando il veleno dell'autoritarismo attraverso i decreti ed i contro-manuali, sia perché i bolscevichi avevano già in parte monopolizzato l'azione delle masse convogliandole verso forme di potere politico e sia perché le voci limitate dell'anarchismo vennero messe a tacere dalla forza brutale della repressione bolscevica, iniziata con il disarmo, proseguita con la soppressione della stampa anarchica molto diffusa a Pietrogrado ed a Mosca e terminata, infine, anche se in un periodo successivo, con la deportazione, l'incarcerazione e la soppressione fisica dei militanti anarchici. Dopo la creazione del soviet supremo dell'economia nazionale, che sopprimeva di fatto i comitati di fabbrica, frutto - scrive M. Lewin - «di una spinta libertaria d'ispirazione anarcosindacalista», iniziava il processo di burocratizzazione della Rivoluzione, ben rilevato ed apertamente criticato, tra gli altri, da Alessandra Kollontai, una delle personalità ben spiccate del movimento operaio russo ed internazionale: «I dirigenti del nostro partito appaiono tutto d'un tratto nelle vesti di difensori e cavalieri della burocrazia. Prendendo in considerazione le recenti crisi delle nostre industrie, che pure ancora si avvalgono del sistema di produzione capitalistico i dirigenti del nostro partito, in un eccesso di sfiducia nelle capacità creative della collettività operaia, stanno cercando la salvezza del caos industriale; ma dove? Nelle mani degli eredi dei vecchi uomini d'affari e tecnici della borghesia capitalista. Sono loro i soli che introducono il concetto ridicolo ed ingenuo che sia possibile far avanzare il comunismo con metodi burocratici». I burocrati presero così il posto dei padroni, mentre i comitati di fabbrica, i cui membri venivano designati dall'alto ed eletti per alzata di mano alla presenza delle «guardie comuniste», persero l'antica fisionomia di organismi autonomi di base e divennero pedine comandate dal partito bolscevico. Veniva così schiacciato il tentativo di una rivoluzione in senso libertario e veniva imposta una rivoluzione in senso autoritario. 


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