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giovedì 4 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) II°

Il Borghi si diplomò elettrotecnico a Castelbolognese, la città in cui nel 1882 era nato. Si formò come autodidatta e successivamente frequentò i corsi dell'Università popolare di Bologna. In questa città si interessò, come giornalista, del movimento operaio. Nel 1905-06 fu direttore del settimanale anarchico di Ravenna «L'Aurora». Nel 1907 iniziò la vera e propria attività sindacale come segretario del sindacato autonomo degli edili di Bologna. Nel 1912 riparò a Parigi per sfuggire a un processo per attività antimilitarista (dal 1907 aveva collaborato alla pubblicazione del settimanale «L'Agitatore» e del giornale antimilitarista «Rompete le file», entrambi di Bologna); qui frequentò l'École des Hautes Etudes presso la Sorbona ed entrò in contatto con i rappresentanti del movimento sindacale francese (Jean Grave, Sebastian Faure, James Guillaume, Leon Jouhaux allora segretario della CGT) e conobbe gli herveisti di «Guerra Sociale». Al suo ritorno in Italia occupò la carica di segretario della camera del lavoro di Piacenza e nel novembre del 1914 fu eletto segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana e assunse la direzione del giornale ufficiale dell'organizza-zione «Guerra di Classe». Durante la guerra fu internato per la sua attività antimilitarista e antiinterventista. Riprese l'attività sindacale nel 1918 mante-nendo fino al 1921 la carica di segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana. Cresciuto nella scia della propaganda malatestiana, che si esprimeva allora nel giornale «L'Agitazione» di Ancona, il giovane Borghi militò al principio del secolo fra le fila di quegli anarchici che proclamavano la necessità di superare l'isolamento in cui era caduto l'anarchismo dopo la fine della prima Internazionale. Essi propugnavano il ritorno alla lotta politica attraverso l'inserimento nelle organizzazioni operaie per trovare un contatto con le masse e per trasportare l'ideale anarchico dal piano della propaganda delle idee a quello dell'azione. La prima traccia del pensiero del Borghi relativa alla necessità dell'organizzazione si rinviene in un suo volumetto pubblicato nel 1907 che raccoglie una serie di articoli comparsi precedentemente sul settimanale «L'Aurora» di Ravenna. Inserendosi nella polemica fra organizzatori e individualisti - polemica che crebbe d'intensità dopo la costituzione del partito socialista anarchico decisa al congresso di Capolago nel 1891 - il Borghi richiama gli anarchici alla necessità di armonizzare l'azione individuale con quella organizzata collettivamente. Ma nell'enunciare la sua posizione in proposito egli si preoccupa di distinguerla da quella di un equivoco integralismo. Egli - dice - non intende avvicinare la concezione individualista stirneriana con quella organizzatrice, ché questo significherebbe «tentare di conciliare le tendenze più eterogenee e più inconciliabili». Perciò distingue la propria concezione sia da quella degli individua-listi «puri», «negatori del concetto di società», sia da quella dei numerosi malatestiani che hanno sviluppato il metodo organizzativo portandolo sino alle sue estreme conseguenze con sbocchi dogmatici e autoritari5. Tuttavia, mentre le idee di questi ultimi si differenziano da quelle del Borghi semplicemente per una diversa metodologia di lotta - infatti il fine ultimo, cioè l'instaurazione del comunismo anarchico è identico - la concezione anticomunista degli individualisti stirneriani si distingue per lo stesso suo nucleo centrale teorico, dal quale «scaturisce un'opposta maniera di concepire la vita e la lotta». Sul piano della tattica per il Borghi è chiaro che l'instaurazione del comunismo anarchico non può che avvenire attraverso il contemperamento dell'azione collettiva con quella individuale, nella consapevolezza che anche per promuovere l'azione comune è necessario «l'olocausto di piccole minoranze di individui agenti d'accordo o isolatamente, senza attendere il consenso generale.


GANGOR - Italo Spinelli

 

Gangor è la storia del fotoreporter Upin, inviato nel Bengala occidentale per un reportage sullo sfruttamento e la violenza subita dalle donne tribali. A Purulia, accompagnato dal suo assistente Ujan, mentre fotografa un gruppo di indigene intente a lavorare, Upin mette a fuoco Gangor rimanendo profondamente turbato dall’immagine di lei mentre allatta il suo bambino. La foto viene pubblicata in prima pagina su un giornale suscitando scandalo e la vita di Gangor cambia drammaticamente. Upin ignaro di tutto, dopo essere tornato a Calcutta da sua moglie, ossessionato dal pensiero di Gangor, decide di tornare a Purulia per ritrovarla. Upin scoprirà cosi di essere diventato, senza volerlo, strumento della stessa violenza che avrebbe voluto fermare. Upin, impazzito per il senso di colpa, sacrifica tutto per aiutare Gangor, ma alla fine sarà lei a portare avanti con coraggio la denuncia contro gli stupratori. Al processo la mobilitazione delle donne diventerà la sua forza. Il film è liberamente tratto dal racconto Choli Ke Pichhe (Dietro il corsetto) di Mahasweta Devi. Il regista ha dichiarato: “Cos’hai dietro il corsetto, che hai? Choli ke pichhe, kya hai?” È stata una canzone popolare di un film bollywoodiano, di qualche anno fa. Il “choli” è il corsetto che copre la parte media del tronco e lascia scoperta la pancia. Partendo da questo successo, Mahasweta Devi, impegnata da anni a livello politico e sociale a favore delle comunità emarginate, ha scritto un racconto breve, dallo stesso titolo, “Choli ke Pichhe”. (…) Abbiamo girato nei luoghi del racconto, nel distretto di Purulia, a sette ore di macchina da Calcutta. (…) Le donne, in stragrande maggioranza, sono impiegate sopratutto nell’edilizia, trasportate in camion dalla fornace di mattoni alle strade da asfaltare, ai nuovi palazzi. Pagate una miseria, sfruttate, criminalizzate, non parlano il bengalese, vivono senza alcuna garanzia di istruzione o di servizio sanitario. Sono le donne che appaiono intorno a Gangor, la protagonista del film. Lavorare con loro e in mezzo alla loro bellezza è stata per me un’esperienza intensa. Come lo è stato realizzare questo film con una troupe mista, italiana ed indiana, un innamoramento tra culture. 

Italo Spinelli (Italia, 1951) è un regista teatrale e cinematografico. Ha messo in scena, fra gli altri lavori, “Creditori” di Strindberg, “La giornata di uno scrutatore” di Italo Calvino e “Platone” tratto dalla Repubblica. Nel 1980 ha esordito nel cinema con Doppio movimento (co-regia P. Grassini) e nel 1989 ha diretto Roma Paris Barcelona. E’ autore di documentari e reportage come Ripensando Lima (1988), Un fiume di Cinema - Sulle tracce di Michelangelo Antonioni (1995) Danzando in Cambogia (1998), Bernardo Bertolucci Hyderabad (2000). È fondatore e direttore artistico del Festival Asiaticafilmmediale, che si svolge a Roma dal 2000.

L’utopia socialista di Robert Owen

Tra i primi intellettuali che si accorsero della gravità della nuova condizione operaia troviamo il gallese Robert Owen (1771-1858), che pur essendo nato da una famiglia molto modesta riuscì, appena diciannovenne, a diventare dirigente e azionista di una grande industria cotoniera di Manchester. Nel 1799, divenne proprietario del cotonificio di New Lamark (in Scozia), un grande impianto dove lavoravano 2000 operai; 500 di essi erano ragazzi, che il proprietario precedente aveva preso da istituti caritativi. Dopo aver constatato la gravità delle condizioni di vita dei lavoratori della sua azienda, Owen ridusse l’orario delle prestazioni, migliorò gli alloggi e istituì una scuola per i bambini. La positiva esperienza di New Lamark lo spinse a formulare un più vasto progetto di riorganizzazione complessiva della società inglese, che a suo giudizio doveva strutturarsi in unità produttive (dette villaggi della cooperazione) di circa 1200 abitanti ciascuno, nei quali il lavoro, la distribuzione dei beni di prima necessità e l’educazione dei bambini avrebbero dovuto svolgersi in comune. Deluso per lo scarso entusiasmo che la sua proposta incontrò in Inghilterra, Owen partì per gli Stati Uniti, ove nel 1825-1827, nell’Indiana, diede vita a New Armony, una vera e propria isola di socialismo agrario, all’interno della quale erano stati banditi quelli che, agli occhi di Owen, erano i tre mali più gravi che affliggevano l’umanità: proprietà, religione e matrimonio. L’esperimento socialista di New Armony si risolse in un fallimento economico completo; la colonia, inoltre, finì per essere poco più di una copia, pacifica quanto sbiadita, delle comunità comunistiche che nel Quattrocento e nel Cinquecento erano sorte in Boemia e in Germania, per opera di gruppi millenaristici. Insomma, il limite più grave dell’esperimento di New Armony consisté nel fatto che da un lato si presentava come la soluzione dei gravi problemi del mondo moderno, industrializzato, ma dall’altro finiva per fuggire dalla modernità e guardare più al passato che al presente.