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giovedì 30 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) X°

Alla vivacità della polemica non corrispose tuttavia sul terreno pratico un'azione tale da imprimere al movimento operaio una svolta rivoluzionaria. La sproporzione delle forze era troppo massiccia (500.000 circa gli aderenti all'Unione Sindacale contro il milione e 900.000 della CGL nel 1920) per poter permettere al gruppo anarchico di assumere la guida dell'intero movimento operaio organizzato. (L'Unione Sindacale Italiana esercitava un'influenza rilevante soprattutto in alcuni settori operai e in alcune località; per es. fra i metallurgici e i gasisti di Milano, i minatori di Toscana, i cavatori dell'Apuania, i contadini delle Puglie e i metallurgici genovesi. Soltanto in queste zone la sua azione era determinante e riusciva a trascinare tutto il proletariato). Ma le difficoltà erano insite nelle carenze interne dello stesso movimento anarchico, come si può desumere dall'esame degli scritti del Borghi. Lo straordinario intuito che lo portò a riconoscere sul piano politico generale i momenti di più alta tensione rivoluzionaria non si manifestò con altrettanta chiarezza e incisività nell'azione sindacale. Quest'ultima appare piuttosto un'esperienza che, in quanto recepita dall'esterno (il Borghi stesso riconosce come in Italia i sindacati siano nati per opera dei socialisti marxisti), venne ad aggiungersi alla logica dell'insurrezionismo anarchico, senza però amalgamarsi con esso. Conseguenza questa forse dell'inadeguatezza del mezzo sindacale a rispondere alle esigenze rivoluzionarie anarchiche (il Borghi riconoscerà più tardi che «lo spettacolo dell'involuzione che era avvenuta nei movimenti operai dei paesi che avevano preceduto l'Italia nello sviluppo industriale» aveva finito per persuaderlo che «era utopistico addossare al sindacato compiti rivoluzionari»), ma anche, riteniamo, di quella che fu l'intrinseca caratteristica della strategia e della tattica rivoluzionaria anarchica, portata a porre l'accento soprattutto sull'elemento volontaristico senza collegarlo, con un programma accorto di preparazione rivoluzionaria, alle condizioni obiettive della situazione. Lo stesso rifiuto degli anarchici a partecipare, a qualsiasi livello all'esercizio del potere, pur cimentandosi nelle più complesse operazioni dell'azione politica (l'azione sindacale, l'insurrezione armata, la gestione collettiva delle imprese ecc.) costituiva un determinante motivo di debolezza nei loro programmi. Tuttavia non si può non riconoscere che, al di là dei concreti limiti operativi, essi adempirono a un'importante funzione critica. E questo giudizio è particolarmente valido per il Borghi che, indirizzando concretamente l'Unione Sindacale Italiana verso il rifiuto del parlamentarismo governativo, delle riforme parlamentari, del partito politico, della dittatura provvisoria e di tutte quelle iniziative che prescindono da un processo di liberazione del proletariato che parta dal basso, apportò un contributo decisivo all'identificazione di quelli che possono essere i processi degenerativi della lotta politica; contributo la cui validità superò i limiti contingenti della sua azione per porsi come strumento interpretativo e di continua verifica dei criteri e degli obiettivi della lotta di classe.


FELCE MASCHIO

Pianta erbacea perenne alta 100-140 cm; rizoma brunastro, biancastro all'interno, orizzontale, spesso, lungo fino a 20-30 cm, di cui si dipartono radici nere; fronde a ciuffi, durante il primo stadio vegetativo ripiegate a ricciolo, diviso 2 volte in pinnule ottuse, poco dentate, lanceolate, terminanti a punta; sori sulla pagina inferiore, disposti a 2 ranghi, vicino alla nervatura.

Maturazione degli sporangi da luglio a settembre. Cresce in boschi, vallette, in zone ombrose e su terreni umidi e freschi.

In Germania, la felce maschio è nota come Walpurgiskraut (pianta di Valpurga). Esiste infatti una credenza secondo cui le streghe, nella notte di Valpurga, le utilizzavano per rendersi invisibili. In Boemia, Bretagna e Tirolo si pensava che la felce, o i suoi semi, rivelassero la presenza di tesori.

In Russia, i contadini eseguivano con la felce un rituale nella foresta, prima della mezzanotte della festa di San Giovanni Battista (24 giugno). A mezzanotte in punto, sarebbero apparsi tre soli, la foresta sarebbe stata illuminata a giorno e si sarebbero udite risate e voci femminili. La persona che avesse assistito a tutto ciò, avrebbe acquistato il potere di prevedere il futuro.

Nella fitoterapia moderna, si usa per parassiti intestinali e gotta. L'estratto del rizoma era utilizzato in medicina umana e veterinaria contro la tenia.

Causa nausea, vomito, dolori addominali, diarrea, allucinazioni con predominanza del colore giallo, depressione cardiocircolatoria, aritmie, depressione del Sistema Nervoso Centrale, cecità temporanea o permanente.



Contro un progresso alienato

L'alterazione della velocità delle forme si sopravvivenza è uno dei tanti accorgimenti con i quali si confeziona l'a-storicità dell'epoca e si umilia la spontaneità. La tendenza è quella di ridurre l'individuo ad un semplice recettore di riflessi condizionati, un programma che si realizza mantenendo nell'incoscienza le forme dell'esserci e stimolando la sfera corporale, come mostra il successo delle attività sportive, intense, funzionali e brutali, cariche di un aggressività senza contenuto, e di una ritualità sublimata, che ricordano l'impegno del lavoro salariato. In questo quadro la povertà  è una forma di lentezza che fa del proletario un parassita, la cui vita è divenuta ideologia della sua propria assenza. Un ideologia che ricorda la decadenza dei Romani, caratterizzata da una quiete sociale che, nelle repubbliche, è solo l'espressione di una mancanza di libertà.

L'idealismo ha imparato da tempo a strumentalizzare il progetto comunista di rovesciare il mondo, per mascherare le lotte sul cambiamento. Lotte nelle quali la critica radicale ha appreso a catalizzare i desideri della sua epoca prima che vengano presi in ostaggio dalle accelerazioni impresse alla vita corrente dagli autoritarismi, arrivati sino al paradosso di imporre la condizione del moderno come un dovere assoluto. Queste lotte hanno costituito un programma appassionato di cambiamento reale della vita, che si è costantemente accompagnato alla necessaria resistenza contro la de-ragione di un progresso alienato e al carattere parziale di tutte le realizzazioni positive da esso promesse. Là dove la forma si ritorce contro il contenuto, necessariamente i mezzi si rivoltano contro il fine.


giovedì 23 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IX°


Fedele all'insegnamento malatestiano che poneva l'accento principalmente sulla lotta armata, e avversario di ogni forma di organizzazione sociale rigidamente stabilita, il Borghi rifiutò il concetto della dittatura provvisoria del partito per affermare invece le virtù organizzatrici dell'azione diretta proletaria e popolare, procedente dal basso per libera iniziativa per mezzo degli organismi nati e formatisi nel suo seno. Un potere centrale, secondo il Borghi, non solo non era indispensabile alla resistenza, alla vitalità e all'azione delle masse, ma limitava ogni loro funzione e finiva per ridurre a strumenti di potere i liberi organismi che esse avevano creato per rappresentarle. Nel processo rivoluzionario invece era a questi organismi - e in primo luogo ai sindacati (Durante il «biennio rosso» il Borghi considerò anche i consigli di fabbrica come un prezioso strumento rivoluzionario. Naturalmente egli non accettava la concezione comunista che, istituzionalizzando i consigli, preconizzava il loro assorbimento in un sistema di soviet e la loro subordinazione a un potere politico centrale; ma auspicò la loro utilizzazione nel processo rivoluzionario come strumenti di auto-organizzazione dei lavoratori nella fabbrica, necessari per continuare la produzione e per provvedere e distribuire le materie prime nel periodo della lotta, e come possibili cellule della succes-siva gestione comunista. Soprattutto egli sottolineò che l'esperienza di auto-direzione operaia nella fabbrica avrebbe conferito al moto rivoluzionario un carattere sociale e produttivo che ne avrebbe fatto «non la rivolta degli straccioni o degli oziosi, ma delle masse organizzate già allenate all'auto-pedagogia dell'azione collettiva e del funzionamento dell'azienda produttiva») - che bisognava fare ricorso quale unico strumento atto a rivalutare il principio della violenza rivoluzionaria che doveva essere applicata non solo nella tattica, ma anche nell'esercizio e nell'organizzazione del potere. Dalla conferenza risulta l'esaltazione del sindacato come organo catalizzatore delle forze autenticamente rivoluzionarie, cioè quelle dei lavoratori oppressi e sfruttati, e come unico strumento «tecnico » utilizzabile per costruire la società futura, in cui i mezzi di produzione e di amministrazione devono essere gestiti pubblicamente. In essa inoltre si ribadisce la necessità dell'assoluta indipendenza del sindacato da qualsiasi partito politico, anche dal movimento politico anarchico che nel primo dopo guerra aveva trovato la sua espressione nell'Unione Anarchica Italiana. Rispondendo all'accusa avanzata dai comunisti di aver asservito l'Unione Sindacale al «partito» anarchico, il Borghi chiarisce ancora una volta il significato e la funzione dell'anarchismo nei suoi rapporti con il movimento sindacale. «Le coincidenze, in certi punti, dei programmi di azione dei sindacalisti-rivoluzionari con le ideologie del movimento anarchico - egli scrive - sono la conseguenza del fatto che il movimento sindacale è stato la risultante dell'azione di una massa di militanti, che hanno voluto mettersi sul terreno rivoluzionario antiparlamentare. In ogni modo queste coincidenze non stabiliscono nessuna sottomissione, ma sono il riflesso di posizioni teoriche e pratiche che corrispondono al valore intrinseco di ciascuna dottrina». Il sindacalismo per gli anarchici che credono in esso come metodo d'azione non è l'anarchismo, ma le sue ideologie «in quanto si riferiscono all'azione che deve svolgere il sindacato e in quanto al fine che si deve proporre, sono identiche alla concezione che l'anarchismo di classe, rivoluzionario, ha del movimento operaio». Questo significa che «il sindacalismo fa parte delle ideologie che l'anarchismo ha in sé», mentre questo «abbraccia un insieme di dottrine che esorbitano dal sindacato». Fiancheggiandolo e spingendolo sulla strada dell'azione rivoluzionaria, esso intende portarlo alla costruzione di una società «in cui non si parlerà più né di sindacalismo e delle sue differenze, né di scuole anarchiche e di partiti diversi, perché la realizzazione della società ad ordinamento libero e produttore avrà accomunato tutti gli uomini sotto una sola denominazione generale: quella di essere liberi, redenti mercé la rivoluzione sociale ed organizzati nel regime libertario che è la società libera da tutte le oppressioni, da tutte le schiavitù». 


Vivere il proprio tempo

C'è un modo di essere comunisti che non deriva dal sapere delle scienza sociali, né dall'assalto della classe degli sfruttati ai bastioni del Capitale, provvede la vita corrente.

E' un costume inebriante di vivere il proprio tempo, spesso nella forma di un'avventura, sempre nelle vesti di una tragedia.

L'esperienza ha mostrato che questa avventura, finora, non è mai durata più di quanto duri un sogno, con il quale, per altro, condivide certi poteri, terrorizza i nemici e i cattivi compagni di strada, spaventa i dogmatici, rovescia le tavole delle ideologie e le illuminate illusioni della borghesia.

Questa materna epifania della storia dell'uomo è quella che porta all'espressione più alta del vissuto, è quella che salda e dà un senso a tutte le passioni, anche le scellerate. Essa non consente mediazioni né ritorni alle posizioni di partenza, così, gli eletti sono le sue vittime, destinati al massacro perché la ferocia degli idealismi, nessuno  escluso, da quelli che diffondono la peste religiosa a quelli che si piegano ai meriti delle democrazie borghesi e alla signoria delle armi,  non lasciano scampo.

E' successo a Parigi nel 1871, a Monaco e a Budapest, nel 1919, a Kronshtadt, nel 1921. Questa ultima avventura, in particolare, è stata la più breve e la più crudele delle primavere della rivolta. Diciotto giorni appena.

In ogni caso, dallo sventurato destino della Comune di Kronshtadt ne è derivata una lezione importante per i suoi figli, le strutture della modernità sono sempre e inevitabilmente repressive, non importa il credo che le anima. A Parigi, come a Pietrogrado, come a Barcellona, Varsavia e ancora a Budapest, i versaillais sono puntualmente dietro l'angolo, nell'ombra, ad affilare i coltelli. Nascosti e protetti dietro l'oscuro e vuoto spazio da cui la forma di capitale gestisce le strutture irrazionali che governano lo spettacolo della politica e la lebbra della alienazione sociale, questo lievito che muta la vita corrente in merce.

Amicizia e solidarietà

Ci hanno abituati a un’idea neutra dell’amicizia, come pura affezione  senza conseguenze. Ma ogni affinità è un’affinità in una comune verità. 

Ogni incontro è un incontro in una comune affermazione, foss’anche quella della distruzione.

Non ci si lega  innocentemente in un’epoca in cui  tenere a qualcosa e non demordere conduce regolarmente alla perdita  del lavoro, in cui bisogna mentire per lavorare e, poi, lavorare per conservare i mezzi della menzogna.

L’unione di chi, partendo dalla fisica quantistica, giurasse di trarne tutte le conseguenze in ogni campo sarebbe altrettanto politica di quella dei compagni che lottano contro una multinazionale agroalimentare. Sarebbero condotti, prima o poi, alla  defezione, e allo scontro.  

Gli iniziatori del movimento operaio avevano l’officina e poi la fabbrica  per trovarsi. Avevano lo sciopero per contarsi e smascherare i crumiri.  Avevano il rapporto salariale, che poneva lo scontro tra il partito del  Capitale e il partito del Lavoro, per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.

Noi abbiamo la totalità dello spazio sociale per  trovarci. Abbiamo i comportamenti quotidiani d’insubordinazione per  contarci e smascherare i crumiri.

Abbiamo l’ostilità verso questa  civilizzazione per tracciare delle solidarietà e dei fronti su scala mondiale.


giovedì 16 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VIII°

L'analisi del Borghi sulla situazione italiana nel primo dopo-guerra è assai acuta e dimostra come la sua posizione di fronte a quegli avvenimenti storici decisivi fosse dettata da un notevole intuito di rivoluzionario (È significativo a questo proposito il fatto che egli, più vicino come rivoluzionario alla base, abbia riconosciuto nei moti per il caroviveri diretti nel '19 dalle camere del lavoro il punto culminante del «biennio rosso» e il momento in cui i rapporti di forza erano più favorevoli a una rivoluzione). Altrettanto significativo che egli abbia appoggiato un tentativo di accordo, per un progetto insurrezionale, con i legionari fiumani cui partecipò Errico Malatesta nel 1920: la sua adesione in questo caso rivela che egli acutamente percepì la necessità di allargare il moto rivoluzionario anche agli strati di ceto medio potenzialmente rivoluzionari, nella convinzione che, «in certi momenti storici occorre non rifiutare nessuna possibilità di alleanza). Egli condannò il demagogismo dei massimalisti che pur sostenendo la necessità e l'inevitabilità della rivoluzione non si decidevano a scendere sul piano concreto della lotta. «Costoro - scriverà nel '20 su " Guerra di Classe " - rallentano senza saltarlo il processo della trasformazione graduale legale del potere borghese con l'impedire ai riformisti del partito socialista di fare il male ed il bene che potrebbero fare esaurendosi nel loro esperimento; nello stesso tempo di fronte al ripetersi inquietante di movimenti di natura sicuramente rivoluzionaria essi continuano a rimproverare agli anarchici una eccessiva precipitazione». «Dal fatto che noi intendiamo orientare in senso rivoluzionario la lotta sindacale e cerchiamo di dare un senso di prepara-zione rivoluzionaria anche alle minime conquiste del giorno per giorno, alcuni erroneamente deducono che noi anarchici crediamo al colpo di bacchetta magica. Il concetto che l'anarchismo sia una dinamica dell'istinto è falso. L'anarchismo parte invece dalla convinzione che le rivoluzioni debbono essere influenzate da uomini che sanno dove vogliono andare». Il proposito di unire tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, anche quelle espresse dai partiti, non significava però che il Borghi fosse venuto meno alle sue concezioni sindacaliste antipartitiche e antiautoritarie. Infatti, come abbiamo notato, esse rimasero il nucleo centrale del suo pensiero e costituirono il motivo di fondo della polemica che egli ingaggiò con i sostenitori acritici del nuovo statalismo russo. Recatosi in Russia nell'agosto 1920 per presenziare, come delegato dell'Unione Sindacale, al congresso del Comintern, egli ne riportò una amara disillusione, constatando l'avvenuta evoluzione della rivoluzione russa verso forme di accentramento dei poteri e di burocraticismo, e soprattutto verificando come la rivoluzione libertaria si fosse trasformata, per imposizione di un partito, «in dittatura dei capi del partito comunista che organizzano il loro potere». Dimessosi nell'ottobre 1921 da segretario dell'Unione (Il motivo contingente delle sue dimissioni furono le divergenze sorte fra gli aderenti all'Unione Sindacale a proposito della questione della partecipazione dei sindacalisti al parlamento; ma il fatto va collocato nel quadro della più vasta polemica che si sviluppò in quel periodo all'interno dell'organizzazione fra la corrente libertaria e quella sindacalista favorevole al comunismo russo. Quest'ultima faceva capo a un piccolo gruppo di sindacalisti che avevano il loro centro a Verona, dove pubblicavano il settimanale «L'Internazionale». Dopo le dimissioni del Borghi la segreteria dell'Unione Sindacale passò al sindacalista-rivoluzionario Alibrando Giovannetti), egli si impegnò in una serie di conferenze e di contradditori con i comunisti. Dopo il congresso di Roma dell'Unione Sindacale (marzo 1919) che affermò la tendenza libertaria nei rapporti internazionali, si scatenarono infatti vivaci polemiche fra gli anarchici da un lato e i sindacalisti autoritari e i comunisti dall'altro lato. Era naturale e logico questo fervore di critiche e di dissensi, poiché l'Unione Sindacale, sulla scia del generale entusiasmo che aveva accompagnato la rivoluzione russa, in un primo tempo aveva aderito alla Terza Internazionale e alla Internazionale dei sindacati rossi. Ma i voti successivi sanzionarono dapprima la sua uscita dal Comintern e poi l'adesione alla nuova centrale sindacale internazionale di ispirazione libertaria costituita dal convegno di Berlino nel 1922. Con ciò si decideva di sottrarre l'Unione Sindacale Italiana all'influenza di un'organizzazione che, essendo sotto le direttive di un regime dittatoriale, finiva per allontanare l'organizzazione operaia dalla via rivoluzionaria che doveva condurre al comunismo libertario. Spariva così di fatto la potenziale antitesi fra sindacalismo e anarchismo che si era profilata con la questione dell'adesione allo statalismo russo e sostanzialmente la concezione sindacale accettata dall'Unione rimaneva quella che il Borghi tratteggia in una delle sue ultime conferenze tenuta prima dell'avvento del fascismo. I concetti di rivoluzione, espropriazione e organizzazione comunista della produzione erano stati in quegli anni al centro della polemica borghiana. Al riguardo egli aveva espresso la sua opinione contraria a quella di coloro che intendevano sottrarre all'azione delle masse il compito della costruzione della società socialista per affidarlo a un governo rivoluzionario o post-rivoluzionario. 



Afa di Luglio. Il canto che non varia – Camillo Sbarbaro

Afa di luglio. Il canto che non varia 

delle cicale; il ciel tutto turchino; 

intorno a me, nel gran prato supino, 

due fili d'erba immobili nell'aria. 


Un sopor dolce, una straordinaria 

calma m'allenta i muscoli. Persino 

dimentico di vivere. Mi chino 

coi labbri ad una bocca immaginaria...


E sento come divenute enormi

le membra. Nel torpore che lo lega,

mi pare che il mio corpo si trasformi.


Forse in macigno. Rido. Poi mi butto

bocconi. Nell'immensa afa s'annega

con me la mia miseria, il mondo, tutto.


NON VOGLIAMO VIVERE DISIMPARANDO

Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.

E' tempo che il memento vivere prenda il posto del memento mori che bollava le conoscenze sotto il  pretesto che niente è mai acquisito.

Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c'era da attendere altro dalla sorte comune che la  decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boy caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all'infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!

Per spezzare l'oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l'ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell'amore, della conoscenza, dell'avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua "linea di cuore" inaugura ad ogni istante.

La società nuova comincia dove comincia l'apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell'animale, regni da cui l'uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull'autenticità, non sull'apparire; sull'esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell'obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza.

Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo. 


giovedì 9 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VII°

Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale il terreno su cui la polemica borghiana incise più profondamente fu quello della lotta prettamente sindacale. L'opposizione al socialismo democratico invece si mantenne su un piano teorico e il motivo di ciò va ricercato nel fatto che il movimento anarchico e il partito socialista riformista si muovevano su piani affatto differenti. Il partito infatti aveva praticamente rifiutato, se non a livello di mera ipotesi teorica, la tesi della conquista rivoluzionaria del potere: ciò privava in parte del suo mordente la critica borghiana che finiva per appuntarsi contro un obiettivo astratto nel quadro della scontata tematica antiautoritaria e anti-legalitaria. È solo negli anni imme-diatamente precedenti alla guerra, con la crisi del riformismo e il revival delle forze rivoluzionarie, determinato nel partito socialista soprattutto dalla prepotente personalità di Benito Mussolini, che troviamo nel pensiero del Borghi un primo spunto aggressivo ben definito nei confronti del partito socialista, o meglio della sua corrente rivoluzionaria. E ancora una volta dal sindacato e dalla necessità della sua autonomia dai partiti che il Borghi prende spunto per avviare la sua polemica, nella quale si avverte la perfetta comprensione del disegno mussoliniano mirante a stabilire il controllo su tutto il movimento operaio organizzato («incapace da sé di un'azione rivoluzionaria») per affidare il compito e le finalità politiche al partito. In realtà i sindacalisti dell'Unione Sindacale, creando un'organizzazione autonoma, mentre da un lato si precludevano la possibilità di agire all'interno della CGL, d'altro lato non erano abbastanza forti per esautorarla; e ciò costituiva una forte remora alla realizzazione del disegno rivoluzionario di Mussolini, in cui il sindacato doveva svolgere una funzione essenziale. La posizione del Borghi non poteva essere che di netta opposizione nei confronti del tentativo di unire la Confederazione e l'Unione Sindacale in una lotta comune sotto l'egida del partito. Il motivo politico che nel corso di questa polemica veniva ad innestarsi concretamente alla questione sindacale doveva trarre ulteriori occasioni di sviluppo nel primo dopoguerra. Infatti le diverse posizioni assunte dalle forze politiche italiane di sinistra di fronte agli avvenimenti russi misero in luce le profonde divergenze esistenti fra la concezione rivoluzionaria anarchica e quella marxista, coinvolgendo una quantità di problemi collaterali vecchi e nuovi, non ultimo quello della posizione del sindacato nel processo rivoluzionario e nella costruzione della nuova società. Com'è noto la notizia della rivoluzione russa in un primo momento provocò in Italia un moto di generale entusiasmo e agì come potente coefficiente di mobilitazione del potenziale rivoluzionario delle masse. Nel «biennio rosso» anche agli anarchici sembrò che fosse giunto il momento in cui si sarebbe potuta realizzare quella rivoluzione liberatrice che essi ponevano al sommo delle proprie aspirazioni. In questo periodo la loro azione fu volta principalmente a realizzare l'unione di tutte le forze che si dichiaravano disposte a scendere sul terreno della lotta rivoluzionaria. L'unione doveva realizzarsi sia a livello di base con l'estensione dei moti a tutti i lavoratori delle città e delle campagne, sia a livello di direzione politica. Nella loro azione - afferma il Borghi - essi erano spinti da una duplice preoccupazione: da un lato quella di non alimentare rischiose polemiche con le forze politiche di sinistra che potessero mettere in urto fra di loro i lavoratori; dall'altro lato quella di non sottovalutare il pericolo che il partito socia-lista e la confederazione del lavoro portassero il movimento «ad infrangersi e ad esaurirsi contro gli scogli del riformismo». Perciò il Borghi preconizzò una scissione dei socialisti massimalisti dalla corrente riformista del partito. «Un tracollo della situazione in Italia nel 1919-20 - scrive - si poteva ottenere certamente anche per il concorso sicuro degli anarchici; ma non era da sperare il prevalere degli anarchici. Senza il concorso delle forze socialiste, almeno di quelle che si dicevano estremiste, non c'era niente da fare. Ma quelle forze, mentre alla base non desideravano che di agire, agivano al vertice, tutto sommato, concordi colle forze riformiste. Ecco perché in quel momento una scissione nel partito socialista sarebbe stata più proficua che non quella unità la quale attaccava allo stesso carro un cavallo davanti e uno dietro, spingendoli entrambi a frustate in direzioni opposte».



PAPA WAS A ROLLIN’ STONE – The Temptations

Era il 3 settembre

Quel giorno lo ricorderò per sempre, sì lo farò

Perché quello è stato il giorno in cui mio padre è morto

Non ho mai avuto la possibilità di vederlo

Non ho mai sentito altro che cose cattive su di lui

Mamma, dipendo da te, per dirmi la verità

La mamma ha semplicemente abbassato la testa e ha detto, figliolo

Papà era un vagabondo

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

Papà era un vagabondo (si, figlio mio)

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

Hey Mamma!

È vero quello che dicono che papà non ha mai lavorato un giorno, in vita sua

E mamma, alcune brutte dicerie girano per la città dicendo questo

Papà aveva altri tre figli

E un'altra moglie, e non è giusto

Ho sentito alcune chiacchiere, papà che predicava in un negozio

Parlava di salvare anime e per tutto il tempo si scioglieva

Finiva nello sporco e rubava nel nome del Signore

La mamma ha semplicemente abbassato la testa e ha detto

Papà era un vagabondo (figlio mio)

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

Hey papà era un vagabondo (papà gumma it)

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

,

Hey Mamma!

Ho sentito che papà si definiva un tuttofare

Dimmi è questo che ha mandato papà a una tomba così presto?

La gente dice che papà elemosinava, prendeva in prestito, rubava

Per pagare i suoi conti


Hey Mamma!


La gente dice che papà non ha mai pensato molto

Trascorreva la maggior parte del tempo a caccia di donne e a bere

Mamma, dipendo da te, per dirmi la verità

La mamma alzò lo sguardo con una lacrima negli occhi e disse, figliolo

Papà era un vagabondo, (si, si, si, si)

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli (soli, soli, soli, soli)

Papà era un vagabondo


Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

E quando è morto, tutto ciò che ha fatto è stato lasciarci soli

Mio padre era, sì lo era, sì lo era

Papà era un vagabondo

Ovunque posasse il suo cappello, era casa sua

(È l’adattamento moderno moderno della vecchia storia di Stagger Lee, il nero bullo e malavitoso raccontato nell’omonimo vecchio blues di inizio del novecento). 


L’individuo civilizzato

Nessuno può restare indifferente davanti all'intollerabile sproporzione che esiste tra il numero di quanti comandano e di coloro che ubbidiscono. Allo stesso modo, nessuno può sottovalutare la violenza sempre più devastante delle moderne forme di sopruso e il moltiplicarsi degli inganni della domesticazione sociale, che i primi infliggono ai secondi. Perché non sono più le configurazioni politiche ed economiche dell'impero dei capitali quelle che contano, ma le ragioni segrete che lo hanno inverato, che ora lo proteggono dal doverle rivelare. Ragioni che smentiscono ogni sogno rivoluzionario degli ubbidienti, infangando la loro storia.  Quanto ai risultati, è sufficiente riflettere sul crepuscolo della nuda vita e sulla efficacia delle forme di corruzione della società introdotte dall'idealismo nella società spettacolare, un regno che ha fatto del profitto un dio. Ma c'è che ha dedicato altari alla peste. C'è chi denunciò questa sproporzione - questo stato di eccezione della nuda vita - era tanto convinto della grossolana e disonorevole ingiustizia contenuta in essa, che non volle pronunciare nessuna esortazione al popolo affinché si liberasse dal tiranno. Sarebbe stato superfluo, considerati che, perché tutti gli uomini si lascino assoggettare è necessario una delle due: essere costretto o ingannati. Appuntò, piuttosto, la sua attenzione sull'evidenza infamante della condizione di sudditi, una condizione educativa più di qualunque appello alla rivolta recitata dai tribuni di turno, di per sé, uno stimolo potente a riprendersi la libertà adesso, rifiutando qualsiasi consolatoria visione di future e ideali forme di governo. Una esortazione che nella storia europea è progressivamente caduta nel vuoto, almeno da quando l'individuo civilizzato è divenuto una preda dell'insieme delle consuetudini e delle abitudini che determinano la vita corrente.


giovedì 2 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VI°

Dotato di una visione maggiormente pratica delle necessità allora attuali del movimento operaio organizzato («La scissione fra le organizzazioni operaie - scrive il Borghi - è un male. Chi ne dubita? Si creano falsi amor propri e rivalità entro le stesse categorie operaie; si intralciano gli scioperi; si avvelenano gli animi. Bisogna fare di tutto per evitarla. Non ci sarà mai nessuno che vorrà la scissione per principio. Ma se la scissione comporta gravi danni, danni maggiori comporta la falsa unità») e più ottimista del Malatesta e del Fabbri sulla possibilità di conferire a un movimento, che pure, per sua natura, è eminentemente economico, un'impronta rivoluzionaria, il Borghi trasse motivo anche dalle crisi come dalle prime dolorose esperienze di sconfitta del movimento, per un rinsaldamento dei suoi propositi di azione all'interno del sindacato. Assente al congresso costitutivo dell'Unione sindacale Italiana (Modena, 1912), perché esule in Francia, egli fu presente l'anno successivo al secondo congresso con un intervento interamente rivolto ad innestare alla questione dello sciopero generale il motivo più tipicamente insurrezionale. «L'arma del sindacalismo rivoluzionario - affermò nella sua relazione il Borghi - è lo sciopero generale sindacalistico di conquista tendente a stabilire l'autonomia di classe del proletariato e ad avviare la rivoluzione proletaria accoppiando alle rivendicazioni economiche di attacco le necessità ideali della lotta, nella direzione dei principi proclamati dall'Internazionale». All'infuori di questo tipo di sciopero generale solo quello «politico difensivo» poteva essere accettato come necessario «sebbene dominato da condizioni esteriori di politica governativa, mutevoli e obiettive, non dipendenti dal proletariato»; nessun altro mezzo era concesso perché «la separazione netta delle classi che si raggiunge sul terreno della mobilitazione con lo sciopero generale sarebbe follia raggiungerlo con tutte le altre manifestazioni ideologiche della democrazia sociale». Com'è noto, di lì a qualche mese gli anarchici tentarono di provocare concretamente quel moto insurrezionale che sovrastava come obiettivo finale ogni loro proposito di azione. La «settimana rossa» (giugno 1914) che vide alleati sul fronte della lotta i repubblicani, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari guidati da Mussolini, ebbe nell'Unione Sindacale Italiana, inserita ormai come forza attiva in varie zone dell'Italia settentrionale e centrale, e nel Borghi fra i suoi dirigenti, uno dei suoi maggiori punti di forza. «La settimana di giugno - scriverà l'anno successivo il Borghi - ha insegnato che solo le grandi idee possono dare anche i medi risultati e la forza per raggiungerli; che solo applicando la predicazione teorica al fatto proletario sindacale si possono scuotere delle gigantesche energie». Al di là del risultato negativo immediato della lotta, che egli considerò, al pari di Malatesta, provocato dal «tradimento» della CGL, egli apprezzò nell'episodio la straordinaria prova di forza data dal proletariato italiano e lo slancio ideale innestato nella lotta concreta.


LA COLLINA DEL DISONORE – Sidney Lumet

Cinque uomini condannati dalla corte marziale per diserzione, furto e violenza contro i superiori, sono spediti in un campo di disciplina nel deserto africano. Sono Roberts, che si rifiutò di portare i suoi soldati al macello, Stevens, il nero King, e due altri. Subito cadono nelle grinfie di Wilson, un sergente maggiore che è il vero padrone del campo perché il fiacco comandante gli lascia mano libera. Convinto che per abbattere la volontà dei prigionieri e per farne dei soldati disposti sempre e ovunque a obbedire, se ne debba fiaccare il fisico, egli li affida al sergente Williams, un boia che li obbliga a salire e scendere per ore, carichi di sacchi, una piramide di sabbia e di pietra costruita in mezzo al campo. Distrutti dal sole, dalla sete, dalle corse e dalle rauche grida di comando, i cinque si trascinano fino al limite delle loro forze, ma Roberts, l'osso più duro, è sempre l'ultimo a cedere; sebbene il corpo cada sfinito, la sua volontà è indomabile: come al fronte egli si ribellò a un ordine che gli sembrò assurdo, così ora resiste a queste punizioni disumane e al clima di terrore creato dagli aguzzini. Quando il più debole del gruppo, Stevens  soccombe, e Wilson, per coprire le
responsabilità di Williams, d'accordo con un pavido ufficiale medico, fa passare la sua morte per accidentale, Roberts decide di accusare il terzetto agli occhi del comandante. Ma già fra i suoi compagni di cella c'è chi non è disposto a testimoniare, attanagliato dalla paura della vendetta  del boia: una sommossa dei prigionieri, dettata dallo sdegno per la morte di Stevens, è finita nel nulla, perché tutti salvo Roberts e King sono rimasti atterriti dalle minacce dei due sergenti. Per impedire a Roberts di portare avanti la sua denuncia, Williams e due guardie lo  picchiano a sangue; trasportato all'infermeria, Roberts trova un alleato nel sergente Harris, che è disposto a testimoniare contro Williams; King, dal canto suo, superato il limite d'ogni sopportazione, si è strappata l'uniforme  e, saltando nudo come uno scimmione, si è presentato al comandante del campo e gli ha aperto gli occhi sulle perfidie dei guardiani. Messi l'uno contro l'altro  Williams e Wilson, Roberts sta per vedere trionfare la giustizia quando i suoi compagni di cella, ormai esasperati, approfittano di un momento favorevole e uccidono Williams. Ancora una volta la violenza è un circolo chiuso, la giustizia è impossibile quando si sono superate le barriere dell'umanità. Il tema di fondo, che più interessava il regista Sidney Lumet, è quello della paura, come egli ha detto, della natura della paura, dell'uso della paura come mezzo di potere, e della vittoria sulla paura come fonte di forza. Infatti nessuno dei guardiani, durante il lavoro, alza mai la mano sui prigionieri: l'identificazione fra i metodi della Gestapo e quelli dei sergenti inglesi avviene (ed è suggerita esplicitamente più volte nel corso del film) negli effetti distruttivi della volontà fisica e morale riscontrabili sulle vittime. Roberts, che ha resistito più di tutti gli altri, è infine sconfitto dai suoi stessi compagni nel momento in cui si rende conto che la sua ribellione è la logica continuazione del gesto compiuto, forse per viltà, al fronte.

Questa collina artificiale alta dieci metri che esteriormente somiglia maggiormente a una piramide (forse un richiamo agli schiavi) non è solo un esercizio impegnativo per mettere alla prova volontà e atletismo, che ben altri strumenti di tortura potevano allora prendere il suo posto. È il fulcro e il fine dell'attività militare. È guerra. E come la guerra è un supplizio di Tantalo, infinito e inutile. La collina che in tanti film bellici è l'obiettivo da conquistare, la vetta simbolica, la vittoria, qui non può essere conquistata definitivamente, è un sacrificio che conduce a un altro sacrificio e ancora ad altri all'infinito. E uccide o rende pazzi come ci si dovrebbe aspettare dal suo riflesso.



Il malato nella società capitalistica

La malattia è la condizione essenziale del processo di produzione capitalista, il preliminare ed il risultato. Il processo di produzione capitalista è un processo di distruzione della vita. Continuamente si distrugge la vita e si produce capitale. L'accumulazione è infatti l'unico scopo del capitale. La malattia si produce collettivamente: il lavoratore produce collettivamente il suo isolamento nei processi di lavoro e questo isolamento aumenta con l'apparizione dei primi  sintomi della malattia. L'organizzazione sanitaria, infatti, interpreta la malattia non come un destino collettivo, ma come una défaillance individuale. Il capitalismo produce la malattia che è l'arma più pericolosa per la sua esistenza. E' per questo che il capitale si scatena contro il momento progressista della malattia con tutte le armi disponibili (polizia, organizzazione sanitaria, ecc.). Il malato è perciò sfruttato due volte: quando cessa di essere sfruttabile sul luogo di lavoro, viene isolato e destinato al ruolo di consumatore dei prodotti farmaceutici. Il momento progressista della malattia, la protesta, viene soffocato; il suo momento reazionario, l'inibizione, è riprodotto nel momento della guarigione. Si toglie al malato il suo bisogno di trasformazione. Vivere significa trasformare, lottare contro la violenza della natura e per la sua appropriazione produttiva. Opponendosi alla trasformazione, la società capitalista si oppone alla vita stessa e si rende colpevole di un assassinio permanente e organizzato, chiamato educazione, famiglia, scuola, il cui unico scopo è il soffocamento di ogni esigenza umana in favore della violenza naturale, l'accumulazione capitalistica.