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giovedì 5 novembre 2026

F.S. Merlino, la difesa del regicida Gaetano Bresci III°

L’avv. Merlino si alza a parlare alle 16,55. Parlerà per 40 minuti, fra interruzioni e minacce di togliergli la parola e non soltanto... Viene invitato più volte a… “restringersi”, a voler riportare l’espressione del presidente. Dichiara subito che la sua non è una difesa di connivenza: “non vengo qui a portare le mie convinzioni politiche – afferma – vengo ad adempiere ad un dovere qual è quello della difesa”. Ad un certo punto afferma: “Il Bresci è colpevole, sì; ha commesso un delitto, deve farne l’espiazione”. Un opuscolo pubblicato nel 1905, da un club anarchico (“Aurora-Club” di Paterson), contenente l’arringa, annota in questo modo l’affermazione di Merlino: “rammentiamo che Merlino parla come avvocato e dal punto di vista delle leggi vigenti. Naturalmente ciò non implica l’adesione degli editori”. Merlino rileva nell’esordio della sua arringa che “fare a meno di tutte le formalità solite di un giudizio… trasandare alle esigenze della legge… è una esagerazione… indegna di uomini seri e di un popolo civile”, ed implica una “rinuncia alla dignità”, al saper dimostrare di saper assolvere il compito di essere giusti “senza lasciarsi sopraffare da sentimenti di odio e di vendetta”. Piuttosto, egli osserva, “certi gravi delitti come l’attuale, rispondono a gravi problemi sociali.” E subito rileva: “Il regicidio non è e non può essere un principio anarchico. Ammazzare un uomo, sia un re, sia un capo di governo, sia un avversario qualsiasi non può risolvere nessun problema sociale”. E ricorda che il regicidio, “non è un’invenzione degli anarchici… prima e molto tempo prima che fosse praticato dagli anarchici… e da alcuni anarchici soltanto, è stato praticato da tutti gli altri partiti politici… è un’idea che ricorre alla mente degli uomini che lottano contro un dato ordine sociale e che si illudono di poter colpire quest’ordine sociale in colui che esteriormente lo rappresenta”. La storia offre facili e numerose prove di questa sua affermazione. Piuttosto – egli rileva – è interessante considerare che “gli anarchici degli altri paesi non ricorrono al regicidio: vi ricorrono i soli italiani”. Perché? Respinge la tesi di quanti affermano che in Italia si commettono più omicidi e che gli anarchici italiani sarebbero dunque più sanguinari. I grandi assassinî premeditati – egli osserva – sono più numerosi negli altri paesi, in Italia sono più numerosi gli omicidi passionali, di impeto. E non accetta nemmeno la spiegazione che causa del reato siano le condizioni economiche di disagio degli operai italiani: vi sono operai più poveri degli italiani in altri paesi d’Europa, nei quali non si è mai ricorsi al regicidio. E allora? Egli indica due fattori: un fattore storico, ed un fattore politico. Il fattore storico. Sopravvivono in Italia le tradizioni dei governi assoluti, automatica è dunque nell’immaginario popolare la personificazione del governo nel re. “Noi non abbiamo ancora l’educazione politica degli altri popoli, abbiamo bisogno di semplificare la nostra concezione dello Stato e lo Stato lo vediamo nel capo di esso”. Purtroppo, una tale convinzione è confortata da una propaganda retriva sempre presente, rileva Merlino: “Nei giornali voi leggete spesse volte frasi di questo genere: Quanto sarebbe bene che il re mandasse a casa i deputati e governasse lui solo!”. L’esempio era fortemente calzante. Proprio tre anni prima nelle austere colonne della «Nuova Antologia» Sidney Sonnino aveva lanciato un messaggio: “Torniamo allo Statuto”: bisognava spazzare via mezzo secolo di democrazia parlamentare, ricordarsi che a’ termini dello Statuto albertino il potere esecutivo “al re solo appartiene”, rendere responsabili i ministri, nella lettera dello Statuto, nei confronti soltanto del re, e non anche della Camera. Sonnino voleva insomma ridurre la funzione del presidente del consiglio dei ministri… a quella di un maire du palais! Erano ricette, nella sostanza, per… sconfiggere la questione sociale e per garantire l’ordine! Il fattore politico. Merlino richiama implicitamente i fatti di Sicilia che portarono alla proclamazione dello stato d’assedio nel ’94, ed i fatti di Milano del ’98: tumulti per il caropane, stato d’assedio, ed il generale Fiorenzo Bava Beccaris che fa sparare colpi di cannone contro la folla: centinaia di morti. Il re, il 6 giugno di quell’anno conferì poi a Bava Beccaris la Gran Croce dell’ordine militare di Savoia, per il servizio reso “alle istituzioni ed alla civiltà”.


L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI di Ermanno Olmi

Vita quotidiana di un gruppo di famiglie contadine che vivono in una cascina della campagna bergamasca, fra il 1897 e il 1898. La vedova Runk chiede — e ottiene — la grazia divina affinché una   mucca malata guarisca; il Finard perde una moneta d'oro e per la rabbia si sente male (viene curato da una “donna del segno”), il nonno Anselmo riesce a far maturare i pomodori qualche giorno prima degli altri: Stefano e Maddalena si sposano e vanno in viaggio di nozze a Milano, nei giorni delle cannonate di Bava Beccaris; il Battisti taglia un albero del padrone per farne un paio di zoccoli per il figlio, e viene cacciato. La vita di tutti si svolge secondo codici fissi come riti, i legami sociali della comunità sono quelli sanciti dalle regole della religione cattolica. Il contadino compiva certo dei grandi atti di fede. Del resto, la natura stessa del suo lavoro richiedeva continuamente un atto di fede; lui non conosceva il fenomeno biochimico attraverso il quale un seme si trasforma in albero da frutta, ma lui, affidandosi alla natura in questa collaborazione straordinaria, seminava, chiudeva il seme sotto terra e attendeva con un grande atto di fede che a primavera spuntasse  da sotto qualcosa. Noi invece siamo continuamente espropriati da questi atti di fede dall'attuale assistenza sociale, dalla cassa per le malattie e gli infortuni, tutte queste cose che ci assicurano (in nome poi di chissà cosa e con quali  pretese?) la tranquillità. Ma quale tranquillità? Vediamo come i paesi più assicurati del mondo sono i paesi più avviati al suicidio!  (Ermanno Olmi, in “Positif”, n. 210, settembre 1978) 

La visione del mondo che Olmi comunica col suo film è questa: la storia è una lotta tra colpa e innocenza, tra peccato e santità, non c'è nessun altro movente. Su questa strada Olmi va più avanti, e dice: tutta l'innocenza da pane dei contadini, i contadini non possono che essere santi. Olmi non descrive soltanto, ma sostiene e propone una morale che non serve altro che a perpetuare lo stato di miseria e di sofferenza che lui stesso racconta. E la morale che non esclude soltanto la ribellione e la violenza, ma anche la denuncia e addirittura la presa di coscienza. Ogni volta (senza eccezioni) che un artista (scrittore o regista o altro) offre a un pubblico borghese la descrizione del mondo proletario o sottoproletario, lo fa, cosciente o no, per ottenere uno di questi due scopi: offendere il pubblico oppure cercarne la complicità. Olmi cerca la complicità. Il film fa appello ai buoni sentimenti e riduce la storia a favola. Olmi descrive a lungo la miseria economica e sociale del mondo contadino, ma dice che tanta grandezza religiosa si accompagnava a quella miseria: non gli viene mai il sospetto che questa grandezza e quella miseria stiano tra di loro in un rapporto di causa ed effetto. (Ferdinando Camon, in “Il Giorno”, 19 ottobre 1978)



Lotte e territorio

Negli ultimi anni le lotte ambientali e territoriali hanno assunto un carattere capillare, espandendosi in aree che magari politicamente e socialmente parlando sono da sempre dormienti. Il grado di penetrazione di una grande opera o di uno stravolgimento paesaggistico e urbanistico è estremamente elevato nella cittadinanza, basti pensare alla miriade di comitati sorti spontaneamente e contrari a nuove autostrade, gasdotti, centrali idroelettriche, termovalorizzatori, biogas e via discorrendo. Tutte queste battaglie si aggiungono alla lunga marcia del movimento No Tav, al serpentone No Triv che – partendo dalla Puglia e risalendo la catena appenninica – arriva nella bassa padana, e alle sempre attuali lotte contro il Muos, le basi NATO e il nucleare, soprattutto quello ad uso militare. Non si tratta di essere a prescindere contro ogni opera impattante, né di invalidarne l’utilità senza averne studiato l’effettiva portata. Ma di riconoscere che nelle nuove forme di accumulazione del capitale, e nelle modifiche della catena del valore, anche lo spazio e il territorio sono funzionali ed essenziali alla estrazione del profitto. L’urbanizzazione e la realizzazione di infrastrutture occupano e assumono importanza indispensabile al progetto del capitale. La stessa vita delle persone, viene piegata a queste esigenze, il tempo si spende in un sistema urbanistico costruito per persone indebitate e per consumatori funzionali alla riproduzione del capitale. La motivazione che ci deve guidare deve sempre essere quella anticapitalista: le grandi opere, le infrastrutture impattanti, i mega impianti energetici servono in primis al capitale e solo secondariamente – e nemmeno sempre – ai territori. Una politica seria e che realmente avesse a cuore le sorti della cittadinanza coinvolta si consulterebbe con le persone, i comitati spontanei e le associazioni, fornirebbe dati, esporrebbe pro e contro e valuterebbe le proposte alternative che arrivano da chi sul territorio ci vive. Ma sappiamo tutti che questo è il mondo reale, non il regno delle fiabe. L’iter è sempre scientificamente uguale a sé stesso invece: accordi tra imprese, piani industriali decisi nei consigli di amministrazione, finanziamenti bancari e comunitari, prebende a cascata a politica e ditte in subappalto, leggi approvate d’urgenza per consentire di velocizzare l’opera, articoli compiacenti e massivi sulla stampa (pena la perdita del finanziamento tramite pubblicità), via all’opera, decantata come indispensabile. Grande opera o barbarie verrebbe da dire. E i territori? Mai ascoltati, anzi tacciati di ottusa ostilità per partito preso, enclave di luddisti contrari al progresso, con successivo corollario di repressione delle lotte, inasprimento delle leggi e delle pene e addirittura carcere per reati anche meramente d’opinione. Per questi motivi è necessario estendere la lotta alle lotte territoriali ed ambientali: oggi come oggi rappresentano un punto di scontro con il capitale che è ineludibile. Anche le nostre città vengono pesantemente ridisegnate privilegiando logiche predatorie legate alla mercificazione della cultura e logiche di investimenti immobiliari (gentrificazione) piuttosto che alle reali esigenze degli abitanti, a spese degli strati più deboli. Quando un territorio viene devastato e sfruttato a scopo di profitto, è inquinato, spogliato dalle proprie risorse per i profitti di pochi, a pagarne le conseguenze in termini economici e di salute, sono sempre gli strati sociali più deboli. Un capitalismo che ha bisogno di prebende statali (alla faccia del neo-liberismo) per grandi opere inutili, disponibile, pur di mantenere alti i suoi profitti, a devastazioni territoriali e a trovare politici che lo sostengono. Il sostegno alle iniziative di lotta e di resistenza, per quanto possano apparire piccole e periferiche è quindi una pratica indispensabile per gettare dei piccoli granelli nel meccanismo perverso di un capitale che rispetta solo sé stesso, sperando di incepparlo quanto prima.