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giovedì 4 settembre 2014

I tempi non sono maturi!

I tempi non sono maturi! Ecco come s’insulta all’umanità, al diritto, alla giustizia. Ecco la più insulsa delle offese, e la più cretina delle risposte.
Chi farà maturi i tempi? E chi ne avvertirà del momento quando lo saranno? E che farete voi anche allora, perché non lo fate adesso? Voi direte allora: “I tempi non sono maturi”. Perché voi non volete il progresso, perché voi non volete la libertà, perché voi non volete la giustizia.
I tempi sono sempre maturi, per togliere l’ingiustizia, quando l’ingiustizia esiste. Attendete che l’uomo si sia rimesso in piedi per rialzarlo? Allora sarà venuto il momento di dargli aiuto? O quando giace? O quando l’aggressore gli sta sopra? O quando vi chiede soccorso?
I tempi sono maturi, quando domina l’ingiustizia, quando trionfa il male, quando la misura e colma, quando la voce dell’umanità oltraggiata si alza terribile, e fa agghiacciare il sangue dei traditori, dei parassiti.
I tempi sono maturi, perché si sente nell’aria un rombo che è come la voce di mille e mille grida di dolore e di rabbia, perché l’eco se ne ripercuote fragorosa dalle catene dei monti d’Irlanda a quelle della Sicilia; perché un grande pensiero avvicina gli operai di tutto il mondo; perché tutti gli schiavi si fanno della partita.
Sì, il polline è maturo e sta per cadere, perché l’ovario si distende trepidante, invocando il bacio fecondatore. Prepariamo il terreno che si vuol coltivare.
Bisogna ricuperare la massima parte dell’umanità, che langue senza pensiero, senza dignità, senza vita.
E non sono maturi i tempi per farlo?
I tempi sono maturi!
Proviamo a scuotere tutti insieme basti e catene!
Si udirebbe un gran fracasso!
Il fracasso divertirà … e si vedranno allibire quelli che ce lo vogliono tenere il basto, quelli che dicono i tempi non sono maturi.

(Da Carlo Cafiero, La Plebe, Milano, 26-27 novembre 1875)   

giovedì 28 agosto 2014

L’educazione è una forma di potere


L’educazione è una forma di potere. E teoricamente, affermare che l’educazione ha a che fare con il potere o che essa stessa si costituisce come una pratica di potere non dovrebbe sconvolgere più di tanto chi sia abituato a riflettere su problematiche pedagogiche. Eppure la dimensione del potere sembra essere la più rimossa da parte degli educatori; essi sembrano sempre sottintendere una loro non-partecipazione nei confronti di un potere che si situa sempre “altrove”: nelle mani di Presidi, Provveditori, Ministri, nelle pieghe della burocrazia, sulle scrivanie di coloro che vergano i programmi di studio. Questa sorta di repulsione ad affrontare la questione del “mio” potere, del potere che è in me e che è “me”, del potere che transita attraverso le mie pratiche quotidiane, del potere dell’educazione in quanto tale rende conto, probabilmente, della radicalità della questione stessa che proprio dal versante educativo può essere letta e studiata in modo critico e demistificatorio. Questo è il presupposto di ogni educazione libertaria: porre al centro delle sue teorie e delle sue pratiche la questione del potere e dello smascheramento del potere. Anche e soprattutto del potere dell’educatore. Leggere nelle pratiche educative delle pratiche di potere e, ancor più radicalmente, studiare la presenza e la costituzione di un potere che sia essenzialmente educativo, le cui strutture siano per essenza omologhe a quelle dell’educazione, significa contribuire allo smascheramento della cosiddetta “bontà” originaria dell’educazione. Occorre allora smascherare i tratti di un potere eminentemente educativo. Saremo di fronte allora a un potere che non risiede sempre in un Altrove, un potere che forse non si “prende” o si “aliena” o si “trasmette” ma si esercita, non solo da parte dei soggetti ma anche attraverso i soggetti medesimi; un potere di assoggettamento che proprio in quanto prevede il soggetto come telos della sua applicazione (e non semplicemente come sostrato su cui applicarsi o dato naturale da pervertire e condizionare) diventa anima segreta delle pratiche educative; di tutte, ovviamente, anche di quelle che si vogliono come resistenziali nei confronti delle attuali configurazioni del dominio.

COSCIENZA DISTRUTTIVA Declino

Vedo uomini abbattuti nello stupore
Sotto le luci di una vita del centro
Cammino nel vuoto e nel gelo della gente
L’abitudine del presente placa ogni rumore,
ma è la nostra esistenza che passa inosservata
non voglio più subire nel silenzio.
Una massa di automi in continuo movimento
È questo il presente per cui avete lottato?
Tutti i vostri discorsi sulla morale
Distrutti dai vostri miti perbenisti,
avete imparato a tacere e a dire sempre si
convinti che sia l’unica strada per la salvezza
quale salvezza? Quale domani?
Questa realtà mi impone la sofferenza.
Sempre minacce, ordini e restrizioni
È questa la società che ci avete costruito?

Io sono innocente! di Bartolomeo Vanzetti

Cari amici, sorella carissima,
io sono innocente! Io posso tenere alta la fronte! La mia coscienza è pulita! Muoio come ho vissuto, lottando per la Libertà e per la Giustizia. Oh, che io possa dire a tutti gli uomini che non è per quel delitto mostruoso che io sono condannato! Nessun verdetto di morte, nessun giudice Thayer, nessun governatore Fuller, nessun Stato reazionario come quello del Massachusetts possono trasformare un innocente in un assassino.
Il mio cuore è traboccante d’amore per tutti quelli che mi sono cari. In che modo dir loro: addio? Cari i miei amici; cari i miei difensori! A voi, tutto l’affetto del mio povero cuore, a voi tutta la gratitudine di un soldato caduto per la Libertà. Voi avete lottato con fede e coraggio. Il fallimento non vi è imputabile. Non disperate. Continuate la battaglia intrapresa per la libertà e l’indipendenza dell’uomo.
Mia cara sorella, che gioia il rivederti e intendere le tue dolci parole d’amore e d’incoraggiamento.
Ma io credo che sia stato uno sbaglio terribile quello di averti fatto attraversare l’oceano per vedermi qui. Tu non puoi capire quanto io soffra di vederti assistere alla mia agonia e di vederti costretta a vivere le sofferenze che io devo affrontare.
Quando ti sarai riposata e quando avrai ritrovata la forza necessaria, ritorna in Italia, presso i nostri cari. A questi cari, come ai nostri buoni e fedeli amici, tu porterai il mio messaggio di amore e riconoscenza.
Che importa se nessun raggio di sole, se nessun lembo di cielo penetra mai nelle prigioni costruite dagli uomini per gli uomini?
Io so che non ho sofferto invano. Ecco perché porto la mia croce senza rimpianto.
Presto i fratelli non si batteranno con i loro fratelli; i bimbi non saranno più privati del sole e allontanati dai campi verdeggianti; non è più lontano il giorno nel quale vi sarà un pane per ogni bocca, un letto per ogni testa, della felicità per ogni cuore.
E questo sarà il trionfo della vostra azione e della mia, o miei compagni e amici.
Affettuosamente 

(Il 23 agosto 1927 gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono assassinati dalla giustizia americana )  

giovedì 21 agosto 2014

LA GELOSIA

La gelosia è uno degli strumenti con cui si costruisce la prigione.
La gelosia nasce soprattutto dall’umiliazione che ciascuno di noi ha subito nei primi anni della propria vita quando è stato messo in ginocchio, piangente, di fronte a una qualsiasi immagine dell’autorità. Questa stessa immagine-fantasma è l’antagonista occulto che ci accompagna, angelo custode all’aspetto di Frankestein, pronto a rinnovare la sua impresa spezzandoci nuovamente nell’umiliazione; ed ha come alleato la parte di noi che, per avere già acconsentito, sa di poter cedere nuovamente. In questo senso la vera paura celata dalla gelosia è quella del tradimento di noi stessi, non già di quello altrui. Ancora, essa nasce dall’immagine culturale,  patriarcale e cristiana in particolare, della donna come proprietà da difendere e della sua (per il tutto una parte) vulva come ricettacolo passivo. In questa logica noi raffiguriamo noi stessi come i soli autorizzati allo stupro: dagli altri temiamo lo stesso stupro che noi immaginiamo di poter compiere legalmente.
Così ancora una volta si umiliano il corpo e l’amore, e si rinnega prima di tutto in sé e poi negli altri il fuoco che accende di vita il corpo e gli dona tutta la grazia della divinità.
Nella visione pornografica cristiana dello stupro e del sesso, inteso come peccato e cosa immonda, sta la chiave della nostra avarizia prima di tutto nei nostri confronti e poi in quelli degli altri.
Insomma, la gelosia umilia chi è geloso doppiamente: prima di tutto perché lo inginocchia di fronte ad un fantasma del passato, ripetendo così una esperienza traumatica infantile; e poi perché avvilisce l’oggetto d’amore così che, tradito l’amore, si trasformerà in oggetto di disprezzo.

Horst Fantazzini parte seconda

Una volta rapinai una banca in provincia di Bergamo, sulla strada che da Bergamo scende ad Iseo. Il paese era Tagliuno. Rapinata la banca, scappai verso Iseo. Prima d’entrare in Iseo lasciai la macchina in un garage, dicendo di cambiare l’olio e di lavarla, affermando che sarei passato a riprenderla dopo alcune ore. Poco lontano c’era una fermata dell’autobus. Presi l’autobus e rifeci a ritroso la strada fatta per scappare. Arrivati a Tagliuno, davanti alla banca che avevo rapinato quindici minuti prima, c’erano i carabinieri e una gran folla. La gente sull’autobus faceva commenti pesanti e una signora accanto a me disse che ci voleva la pena di morte per chi rapinava banche … ed io le davo ragione. Arrivato alla stazione degli autobus di Bergamo salii su un pullman diretto a Milano. In quel periodo autobus e pullman di linea non venivano fermati ai posti di blocco, a meno che non si fosse trattato di fatti gravissimi. Ma perché “rapinatore gentile”? Perché non urlavo e mi rivolgevo agli impiegati fermamente ma con gentilezza, spesso scherzando per sdrammatizzare. Perché se nella banca c’era gente aspettavo pazientemente il mio turno, facendo finta di controllare delle cifre su di un foglio, finché la banca si svuotava. Allora mi avvicinavo alla cassa poggiavo la mia borsa sul tavolo e, al posto di una cambiale da pagare tiravo fuori la pistola e, tranquillamente dicevo all’impiegato: “Stai assolutamente calmo e non ti succederà nulla. Prendi tutti i soldi che hai in cassa e poggiali sul banco”. Gli altri impiegati non si accorgevano subito di ciò che succedeva. Quando realizzavano che c’era una rapina, alzavano subito le mani, allora io gli dicevo di poggiare le mani sul tavolo, di stare tranquilli, di comportarsi normalmente. Se per caso fosse entrato un cliente mentre la rapina era in corso, cosa che è successa molte volte, non si sarebbe accorto che era in corso una rapina. Poi quando arrivava vicino a me, gli mostravo la pistola e anche a lui dicevo di stare tranquillo e lo facevo andare in un angolo lontano dalla porta d’uscita. Quando mi avevano consegnato i soldi, dicevo a tutti di stendersi per terra e di non alzarsi per cinque minuti, che c’era un mio complice, fuori, che sarebbe intervenuto se si fossero alzati prima dei cinque minuti e lui non era così tranquillo come me … Solitamente, aspettavano realmente i cinque minuti. A volte entrava un cliente e vedendo gli impiegati per terra, era lui a dare l’allarme. Una volta, durante una rapina, un’impiegata ebbe un lieve malore per la paura. Il giorno dopo sul giornale lessi le sue generalità e tramite la Fleurop le mandai un mazzo di fiori scusandomi per la paura che le avevo causato. Ecco, così nacque il “Rapinatore gentile”. Ma la mia gentilezza è innata, non affettata. Diciamo che sono gentile per natura, fa parte del mio carattere e quindi traspare anche in situazioni anomale nelle quali, normalmente, la gentilezza non dovrebbe avere diritto di cittadinanza …

(Horst Fantazzini 1998)

L’affinità come organizzazione

Siamo anarchici che desiderano una libertà senza limiti. Lottiamo per la liberazione, per un rapporto decentrato e non mediato con il nostro ambiente e con coloro che amiamo e con cui abbiamo affinità. I modelli organizzativi ci offrono solo altra burocrazia, controllo e alienazione, uguali a quelli che riceviamo già dall’organizzazione attuale.
Occasionalmente può esistere una buona intenzione, ma il modello organizzativo deriva da una mentalità intrinsecamente paternalistica e diffidente, che sembra in contraddizione con l’anarchia. I veri rapporti di affinità nascono da una profonda comprensione reciproca nell’ambito di relazioni intime basate sui bisogni della vita quotidiana, non di relazioni basate su organizzazioni, ideologie, idee astratte. Tipicamente, il modello organizzativo reprime i bisogni e i desideri dell’individuo per “ il bene della collettività”, nel tentativo di uniformare sia la resistenza che l’immaginazione. Dai partiti alle piattaforme e alle federazioni, sembra che con l’aumentare della scala dei progetti diminuiscano il significato e l’importanza che essi hanno per la vita di ciascuno.
 Le organizzazioni sono mezzi per stabilizzare la creatività, controllare il dissenso e indebolire le tangenti controrivoluzionarie (principalmente determinate dalla leadership o dai quadri d’élite). In genere insistono sull’aspetto quantitativo, anziché su quello qualitativo, e offrono poco spazio al pensiero o all’azione indipendente. Le associazioni informali, basate sull’affinità, tendono a ridurre al minimo l’alienazione delle decisioni e della loro attuazione e la mediazione fra i nostri desideri e le nostre azioni.