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giovedì 9 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VII°

Nel periodo precedente alla prima guerra mondiale il terreno su cui la polemica borghiana incise più profondamente fu quello della lotta prettamente sindacale. L'opposizione al socialismo democratico invece si mantenne su un piano teorico e il motivo di ciò va ricercato nel fatto che il movimento anarchico e il partito socialista riformista si muovevano su piani affatto differenti. Il partito infatti aveva praticamente rifiutato, se non a livello di mera ipotesi teorica, la tesi della conquista rivoluzionaria del potere: ciò privava in parte del suo mordente la critica borghiana che finiva per appuntarsi contro un obiettivo astratto nel quadro della scontata tematica antiautoritaria e anti-legalitaria. È solo negli anni imme-diatamente precedenti alla guerra, con la crisi del riformismo e il revival delle forze rivoluzionarie, determinato nel partito socialista soprattutto dalla prepotente personalità di Benito Mussolini, che troviamo nel pensiero del Borghi un primo spunto aggressivo ben definito nei confronti del partito socialista, o meglio della sua corrente rivoluzionaria. E ancora una volta dal sindacato e dalla necessità della sua autonomia dai partiti che il Borghi prende spunto per avviare la sua polemica, nella quale si avverte la perfetta comprensione del disegno mussoliniano mirante a stabilire il controllo su tutto il movimento operaio organizzato («incapace da sé di un'azione rivoluzionaria») per affidare il compito e le finalità politiche al partito. In realtà i sindacalisti dell'Unione Sindacale, creando un'organizzazione autonoma, mentre da un lato si precludevano la possibilità di agire all'interno della CGL, d'altro lato non erano abbastanza forti per esautorarla; e ciò costituiva una forte remora alla realizzazione del disegno rivoluzionario di Mussolini, in cui il sindacato doveva svolgere una funzione essenziale. La posizione del Borghi non poteva essere che di netta opposizione nei confronti del tentativo di unire la Confederazione e l'Unione Sindacale in una lotta comune sotto l'egida del partito. Il motivo politico che nel corso di questa polemica veniva ad innestarsi concretamente alla questione sindacale doveva trarre ulteriori occasioni di sviluppo nel primo dopoguerra. Infatti le diverse posizioni assunte dalle forze politiche italiane di sinistra di fronte agli avvenimenti russi misero in luce le profonde divergenze esistenti fra la concezione rivoluzionaria anarchica e quella marxista, coinvolgendo una quantità di problemi collaterali vecchi e nuovi, non ultimo quello della posizione del sindacato nel processo rivoluzionario e nella costruzione della nuova società. Com'è noto la notizia della rivoluzione russa in un primo momento provocò in Italia un moto di generale entusiasmo e agì come potente coefficiente di mobilitazione del potenziale rivoluzionario delle masse. Nel «biennio rosso» anche agli anarchici sembrò che fosse giunto il momento in cui si sarebbe potuta realizzare quella rivoluzione liberatrice che essi ponevano al sommo delle proprie aspirazioni. In questo periodo la loro azione fu volta principalmente a realizzare l'unione di tutte le forze che si dichiaravano disposte a scendere sul terreno della lotta rivoluzionaria. L'unione doveva realizzarsi sia a livello di base con l'estensione dei moti a tutti i lavoratori delle città e delle campagne, sia a livello di direzione politica. Nella loro azione - afferma il Borghi - essi erano spinti da una duplice preoccupazione: da un lato quella di non alimentare rischiose polemiche con le forze politiche di sinistra che potessero mettere in urto fra di loro i lavoratori; dall'altro lato quella di non sottovalutare il pericolo che il partito socia-lista e la confederazione del lavoro portassero il movimento «ad infrangersi e ad esaurirsi contro gli scogli del riformismo». Perciò il Borghi preconizzò una scissione dei socialisti massimalisti dalla corrente riformista del partito. «Un tracollo della situazione in Italia nel 1919-20 - scrive - si poteva ottenere certamente anche per il concorso sicuro degli anarchici; ma non era da sperare il prevalere degli anarchici. Senza il concorso delle forze socialiste, almeno di quelle che si dicevano estremiste, non c'era niente da fare. Ma quelle forze, mentre alla base non desideravano che di agire, agivano al vertice, tutto sommato, concordi colle forze riformiste. Ecco perché in quel momento una scissione nel partito socialista sarebbe stata più proficua che non quella unità la quale attaccava allo stesso carro un cavallo davanti e uno dietro, spingendoli entrambi a frustate in direzioni opposte».



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