Dotato di una visione maggiormente pratica delle necessità allora attuali del movimento operaio organizzato («La scissione fra le organizzazioni operaie - scrive il Borghi - è un male. Chi ne dubita? Si creano falsi amor propri e rivalità entro le stesse categorie operaie; si intralciano gli scioperi; si avvelenano gli animi. Bisogna fare di tutto per evitarla. Non ci sarà mai nessuno che vorrà la scissione per principio. Ma se la scissione comporta gravi danni, danni maggiori comporta la falsa unità») e più ottimista del Malatesta e del Fabbri sulla possibilità di conferire a un movimento, che pure, per sua natura, è eminentemente economico, un'impronta rivoluzionaria, il Borghi trasse motivo anche dalle crisi come dalle prime dolorose esperienze di sconfitta del movimento, per un rinsaldamento dei suoi propositi di azione all'interno del sindacato. Assente al congresso costitutivo dell'Unione sindacale Italiana (Modena, 1912), perché esule in Francia, egli fu presente l'anno successivo al secondo congresso con un intervento interamente rivolto ad innestare alla questione dello sciopero generale il motivo più tipicamente insurrezionale. «L'arma del sindacalismo rivoluzionario - affermò nella sua relazione il Borghi - è lo sciopero generale sindacalistico di conquista tendente a stabilire l'autonomia di classe del proletariato e ad avviare la rivoluzione proletaria accoppiando alle rivendicazioni economiche di attacco le necessità ideali della lotta, nella direzione dei principi proclamati dall'Internazionale». All'infuori di questo tipo di sciopero generale solo quello «politico difensivo» poteva essere accettato come necessario «sebbene dominato da condizioni esteriori di politica governativa, mutevoli e obiettive, non dipendenti dal proletariato»; nessun altro mezzo era concesso perché «la separazione netta delle classi che si raggiunge sul terreno della mobilitazione con lo sciopero generale sarebbe follia raggiungerlo con tutte le altre manifestazioni ideologiche della democrazia sociale». Com'è noto, di lì a qualche mese gli anarchici tentarono di provocare concretamente quel moto insurrezionale che sovrastava come obiettivo finale ogni loro proposito di azione. La «settimana rossa» (giugno 1914) che vide alleati sul fronte della lotta i repubblicani, gli anarchici e i socialisti rivoluzionari guidati da Mussolini, ebbe nell'Unione Sindacale Italiana, inserita ormai come forza attiva in varie zone dell'Italia settentrionale e centrale, e nel Borghi fra i suoi dirigenti, uno dei suoi maggiori punti di forza. «La settimana di giugno - scriverà l'anno successivo il Borghi - ha insegnato che solo le grandi idee possono dare anche i medi risultati e la forza per raggiungerli; che solo applicando la predicazione teorica al fatto proletario sindacale si possono scuotere delle gigantesche energie». Al di là del risultato negativo immediato della lotta, che egli considerò, al pari di Malatesta, provocato dal «tradimento» della CGL, egli apprezzò nell'episodio la straordinaria prova di forza data dal proletariato italiano e lo slancio ideale innestato nella lotta concreta.

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