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giovedì 15 maggio 2014

Antonin Artaud per gli analfabeti

L'anarchia, senza ordine né legge, le leggi e i comandamenti non esistono senza il disordine della realtà, il tempo è la sola legge. Continuerò a disarticolare ogni cosa, nella vita degli universi, perché il tempo sono io.
La rivolta generale degli esseri è stata un sogno che ho osservato come un albero, nel mio angolo, con l'epidermide delle mie mani, e non ero morto, né distrutto, ma nel corpo da qualche parte.
Sono una macchina che funziona benissimo e parte al primo colpo e sono gli esseri che, con la dialettica, fanno sorgere falsi problemi per comprendere esplicitamente quello che dico: che la mia testa funziona.
seguo la mia strada nell'onestà, nel contegno, l'onore, la forza, la brutalità, la crudeltà, l'amore, l'acredine, la collera, l'avarizia, la miseria, la morte, lo stupro, l'infamia, la merda, il sudore, il sangue, l'urina, il dolore. 
Non sono l'intelligenza o la coscienza ad aver fatto nascere le cose ma il dolore mistero del mio utero, del mio ano, della mia enterocolite, che non è un senso, caro signor Freud, ma una massima ottenuta solo soffrendo senza accettare il dolore, senza rivendicarlo, senza imporselo, senza starselo a cercare [...]
Non c'è scienza, c'è solo il niente, e non la supereranno la loro scienza se credono. Non si può vivere con tutti questi parassiti mentali attorno. Io sono colui che ha voluto rendere inutile il segno della croce.
Il dubbio, l'incostanza, l'ignoranza, l'inconseguenza non costituiscono uno stato alterato, ma il solo stato possibile, non esiste l'essere innato che avrebbe infusa la luce, la luce si fa vivendo, ma la sua natura reale è tenebrosa, non riempie mai lo spirito di consapevolezza, ma della necessità di accatastare il suo essere, di raccoglierlo al centro delle tenebre, affermazione consistente di un essere, di una forma che con la sua misura e i suoi appetiti si affermerà, l'essere, non dio, nessun principio innato.
Io non sono mai andato a dire agli intellettuali: che cosa volete? Neppure li ho biasimati, li ho solo scandalizzati con la lingua e i colpi. L'idea che ho di me è che non so nulla e sento sempre qualcosa di diverso in merito a un'idea del dolore e dell'amore che non può non uscirne.
Non ho mai amato l'atmosfera delle case di correzione e non accetto che me la si applichi.
Lo ripeto, a guidarmi non è l'orgoglio letterario dello scrittore che vuole piazzare e veder pubblicato il suo prodotto. Sono i fatti che racconto che voglio che nessuno ignori, i gridi di dolore che lancio e che voglio siano sentiti.
No io, Antonin Artaud, no e poi ancora no, io, Antonin Artaud, non voglio scrivere se non quando non ho più niente da pensare. Come che divori il proprio ventre, da dentro.
Sotto la grammatica si nasconde il pensiero che è un obbrobrio più difficile da battere, una vergine molto più renitente, molto più difficile da superare quando lo si prende per un atto innato.
Perché il pensiero è una matrona che non è sempre esistita.
E che le parole gonfie della mia vita si gonfino nel vivere dei bla-bla dello scritto.
Io scrivo per gli analfabeti.

giovedì 8 maggio 2014

Sullo schermo della televisione non c’è nessuna immagine

Sullo schermo non c’è nessuna immagine: quel che vediamo è solo lo scintillio fosforescente di migliaia puntini luminosi che si accendono e si spengono in rapidissima successione 35 volte al secondo dando vita alle ombre. È una totale illusione ottica, fatta di luce fittizia, di forme fittizie, di movimenti fittizi, che crea un mondo di spettri. L’accendersi e spegnersi di migliaia puntini luminosi, di cui noi non abbiamo coscienza per via della velocità estrema del movimento provoca un effetto di scintillazione simile a quello della luce al neon. Si era pensato che non avesse effetti su di noi, ma ne ha, e come!
Effetti psichici: prima fra tutti la trance ipnotica che sta alla base della sua attrazione, fa della TV una droga vera e propria.
Noi nella vita non smettiamo mai di pensare, lo facciamo automaticamente, è la nostra attività mentale. Ma quando guardiamo la TV, lei ci riempie di immagini, e non pensiamo più. Lei non ci dà il tempo di pensare, non ci dà il tempo per elaborare, interpretare quello che vediamo. È come ingurgitare continuamente senza masticare mai. La norma è una TV fatta si dice per rilassare, calmare, scaricare. In realtà oltre a questo ci inebetisce riempiendoci di immagini. È noi ci perdiamo dentro.
Mentre l’automobile ci ha cambiato il paesaggio del corpo, la TV ci ha cambiato il paesaggio della nostra mente. 
La nostra natura è ormai la TV, ed è una natura morta. E morte sono le mattine e le sere, morte le corte giornate d’inverno e le lunghe sere d’estate, morte le stagioni, morte ammazzate dai milioni di schermi che producono ombre, fantasmi di vite artificiali tutte costruite per scopi che ci sono alieni. Finzioni organizzate, in fondo, per farci consumare e produrre, produrre e consumare, senza altro orizzonte.
E cosa è successo, allo spettatore felice, in tutti questi anni di regno della TV?
È diventato più solo, meno vicino ai parenti, ai vicini di casa, agli amici. È diventato più ingordo, più avido, più insofferente, più insicuro. È diventato più mercenario e più menefreghista. È diventato più competitivo, più arrivista, più egoista. Più schiavo di miti di bellezza, ricchezza e giovinezza che lo schermo gli ha cacciato in testa: sottili digitali indistruttibili catene mentali.  

MARAT-SADE di Peter Brook

La persecuzione e l'assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell'ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade
Nel manicomio di Charenton, alla presenza di uno scelto pubblico di invitati, il Marchese De Sade dirige i ricoverati nella rappresentazione di un dramma che rievoca l’uccisione di Marat da parte di Carlotta Corday. L’azione scenica viene spesso interrotta dagli interventi degli infermieri e delle suore, che reprimono gli eccessi dei pazzi più intemperanti, e dagli interventi censori del direttore del manicomio Coulmier, che chiede cambiamenti del testo. Alla fine, i ricoverati esplodono in una ribellione che travolge le catene della repressione fisica e ideologica.
De Sade e Marat sono figure che incarnano in modo schematico, didattico, due opposte posizioni ideologiche. Il primo è convinto che la natura sia di per sé portatrice e creatrice di negatività, e che non sia possibile cambiare la vita umana con una rivoluzione, il secondo crede nelle masse popolari, nell’azione rivoluzionaria, nell’utopia socialista. La disputa è dunque fra un’individualismo irrazionale, pessimista e disperato, e un socialismo scientifico, ottimista, coscientemente severo. Nonostante De Sade sia l’unico sano di mente fra i partecipanti alla rappresentazione, il confronto dialettico fra quelle due tesi è equilibrato, soprattutto in virtù dell’importante ruolo rivestito nella vicenda dal popolo-coro dei ricoverati.
Nella sequenza finale, la rivolta dei pazzi non è soltanto una furia devastatrice che parzialmente accontenta le istanze irrazionali e apocalittiche espresse da De Sade, ma è soprattutto cosciente ribellione contro la repressione fisica e ideologica esercitata su di loro.
Come il popolo è protagonista della storia, così i ricoverati del manicomio sono motore dell’azione e ispiratori del dibattito ideologico. La rivolta finale non rappresenta quindi l’esplosione dell’aggressività di un gruppo di pazzi eccitati dal ricordo delle vicende della Rivoluzione Francese, ma la volontà di rovesciare una condizione umana degradata. Il manicomio è un elemento del sistema repressivo costruito dalla classe che è al potere per dominare i diversi; come tale, simboleggia lo stato di oppressione in cui il popolo è costretto dal potere borghese tout court. Particolarmente efficaci sono i mezzi, finemente ironici, con cui Peter Brook individua la classe dominante dell’epoca della Restaurazione come la splendida sequenza in cui i pazzi cantano la Marsigliese e tutto il pubblico si alza in piedi.
In Marat-Sade la follia diventa metafora privilegiata e più autentica della passione o il logico approdo di qualsiasi forte emozione.

DIFFIDATE DELLA REALTA'

Abbiamo lentamente sentito la vostra decomposizione nella translucida follia che guidava i vostri soviet girotondi trasformati in meccanicistici gesti rituali.........
Vi abbiamo osservato a lungo at/raverso i nostri profetici caledoscopi...
Abbiamo visto le mille immagini frantumate e ingiallite dei vostri volti decomposti dalla MILIZIA INDIANA.........
Abbiamo visto i vostri occhi incavati nelle fosse dell'ironia iconoclasta che ha spezzato la vostra umanità..per gioco.........
Abbiamo lentamente sentito la vostra decomposizione e ridacchiando l'abbiamo accelerata....... 

IL GIOCO NON CI VA......UACHIUARIUARIUA'
ma non ci basta aspettare che il vento porti via i vostri
cadaveri....... Ci sono ancora non morti che trascinano i loro colori imposti tra le cristalline foreste mummificate dell'aggregazione.......
Canticchiando con Arianna abbiamo spezzato il filo che vi avrebbe permesso di uscire dal labirinto metropolitano... perchè LO SWING E' NELLA P.38 CON ALLEGRIA... SHABADABADA'! DISPERAZIONE E' BELLO....VOGLIAMO RENDERVI LA GIOIA WAM WAM!
IL MOVIMENTO E' UN FLUSSO CREATIVO DI VIBRAZIONI INCRISTALLIZZABILI E LA FLUIDITA' NE E' L'ESSENZA DIS/AGGREGANTE.
PARTITO COMBATTENTE O PARTITO INDIANO?! OASK?! TUTTO E SUBITO SENZA MEDIAZIONI!!!!!!!!!!! 

PIPAUA E' IN OASK?!
DIFFIDATE DELLA REALTA'....DIFFIDATE DELLO STATO DI AGGREGAZIONE PRESENTE!!
FUORI DAL LABIRINTO METROPOLITENSE ESPLODE L'IPOTESI COMBATTENTE WOWDADAISTA PER LA DIS/AGGREGAZIONE DELLA NECESSITA' AGGREGANTE.. OASK?!
L'operosità operaia ci consente di s/guardare alla catena con allegria.... la nebbiolina gasata delle mozioni ci permette di aspettare con tranquillità che l'erba cresca..
il vostro leninismo ci dà la gioia di poter scendere dal treno blindato e andare autonomamente a piedi....
DIS/AGGREGHIAMO LO STATO MARCESCENTE DI AGGREGAZIONE PRESENTE NELL'ESPLOSIONE INCONTROLLABILE E VIOLENTA
DELL'AREA DELL'AUTONOMIA CREATIVA...........


(gli indiani metropolitani in dis/aggregazione sono in OASK!? Roma 1977)

giovedì 1 maggio 2014

Una SCUOLA altra

“Ciò di cui vi impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nel senso in cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, che la bellezza incita alla creazione e all’amore, mentre la bruttezza attira l’odio e l’annientamento. Trasformateli in atelier creativi, in centri d’incontro, in parchi dall’intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non ancora avuto l’immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento.
Gli errori e i tentativi di chi intraprende di creare e di crearsi non sono niente a confronto del privilegio che conferisce una tale decisione: abolire il timore di essere se stessi che segretamente nutre e sollecita le forze della repressione.
Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per camminare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai polvere. Imparate a camminare soli e sfiorerete coi piedi quelli che, nel loro mondo che muore, non hanno che l’ambizione di morire con lui.
Sta alle collettività di allievi e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e renderla alla semplice generosità dell’umano. Perché bisognerà presto o tardi che la qualità della vita trovi accesso alla sovranità che un’economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento le nega.
Dal momento in cui voi formulerete il progetto di un insegnamento fondato su un patto naturale con la vita, non dovrete più mendicare il denaro di quelli che vi sfruttano e vi disprezzano approfittando di voi. Quel denaro lo esigerete perché saprete come e perché impadronirvene.
Si è al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità”

(Tratto da Avviso agli studenti di (Raoul Vaneigem, 1995) 

La Rivoluzione bisogna farla e non aspettarla

In una parola, l'innamorato della vita vuol goderla pienamente. Non potrei definire ciò che è la felicità: però anche il refrattario che non si adatta all’ambiente prova soddisfazioni. Mi si dirà che questa lotta (per migliorare il domani)  è piena di ostacoli, che i cardi della via sono molti. Però, se vi piacciono ardentemente delle rose fragranti, rosse come il sangue che vi scorre generoso per le vene, e per coglierle, onde offrire all’essere più amato, dovete attraversare una palude od una spinosa boscaglia, sono sicuro che supererete questi ostacoli e, giungendo alla meta, infangati, insanguinati, e sgualciti, spunterà un sorriso trionfale, d’immensa soddisfazione, su le vostre labbra.
Non concepisco che vi siano individui i quali vivono la vita in modo burocratico. Ristagnano, vegetano e muoiono. 
Io opino che la Rivoluzione bisogna farla e non aspettarla. Ecco perché qualunque atto contro lo Stato e contro gli altri puntelli dell’attuale regime è necessario quindi plausibile. 
Il senso della vita in tutta la sua pienezza, nell’ambiente in cui viviamo, forma questa corrente d’azione che fa tremare l’ordine costituito.
(Severino Di Giovanni 1901 - 1931)  

PRIMO MAGGIO 2014