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giovedì 18 dicembre 2025

La Madre di tutte le Stragi

È stata la madre di tutte le stragi, quella che ha iniziato in Italia la stagione del terrorismo e soprattutto del terrorismo di Stato.

C‘è una frattura nella società italiana che non si è ancora ricomposta. E pensare che sono passati quasi sessant’anni. La cosiddetta frattura data infatti dal 1969. Quell’anno, segnato da una sequenza impressionante di attentati piccoli e grandi, ha il suo drammatico epilogo il 12 dicembre 1969. Bombe a Milano: alla Banca nazionale dell’agricoltura (17 morti e quasi cento feriti) e una bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana di piazza Cordusio. Bombe a Roma: alla Banca nazionale del lavoro in via Veneto (14 feriti) e all’Altare della patria, in piazza Venezia (quattro feriti).

Da quella strage inizia una storia infinita che si concluderà nei tribunali ben 36 anni dopo: il 3 maggio 2005. Con un epilogo incredibile: quelle bombe non le ha messe nessuno. Tragitto più breve, invece, ha la ricerca di responsabilità della morte nella questura di Milano di un fermato subito dopo gli attentati. Si tratta del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli che, stando alla sentenza del 1975 dell’allora magistrato e oggi senatore del Pd, Gerardo D’Ambrosio, sarebbe precipitato da una finestra del quarto piano per colpa di un «malore attivo», un malore così improvviso da non permettere ai poliziotti presenti nella stanza di riuscire a fermare la caduta.

Perché frattura? Perché quelle bombe e quei morti ci raccontano il «lato oscuro» del potere, di una classe politica, degli apparati dello stato italiano. Ci raccontano la volontà di «normalizzare» con il terrore i fermenti di una parte consistente della società italiana che voleva un profondo cambiamento. Ci raccontano come la paura di perdere il potere politico abbia «consigliato» la politica delle bombe.

E nonostante il passare degli anni abbia depositato tanta polvere su quegli avvenimenti, abbia reso incerta la memoria, abbia appannato l’orrore, la frattura permane. Incredibile, vero? Eppure…

Quel 12 dicembre 1969, infatti, ha scritto un percorso della storia italiana. Ha modificato il discorso sociale e politico, tanto che si può con certezza affermare che c’è un prima e un dopo le bombe. Insomma, un tragico salto qualitativo.

Allora focalizzare l’attenzione su un fatto di quasi sessant’anni, richiamare il senso della memoria non è operazione solo storica, ma è qualcosa di ancor più rilevante. Non è un caso che classe politica e mass media stiano lavorando per modificare (ancora una volta) il senso e il significato di quegli avvenimenti. Se la frattura fosse stata ricomposta non ci sarebbe bisogno di voler rileggere la storia secondo «una memoria condivisa». Questo ritornello ripetuto ogni volta che si sente echeggiare «12 dicembre 1969» significa che l’operazione di rimozione non ha avuto quel successo ricercato da chi deteneva e detiene il potere.



giovedì 11 dicembre 2025

Le prime esperienze politiche di Luigi Galleani (I°)

1881-1883 

L'anno in cui Luigi Galleani si iscrive all'Università di Torino segna l'inizio di un periodo in cui il gracile movimento socialista torinese, rimasto in ombra dopo la costituzione, nel 1876, di una sezione internazionalista, riprende vigore, in un fervore di iniziative politiche che sboccheranno, nell'aprile del 1882, nella fondazione del periodico socialista «Proximus tuus». Sebbene il giornale si faccia promotore, in un certo qual senso, di una campagna di condanna nei confronti della «sterile intransigenza degli astensionisti che vogliono tutti i diritti o nessuno», l'appello da esso rivolto a tutti coloro che aspirano all'abolizione delle ingiustizie sociali, nonché l'affer-mazione della necessità della creazione di società operaie di resistenza, insieme alla convinzione, propugnata apertamente nelle sue pagine, che la proprietà collettiva delle terre e degli strumenti di lavoro costituiscono la base essenziale del socialismo, non possono che rappresentare un elemento catalizzatore degli interessi del Galleani, che usciva allora dal primo periodo di scapigliata vita universitaria, costellata di numerosi duelli, ma anche di fruttuose prese di coscienza sul piano politico. 

È indubbio che una ancora più rilevante influenza sulla formazione politica del giovane Galleani la esercitò la corrente, autodefinitasi comunista anarchica, che trova espressione nelle colonne del nuovo «Proximus tuus». Questo giornale esce nel settembre del 1883 e nel dichiararsi totalmente estraneo al proprio omonimo predecessore, porta tuttavia ad alcune estreme conseguenze quelle che potevano considerarsi presenze anarchiche, sia pure embrionali, di quello stesso giornale. Così dal concetto di proprietà collettiva delle terre e degli strumenti di lavoro si passa a quello della rivoluzione sociale che quando «avrà cambiato le basi fondamentali della società» instaurerà il comunismo anarchico che solo può segnare l'evoluzione delle classi oppresse. Sebbene non sia, allo stadio attuale delle ricerche storiografiche, documentabile la partecipazione e l'apporto del Galleani alla politica di cui si fa portavoce questo secondo «Proximus tuus», è da ritenersi comunque che egli non fosse del tutto estraneo a queste attività. Da un lato infatti troviamo una certa corrispondenza ideologica tra il contenuto del «Proximus tuus» e quello dell'«Operaio giornale della democrazia vercellese» che iniziò le pubblicazioni al principio del 1883 e che segna la prima documentata partecipazione del Galleani alla lotta politica. Dall'altro lato la fondazione da parte dello stesso Galleani del periodico «La boje» di Vercelli, sembra costituire elemento sufficiente per dedurre, se non la diretta partecipazione, almeno l'influenza esercitata su di lui dal gruppo che si era fatto promotore in Torino del giornale «La questione sociale», che si pone, dal punto di vista dei contenuti, come diretta prosecuzione del «Proximus tuus». I concetti espressi dal Galleani nella «Boje», infatti, si ricollegano in maniera assai evidente ai contenuti della «Questione sociale»: la rivoluzione sociale vista come unico strumento per realizzare l'emancipazione totale della classe proletaria e l'ideale libertario visto come fine ultimo a cui deve tendere il socialismo. 


SPARTACUS - Virgilia d'Andrea

Amate, disse, quest'amor   profondo 

Che  mi  disseta e  si disserra al sole... 

S'agita  e pensa e si rinnova il mondo, 

Pulsano  ai venti magiche   parole. 


E passa e  avvince la ribelle  fiamma 

Arco di  volo  e fulgido pensiero, 

Avanti,  avanti... arride l'orifiamma, 

Risplende, in alto, di bellezza fiero. 


E i caldi cuori pugnalati e franti 

Alle porte del  sogno, un di  saranno 

Ali azzurrate,  che ai ribelli canti, 

In folgori e  tempeste sorgeranno. 


...E mentre  nella mischia  agonizzava 

Gli  arrise attorno un'alba di splendore... 

L'essere grande  alfin si tramutava 

In sole, in luce, in palpito d'amore. 


O sole, o  luce, o scintillante aurora, 

Impeto  ardito di possente frana, 

Al  puro raggio  l'anima  s'indora 

E  sarà vita di grandezza umana. 


"Virgilia d'Andrea, poetessa dell'anarchia, degna di prendere il posto che lasciò vuoto il nostro Pietro Gori, scrive e canta perché sente e vuole, e perciò riesce più vera e più efficace di tanti poeti maggiori. Ella si serve della letteratura come di un'arma; e nel folto della battaglia, in mezzo alla folla ed in faccia al nemico, o da una tetra cella di prigione, o da un rifugio amico che alla prigione la sottrae, lancia i suoi versi come una sfida ai prepotenti, uno sprone agli ignavi, un  incoraggiamento ai compagni di lotta." (Roma - Aprile 1922, Errico Malatesta) 


Lo spettacolo è il capitale

Lo spettacolo compreso nella sua totalità, è nello stesso tempo il risultato e il progetto del modo di produzione esistente. Non è un supplemento del mondo reale, la sua decorazione sovrapposta. E' il cuore dell'irrealismo della società reale.  In tutte le sue forme particolari, informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto di divertimenti, lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante. Esso è l'affermazione onnipresente della scelta già fatta nella produzione, e il suo consumo ne è il corollario. Forma e contenuto dello spettacolo sono entrambi l'identica giustificazione totale delle condizioni e dei fini del sistema esistente. Lo spettacolo è anche la presenza permanente di questa giustificazione, in quanto occupazione della parte principale del tempo vissuto al di fuori della produzione moderna. 



giovedì 4 dicembre 2025

Alexander Atabekian - Un anarchico sulle strade della libertà (V)

Mosca 1917 e la morte di Pyotr Kropotkin

Dopo aver lavorato come medico in Iran per molti anni, Atabekian si recò a Mosca nel 1917. Si sa poco ai suoi anni in Iran. Pare che lì incontrò il comunista Iraniano-Armeno Ardeshir Avanessian, il quale lavorava per lungo tempo nella farmacia di Atabekian (Iran Socialist and Communist Parties, Organization and Groups 1917-1991).

Atabekian partecipò al dibattito sulla Rivoluzione d'Ottobre sulle pagine del giornale "Anarxia" (l'organo della Federazione Anarchica). Vi scrisse 30 articoli in cui esprimeva le sue speranze di trasformare la Rivoluzione d'Ottobre in una rivoluzione anarchica e le sue critiche alla presa del governo da parte dei bolscevichi. Nel Novembre 1917, quando i Bolscevichi presero il controllo del governo, Kropotkin disse per la prima volta al suo caro amico Atabekian: "E' la fine della rivoluzione".

Atabekian e G. Sandomirsku misero su nel 1918 una tipografia che era organizzata su basi cooperative. Pubblicarono "Pocin", il primo periodico anarco-cooperativo di Mosca. Tutto il lavoro di composizione ed impaginazione di Pocin era sulle spalle di Atabekian. Il periodico pubblicava le memorie e le lettere di Kropotkin che era molto amico di Atabek e da questo davvero stimato. Ne uscirono 11 numeri e su 5 di essi comparvero articoli di Atabekian riguardo l'Iran ed il Medio Oriente.

Nel gennaio 1921, insieme a Kropotkin morente nella sua casa di Dimitrov, c'erano Atabekian ed il suo dottore. Atabekian non lo lasciò solo un attimo fino all'ultimo respiro.

Kropotkin morì il 13 Aprile 1921. La cerimonia di stato preparata dai bolscevichi venne declinata dalla famiglia. Il suo funerale venne organizzato da un comitato anarchico di cui faceva parte Atabekian. Il funerale di Kropotkin fu l'ultima e più grande manifestazione anarchica in Russia.

Un mese dopo la morte di Kropotkin, la dittatura Bolscevica represse crudelmente la rivolta di Kronstadt. Furono avviate una serie di operazioni contro gli anarchici in tutta la Russia. Nelle prigioni segrete della Ceka (la polizia segreta russa) decine di anarchici venivano fucilati ed uccisi. centinaia di anarchici venivano imprigionati o costretti all'esilio in Cecenia e Kyrgyzstan. Anche Alexander Atabekian non sfuggì alla tirannia bolscevica. Venne arrestato dalla Ceka nel 1920 con l'accusa di aver violato la Legge sulla Stampa. Venne condannato a 6 mesi di campo di concentramento. Nel 1921, quando venne di nuovo arrestato, venne condannato all'esilio nel Caucaso. Grazie all'intervento della famiglia di Kropotkin, la sentenza venne sospesa. (Repression de I’anarchie en Russie sovietiste, Editions de la "Librairie Sociale" Paris).

Cosa ne fu di Atabekian in seguito? Un completo enigma. Le fonti in Amsterdam ci dicono che egli morì in un lager sovietico nel 1940, mentre A.Burkov (di Yerevan) sostiene che egli morì a Mosca. Secondo le fonti francesi venne mandato in esilio. Un'altra fonte, l'autore di "Anarchici nella Rivoluzione Russa", Paul Avrich asserisce che Atabekian, come altri anarchici russi, risulti disperso.

E' poco nota l'ampia letteratura costituita da Greci, Ebrei ed Armeni, come Atabekian "in questa geografia". Oltre al fatto che molte di queste pubblicazioni si trovano in diversi paesi, quei rari e pochi reperti rimasti in Turchia non sono stati ancora né raccolti né classificati. Il discorso di "questa geografia" o di "queste terre" che sembra essere "perfetto" dovrebbe essere liberato dalle pregiudiziali politiche d'ora in avanti.




STRANGE DAYS – Kathryn Bigelow

Los Angeles, 30 dicembre 1999. La vigilia del millennio, il ventunesimo compleanno della civiltà. La tensione sale in tutto il mondo nelle ultime ore del secolo e l'umanità è col fiato sospeso, in attesa del conto alla rovescia che la porterà nell'anno 2000. E la fine del mondo o l'inizio di uno nuovo? La tecnologia digitale di contrabbando ha sviluppato quello che è considerato il massimo del divertimento illecito: l'esperienza umana nella sua forma più pura e integra, direttamente dalla corteccia cerebrale. Lenny Nero, traffichino, ex-poliziotto, è l'accattone di questi sogni rubati. È il Babbo Natale del subconscio dove l'esperienza reale e disperata di qualcuno diventa il Technicolor di qualcun altro.

La forza di Strange Days sta proprio nella sua genesi a metà degli anni Novanta con cui gettare un occhio critico alla fine della decade di riferimento. Un near-future quindi, che non guarda a dieci/vent’anni in avanti, piuttosto a poco meno di quattro anni dopo. In un domani mascherato da presente o di giorni di un futuro (ormai) passato da cui la Bigelow delinea una distopia feroce, amara, cupissima che cova al suo interno una riflessione critica della sua epoca.

Strange Days dopo 30 anni rimane uno dei momenti cinematografici più importanti degli anni ‘90. Kathryn Bigelow in quel giro di boa del decennio, ci regalò un sontuoso affresco distopico, un’istantanea perfetta di ciò che sarebbe stato il nostro mondo da quel momento in poi. Apparenza, egoismo, solitudine, il trionfo di un capitalismo selvaggio che ha nel voyeurismo la propria espressione più dominante, da quel 1995 sono diventati tristemente familiari.

Strange Days affronta il tema della solitudine, della differenza tra immagine e realtà artificiale, dell'imminente tecnocrazia che ci dominerà. Al centro, Lenny Nero, ex poliziotto che spaccia chiavette di memoria dentro cui ci sono le esperienze di altre persone, da rivivere sotto forma di realtà virtuale. Questo grazie allo SQUID, uno specifico lettore che nel mercato nero è richiestissimo e che Nero usa per rivivere i momenti più belli vissuti con la sua ex Faith, che l'ha lasciato per il losco producer discografico Philo Gant e con cui sogna ancora di ritornare. Lo SQUID ha creato anche un piccolo mercato di snuff movies. Uno di questi mostrerà a Lenny lo stupro e l'omicidio di Iris, una prostituta di sua conoscenza.

"Non è come la TV, solo meglio" spiega Lenny Nero e in quello SQUID in quella penetrazione dello sguardo altrui, c'è la grande rivoluzione, la grande profezia di Strange Days, c'è ciò che siamo diventati oggi, con i social media, con tutto ciò che internet ha tolto di personale all'esperienza, ora sottomessa ad una invasione della privacy, alla mercificazione per gli altri, poco importa che sia volontaria o meno. La memoria non vi inganni, era cominciato tutto proprio in quel periodo, anzi quell'anno, con il sex tape di Pamela Anderson e Tommy Lee. La prima volta che uno SQUID per così dire ci arrivò dritto in faccia, la prima volta che la vita, la semplice vita degli altri, bella o brutta che fosse, ci venisse offerta in pasto senza il consenso altrui. Da lì a pochi anni cominceranno i reality show, poi verrà il tempo dei social media che fanno ciò che Strange Days ci mostra qui: rendono spettacolo tutto. La società dello spettacolo, ecco cosa Strange Days ci ha offerto, ci ha predetto, ci ha mostrato aprendo uno squarcio sul XXI secolo.



Modernità costellata di individui servi-potenti

Il potere ha ormai preso le sembianze di una scena integrale alla quale nessuno può assistere senza partecipare. Lo spettatore è anzi il figurante di uno show per cui non si staccano biglietti né si prenota la poltrona, essendo spettacolo la forma attuale del mondo. Sia che prevalga in noi il rifiuto della politica oppure la lotta e l’indignazione civile, gravitiamo intorno allo stesso nodo:  l’esibizione sfrenata del potere come messa-in-scena. Ma se ciò è avvenuto, forse qualcosa era già attivo in noi all’alba della spettacolarizzazione della politica; forse v’è un fatto antecedente che riguarda la natura medesima degli spettatori. Il problema attuale della classe politica consiste nel fatto che non si tratta più di governare, ma di mantenere l’allucinazione del potere e ciò esige dei talenti del tutto particolari. Produrre il potere come illusione è come manovrare capitali circolanti, come danzare davanti a uno specchio. E se accade che non c’è più il potere, la ragione è nel fatto che tutta la società è passata alla servitù volontaria. Ma ciò è avvenuto in una strana maniera: non più come volontà di essere servi, bensì come ciascuno divenuto servo della propria volontà. In una somma di volere, di potere, di sapere, d’agire, di riuscire, ognuno si è piegato a tutto questo, e il colpo sul potere è perfettamente riuscito: ognuno di noi è divenuto un sistema asservito, auto-asservito, poiché ha investito tutta la sua libertà nella volontà folle di trarre il massimo dallo sfruttamento di se stesso.

Modernità costellata di individui servi-potenti l’assassinio ininterrotto del potere insiste sul sorpasso della sua dimensione verticale e ascetica; è questo uno degli effetti collaterali della fine delle gerarchie politiche e della trascendenza teologica. Lo spettacolarizzazione della politica ne è il frutto maturo, necessario per convocare la rappresentazione iterata del potere nel vuoto della propria manifestazione. Se di questo si tratta, allora il potere è ormai una funzione rappresentativa “vuota”, una casella che solo il servo volontario più ambizioso può coprire e modellare a suo piacimento.

A partire dal momento in cui il potere non è più l’ipostasi, la trasfigurazione della servitù, e che questa è integralmente diffusa nella società, allora non gli resta che crepare come una funzione inutile l’uomo politico più brillante, il supremo maestro della servitù volontaria, ci supera per auto-agonismo; questi ci porta con sé nello schianto eclatante del potere i cui bagliori sono oggi il nostro unico “spettacolo”