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giovedì 9 marzo 2017

Che cosa è dunque una rivoluzione sociale?

Che cosa è dunque una rivoluzione sociale? L'attuazione di un radicale rovesciamento di prospettiva della società che si trasforma superando la sua caducità, riferendosi costantemente alla realizzazione di una utopia condivisa. 
Ogni qualvolta, anziché seguire il ritmo della fraternità e della uguaglianza, la libertà cerca di imporsi in modo meccanicistico con la forza, la rivoluzione si rovescia nel suo contrario, deteriorando tutte le componenti del suo movimento sociale in ideologia. Non c'è concetto, del resto, che non possa avvilirsi in un ismo diventando appunto ideologia. L'utopia, poesia di quel si desidera è non c'è ancora, si stravolge in utopismo e consegna in suo nome la formulazione del desiderio poetico del vivere meglio a una qualunque moralistica autorità controrivoluzionaria. L'esplorazione di un sogno soggettivo si trasforma allora ineluttabilmente in un incubo collettivo. La radicalità, espressione del legame intelligente e sensibile con il proprio corpo, individuale e sociale, si trasforma in un estremismo la cui gesticolazione funge da alibi per l'impotenza contemplativa di aristocratici rivoluzionari assoluti. Un'impotenza che diventa ancora più grave quando si risveglia istericamente nell'azione spettacolare e senza sbocchi di un qualunque nichilismo. Tutti gli ismi sono il sintomo di uno scivolamento dall'autonomia al gregarismo, dalla soggettività alla massificazione. Così si opera il recupero dell'arma della critica in liturgia più o meno sanguinaria, ma sempre spettacolare.
L'ipotesi di rivoluzione sociale si perde allora negli stessi meandri della manipolazione reazionaria su cui si fonda la società dominante, dove la favola del cambiamento per mezzo di ragionevoli riforme si traduce  immancabilmente in riformismo cioè nella pratica della conservazione sotto l'alibi ideologico di un cambiamento fittizio.
Va rivendicata con forza e chiarezza la necessità di un netto distingue tra utopia e utopismo, radicalità e radicalismo, costruzione di situazione e situazionismo. Il rifiuto di ogni ismo è al cuore della laicità che forgia l'umanità dell'uomo. La radice di ogni società laica si nutre del dubbio dell'agnostico che evita accuratamente qualunque amalgama tra pratica dell'intelligenza sensibile e assunzione di ruoli spettacolari, tra libera poesia soggettiva e addomesticamento ideologico.

APRI UN POCO LA FINESTRA di Brendan Behan

Apri piano la porta
Chiudila che non si muova
è tutta la vita che verso lacrime, lacrime
la mia bocca non sa cosa sia una risata

Apri un poco la finestra
e lasciala accostata per Cristo.
Entra e siediti e poi
te lo dirò questo mistero.

Solo una volta ho riso, quando cascò l'icona
e fece secca la mia vecchia nonna
mentre cantava un vecchio canto irlandese
di certi traditori che vendettero il loro capo

Apri un poco la finestra
e lasciala accostata per Cristo.
Entra e siediti e poi
te lo dirò questo mistero.

Agli stranieri bastardi
nascondi, amica mia, la tua rovina
mettiti in testa che noi siamo un leone
un liocorno e una rosa

Apri un poco la finestra
e lasciala accostata per Cristo.
Entra e siediti e poi
te lo dirò questo mistero.

(Brendan Behan nato a Dublino il 23 febbraio 1923 e morto a Dublino il 20 marzo 1964, è stato un drammaturgo e scrittore irlandese, un bevitore incallito, oltre che membro attivo dell’IRA. A soli 11 anni abbandona la scuola cattolica nazionale in cui studia e, qualche tempo dopo, si unisce al Fianna Eireann, un’organizzazione paramilitare dedita alla formazione di giovani leve per l’esercito repubblicano irlandese. Ma ne viene espulso a 14 anni per essersi presentato ubriaco alla commemorazione annuale di Wolfe Tone. Successivamente svolge per qualche anno le funzioni di messenger boy dell’IRA, ma si stanca presto di prendere ordini, e così nel 1939, in cerca di gloria, decide di raggiungere l’Inghilterra per una spedizione non ufficiale, munito di un kit personale per la fabbricazione di esplosivi, sbarca a Liverpool ma non fa a tempo a fumarsi una sigaretta che viene subito arrestato su segnalazione. Accusato di associazione finalizzata al terrorismo, sfugge alla pena capitale per via della minore età e viene rinchiuso per tre anni nel carcere minorile di Borstal. Nel 1942 venne condannato a 14 anni di detenzione per aver sparato a due poliziotti irlandesi durante la commemorazione della rivolta di Pasqua).





Rivoluzione spontanea e Anarchia

"Il mio sistema non riconosce né l'utilità, né la possibilità stessa di una rivoluzione diversa da quella spontanea, popolare e sociale. Sono profondamente convinto che qualsiasi altra rivoluzione è disonesta, nociva e funesta per la libertà e per il popolo, perché riporta una nuova miseria e una nuova schiavitù per il popolo; inoltre, e questo è l'essenziale, qualsiasi altra rivoluzione è diventata impossibile, irrealizzabile e inattuabile. La centralizzazione e la civiltà progredita, le ferrovie, il telegrafo, i nuovi armamenti e la nuova organizzazione degli eserciti, la scienza dell'amministrazione in genere, cioè la scienza dell'assoggettamento e dello sfruttamento sistematico delle masse popolari, della repressione delle rivolte popolari e di qualsiasi altra rivolta, scienza così accuratamente elaborata, sperimentata con l'esperienza e perfezionata durante gli ultimi settantacinque anni di storia contemporanea - tutto ciò ha fornito attualmente allo Stato una potenza tanto grande che tutti i tentativi artificiali, segreti, di cospirazione al di fuori del popolo, come pure gli attacchi improvvisi, le sorprese e i colpi di mano, sono destinati a essere schiacciati da questa forza; lo Stato può essere vinto e abbattuto soltanto dalla rivoluzione spontanea, popolare e sociale."
(da una lettera di Mikhail Bakunin riguardante la sua rottura con Serguei Necaev, 2 giugno 1870)

"Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; noi vogliamo che gli uomini, affratellati da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza. E per raggiungere questo scopo supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a sottostare alla
sua volontà né esercitare la sua influenza altrimenti che con la forza della ragione e dell'esempio.
Dunque: espropriazione dei detentori del suolo e del capitale a vantaggio di tutti ed abolizione del governo.
Ed aspettando che questo si possa fare: propaganda dell'ideale, organizzazione delle forze popolari, lotta continua, pacifica o violenta secondo le circostanze, contro il governo e contro i proprietari, per conquistare quanto più si può di libertà e di benessere per tutti. 
(Programma anarchico di Errico Malatesta 1920)

giovedì 2 marzo 2017

È necessario creare una nuova politica

Una delle maggiori tragedie della nostra epoca è che la tecnica non è più considerata da un punto di vista etico.  Nel pensiero greco, produrre oggetti di qualità e di fattura artistica era un impegno morale che instaurava una speciale relazione tra l’artigiano e l’oggetto prodotto. Per molti popoli tribali, la manifattura di un oggetto corrispondeva alla messa in atto delle potenzialità insite nel materiale grezzo, dando così alla pietra, al marmo, al bronzo, una voce attraverso cui venivano espresse le latenti capacità estetiche della materia prima.
Il capitalismo ha completamente eliminato questo modo di pensare. Ha separato il produttore dal consumatore, cancellando ogni senso di responsabilità etica del primo nei confronti del secondo e mettendo da parte ogni altro tipo di considerazione morale. L’unica dimensione morale ammessa nella produzione capitalistica è la presenza della cosiddetta mano invisibile del mercato, la quale guida l’interesse individuale in modo che la produzione a scopo di profitto finisca per generare il bene comune. Ma anche tale miserabile giustificazione è del tutto scomparsa oggi. Un egoismo illimitato, altro esempio della presenza di un’etica del male, ha sostituito ogni rispetto per il bene pubblico. Sebbene possa apparire facile dare alla tecnologia colpe che vanno invece addebitate agli interessi delle élite dominanti, bisogna comunque ammettere che sotto il capitalismo anche la tecnica, liberata da ogni limitazione di tipo morale, può diventare demoniaca. Una centrale nucleare, ad esempio, è un male in sé, non ha alcuna giustificazione per la sua esistenza. E nessuno può più dubitare che la proliferazione di impianti nucleari – e quanti più ce ne sono, tanto più la possibilità di incidenti come quelli di Cernobyl aumenta – può a un certo punto trasformare l’intero pianeta in una colossale bomba nucleare.
La sensibilità. L’etica, il modo di vedere la realtà, il senso di sé devono cambiare attraverso modalità educative, argomentazioni razionali, sperimentazioni che mettono in conto la possibilità di imparare dai propri errori: solo questo consentirà all’umanità di raggiungere la coscienza necessaria per la propria autogestione.  

LA MIA GENERAZIONE di Wilma Labate

La storia si svolge nell'arco di ventiquattro ore nella primavera del 1983. Un furgone blindato trasporta Braccio, terrorista arrestato alcuni anni prima, da un carcere della Sicilia a Milano dove egli rivedrà la fidanzata Giulia. Nel furgone ci sono un capitano dei Carabinieri e Concilio, detenuto comune che il capitano, magistralmente interpretato da Silvio Orlando, è costretto a "caricare" a seguito di un blocco del traffico ferroviario causato da manifestanti senza lavoro. Concilio deve essere trasportato al carcere di Bologna e quindi è "di strada". Per Rocco e i suoi fratelli Milano rappresentava solo un luogo di emigrazione che, lungi dall’arrecare reale benessere, mostrava tutta la differenza in negativo di una metropoli settentrionale a confronto con quelle più solari del centro e sud d’Italia. Per Braccio rappresentava il porto di approdo dove ritessere legami umani e ritrovare qualcosa di familiare dopo quattro anni di regime speciale carcerario. Ma niente di tutto questo: all'insaputa di Braccio, il viaggio è una trappola, un sotterfugio psicologico, per indurlo a collaborare con la giustizia. Milano per lui resta fonte di depressione dovendo affrontare una promessa mancata inventata ad arte da un colonnello dei carabinieri, di cui il capitano è solo un emissario, per estorcergli una confessione che non ci sarà. Non si può fare a meno di pensare che quel colonnello avesse in qualche modo a che fare con le stragi di matrice fascista susseguitesi dal '69 (piazza Fontana a Milano) in avanti, mentre è certo che il capitano che ne realizza il piano è una delle tante vittime della disoccupazione, un laureato in economia e commercio espulso dal mercato.
La mia generazione è un film di trent’anni fa ma ancora capace di raccontare il senso di dignità e sconfitta degli anni Settanta. Perché non solo non è invecchiato, ma al contrario, di fronte alla rimozione ideologica di questi anni, in grado di dare voce a un pezzo di quella generazione che non ha avuto successivamente alcuna riabilitazione. Nel film regna la disillusione, tanto politica, simboleggiata da Braccio, quanto quella lavorativa ed esistenziale rappresentata dal
Capitano dei carabinieri. E’ un’Italia sconfitta quella che risale la penisola sul furgone blindato dei carabinieri. La fine della lotta armata, che per sineddoche descrive la fine del movimento rivoluzionario degli anni Settanta, porta con sé anche l’altra parte della barricata, quell’Italia legata allo Stato e alle sue istituzioni da difendere. Senza più idee né ideali il prezzo della sconfitta è la totale rassegnazione all’esistente, una rassegnazione che travolge tutti gli attori in campo e di cui oggi se ne vedono chiaramente i frutti maturi. Ovviamente non è la sconfitta dello Stato, ma delle sue pedine incoscienti, dei suoi piccoli servitori, dei convinti ad una causa più per tornaconto che per ideale.
E’ per questo che la dignità con cui Braccio fa fronte alla sua sconfitta e all’idea di altri trent’anni di carcere prova a riscattare le ragioni di una “generazione perduta” e che, neanche trentenne, era già condannata a sopravvivere senza umanità il resto della propria vita. Molti non hanno resistito e alla fine quei nomi li hanno fatti o, meno direttamente, si sono dissociati da un’esperienza chiudendo malamente un capitolo della loro vita. Altri hanno seguito la strada della dignità. Una strada tragica, difficile, triste. Ma l’unica scelta umana possibile. Passati quarant’anni non dubitiamo che questi siano gli unici che, nel silenzio della sera, prima di addormentarsi, nella solitudine dei propri pensieri, riescano ancora a dormire con quella serenità impossibile a chi non ha avuto lo stesso coraggio.

Lascio sogni immutabili e relazioni instabili

Lascio sogni immutabili e relazioni instabili. Lascio una promettente carriera che mi ha procurato disprezzo per me stesso e unanime approvazione. Lascio una cattiva reputazione e la promessa di un ancora peggiore. Lascio qualche centinaia di migliaia di parole, alcune scritte con piacere, la maggior parte per noia e per soldi. Lascio una situazione economica miserabile, una attitudine vacillante rispetto ai grandi interrogativi del nostro tempo, un dubbio usato ma di buona qualità e la speranza di una liberazione. 
Porterò con me nel viaggio una inutile conoscenza del globo terrestre, una lettura superficiale dei filosofi, e terza cosa, un desiderio di annientamento e una speranza di liberazione. Porterò inoltre un  mazzo di carte, una macchina da scrivere e un amore infelice per la gioventù europea. Porterò infine con me la visione di una lapide, relitto abbandonato nel deserto o nel fondo del mare, con questa epigrafe:
Qui riposa
uno scrittore svedese
caduto per niente
sua colpa fu l'innocenza
dimenticatelo spesso


Stig Dagerman (Alvkarleby, 5 Ottobre 1923 – Enebyberg, 5 Novembre 1954) è stato un giornalista e scrittore svedese. Talentuoso, sensibile e libertario concluse la propria esistenza suicidandosi a soli 31 anni. 


giovedì 23 febbraio 2017

Cultori del godimento acefalo e disinibito

Lo stato quando vuole iniziare una azione poco popolare crea preventivamente l'opinione pubblica adeguata. Opera in modo che si dissenta contro ciò che il potere  ha preventivamente deciso di destrutturare, affinché il dissenso riconfermi l'ordine dominante e le sue strategie. 
Un'immagine tragica di questa situazione di integrale subalternità, in cui il dissenso è amministrato in vista del consenso universale, sia ha ogni qual volta la religione della merce immette nei circuiti della produzione un nuovo sfavillante prodotto. I nuovi schiavi si mettono placidamente in coda all'ingresso dei templi della merce per acquistare a rate la novità, il meglio che la civiltà dei consumi possa vendere loro. Essi non hanno contezza né del perverso incantesimo di alienazione e feticismo di cui sono parte, né delle tracce a cui quelle merci rimandano; tracce che, troppo spesso, finiscono nel sangue in paesi eufemisticamente detti in via di sviluppo.
Cultori del godimento acefalo e disinibito, ripetitori ossessivi del loro motto - "noi abbiamo inventato la felicità" -, gli ultimi uomini sono gli abitatori ideali del tempo del legame sociale interrotto e della morte dell'Ideale: non sperano in nulla di più grande, né si mobilitano in vista di futuri migliori. Hanno venduto testa e cuore al capitale, ricevendone in cambio sfruttamento e reificazione.
Schiavi che non sanno di esserlo, ignari cultori del  rito del consumo e della mercificazione dei corpi e delle anime sui cui esso si regge, sono dominati sia materialmente, sia simbolicamente. 
E, intanto, sotto il cielo domina graniticamente il pensiero unico del consenso di massa. Oltre a garantire permanentemente la cattività simbolica del gregge degli ultimi uomini, esso predica in maniera compulsiva l'intrasformabilità del mondo, con il solo obbiettivo di renderlo tale, secondo lo schema della profezia che si autoadempie.