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giovedì 18 gennaio 2018

Sradicare tutte le gerarchie

Fin dall'inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, Bookchin introduce ne dibattito della New Left un nuovo concetto, ritenuto fondamentale per un pensiero che si dichiara rivoluzionario: l'ecologia. Prima di questo momento l'ecologia era sub-disciplina della biologia, relativamente giovane, un pensiero che trovava il suo fondamento nello studio della vita sulla Terra. Per Bookchin è invece arrivato il tempo di riconoscere che l'ecologia ha delle fondamentali implicazioni rivoluzionarie, poiché è divenuto indispensabile occuparsi in modo relativamente nuovo del rapporto tra uomo e natura. E' sempre più evidente, infatti, l'impossibilità, di tutelare l'armonia tra uomo e ambiente senza creare una comunità umana capace di vivere in equilibrio costante con l'ambiente naturale. L'ecologia della libertà è l'opera più importante di un pensatore all'apice del suo ragionamento, un'opera che articola un progetto di società nuova partendo dalla nascita della vita, dal transito  dall'inorganico all'organico, per giungere ai grandi orizzonti di una società ecologica. Per trovare un possibile rimedio al disastro ecologico contemporaneo è indispensabile individuare le origine della gerarchia e del dominio: 
"Il fatto che la gerarchia in tutte le sue forme  - dominio dell'anziano sul giovane, dell'uomo sulla donna, dell'uomo sull'uomo in forma di subordinazione di classe, di casta, di etnia o di una qualsiasi delle altre stratificazioni di status sociale - non sia stata identificata come un ambito di dominio assai più ampio del solo dominio di classe è stata una delle carenze cruciali del pensiero radicale. Nessuna liberazione sarà mai completa, nessun tentativo di creare una armonia tra gli esseri umani e tra l'umanità e la natura potrà avere mai successo, finché non saranno state sradicate tutte le gerarchie e non solo le classi, tutte le forme di dominio e non solo lo sfruttamento economico." 

giovedì 11 gennaio 2018

Il '68 ... qualche tempo prima (Capitolo II)

Reggio Emilia, 6 luglio 1960
In solidarietà a quanto successo a Genova e a Licata, la sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione, proclamò lo sciopero cittadino. La prefettura proibì gli assembramenti e le stesse auto del sindacato invitarono con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare durante la manifestazione. Ma, l’unico spazio consentito, la Sala Verdi che aveva una capienza di 600 posti, era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. In quel periodo gli assembramenti nei luoghi pubblici erano vietati.
Lo sciopero è riuscito imponente in tutta la provincia” annuncia poco dopo le 16,30 ai cittadini radunati in piazza della Libertà un’auto della Camera del Lavoro. Ora non mancano che pochi minuti al comizio che deve coronare la grande manifestazione popolare (e che è stato autorizzato). Ma nessuno potrà mai ascoltare quel comizio: prima ancora che gli oratori prendano posto sul palco, comincia, infatti, l’inferno.
In poco tempo scoppia il caos. Arrivano decine di camionette, si attivano gli idranti, partono i lacrimogeni. Insieme a quelli anche colpi di mitra, di fucile, e di pistola sparati ad altezza uomo.
Alle 16.45 del pomeriggio una carica di un reparto di 350 poliziotti al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico, investe la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, per poi barricarsi letteralmente dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli del bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare. "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco.
Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo". In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli, l'operaio di 35 anni si trova isolato al centro di piazza della Libertà ed è lì che l'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia".
«Stavamo tentando di uscire dalla piazza – ricorda l’ex comandante partigiano Lino Alvarez “Sbrigoli” – per imboccare via Andreoli, quando un gruppo di una trentina di poliziotti, al comando del commissario Caffari, ci sbarrò la strada sparandoci addosso senza pietà. Tentammo di costruire una barricata con quanto ci capitava sotto mano, sedie, tavolini, assi, mentre i mitra dei poliziotti continuavano a crepitare come in una battaglia. Sparavano dalle finestre della Posta e della Banca d’Italia, e ho visto distintamente il commissario Caffari indicare ai poliziotti dove dovevano mirare. Vicino a me un giovane s’è accasciato esanime, falciato da una raffica al petto. Altri – ed io tra essi – sono rimasti feriti».
Sul selciato della piazza caddero oltre a Tondelli, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Marino Serri e Emilio Reverberi.
Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola e una guardia di PS dichiarò di aver perduto 7 colpi di pistola.
Sedici furono i feriti “ufficiali”, ovvero quelli portati in ospedale perché ritenuti in pericolo di vita, ma molti preferirono curarsi “clandestinamente”, allo scopo di non farsi identificare.
Qualcuno definì questi gravissimi fatti i “moti del luglio 1960”: il sacrificio dei cittadini democratici che vi persero la vita, o che vi rimasero feriti, contribuì in maniera decisiva a far fallire un tentativo d’involuzione autoritaria che avrebbe mutato profondamente la storia del nostro Paese. 

LA PROSSIMA VOLTA CHE LUI di Rupi Kaur

la prossima volta che lui
ti fa notare la
ricrescita dei peli
delle tue gambe ricorda
al ragazzo che il tuo corpo
non è casa sua
lui è un ospite
avvisalo di non
rendersi
malaccetto
mai più

L'Occidente oggi è un moribondo che uccide

L'Occidente, la nostra civiltà, ormai si è sposato con la morte, oggi è un moribondo che uccide e la sua agonia sarà terribile - guerra sociale e guerra culturale. Tutte le civiltà sono strutture storiche, contingenti, con un principio e una fine. Nascono un giorno e muoiono un altro. Il capitalismo occidentale non farà eccezione. La decadenza di una civiltà di solita è accompagnata da turbolenze, drammi, conflitti. All'Occidente sta succedendo la stessa cosa.
I segnali della crisi del Capitalismo, della sua vecchiaia irreversibile sono clamorosi: la cosiddetta "cancellazione delle ideologia", una verità parziale e l'ascesa di uno scetticismo menomato, di un pragmatismo a-teorico con quel che comporta in termini di rinuncia al pensiero (non-pensiero), di prostrazione dell'immaginazione critica e dell'impulso creativo; l'esaurimento di tutte le arti e l'anemia della produzione culturale; l'astensionismo politico e un discredito della dinamica elettorale difficile da nascondere; l'invasione della povertà; la certezza di un collasso ecologico che può essere solo posticipato; eccetera. Negando l'evidenza di questa crisi, si direbbe che i pensatori ex-contestatori facciano propria, realmente, una prospettiva di fine della storia, come se la nostra civiltà fosse stata premiata con l'onorificenza dell'eternità e il nostro Sistema costituisse la realizzazione perfetta della Ragione, la meta verso cui, con ostinazione, si incammina l'Umanità; come se non sopravvivesse da nessuna parte il seme di una alternativa (anche se ciò fosse vero, non si potrebbe ricavarne un certificato di buona salute del capitalismo: le culture iniziano a morire prima che venga rivelato il volto del loro erede, prima che si profilino i contorni delle civiltà che le sostituiranno), come ci rimanesse solo un compito, un esercizio plausibile, una dedizione rispettosa: prenderci cura dell'esistente, ripararlo, aggiustarlo, universalizzarlo. Commettono, dunque, lo stesso errore in cui  incappò il Comunismo: immaginare di aver già attraversato la soglia del Paradiso e che finalmente sia giunta l'ora di abilitarlo e difenderlo; sognare che la storia, avendo dato il suo frutto (il liberalismo globalizzato), la smetta di procuraci dei fastidi, di darci degli scossoni.
Probabilmente stiamo arrivando davvero alla Fine; ma non alla "fine della storia", quanto ai rantoli di una civiltà incredibilmente presuntuosa, pateticamente innamorata di sé.

giovedì 4 gennaio 2018

IL '68 ... qualche tempo prima (Capitolo I)

Genova, 1960
L'autorizzazione data ai fascisti di tenere il loro congresso a Genova fu sia un ringraziamento del governo Tambroni per l'appoggio esterno del MSI sia un tentativo per misurare la temperatura del paese poiché Genova era una delle città più rosse d'Italia, dove le lotte avevano spesso superato le indicazioni sindacali e poter quindi dimostrare la possibilità di un'apertura all'estrema destra fascista senza timori di una reazione popolare.
Il 25 giugno studenti, giovani, impiegati organizzarono una protesta contro la convocazione del congresso neo-fascista fissato per il 2 luglio, a loro si uniranno i portuali e gli operai. Dopo questa protesta fatta al di fuori di partiti e sindacati, nasce una vera unione tra operai e studenti che capiscono le carenze delle organizzazioni della sinistra, che si limitavano a riprendere slogan antifascisti e a votare mozioni per impedire lo svolgimento del congresso. Il 30 giugno viene organizzato dai partiti della sinistra, uno sciopero a Genova e a Savona, sicuri di poter gestire la piazza in modo tranquillo. Intanto i cosiddetti  "provocatori" si riuniscono: sono anarco-sindacalisti, ex-partigiani, comunisti dissidenti e gruppi di studenti, l'elemento nuovo e che giovani e lavoratori sono coinvolti in un'azione comune.
La manifestazione si svolge senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo. La Celere  infastidita dai fischi e dai canti partigiani, attacca la folla prima con un getto di acqua colorata a mezzo di autobotti, poi con lacrimogeni e caroselli verso gli operai seduti a riposare sulla fontana in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti.
Ad animare la riscossa dei lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Decine di migliaia di persone rispondono con pietre, bottiglie, tavole e sedie dei bar, sedie delle case, assi di legno dei cantieri edili, in scontri che si frazionano per tutto il centro. Colpi d'arma da fuoco partono dai celerini e un giovane rimane ferito. Epicentro degli scontri sono Piazza De Ferrari, Via Petrarca, Piazza Matteotti, Piazza Dante, sottoporta Soprana, Via Ravecca e Via Fieschi. La battaglia esplose violenta quasi subito: da un lato una popolazione scesa in strada col sangue agli occhi, dall'altro la Polizia alla quale erano stati impartiti ordini estremamente precisi in termini di repressione. In Piazza De Ferrari una camionetta, che non riesce a fendere la folla, viene bloccata e bruciata, un contingente del Reparto Celere di Padova agli ordini del capitano Ludei  fu disarmato e isolato da centinaia di manifestanti. L'ufficiale venne quasi annegato nella fontana della piazza mentre i suoi uomini furono percossi e feriti anche con l'uso delle famigerate “refie”, quei grossi uncini metallici usati per scaricare le stive delle navi. Più di cento agenti rimangono feriti o contusi e feriti anche una sessantina di dimostranti. Così il 30 giugno i lavoratori genovesi rimangono padroni delle strade, mentre carabinieri e Celere sono obbligati a ripiegare a presidio degli uffici pubblici.
Ma tutta Genova nella notte tra l'1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna proveniente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato Piazza De Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bombe molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostituite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città; nei quartieri del Porto, di Via Madre di Dio, di Porta S. Andrea si erano costruite barricate alte due metri di pietre e legname. E' a questo punto, all'alba del giorno 2 luglio, che il governo comprende di avere perso la partita e, per evitare rotture gravi, revoca alle ore 6 del mattino al MSI, il permesso di tenere il Congresso, mentre ottiene dai partiti di «sinistra» e dai sindacati la garanzia del mantenimento dell'ordine! Nelle lotte di quei giorni vennero arrestati 98 lavoratori genovesi: di questi 23 saranno ancora detenuti il 19 agosto 1960, quando verrà celebrato il processo che irrorerà molti anni di reclusione. Il risultato di quelle giornate di lotta sfociate poi in tutta l'Italia sancì la caduta del governo Tambroni appoggiato dai voti fascisti e la sua sostituzione con il governo Fanfani leader dell'ala sinistra della DC.
La vera novità di queste lotte e che nelle giornate di Luglio, ha fatto la sua comparsa nel nostro paese, una forza nuova che sorprese sia la borghesia sia i partiti di sinistra: la massa giovanile operaia e studentesca. E' verso questo settore della protesta che si orientarono i gruppi che si erano staccati dai tradizionali partiti della sinistra e che volevano diffondere una concezione realmente classista della lotta politica.

L’INSAZIABILE di Antonia Bird

Siamo nel 1847. La Guerra tra Stati Uniti e Messico è finita da poco, con la vittoria degli americani, che si sono assicurati il controllo del Texas e di vasti territori in Colorado, California, Nevada, Utah e Wyoming. Un esiguo numero di soldati statunitensi sorveglia un fortino tra le nevi della Sierra Nevada, non lontano dall’ex frontiera, ma al contempo distanti praticamente da ogni cosa. L’avamposto si chiama Fort Spencer e della guarnigione fa parte anche il capitano John Boyd, medaglia al valore conquistata sul campo, ma solo per caso. In realtà l’ufficiale è un codardo e quel trasferimento in un avamposto sperduto è il modo in cui i suoi superiori lo hanno isolato dal mondo civile.
L’elemento estraniante arriva attraverso un uomo sopravvissuto ai rigori dell’inverno. Un “servo del signore”, come si definisce con trasporto. Dice di chiamarsi Colquhoun e di essersi perso tra le nevi tre mesi prima, insieme ad alcuni compagni, costretti poi al cannibalismo per sopravvivere. Colquhoun spinge Boyd a organizzare una spedizione per salvare gli unici due membri superstiti del suo gruppo, in particolare una donna che a suo dire rischia di essere mangiata dal suo compagno di sventura, un militare dal grado di colonnello, Ives, colui che comandava la carovana, nonché il primo ad aver spinto tutti verso l’antropofagia. Una volta nei boschi l’uomo rivela però la sua vera natura di cannibale: Colquhoun e Ives sono in realtà la stessa persona. L’uomo ha già ucciso i suoi cinque amici, nutrendosi dei loro corpi, e ora ha intenzione di fare lo stesso coi soldati di Fort Spencer. Solo Boyd riesce avventurosamente a salvarsi, rompendosi però una gamba durante la fuga. Sopravvivendo a stento, dopo giorni riesce a tornare all’avamposto, solo per scoprire che Colquhoun/Ives, ripulito e rivestito della sua vecchia uniforme, è ora ospite del forte. Il suo obiettivo è uno soltanto: continuare a nutrirsi di carne umana. Non solo per una deviazione mentale, bensì perché a suo dire la dieta antropofaga è in grado di preservare il fisico, di curare le malattie e di aumentare la forza di chi la segue. A quanto pare Ives ha però anche un piano più elaborato: diffondere la sua pratica mistico-cannibalista negli alti ranghi dell’Esercito…
L'insaziabile è un piatto forte, che mescola sapori, generi e toni narrativi incluse molte scene vivamente sconsigliabili agli stomaci delicati. A conti fatti, però, si rivela piuttosto roba per palati fini: serrato nell'azione, preciso nelle ellissi narrative, capace di accelerare e rallentare il racconto nei momenti giusti. Il gusto europeo della regista viene fuori nel realismo dei dettagli, a cominciare da ambienti e corpi visibilmente sporchi come un film americano non ci darebbe mai. 
L’interpretazione stessa del cannibalismo è singolare, legata a pratiche sciamaniche antiche e occulte, che in un certo senso si ricollegano alla tradizione del Wendigo, lo spirito mangiatore di uomini del folklore algonchino. Un demone che si dice sia figlio dell’inverno e della fame. 
Antonia Bird è una regista che ama fare film scomodi e irregolari. L'insaziabile, dove Antonia dirige di nuovo il suo attore-feticcio Robert Carlyle, è uno strano racconto dell'orrore situato in un contesto western; ma un horror intelligente e complesso, originale, che fa affidamento sull'intelligenza dello spettatore giocando alternativamente tra humor nero e truculenze gore; all’interno del film abbiamo un paio di letture allegoriche che il sottotesto ci suggerisce: la più esplicita usa il cannibalismo come metafora del capitalismo, dei soldi e del potere, nonché di Hollywood (non a caso la collocazione geografica della guarnigione è la California), dove tutti sono belli e affascinanti ma non pensano che a mangiarsi l'un l'altro. La seconda riguarda la droga (l'effetto dell'antropofagia è descritto dal personaggio di Carlyle allo stesso modo di una sostanza stupefacente) e dipinge gli junkies come esseri diabolici degni di essere sterminati.
Antonia Bird è vegetariana, e si capisce dal film. Mangiare e sopravvivere o mantenere dignità umana e morire? Perché in fondo: “Tu sei quello che mangi.” 

SENZA CONFINI

La trasgressione dei confini esistenti e la contestazione degli stessi possono ispirare una nuova forma di cittadinanza, che permetta la coabitazione di diversi, che consenta alle singolarità di fare comunità senza rivendicare un'identità, a alle persone di coappartenere senza una rappresentabile condizione di appartenenza.
Così come i mondi, anche i nostri luoghi di enunciazione interiore hanno le proprie geografie. Le trans-culture non temono nessuna geografia. La ricerca dei continenti inesplorati deve portare fino alla vertigine in cui ribolle la materialità e l'immaterialità della vita, come ci hanno insegnato i surrealisti. Ci deve essere una biologia per scatenare le forze degli esseri, e le relazioni tra loro, senza usare le inservibili pratiche della vecchia politica, così come c'è, nella medicina cinese, una tecnica per guarire parti del corpo, toccando punti sull'estensione del corpo stesso, lontano dalle parti da curare.