Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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lunedì 31 dicembre 2012
giovedì 27 dicembre 2012
L'UTOPIA CAPITALISTA
Secondo l'Utopia capitalista, il capitale contemporaneo - concentrato su scala mondiale e dotato ormai di cervelli collettivi, identificati negli apparati statali e nei vertici tecno-burocratici - è in grado di dispiegare una propria strategia globale, fondata sulla cogestione e sul coinvolgimento dei dominati. La miseria e la brutalità evidenti, riservata alle parti del mondo non ancora toccate dal progresso tecnologico e ai ghetti interni dei “diversi”, sono esibite spettacolarmente come minaccia e ricatto, ma esclude all'interno del blocco capitalista avanzato. Rinunciando al colonialismo e alla guerra tra Stati nazionali, il capitale estende a tutti la partecipazione, giungendo a sussumere l'interiorità stessa del popolo senza confine dei suoi schiavi.
Tutta la vita dei proletari, compreso il tempo libero dal lavoro, che in precedenza veniva semplicemente ignorato, diventa oggetto dello sfruttamento. Dal momento in cui il capitale riesce imporre compiutamente la socializzazione del credito - vendite a rate, mutui, cambiali etc. -, la compravendita della forza-lavoro conquista tutto lo spazio e tutto il tempo della sopravvivenza dei proletari: il salario serve per pagare la sopravvivenza dell'anno passato, acquistata a credito. Il proletariato si trasforma in medium dell'estrazione del plus valore nelle ore passate sul luogo di lavoro, mentre, per tutto il resto del tempo, le sue qualità, i suoi bisogni e desideri si trasformano in materia estrattiva. Il linguaggio della persuasione occulta diventa la coazione che trasforma tutti i bisogni umani in bisogni dell'apparato produttivo, capovolgendo la legge della domanda e dell'offerta. L'universo produttivo determina ogni momento della sopravvivenza del lavoratore-consumatore, agganciandolo alla catena merce-desiderio-sublimazione in ruoli e obblighi sociali. Nello stesso tempo, la scienza – accumulazione dei significati dell'esperienza di tutti – organizza lo spettacolo del regno delle macchine come regno dell'unica libertà possibile.
QUELLO CHE HAI Contropotere
E in un mondo senza fine
Senza un’ombra da dignità
E in un mondo senza essenza
In cui regna solo falsità
E in un mondo di miseria
Dove sopraffare è normalità
E in un mondo di catene
Dove manca solo, solo libertà
Il mio mondo sta morendo
Grida sete di libertà
Quello che hai non è solo una tua scelta!
Tutt’attorno è solo un sipario
Poche parole un’immagine perfetta
Nessun nemico troppo forte, nessun motivo per scappare
Quello che hai non è solo una tua scelta
Uno specchio frantumato
Una corsa che ti allontana
Nessun nemico troppo forte, nessun motivo per scappare
Suoni negli astri
Indomiti
Solchi in deviabili, specchi accecanti, riflessi di fiamme
Solo selvaggi in libertà
Quello che hai non è solo una tua scelta
Poche parole un’immagine perfetta
Non più filosofia, azione diretta
Suoni negli astri
Indomiti
Solchi in deviabili, specchi accecanti, riflessi di fiamme
Solo selvaggi in libertà
LA RIVOLUZIONE di Errico Malatesta
La rivoluzione è giudicata obbligatoria per il rapporto di forza esistente nella società. Le classi privilegiate non permetteranno di farsi spodestare dai loro privilegi, se non con un’azione violenta da parte dei subordinati, per cui noi crediamo che solo la rivoluzione violenta possa risolvere la questione sociale.
Poiché la rivoluzione non possiamo farla da soli, cioè non possiamo colle sole nostre forze attirare e spingere all’azione le grandi masse necessarie alla vittoria, e poiché anche aspettando un tempo illimitato le masse non potranno diventare anarchiche prima che la rivoluzione sia incominciata, e noi resteremo necessariamente una minoranza relativamente piccola fino al giorno in cui potremo cimentare le nostre idee nella pratica rivoluzionaria, negare il nostro concorso agli altri ed aspettare per agire di essere in grado di farlo da soli, sarebbe in pratica, e malgrado le parole grosse e i propositi radicali, un fare opera addormentatrice, ed impedire che si incominci colla scusa di volere con un salto arrivare di botto alla fine. Noi non vogliamo aspettare che le masse diventino anarchiche per fare la rivoluzione, tanto più che siamo convinti che esse non lo diventeranno mai se prima non si abbattono violentemente le istituzioni che le tengono in schiavitù. Credo che l’importante non sia il trionfo dei nostri piani, dei nostri progetti, delle nostre utopie, le quali del resto hanno bisogno della conferma dell’esperienza e possono essere dall’esperienza modificate, sviluppate ed adattate alle reali condizioni morali e materiali dell’epoca e del luogo. Ciò che più importa è che il popolo, gli uomini perdano gli istinti e le abitudini pecorili, che la millenaria schiavitù ha loro inspirate, ed apprendano a pensare ed agire liberamente. Ed è a questa grande opera di liberazione che gli anarchici debbono specialmente dedicarsi.
Insomma volontà, rivoluzione e libertà sono i tre momenti inseparabili di un unico processo, dove è chiaro che per arrivare all’ultimo termine bisogna partire dal primo dovendo passare per il secondo: senza volontà di fare la rivoluzione non vi è rottura rivoluzionaria, senza rottura rivoluzionaria non vi è libertà.
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giovedì 20 dicembre 2012
La società del dono
In un mondo sempre più artificiale, in cui l’umanità sembra ormai incapace di esprimere la sua volontà di vivere e di resistere a ciò che ne ostacola la felicità, urge una riscoperta dello spirito del dono per rovesciare la prospettiva di una sopravvivenza programmata per essere consumata contro natura.
Il mostro dell’economia autonomizzata va urgentemente fermato e nessuno potrà farlo al nostro posto.
Al dogma della crescita economica comincia a opporsi il progetto di una decrescita piacevole e conviviale, tendente a ristabilire sul piano demografico, su quello dei consumi, su tutti i piani del vivente il predominio della qualità sulla quantità.
Sta a noi non ridurlo a un’ennesima morale di rinuncia. Non abbiamo niente da perdere se non una immensa insoddisfazione in una tragedia planetaria.
Abbiamo da esplorare la gioia di vivere al di fuori di qualsiasi sacrificio.
Non è una certezza, ma una scommessa, cui ogni istante siamo invitati a non rinunciare mai, che finalmente dalle ambiguità dell’apatia generale venga fuori una volontà di battersi per creare se stessi armonizzando la società col godimento di sé.
Niente ci impedirà di distinguere, all’ombra dei patiboli, delle prigioni, delle fabbriche, delle scuole, nella clandestinità delle città, la folla insolita di coloro che hanno vissuto e tentano di vivere in rottura con gli imperativi della sopravvivenza. Una tale folla è in ciascuno di noi. Basta sentirla al di sopra del vano gridio della morte.
IL CONSUMO COME IDENTITA' PERSONALE
L'inesauribile e inesorabile dispiegarsi della burocrazia amministrativa promuove la mercificazione totalizzante dell'esistente e genera cambiamenti antropologici profondi: configura la distribuzione geografica della popolazione, concentrandola nei centri industriali; aumenta i ritmi di produzione; inibisce prassi e formazioni sociali fondate sulla reciprocità, sul dono, sulla condivisione; annienta abilità secolari. La raccolta di erbe e di legna, la coltivazione di un orto, la fermentazione casalinga del vino e la distillazione dei liquori, i saperi artigianali legati alla riparazione e al recupero e all'elaborazione di rimedi terapeutici naturali seguono una sorte analoga a quella della panificazione: diventano per buona parte delle persone semplicemente impensabili.
La logica del profitto è esponenziale: si nutre di aumento perenne della produzione e quindi delle vendite. La crescita dei consumi, alimentata ad arte richiede: primo, come abbiamo visto, l'estinzione della possibilità di soddisfare bisogni senza passare per il mercato; secondo, l'allargamento degli ambiti che vengono mercificati, sottraendoli dal controllo pubblico, e l'applicazione della logica mercantile a beni che non erano mai stati concettualizzati come merci (ad esempio, brevetto dei codici genetici); terzo, un continuo ricambio dei prodotti che devono, dopo l'acquisto, risultare velocemente inadeguati, vetusti, superati; quarto, la capacità di alimentare il senso di inadeguatezza, e quindi il desiderio, illudendo il consumatore che il mercato offra la soluzione; quinto, la frammentazione delle reti sociali e la promozione dell'individualismo, in modo da generare consumatori singoli, ognuno potenziale acquirente, e così inibire l'acquisto collettivo. Il ricorso al mercato, per pressoché ogni esigenza, viene reso indispensabile.
Il consumo sostituisce il lavoro come fonte primaria di identità personale, rafforzando la sensazione che nell'acquisto si possa sviluppare una specifica dimensione soggettiva legata ad un possesso individuale.
Tesi per la liberazione dal lavoro
1) L'ideologia del lavoro è lo stratagemma con cui la società repressiva riesce a ritardare il trapasso generalizzato già ora possibile ad una società senza classi e libera dalla schiavitù del lavoro.
2) Il mercato mondiale nella sua ultima fase: lo scambio dei prodotti materiali sussiste solo come forma economica in via di superamento; la forma più evoluta ed ormai realizzata su scala planetaria è lo scambio di merci ideologiche.
3) Le ideologie, fondamento dell'attuale ricchezza delle nazioni, sono le merci nella loro moderna versione: il loro valore è dato dal tempo di consenso che riescono a garantire. Esse sono la forma in cui si manifesta il capitale ed è attraverso esse che si esercita il potere.
4) L'ideologia scambiata tra gli stati, quelli comunisti non esclusi, viene poi distribuita al minuto al proletariato per essere consumata. Viene imposta sotto forma di legge naturale: il lavoro come maledizione continua e la produzione come necessità ineluttabile.
5) La logica del lavoro contiene però le condizioni per il suo totale superamento. Il capitale potrebbe oggi ridurre il tempo di lavoro della metà: le forze sedicenti rivoluzionarie includono nei loro obiettivi la riduzione progressiva del tempo di lavoro poiché rappresentano il dissenso concesso.
6) La produzione imposta di merci materiali ed il consumo imposto di merci ideologiche si identificano e il salariato occupa le sue 24 ore alternativamente nell'una o nell'altra forma. La giornata lavorativa è ormai di 24 ore: vita produttiva e vita quotidiana coincidono ormai per la loro miseria.
7) Nessuna forma di lavoro salariato; sebbene l'una possa eliminare gli inconvenienti dell'altra, può eliminare gli inconvenienti del lavoro salariato stesso. Perciò è indispensabile che il pensiero si armi nelle strade.
8) Nella rivolta proletaria di Reggio Calabria, come prima di Casetta e Battipaglia, ciò è avvenuto. Il proletariato si è costituito in teppa per lanciare la sua sfida cosciente all'incoscienza dell'ordine costituito. La solitudine del proletariato ed il volto osceno e ghignante delle sue insurrezioni lasciano costernati i suoi oppressori ed i suoi falsi protettori.
9) Gli amici napoletani di Agostino ed i devastatori calabresi hanno chiarito, per l'ultima volta, che la nuova lotta spontanea comincia sotto l'aspetto criminale e che si lancia nella distruzione delle macchine del consumo permesso.
10) Oggi a Reggio i motivi di rivolta sono definiti «futili». Infatti il proletariato non ha particolari motivi per ribellarsi poiché li ha tutti; non ha richieste particolari da rivolgere al potere poiché il suo obiettivo è la distruzione di ogni potere che non sia quello esercitato dai consigli proletari.
11) I Consigli Proletari non chiederanno nulla di meno della distruzione di questa società, dell'abolizione del lavoro, dell'eliminazione violenta di ogni istituzione separata (scuole, fabbriche, prigioni, chiese; partiti, etc.) poiché esisterà il potere decisionale di ciascuno nel potere unitario ed assoluto dei Consigli.
12) I Consigli Proletari non saranno nient'altro che l'inizio della costruzione da parte di tutti della vita libera e felice oggi relegata nei desideri e nei sogni prodotti dall'infelicità dell'attuale sopravvivenza.
13) Proletari coscienti, che la maledizione del lavoro sia maledetta, che l'ineluttabilità della produzione diventi il suo lutto.
( Archivio storico: tratto da Acheronte Ottobre 1970 Torino)
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