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giovedì 27 marzo 2014

Il piacere supremo sarà la distruzione

La ricerca di autenticità e di appartenenza a una comunità, sentimenti che ci sono negati al punto che la ricerca diventa disperata. 
Il sentirsi realmente vivi e il senso di appartenenza non hanno quasi cittadinanza in una società in cui le classi col più alto tasso di crescita sono quella dei senzatetto e quella dei detenuti. La vita quotidiana è fatta sempre più di disperazione, depressione e alienazione, intervallate da notizie sull’ultima ondata di omicidi seriali o la più recente catastrofe ecologica globale, consumate come orribili forme di distrazione del vuoto.
Guy Debord ha espresso questa situazione con chiarezza: “Dovrebbe essere ormai chiaro che la condizione di servitù, d’ora innanzi, vuole essere amata di per se stessa, e non più in quanto portatrice di un vantaggio estrinseco. Un tempo poteva ancora essere ritenuta una forma di protezione, ma ora non protegge più da nulla”. Persino gli apparati repressivi si trovano a dover ammettere che si sia giunti a questo: Forbes, organo del capitale finanziario americano, commemorò il proprio settantacinquesimo anniversario con una storia di copertina su Com’è possibile che ci sentiamo così male se le cose vanno tanto bene? La comunità degli psicologi in generale, che non riconosce altra realtà al di fuori dell’individuo, vede messa in discussione la negazione e l’illusione che la caratterizza, ironicamente, proprio dal definitivo impoverimento della dimensione del privato. Appare sempre più chiaro come la scelta sia tra una brama di servitù e una rottura qualitativa con l’intero campo d’azione dell’alienazione.
La realtà attuale è diventata impossibile, e continua a perdere credibilità. Dobbiamo comportarci da outsider, non farci rappresentare, non investire nulla in questa marcia verso la morte che ci chiedono di perpetuare. Il piacere supremo sarà la distruzione di ciò che ci sta distruggendo, sarà abbracciare lo spirito dei Situazionisti, che così replicavano a chi domandava loro in che modo avrebbero distrutto la cultura dominante: “In due modi: inizialmente in modo graduale, poi all’improvviso”.

IT BETTER END SOON – Chicago

Non lo sopporto più, la gente che muore
cercando un aiuto per così tanti anni,
ma nessuno lo sente,
è meglio che finisca presto, amico mio
non c’è l’ha faccio più a sopportare,
la gente odia,
facendo male ai suoi fratelli,
non capiscono,
non possono capire,
è meglio che finisca presto, amico mio.
Hey tutti quanti, perché non date
un’occhiata in giro?
Non potete vedere?
Che cos’è che sta succedendo
perché non usate il tempo
solo per sentire quello che è vero?
Se lo farete vedrete che abbiamo fatto un patto crudo,
loro stanno stanno ammazzando tutti,
io vorrei che non fosse vero,
loro dicono che dobbiamo fare la guerra
o l’economia cadrà
ma se non ci fermiamo non ci saremo più;
stanno rovinando questo mondo,
per me e te i grandi capi di stato,
perché non ci permettono di essere liberi?
Loro hanno fatto le regole una volta ma non ha funzionato,
adesso dobbiamo provarci un’altra volta.
Prima che ci uccidano tutti,
non più morire, non più uccidere, non più morire.
Non più lottare,
non vogliamo morire, no, non vogliamo morire,
per favore lasciateci cambiare il tutto,
per favore facciamolo tutto buono per il presente
e migliore per il futuro.
Auguriamoci l’un l’altro,
dimostriamo pace l’uno per l’altro,
possiamo farlo succedere,
facciamolo succedere,
possiamo cambiare il mondo,
per favore, cambiamo il mondo,
per favore, facciamolo succedere,
per i nostri bambini,
per le nostre donne,
cambiamo il mondo;
venite venite,
per favore,
venite; sta a me,
sta a te
quindi facciamolo adesso, sì, facciamolo adesso;
non la sopporto più la gente che imbroglia
bruciandosi l’un l’altro
sanno che non è giusto, come può essere giusto?
Meglio finire presto amico mio,
meglio che finisca presto amico mio.
  

La trasgressione come sperimentazione di libertà

Quello che si intende per  sperimentazione concreta di libertà e di comunità è tutto dentro la dinamica dell'opposizione ostinata all'esistente societario. La libertà, infatti, può essere sperimentata solo attraverso le forme di negazione materiale dell'illibertà sociale o comunque introiettata individualmente; la comunità reale può essere pre-vissuta come comunità di intenti, di tensioni, di agire. Ciò non è permesso. Per questo la trasgressione assume valenza positiva, seppur degna di smitizzazione e soprattutto di non fissazione. La trasgressione in sé non porta valori comunque umani, ma ne nega altri codificati; se essa, però, si trasforma in riaffermazione differente di ciò che prima ha rifiutato non è altro che forma recuperata, produttiva di comportamento sociale controllabile. La trasgressione cui noi ci riferiamo è quella che contiene tanto la negazione del presente quanto l'allusione al futuro. Non ci interessano certo i ladri che si fanno banchieri né i banchieri che diventano ladri! La trasgressività è quanto, pur prodotto dalla società, tende ad affermare caratteri diversi, antagonici, di comunità. Quando si contrappone il concetto di comunità reale a quello di società - come che si sia storicamente manifestata - non è certo per riprodurre una sorta di guerra di tutti contro tutti, l'homo homini lupus di lontana memoria, né tanto meno per ricordare nostalgicamente le società-comunità primitive (poiché allora effettivamente i due termini si confondevano tra di loro). L'appartenenza reciproca, il riconoscimento delle differenze e la loro corretta valutazione, il superamento di appiattimenti egualitarizzanti, la riscoperta dell'originalità singola e collettiva contro il processo di identificazione: ecco i caratteri dell'essere-vivere comunità, ecco quanto è stato sottomesso e soggiogato dalla forma-società.

giovedì 20 marzo 2014

la follia come distruzione del composto

la follia come distruzione del composto di caos e forma, come assenza d’opera. l’uomo è deterministicamente derivato da una molteplicità di eventi inintelligibili e perciò non deve essere ritenuto moralmente responsabile di nulla. La volontà di potenza garantisce una labile apertura-una possibilità di trascendenza-in cui l’uomo può ricominciare da capo. Tuttavia, costretta tra necessità e libertà, la volontà non è mai radicalmente libera e non può cambiare del tutto il proprio essere-così-e non-altrimenti. Non si può quindi accusare l’uomo per le sue trasgressioni, perché «la nostra addomesticata, mediocre e castrata società», ha reso ammalato l’individuo superiore. La vergogna era quindi un risultato della malattia morale; il senso di colpa, un’invenzione dell’etica giudaico-cristiana. Una corruzione codificata in tratti impressi da molti millenni che ha prodotto una prigione debilitante per il corpo. fantasie sfrenate e pulsioni libidico-distruttive non sono immorali, ma naturali. Le perversioni sono esperienze-limite, punti di non-ritorno, che aprono l’accesso alla dimensione dionisiaca sbarrata all’animale umano. La volontà di potenza è volontà di trasgressione, al di là del bene e del male. Le pulsioni naturalmente crudeli, sono state imprigionate, codificate all’interno dell’uomo e trasformate in nuove pulsioni virtualmente distruttive. L’essere umano non ne è responsabile. La genealogia delle tecniche di controllo delle pulsioni folli è configurata dalla storia della segregazione e clausura sociale inaugurata dall’età classica. Il folle risulta così innocente: la colpa è solo della società, l’unica responsabile del crimine. La nascita della moderna ragione occidentale si annuncia con-chiudendo e rimuovendo lo spazio aperto dall’esperienza della sragione. Nietzsche, come Sade, Holderlin, Nerval, Van Gogh, e a suo tempo Artaud, sono gli araldi del canto lontano della obliata sragione. Le loro opere, freudianamente perturbanti, liberano dalla rimozione le energie animali umane. Irrompono in un delirio di fantasie crudeli e morbose prima di immergersi nel silenzioso abisso della follia o nel tragico abbraccio con la morte. l’Es è sovente raffigurato, nella psicoanalisi, come un oceano, le cui acque agitate e oscure riproducono l’inquietudine della schizofrenia, come nella Nave dei folli di Bosch. Il superuomo è colui che si riappropria dell’assenza, del vuoto sottratto alla pazzia rimossa: coincide con il folle. Foucault in molti dibattiti dell'epoca ribadì, a più riprese, che considerava l'esperienza della follia il punto più vicino alla conoscenza assoluta, prendendo quella nietzscheana come paradigma.

PERCHÈ AUTONOMIA PROLETARIA

“Nessuno deve tacere di fronte all’organizzazione della menzogna unificata, questo è il momento di iniziare a distruggerla”
Il sistema di dominio capitalista sull’esistente sociale attualmente, in Italia come spaccato del mondo, ha modificato le forme (conservandone il senso) della sua gestione: ora siamo alla miseria generalizzata, ed i gestori del potere ne spiegano l’ineluttabilità. La società dell’opulenza, la società cosi detta affluente lascia il passo alla carestia sociale, alla miseria vissuta direttamente dai proletari e giustificata ideologicamente (politicamente, economicamente, matematicamente) dai funzionari del regime. IN REALTA’ la guerra è già scoppiata in modo silenzioso ed estremamente funzionale. È la guerra della merce contro l’uomo, contro la volontà umana di riappropriarsi delle qualità per la vita e delle quantità (oggetti) necessarie a garantirla,. La strategia del sacrificio, della rinuncia, della carestia è la risposta organizzata politica del capitale alle tensioni di Autonomia Proletaria, alle capacità dei proletari e dei proletarizzati di scegliere una via d'uscita dalla sopravvivenza, e per la vita, in modo autonomo dai meccanismi di riproduzione allargata del capitale.
LA CARESTIA è la minaccia concreta cui tutti siamo sottoposti, per aver cercato di scoprire cosa c’era dietro la maschera dell’ABBONDANZA: ancora una volta sfruttamento economico ed ideologico. LA MISERIA è la risposta del sistema alla nostra aggressione continua alla pseudo ricchezza sociale, con gli espropri di massa, con le occupazioni delle case, con l’attacco al salario attraverso la negazione pratica dell’obbligo al lavoro (assenteismo, mutua, riappropriazioni individuali e di massa). Il capitale non può gestire la forza-lavoro perciò usa la sua forza (repressione) per comandare tutti al lavoro (dall’operaio produttore-consumatore di merci, al cittadino creatore-fruitore di comportamenti sociali). LA MISERIA impone la morale del sacrificio; LA CARESTIA la logica della produttività. LA (PARA)NOIA organizzata è il senso della partecipazione alla menzogna/verità dell’esistente sociale. Ma il proletariato sta scoprendo la sua strategia di rifiuto di ogni legge. Questa è la verità di ogni ribellione; ed ogni rivolta deve trovare questa sua verità. Organizzare la nostra risposta sul sociale significa, più che mai, contrapporre la nostra verità di ricostruzione/riappropriazione, alla realtà capitalista di annichilimento/spossessamento. La catena da perdere sono le nostre di/s/graziate abitudini; quelle di cui dobbiamo impadronirci, per stravolgerle, sono quelle di produzione, in fabbrica, o di distribuzione, nella iperorganizzazioni dei mercati. L’Autonomia Proletaria è la scelta sovversiva di ciascuno, è la base di OGNI costruzione liberamente sociale. Contro la crisi capitalistica, e dei suoi amministratori storicamente compromessi, stiamo reinventando le nostre leggi: leggi del piacere, leggi del gioco, leggi dell’erotismo, leggi delle comunicazioni inter/individuale, leggi della riconquista antilegale del valore d’uso etc. Queste leggi prodotte dai proletarizzati e valide solo per essi, sono il significato reale dell’autonomia proletaria. E chi cerca di codificarle, di organizzarle in nome di un partito è ancora una volta un balbuziente che, cantando cerca di celare la sua incapacità di esprimersi correttamente, senza frasi mozze, senza mistificazioni. La cosiddetta area dell’autonomia rischia di divenire un’area di parcheggio di ex-extragruppuscolari trombati che cercano il partito della verginità per crearsi la sufficiente verginità onde riproporre, una volta di più, un qualche nuovo partito. Le armi che offrono costoro sono le usuali armi povere offerte dai mercanti di entusiasmi: le armi necessarie, dalla dialettica al fucile, saprà inventarle autonomamente.
IL VOLTO OSCENO E GHIGNANTE DEL PROLETARIATO DISTRUGGE CON IL SUO APPARIRE LA SERIOSA IMMAGINE DI UN MONDO FONDATO SULL' AUSTERITA’ E SULLA PENURIA
                          Collettivo Informale di Autonomia Proletaria  

(Volantino, ciclostilato in proprio via Milano n°16 Torino, 1977)

Malatesta e gli anarchici

Anarchico è, per definizione, colui che non vuole essere oppresso e non vuole essere oppressore; colui che vuole il massimo benessere, la massima libertà, il massimo sviluppo possibile di tutti gli esseri umani.
Le sue idee, le sue volontà traggono origine dal sentimento di simpatia, di amore, di rispetto verso tutti gli umani: sentimento che deve essere abbastanza forte per indurlo a volere il bene degli altri come il proprio, ed a rinunziare a quei vantaggi personali che domandano, per essere ottenuti, il sacrificio degli altri.
Se non fosse così perché dovrebbe egli essere nemico dell’oppressione e non cercare invece di divenire oppressore?
L’anarchico sa che l’individuo non può vivere fuori della società, anzi non esiste, in quanto individuo umano, se non perché porta in sé i risultati dell’opera d’innumerevoli generazioni passate, e profitta durante tutta la sua vita del concorso dei suoi contemporanei.
Egli sa che l’attività di ciascuno influisce, diretta o indirettamente, sulla vita di tutti, e riconosce perciò la grande legge di solidarietà, che domina nella società come nella natura. E siccome egli vuole la libertà di tutti. Bisogna che voglia che l’azione di questa necessaria solidarietà invece di essere imposta e subita, inconsciamente ed involontariamente, invece di essere lasciata al caso e di essere sfruttata a vantaggio di alcuni ed a danno di altri, diventi cosciente e volontaria e si esplichi quindi ad eguale benefizio di tutti.
O essere oppressi, o essere oppressori, o cooperare volontariamente al maggior bene di tutti. Non vi è altra alternativa possibile; e gli anarchici naturalmente sono, e non possono non essere, per la cooperazione libera e voluta.
È anarchico colui che la massima sua soddisfazione trova nel lottare per il bene di tutti, per la realizzazione di una società in cui egli possa trovarsi, fratello tra i fratelli. Chi invece può adattarsi, contento, a vivere tra schiavi e trarre profitto dal lavoro di schiavi, non è non può essere anarchico. 

giovedì 13 marzo 2014

LA PRIGIONE

Una prigione è una micro-società all’interno della società. Più che come edificio, una prigione funziona come una città. L’elemento più piccolo di questa città è la cella, il più grande la stessa prigione. Se si guarda all’elemento più piccolo, o a un braccio, inteso come un raggruppamento variabile di celle, la prigione è un edificio, se si guarda all’insieme di una struttura carceraria, capace di ospitare dalle 300 alle 3000 persone, l’edificio ha la scala di una città. 
Il carcere è però anche un luogo della città, una vera macchina per soffrire dove una fetta sempre più consistente di persone è costretta a vivere.
La prigione preserva il sistema. 
Ogni società, ogni edificio necessita di sue leggi e regole. Dove ci sono le leggi, ci saranno infrazioni. Dove ci sono regole, ci saranno eccezioni. Senza queste eccezioni una società non cambierebbe mai. Infrangere la legge e negare le regole sono condizioni necessarie per la sua evoluzione.
D’altra parte, la società protegge se stessa e la continuità della sua esistenza tentando di escludere le eccezioni alle regole del sistema che giudica negative. Più un sistema è conservatore, più velocemente un’eccezione è giudicata come negativa, poiché ogni eccezione determinerà un cambiamento. L’esclusione più rigorosa è la pena di morte, quella meno rigorosa è l’esilio temporaneo. In mezzo l’orrore quotidiano delle galere.
La prigione è soprattutto l’espressione di valori incerti e mutevoli.
Fare una prigione esprime soltanto un valore assoluto, una verità indiscutibile che è in contraddizione con il carattere opinabile del crimine e della sua punizione. D’altro canto esprimere soltanto il lato discutibile è in contraddizione con la necessità di chiarezza. Non soltanto una necessità per chi sta fuori, ma anche per i prigionieri, perché soprattutto per loro, il dentro è dentro, il fuori, fuori.
La prigione è uno strumento usato, più che per confinare un pericolo sociale reale, per ricattare, spaventare e intimidire le voci di dissenso al sistema dominante, o risolvere le croniche e cicliche disfunzioni di mercato come le migrazioni di disperati. 
In quanto espressione di queste poco nobili esigenze di sistema, non se ne può che auspicare l’abolizione.