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giovedì 27 ottobre 2022

Albert Camus - L'uomo in rivolta

Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice di no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. 

In questa costante e perenne oscillazione fra il no e il sì, l'uomo in rivolta di Camus si differenzia profondamente dal pensiero rivoluzionario ed ancor più dal concetto di rivoluzione. Se le rivoluzioni moderne non hanno fatto altro che instaurare degli stati e legittimare il potere del terrore, per l'autore dell'Uomo in rivolta è impossibile avere dubbi: o si accettano le conseguenze della rivoluzione, e quindi la paura, il sangue, lo Stato; oppure inevitabilmente vi si è contrari, non rinunciandovi ma riaffermando la possibilità della rivolta. Ma qual è, in pratica, la differenza tra rivoluzione e rivolta? Sulle prime sembrerebbe che Camus scelga il concetto di rivolta, dandone un'interpretazione positiva rispetto alla negatività della rivoluzione, poiché l'uomo che dice no è l'eroe titanico che, affrontando il tiranno, il Potere, con il solo e unico gesto di rivolta si autorealizza emancipandosi. Per Camus la chiave interpretativa, e metodica sta nella possibile (possibile, non "vera") differenza; rivoluzione è intesa come totale negazione del reale, come un movimento che, superando lo status quo, lo nega in tutti i suoi aspetti perché li riconosce estranei; la rivolta, al contrario, è un moto che, pur superando le condizioni presenti, le accetta perché sono le uniche passibili di mutamento. 

Se la rivolta potesse fondare una filosofia, questa sarebbe al contrario una filosofia dei limiti, dell'ignoranza calcolata e del rischio. Chi non può sapere tutto, non può tutto uccidere.

Camus è un convinto assertore di questa filosofia, contrapponendosi duramente ed aspramente ad ogni concezione e interpretazione del mondo che assolutizzando qualsiasi concetto metafisico, come materialista, lo ponga e si ponga al di sopra del reale, perché, come già detto, la realtà non è né ragionevole né irragionevole, ma ciò che si può dire ed ancor più ciò che si può cambiare. Camus individua un minimo comune multiplo: il nichilismo, qui inteso come degradazione, asservimento della realtà presente a favore di un immaginato futuro di verità cui poter donare la propria sofferenza in questa vita alienata. Grande ammiratore di Nietzsche - il quale paradossalmente è l'unico ad essere salvato dall'accusa di nichilista - non può che far risalire la negazione della natura e del corpo alla nascita del cristianesimo: con l'avvento del cristianesimo, nel pensiero occidentale si insinua il concetto di peccato e di espiazione, che successivamente inquinerà perfino il pensiero laico e rivoluzionario di Karl Marx. La storia del pensiero occidentale è la storia della sconfitta della natura e dell'umiliazione del corpo per la vittoria dell'ideologia e della teologia, entrambe false coscienze che, in nome del futuro, hanno negato, condannato il presente. La domanda camusiana è dunque la seguente: quale motivo spinge l'uomo ad uccidere per dei valori astratti, delle ideologie? E ancora: perché, in nome della giustizia e della libertà, possono essere commesse le ingiustizie più atroci ed avvalorate le misure più repressive, totalitarie ed autoritarie?

La libertà assoluta coincide con il diritto, per il più forte, di dominare. Essa mantiene dunque i conflitti che avvantaggiano la ingiustizia. La giustizia assoluta passa attraverso la soppressione di ogni contraddizione: essa distrugge la libertà. La rivoluzione per la giustizia mediante la libertà finisce col farle insorgere l'una contro l'altra.



WHITE ROOM - Cream

Nella stanza bianca con tende nere vicino alla stazione

Paese dal tetto nero, niente marciapiedi d’oro, storni di uccelli stanchi

Cavalli d’argento correvano lungo raggi di luna nei tuoi occhi scuri

La luce dell’alba ti sorrideva mentre te ne andavi, la mia soddisfazione

Aspetterò in questo posto dove il sole non splende mai

Aspett in questo posto dove le ombre scappano da se stesse

Hai detto che nessuna corda poteva legarti alla stazione

Biglietto per i binari, motore irrequieto, finestrini d’addio

Sono entrato alla stazione in un momento così triste

Mentre uscivo, sentivo che il mio bisogno era appena iniziato

Aspetterò in fila quando i treni torneranno

Mi sdraierò con te dove le ombre scappano da se stesse

Alla festa lei era la gentilezza tra la folla

La consolazione per la vecchia ferita ormai dimenticata

Tigri gialle accovacciate nella giungla nei suoi occhi scuri

Si sta solo vestendo, finestrini d’addio, storni stanchi

Dormirò in questo posto con la folla solitaria;

Sdraiato nell’oscurità dove le ombre scappano da se stesse




Il termine Anarchia

Il termine anarkhia compare in un primo tempo (Omero, Iliade, II, 703 e 726; Erodoto, Storie, IX, 23) per designare una situazione nella quale un gruppo armato, o un esercito, si ritrova senza guida. Il significato comune del verbo arkhein era quello di prendere l’iniziativa, cominciare una battaglia o un discorso. Così arkhê designava ciò che è all’origine di una successione temporale. Aristotele lo usa in questo senso quando dice che «principio (principium traduce in latino il termine greco arkhê) si dice in primo luogo del punto di partenza del movimento della cosa» . Ma arkhê, connesso all’idea di prendere l’iniziativa, ha anche la connotazione di comando, potere o potere politico. Questo doppio significato di arkhê (inizio o origine e comando) darà come derivati: 1) arkhaios, che «risale alle origini» e che nella lingua moderna dà l’idea di antichità (archivi, archeologia, arcaico); 2) arkhein, comandare, ordinare, da cui – oltre ad arkhon, - ontos, carica ateniese di un magistrato, o arkheion, residenza dei principali magistrati – il prefisso arkhi, che indica superiorità (arcidiacono, arciduca, arciprete), e il suffisso arkhia, che indica la forma politica: monarchia, oligarchia, gerarchia, anarchia (termine che in Francia compare nel XIV secolo, ma si trova raramente prima del XVII), autarchia. L’attribuzione a qualsiasi regime politico di un potere coercitivo pare evidente o naturale come se il dominio fosse intrinseco al politico, e ancor oggi risulta evidente alla maggior parte delle persone. Questa apparente ovvietà, questo andar da sé, ha indotto a considerare il concetto di arkhê come più o meno neutro. Le cose non sono andate così per quanto riguarda il concetto di anarkhia, che è rimasto marchiato dallo stigma della disorganizzazione: senza un capo, senza qualcuno che comanda, la società si disintegra, il caos divora il sociale. Quando il termine «anarchia» si generalizza nella Francia rivoluzionaria, designerà in negativo coloro che sono accusati di creare il disordine e di promuovere la rivolta. Per la rabbia e la passione prodotte da un’oscura ambivalenza, l’anarchico è accusato di voler disorganizzare la società politica e indebolire l’autorità e attaccare il potere costituito (secondo il vocabolario: fautore di tumulti, promotore di disordini), ma al tempo stesso gli si attribuisce il nobile desiderio di estremizzare la rivoluzione, di voler livellare ruoli e fortune. Come ha scritto il girondino Brissot, che flagello per la società questa dottrina anarchica che vuole stabilire un’uguaglianza universale e di fatto!

 

giovedì 20 ottobre 2022

I primi passi verso l’a-normalità

Come psichiatrizzati in lotta abbiamo compreso che il tutto sociale ha per fulcro la Norma. La relazione dei soggetti con questa comincia durante i primi anni di vita e non solo attraverso le istituzioni della scuola e della famiglia, ogni giorno la medicalizzazione con psicofarmaci è più precoce: non è affatto raro vedere medici prescrivere tranquillanti come fossero caramelle ai bambini più “rivoltosi”. Senza dubbio, sappiamo che esiste un punto chiave (che frequentemente si produce intorno all’adolescenza, ma che necessariamente non deve essere sempre così) quando gran parte delle persone si rendono conto che c’è qualcosa nella Realtà che non li convince fino in fondo. Spesso si giunge a questa situazione coll’osservare i propri genitori… Ciò suole mostrare che questo mondo non è così stupendo, che la vita non è necessariamente questo dono così meraviglioso come tante volte ci hanno ripetuto. Quando il dubbio va prendendo forma a suon di schiaffoni, di sofferenze varie, disillusioni, mazzate e disperazione, solitamente si aprono due strade: da una parte l’autodistruzione con tutte le sue varianti (droghe, suicidio, ostracismo volontario, ecc.), dall’altra l’immersione nella rete del Sistema di Salute Mentale. Così ti ritrovi, senza renderti conto come, in un ambulatorio della pubblica sanità, nello studio di qualche terapeuta tra i mille tipi che offre il mercato o direttamente legato a una barella nella sezione psichiatrica di qualche ospedale. Arrivato qui, possono succedere due cose: o uno viene sottomesso con la medicina e torna a incorporarsi nel funzionamento sociale come se quasi nulla fosse accaduto (il che suole essere più difficile quanto più duro è stato lo scontro con la Norma), oppure uno si introduce in quella spirale cronica (come abitualmente si incaricano di ricordarci i medici: “date le sue caratteristiche, non dovremmo ossessionarci col parlare di doversi curare, ma piuttosto di poter raggiungere un livello di vita il più gradevole possibile”) di cadute-ricadute, medicazioni e ricovero volontario. Quandoun soggetto che è arrivato fino a questo punto decide di fare la guerra alla società e al suo tiranno concetto di normalità, quando uno psichiatrizzato si dichiara a sé stesso - senza il beneplacito di nessun pastore rivoluzionario - psichiatrizzato in lotta, scontrandosi con i farmaci, con gli ordini giudiziari, o con la sporca autorità scientifica, si afferma come soggetto rivoluzionario in questo deserto di omogeneità e disincanto. La situazione in cui si trova lo psichiatrizzato in lotta è quella di essere contraddizione ambulante davanti all’ingranaggio. È colui che dice: i padroni a volte si sbagliano, i loro pronostici e le loro scientifiche teorie non valgono un cazzo: sono qui, non sono morto né drogato, ho vissuto e vivo l’inferno della Macchina e voglio aggiustare qualche conto in sospeso. Qui il sistema ha perso la sua aria di innocenza e ormai è impossibile che possa recuperarla. Ormai non ha più nulla con cui sedurre qualcuno.


I Pirati e la Repubblica corsara di Salé


La Repubblica corsara di Salé, in Marocco composta da corsari, confraternite sufi, pederasti, "irresistibili" donne moresche,  piratesse, schiavi, avventurieri, ribelli irlandesi, ebrei eretici, spie inglesi, eroi radicali proletari e altri ancora è la forma politica più  evoluta  tra le comunità di pirati del periodo (tra il XVI e il XIX). La storia ha teso vedere quella dei rinnegati come priva di significato, un semplice contrattempo nell'inevitabile progredire senza scosse della cultura europea verso il dominio mondiale. I pirati non erano istruiti, ma poveri e marginalizzati, e quindi (si suppone) non avrebbero potuto avere vere idee o intenzioni. Vengono visti come particelle insignificanti, spazzate via dal flusso principale della storia da uno strano mulinello o da un vortice d'irrazionalità esotica. Migliaia di conversioni verso la fede dell'Altro non significano nulla, secoli di resistenza all'egemonia cristiano-europea non significano nulla. Nessuno storico (forse) ha mai presupposto una connessione tra l'islamofilia intellettuale dei Rosacroce, l'Illuminismo e il bizzarro fenomeno  dei rinnegati. Nessuno  ha mai interpretato la loro;  conversione all'Islam come una specie di forma definitiva di  ranterismo, o anche quale mezzo di fuga da (e di vendetta  contro) una civiltà d'infelicità economica e sessuale, da una cristianità "rispettabile", basata sulla schiavitù, la repressione e il privilegio delle élite. L'apostasia dei rinnegati quale autoespressione, l'apostasia di massa quale espressione  di classe, i rinnegati come  una sorta "avanguardia"  protoproletaria. L'"avanguardia" ha fallito, i rinnegati sono svaniti, e l'iniziale cultura di resistenza evapora con loro. Ma  la loro esperienza non è stata  senza senso,  né merita d'essere sepolta  nell'oblio. Qualcuno dovrebbe rendere omaggio alloro fervore insurrezionale e alla loro "zona autonoma temporanea"  sulle rive del  fiume Bou  Regreg  in Marocco. Lasciamo che i rinnegati facciano di nuovo  il loro ingresso  nei sogni agitati della civiltà. 


GLI SLOGAN AL POTERE

Tra gli aspetti più creativi del ’68 Francese va annoverata anche una proliferazione di slogan, alcuni dei quali sono divenuti frasi-simbolo dell’epoca. Qui di seguito segnaliamo quelli più famosi e significativi, taluni più politici altri più poetici, ma anche quelli a nostro avviso più divertenti, di sapore decisamente surrealista. Tra parentesi, dove possibile, è segnalato il luogo in cui lo slogan ha visto i natali.

Soyez réalistes, demandez l’impossible

Siate realisti chiedete l’impossibile (Censier)

Interdit d’interdire

Vietato vietare

L’imagination prend le pouvoir

L’immaginazione al potere (Scienze politiche)

Révolution je t’aime

Rivoluzione, ti amo (Nanterre)

Dessous les pavés c’est la plage

Sotto il selciato la spiaggia (Sorbonne)

La barricade ferme la rue mais ouvre la voie

La barricata sbarra la strada ma apre la via (Censier)

Le rêve est realité

Il sogno è realtà (Censier)

La poésie est dans la rue

La poesia è nelle strade (Odéon)

Mettez un flic sous votre moteur

Mettere un poliziotto sotto il vostro motore (Censier)

Je décrète l’état de bonheur permanent

Io proclamo lo stato di felicità permanente (Scienze politiche)

J’ai quelque chose à dire mais je ne sais pas quoi

Ho qualcosa da dire ma non so cos’è (Censier)

Exagérer c’est commencer d’inventer

Esagerare vuol dire cominciare a inventare (Censier)

Un flic dort en chacun de nous. Il faut le tuer

Un poliziotto dorme in ognuno di noi. Uccidiamolo (Censier)

Tout pouvoir abuse Le pouvor absolue abuse absolument

Ogni potere abusa Il potere assoluto abusa assolutamente (Nanterre)

Ne me libère pas Je m’en charge

Non liberatemi, lo faccio da me (Nanterre)

L’action ne doit pas être une reaction mais une création

L’azione non deve essere una reazione ma una creazione (Censier)

Je ne suis au service de personne (pas même du peuple et encore moins de ses dirigeants)

Io non sono al servizio di nessuno (nemmeno del popolo e ancor meno dei suoi dirigenti) (Censier)

Nous sommes tous des juifs allemands

Siamo tutti ebrei tedeschi (Sorbonne)

Nous sommes tous “indesirables”

Siamo tutti indesiderabili (Beaux Arts)

Le pouvoir est au bout du fusil (Mao) Est-ce que le fusil est au bout du Pouvoir?

Il potere è sulla canna del fucile (Mao) Il fucile è sulla canna del potere? (Nanterre)

La politique se passe dans la rue

La politica si fa nelle strade (Scienze politiche)

Cour camarade, le vieux est derrière toi

Corri compagno, il vecchio è dietro di te (Sorbonne)

Camarades vous enculez les mouches

Compagni, state inculando le mosche (Nanterre)

Sexe - c’est bien, a dit Mao, mais pas trop souvent

Il sesso va bene, ha detto Mao, ma non troppo spesso (Censier)

Je t’aime!!! Oh! dites-le avec des pavés

Ti amo!!! Oh! Ditelo coi sampietrini (Nanterre)



giovedì 13 ottobre 2022

L’OROLOGIO

Il Sonno è un seduttore straordinario, e questo spiega la macchina terrificante che abbiamo inventato per combatterlo. Intendo la sveglia. Santo Cielo! Quale genio malvagio ha riunito questi due nemici giurati dell’ozio – l’orologio e l’allarme – in un unico dispositivo? Ogni mattina in tutto il mondo occidentale persone che sognano felici vengono rudemente strappate al sonno da uno squillo che spacca i timpani p da un insistente bip elettronico. La sveglia è il primo stadio dell’orribile metamorfosi che ci costringiamo a sopportare la mattina, da spensierati sognatori in beatitudine a sgobboni tormentati dall’ansia, oppressi da responsabilità e doveri. Ma la cosa davvero incredibile è che compriamo le sveglie di nostra volontà. Non è assurdo spendere i soldi che ci siamo guadagnati con fatica per uno strumento che fa cominciare ogni giorno della nostra vita nel modo più spiacevole possibile e che in realtà è utile soltanto al datore di lavoro a cui vendiamo il nostro tempo? È vero, ci sono anche sveglie che ci dispensano dall’allarme per destarci invece con il bla bla bla dei dj delle trasmissioni radiofoniche mattutine, ma queste sveglie sono forse migliori? La soffocante gaiezza del dj ha lo scopo di metterci di buon umore in vista della giornata che ci aspetta, o di distoglierci dalla nostre afflizioni con delle battute idiote. Io lo trovo semplicemente irritante. Non c’è niente di peggio del vuoto cinguettio di un altro essere umano quando siamo in uno stato di meditazione profonda, pesante, esistenziale. Come dice il mio amico John Moore, l’uomo più pigro del mondo, quando sua moglie tenta di svegliarlo :” Mi alzerò quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena di alzarsi.” (Tom Hodgkinson)