Translate

giovedì 29 dicembre 2022

Il desiderio di libertà

Di tutti i sentimenti che si agitano nel cuore dell'uomo, il desiderio di libertà è certamente uno dei più imperiosi e la sua soddisfazione una delle condizioni essenziali dell'esistenza. È per questo che egli non ha pace, quando se ne vede privato, finché non l'abbia riacquisito; sicché la storia potrebbe limitarsi allo studio degli attentati contro la libertà e agli sforzi degli oppressi per scuotere il giogo che è stato loro imposto. Se il desiderio di libertà è a tal punto ancorato nel cuore dell'uomo, non è paradossale che egli se lo sia lasciato strappare più di una volta? In realtà, la sua sparizione brutale, provocata da violente crisi, pare subita solo nella misura in cui lo sviluppo che vi conduce passi inosservato. Il fatto saliente, l'accidente della storia rendono il pericolo imminente e sensibile a tutti; ma le forze in azione hanno già acquisito un'autonomia sufficiente perché il movimento, una volta lanciato, prosegua automaticamente fino alle sue ultime conseguenze. Così, nessuno poteva  immaginare che la tradizionale divisione del lavoro in seno alla famiglia, superando il suo ristretto ambito, avrebbe generato un  giorno la schiavitù e poi la spietata società capitalista, sotto molti aspetti ancora più atroce del precedente sistema di sfruttamento. In effetti, accade tutto come se l'uomo non aspirasse mai tanto alla sua libertà che nel momento in cui la perde; di certo perché essa costituisce, per lo spirito come per il cuore, l'ossigeno senza il quale non   può sopravvivere.  Se l'essere fisico non può vivere  senz'aria, l'essere sensibile può solo indebolirsi e degenerare senza libertà. Considerata in  tal modo, essa diventa un elemento quasi fisico, acquisendo un valore inestimabile allorché si vada rarefacendo. È una concezione rudimentale, quasi animale, della libertà. Tant'è vero che l'uomo, finché non giungerà ad elevarsi al di sopra d'un tale livello, sarà facilmente privato di questa libertà elementare, che, quando viene a mancargli, rende l'individuo   totalmente incapace  di vedere  più in là della gabbia che lo rinchiude. Si deve prendere coscienza della libertà che si è conquistata e difenderla gelosamente contro ogni attacco.


Rebetiko e Hashish

In Italia il rebetiko, (una musica greca nata agli inizi del XX secolo), e la sua storia sono praticamente sconosciute. La cosa più semplice che si si può dire su questo tipo di musica è che è possibile paragonarla al blues. Sono canzoni altrettanto belle, altrettanto profonde ed emozionanti dei più bei blues con i quali  presentano così tante somiglianze. L’unica, la sola grande differenza è che le origini del blues sono rurali mentre il rebetiko da sempre è stato la musica della città e della notte. I principali compositori popolari greci dei rebetika – Tsitsanis, Vamvakàris, Daskalàkis, Mitsàkis, Papaioànnu, Màthesis, Bàtis – sono sullo stesso livello dei più grandi compositori blues come Armstrong, Fals Waller e Sidney Bechet. Sfortunatamente, il rebetiko si è evoluto molto più velocemente del blues principalmente a causa dell’influenza del turismo, che in pochi anni ha modificato i luoghi, l’ispirazione e il modo di orchestrazione di queste melodie, così che il suo periodo autentico, quello in cui sgorga da solo dalle bocche e dalle dita dei compositori popolari, non dura più di mezzo secolo. Diciamo che i primi rebetika, con ritmi, atmosfere ed esecuzioni definite che non cambieranno successivamente, sono del 1920 circa. E' una musica che si suona essenzialmente con il buzuki e il baglamas e i cui testi ruotano intorno alla taverna, il vino, la miseria, la notte, la morte, la prigione, i porti, l’hashish, il narghilè. Canta il  Rebetis cioè  un uomo dei bassifondi, un uomo del “milieu” o semplicemente del sottoproletariato urbano: un uomo povero ed emarginato, un uomo dello strato infimo della società, nel significato e nel valore borghese del termine. Il rebetiko rivalorizza il termine ipocosmos vale a dire il vero mondo, il mondo dove c'è vita, sofferenza, realtà, in contrasto con il mondo convenzionale e falso della borghesia e dell’intellighenzia.


PIETRO GORI - Signori del Tribunale!

Il mio dovere di amico degli imputati, solidale con le idee da essi professate, il mio pietoso ufficio di difensore di cotesti uomini e di cotesti principii io li ho adempiuti non certo con abilità, ma con fede. Alla vostra bella e gloriosa Genova io tornavo stamane dalla mia Milano, forte ed operosa, con la memoria piena di impressioni incancellabili riportate a quella mostra di belle arti. Se è è vero che l'arte rispecchia lo spirito del tempo, là, in quella palestra del genio italiano, palpita oggi, o signori, una fiera intonazione ribelle, contro la quale tutti i Sironi e le manette di questo mondo nulla possono. È l'ondata delle miserie umane, che traboccò come un grido di dolore e di protesta, dai pannelli e dagli scalpelli degli artisti. Dall'"Ultimo Spartaco" dello scultore Ripamonti alle "Riflessioni d'un affamato" del pittore Longoni, tutto il problema dell'epoca nostra serpeggia gigantesco, ed urla e minaccia, tra quei gessi e quelle tele. Perché il signor Sironi non fa un bel processo all'arte moderna, come istigatrice all'odio di classe, ed apologista di crimini? Perché non denunzia tutti quegli artisti, fior fiore del giovine genio italiano, come un'associazione di malfattori? Ma tu, o Plinio Nomellini, la sconti per tutti. A te, pittore nato dell'azzurro e della luce, il nome da anarchia non fece paura. Seguisti con occhio innamorato le fulgide costellazioni del firmamento, e comprendesti che un codice inedito ma inviolabile le regola: la legge di natura. Contemplasti la fioritura anarchica dei prati e là pure leggesti la medesima legge naturale, che nessun legislatore umano può raccogliere in un libro, se non adulterandola. E nella spontanea armonia dei colori, delle forme e delle forze della vita divinasti una spontanea armonia di diritti e d'interessi nella redenta umanità. Adoratore della verità nuda e bella, l'accarezzasti sulle tele. E il signor Sironi ci vede il simbolo. Ed odia i simboli. Gl'imperatori torturanti i primi cristiani odiavano la croce. I subalterni del commendatore poi, nelle tue belle tele, videro addirittura dei piani di fortificazione. Oggi la realtà brutale t'ha afferrato, t'ha rapito al mondo ideale dei tuoi sogni luminosi, e t'ha gettato su cotesto banco di sacrificio tra Galleani, cavalleresco e leale, e Barabino, nelle cui vene di Gavroche marinaio, scorre certo il bollente sangue del genovese Balilla. Era bene che l'arte, precorritrice dei tempi, avesse il suo rappresentante costì, tra l'ingegno e il lavoro. Ma voi, o 35 onesti, alzate la fronte in faccia i vostri giudici, senza trepidanza e senza paura. Il popolo, questo giudice sovrano - il popolo audace e tenace di questa nobilissima città, - vi ha già assolti. Lo dicono i mille fremiti di affetto di simpatia, che vi accompagnano ogni giorno sino alla porta della prigione. Ed ora, signori del Tribunale, giudicateli voi. Dite voi, se è delitto reclamare per i diseredati la loro parte di felicità, se è criminosa la loro visione di libertà, d'uguaglianza, di pace per l'affaticata razza umana. Voi non vorrete, non oserete condannare cotesti sereni combattenti d'un'idea, per colpe che non hanno commesso. Sulla fine di questo secolo, nato da una rivoluzione la quale scrisse col sangue e promulgò col tuono dei suoi cannoni la dichiarazione dei diritti dell'uomo - in questa Genova augusta delle memorie di due grandi rivoluzionari: Cristoforo Colombo, sognante innanzi al vostro bel golfo incantevole un nuovo mondo da donare alla vecchia Europa, e Giuseppe Mazzini, vagheggiante una Italia maestra di verità e di giustizia tra le genti - due grandi solitarii, due grandi perseguitati e derisi dal volgo delle anime sciocche ed imbelli - in questa Genova, dico, e nel cospetto di questo popolo fedele alle sue tradizioni di libertà una sentenza di condanna al pensiero, quale sarebbe certamente l'accettare in tutto od in parte le conclusioni del pubblico Ministero, suonerebbe oltraggio a coteste solenni memorie. E voi, o magistrati, asolverete - ne ho fede. Ché se credeste di poter arrestare il cammino delle idee di redenzione sociale con gli anni di reclusione e di sorveglianza; se vi dichiaraste competenti a giudicare le imprescrittibili manifestazioni dell'umano pensiero pugnante per la pace e la felicità degli uomini: se vi determinaste a bollare le fronti serene di quegli integri lavoratori col marchio d'una creduta infamia, che non sarebbe infine per loro che un battesimo di sacrificio - oh allora, anche se io sarò lontano quando pronunzierete la vostra sentenza, ricordatevi, o giudici, di queste mie ultime modeste ed oneste parole; al di sopra del vostro responso vi è della storia - al di sopra dei vostri tribunali sta il tribunale incorruttibile dell'avvenire. (Applausi fragorosi e prolungati, invano repressi dal Presidente).


giovedì 22 dicembre 2022

La guerra è il gioco per eccellenza

«La guerra. La guerra è il tuo mestiere. Non è così? E non è il vostro? Anche il mio. Non c’è dubbio. E allora cosa c’entrano tutti quei quaderni e gli ossi e l’altra roba? La guerra racchiude in sé tutti gli altri mestieri. È per questo che la guerra dura nel tempo? No. Essa perdura perché i giovani la amano e i vecchi la amano nei giovani. Quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto. Questo lo dite voi. Il giudice sorrise. Gli uomini sono nati per giocare. Nient’altro. Tutti i bambini sanno che il gioco è più nobile del lavoro. Sanno anche  che il valore o merito di un gioco non sta nel gioco stesso, ma piuttosto nel valore di ciò che è messo in gioco. I giochi d’azzardo richiedono una posta per avere un senso. I giochi sportivi coinvolgono l’abilità e la forza dei contendenti, e l’umiliazione della sconfitta e l’orgoglio della vittoria sono di per sé posta sufficiente poiché appartengono al valore degli antagonisti e li definiscono. Ma, sia questione di gioco d’azzardo o di valore, tutti i giochi aspirano alla condizione di guerra, poiché in essa la posta inghiotte gioco, giocatore, tutto quanto. Supponiamo che due uomini giochino a carte non avendo niente da puntare se non la vita. Chi non ha mai sentito una storia del genere? Una carta viene girata. Per il giocatore l’intero universo si riversa fragorosamente in quell’istante, che gli dirà se gli tocca di morire per mano di quell’uomo o se toccherà a quell’uomo morire per mano sua.  Quale ratifica del valore di un uomo potrebbe essere più sicura di questa? Spingere il gioco alla sua condizione estrema non ammette alcuna discussione concerterete al nozione di fato. La selezione di un uomo a danno di un altro è una preferenza assoluta e irrevocabile, ed è davvero ottuso l’uomo che considera una decisione così profonda priva di un agente o di un significato. In giochi del genere, in cui la posta è l’annichilimento dello sconfitto, le decisioni sono del tutto trasparenti. L’uomo che tiene in mano una particolare combinazione di carte è in forza di ciò rimosso dall’esistenza. Tale è la natura della guerra, in cui la posta in gioco è a un tempo il gioco stesso e l’autorità e la giustificazione. Vista in questi termini, la guerra è la forma più attendibile di divinazione. È la verifica della propria volontà e della volontà di un altro, all’interno di quella più ampia volontà che è costretta a compiere una selezione proprio perché li lega insieme. La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un’effrazione dell’unità dell’esistenza. La guerra è dio».(Tratto da C. McCarthy, Meridiano di sangue) 



EPPURE VERREMO – Mario Boi

Non ci sbalordiscono

Le distanze

Dispiegate dal vostro metro

Eppure veniamo

A misurarci con noi stessi

E col vostro grande clamore

Eppure siamo già qui, umili

A spezzare il vostro poco merito  


PIETRO GORI - Sbirri e delatori

Figuratevi dunque, o signori del Tribunale, quale serietà possono avere questi processi, costruiti sulla delazione di confidenti prezzolati, di fronte alle serene fatalità della storia. Non voglio, non posso, non debbo entrare nelle viscere assai magre in verità, di questo mostruoso processo. I valenti colleghi a cui fu riserbata la parte specifica, anatomizzeranno le latebre intime di cotesto non invidiabile parto della fantasia poetica del signor Sironi. Ma affrettandomi alla conclusione del mio dimesso discorso, debbo esternarvi, benché non sia più ingenuo né nuovo a queste cose, la impressione di disgusto, che mi ha cagionato tutto il sistema accusatorio del signor Sironi. Con grandi arie melodrammatiche di salvatore della società, cotesto egregio commendatore vi ha parlato della organizzazione anarchica di Genova e di Sampierdarena, vi ha assicurato della esistenza di circoli e gruppi di propaganda e di azione. Ed alle domande del Presidente e nostre, da chi avesse saputo la tal cosa, da chi la tal altra, il signor questore rispondeva invariabilmente: da confidenti, di cui non posso dire i nomi. Ah! è dunque il sistema d'accusazione anonima che si vuole inaugurare in Italia nei processi politici?.... Che se la voce di chi accusa restando nell'ombra, potesse trovare il menomo ascolto nella coscienza vostra, o magistrati del Tribunale, meglio sarebbe svestire subito la toga, e risparmiare il fiato. Quali grosse risate vorrei farvi fare, raccontandovi qualche tiro innocuo, e qualche tranello giuocato a cotesti vibrioni della società umana che il popolo chiama col più breve e sprezzante dei vocaboli: spie, e potrei persuadervi in breve, della loro perfetta imbecillità intellettuale e morale. Basti una per tutte. Nel circolo di studi sociali di Milano, c'erano un paio d'anni fa, due losche figure di sedicenti coniugi, che avevano in me ed in qualche altro amico destato sospetti di spionaggio. Immaginammo una commedia. Un amico impiegato commesso di commercio, e senza colore politico, aveva una strana rassomiglianza con l'avv. Saverio Merlino. Lo incaricammo di sostenere la parte, come se fosse venuto a Milano incognito, giacché il vero Merlino era attivamente ricercato dalla polizia. I due sospettati messeri, sentendo parlare del Merlino in Milano, mi proposero di invitarlo a pranzo a casa loro. Il pseudo Merlino accettò con entusiasmo quel pranzo pagato dai fondi segreti. Ma ad un cenno convenzionale d'uno dei due loschi coniugi, egli fu, nel traversare la Galleria V.E. arrestato da un nugolo di poliziotti, che credettero sul serio (in seguito a delazione formale) d'aver acchiappato il vero Merlino. E fu d'uopo che la stampa locale raccontasse la solenne canzonatura, perché lo rilasciassero. Vi sia termometro questo fatto, o signori del Tribunale, per valutare, come meritano, le delazioni dei confidenti rispettabili del signor Sironi. A Luigi Galleani resta, è vero, una grande colpa. Si trova questa registrata nella ordinanza di rinvio della Camera di Consiglio. O Galleani, tu avevi parlato qualche volta, mentre passava col treno celere per la stazione di Sampierdarena, col terribile agitatore anarchico milanese, Pietro Gori - sai? quello che le questure del Regno fanno incessantemente pedinare come te! Perdona a lui, o amico sereno; chi poteva mai dubitare che quei fraterni abbracci avrebbero un giorno dovuto pesare, a tuo danno, sulla bilancia della giustizia? Chi avrebbe mai pensato che dopo tanto sangue sparso per la libertà, dopo tanti fiumi d'inchiostro e tanti torrenti di retorica consacrati a celebrare i fasti d'una nuova Italia - una cotoletta divorata in comune nel buffet d'una stazione tra l'arrivo e la partenza del treno, potesse costituire l'elemento d'un complotto dinamitardo, e che una stretta di mano, senza misteri data, all'amico che passa potesse fornire la prova d'un'associazione di malfattori? All'infuori di questi tremendi colloqui con l'amico di passaggio, sotto la tettoia d'una stazione, quale altro fatto concreto potete porre a carico di Galleani? E se sono cotesti intimi colloqui con lo spaventevole agitatore milanese che maggiormente aggravano il Galleani, perché mai l'odiato babau delle polizie fu prosciolto dall'accusa, e può ora, drappeggiandosi nella inviolabilità della toga, vendicarsi con questo discorso giudiziario del negatogli onore di vedersi tra quei malfattori intemerati?


giovedì 15 dicembre 2022

Il regno odioso delle prigioni

Il regno odioso delle prigioni non finirà senza che ciascuno impari a non imprigionarsi più in un comportamento economizzato dai riflessi del profitto e dello scambio. Meno l'animalità si ingabbierà nella rigidità del carattere, arrabbiandosi per frustrazioni perpetue, più aprirà le porte del godimento a progressivi affinamenti, e più apparirà a tutti l'orrore di rinchiudere in cella dei condannati che vi languiscono non per i loro misfatti, ma perché esorcizzano i demoni che le persone oneste imprigionano in loro. I progressi che l'umanesimo auspica fanno rabbrividire. Se le prigioni spariranno senza che il godimento sia restaurato nei suoi diritti, esse cederanno soltanto il posto ad istituzioni psichiatriche ariose, in accordo con le terapie che anestetizzano nei condannati al lavoro quotidiano la violenza delle frustrazioni.

Non è forse giunto il tempo di stabilirsi talmente nell'amore di sé che, arrivando ad adeguarsi dal fondo del cuore molta felicità, ci si affezioni agli altri per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per il favore di amare che dispensano a se stessi? Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione, il carattere, l'istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l'obbligo di essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista? Mi importa soltanto la presenza del vivente, in cui convergono tutte le libertà che nessun giudizio ha il potere di arrestare.