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giovedì 26 dicembre 2019

L’Orgoglio Anarchico ai tempi di Amedeo Bertolo

L’orgoglio anarchico è l’orgoglio di far parte di una minoranza agente che opera nella storia ma contro la storia, un altro cruciale filo conduttore, che contestualizza questo orgoglio, è l’urgente necessità di attualizzare l’anarchismo. Già all’inizio degli Sessanta, quando comincia il suo impegno militante in un movimento senescente, la carica dirompente dell’anarchismo classico sembra essersi diluita, come scrive, “nella stanca e retorica riproposizione di un’obsoleta vulgata anarchica”. Il passaggio dalla modernità alla postmodernità, le cui dinamiche non vengono colte nell’immediato (quanto meno in Italia), ha infatti spinto l’anarchismo nel vicolo cieco di una pura reiterazione che gli ha tolto incisività. È il salutare scossone del 1968 a riattivare una vitalità solo sopita, segnando al contempo un radicale cambiamento di paradigma: l’orizzonte non è più il domani, la società del futuro alla quale accedere attraverso una rivoluzione palingenetica, ma è il qui e ora, è il vivere e agire da anarchici nella società attuale stando ben attenti a non farsi assimilare da questo qui e ora.
L’urgenza è dunque quella di avviare una riflessione a tutto campo, alla quale deve corrispondere una sperimentazione a tutto campo, per definire i contorni di una rottura sociale che non si configura più come le gran soir, ma come una mutazione – culturale, immaginaria, etica… - altrettanto epocale e sovversiva, in grado non solo di ridefinire valori e comportamenti, ma di dissolvere l’inconscio gerarchico che è in tutti noi. Perché lo Stato è soprattutto nella testa della gente, dei servi più ancora che dei padroni”.   

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