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giovedì 16 luglio 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) VIII°

L'analisi del Borghi sulla situazione italiana nel primo dopo-guerra è assai acuta e dimostra come la sua posizione di fronte a quegli avvenimenti storici decisivi fosse dettata da un notevole intuito di rivoluzionario (È significativo a questo proposito il fatto che egli, più vicino come rivoluzionario alla base, abbia riconosciuto nei moti per il caroviveri diretti nel '19 dalle camere del lavoro il punto culminante del «biennio rosso» e il momento in cui i rapporti di forza erano più favorevoli a una rivoluzione). Altrettanto significativo che egli abbia appoggiato un tentativo di accordo, per un progetto insurrezionale, con i legionari fiumani cui partecipò Errico Malatesta nel 1920: la sua adesione in questo caso rivela che egli acutamente percepì la necessità di allargare il moto rivoluzionario anche agli strati di ceto medio potenzialmente rivoluzionari, nella convinzione che, «in certi momenti storici occorre non rifiutare nessuna possibilità di alleanza). Egli condannò il demagogismo dei massimalisti che pur sostenendo la necessità e l'inevitabilità della rivoluzione non si decidevano a scendere sul piano concreto della lotta. «Costoro - scriverà nel '20 su " Guerra di Classe " - rallentano senza saltarlo il processo della trasformazione graduale legale del potere borghese con l'impedire ai riformisti del partito socialista di fare il male ed il bene che potrebbero fare esaurendosi nel loro esperimento; nello stesso tempo di fronte al ripetersi inquietante di movimenti di natura sicuramente rivoluzionaria essi continuano a rimproverare agli anarchici una eccessiva precipitazione». «Dal fatto che noi intendiamo orientare in senso rivoluzionario la lotta sindacale e cerchiamo di dare un senso di prepara-zione rivoluzionaria anche alle minime conquiste del giorno per giorno, alcuni erroneamente deducono che noi anarchici crediamo al colpo di bacchetta magica. Il concetto che l'anarchismo sia una dinamica dell'istinto è falso. L'anarchismo parte invece dalla convinzione che le rivoluzioni debbono essere influenzate da uomini che sanno dove vogliono andare». Il proposito di unire tutte le forze potenzialmente rivoluzionarie, anche quelle espresse dai partiti, non significava però che il Borghi fosse venuto meno alle sue concezioni sindacaliste antipartitiche e antiautoritarie. Infatti, come abbiamo notato, esse rimasero il nucleo centrale del suo pensiero e costituirono il motivo di fondo della polemica che egli ingaggiò con i sostenitori acritici del nuovo statalismo russo. Recatosi in Russia nell'agosto 1920 per presenziare, come delegato dell'Unione Sindacale, al congresso del Comintern, egli ne riportò una amara disillusione, constatando l'avvenuta evoluzione della rivoluzione russa verso forme di accentramento dei poteri e di burocraticismo, e soprattutto verificando come la rivoluzione libertaria si fosse trasformata, per imposizione di un partito, «in dittatura dei capi del partito comunista che organizzano il loro potere». Dimessosi nell'ottobre 1921 da segretario dell'Unione (Il motivo contingente delle sue dimissioni furono le divergenze sorte fra gli aderenti all'Unione Sindacale a proposito della questione della partecipazione dei sindacalisti al parlamento; ma il fatto va collocato nel quadro della più vasta polemica che si sviluppò in quel periodo all'interno dell'organizzazione fra la corrente libertaria e quella sindacalista favorevole al comunismo russo. Quest'ultima faceva capo a un piccolo gruppo di sindacalisti che avevano il loro centro a Verona, dove pubblicavano il settimanale «L'Internazionale». Dopo le dimissioni del Borghi la segreteria dell'Unione Sindacale passò al sindacalista-rivoluzionario Alibrando Giovannetti), egli si impegnò in una serie di conferenze e di contradditori con i comunisti. Dopo il congresso di Roma dell'Unione Sindacale (marzo 1919) che affermò la tendenza libertaria nei rapporti internazionali, si scatenarono infatti vivaci polemiche fra gli anarchici da un lato e i sindacalisti autoritari e i comunisti dall'altro lato. Era naturale e logico questo fervore di critiche e di dissensi, poiché l'Unione Sindacale, sulla scia del generale entusiasmo che aveva accompagnato la rivoluzione russa, in un primo tempo aveva aderito alla Terza Internazionale e alla Internazionale dei sindacati rossi. Ma i voti successivi sanzionarono dapprima la sua uscita dal Comintern e poi l'adesione alla nuova centrale sindacale internazionale di ispirazione libertaria costituita dal convegno di Berlino nel 1922. Con ciò si decideva di sottrarre l'Unione Sindacale Italiana all'influenza di un'organizzazione che, essendo sotto le direttive di un regime dittatoriale, finiva per allontanare l'organizzazione operaia dalla via rivoluzionaria che doveva condurre al comunismo libertario. Spariva così di fatto la potenziale antitesi fra sindacalismo e anarchismo che si era profilata con la questione dell'adesione allo statalismo russo e sostanzialmente la concezione sindacale accettata dall'Unione rimaneva quella che il Borghi tratteggia in una delle sue ultime conferenze tenuta prima dell'avvento del fascismo. I concetti di rivoluzione, espropriazione e organizzazione comunista della produzione erano stati in quegli anni al centro della polemica borghiana. Al riguardo egli aveva espresso la sua opinione contraria a quella di coloro che intendevano sottrarre all'azione delle masse il compito della costruzione della società socialista per affidarlo a un governo rivoluzionario o post-rivoluzionario. 



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