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giovedì 21 febbraio 2013

La filosofia della rivolta


L’urto dei contrari segna differenze e deflagrazioni. La filosofia del contrasto o della rivolta invita alla scoperta del singolo, del ribelle, raccoglie il desiderio di essere e non di apparire, raccoglie le passioni che si liberano dell’oggettività e tendono a modificare gli strati molecolari della quotidianità.
La filosofia della rivolta è l’ateizzazione della fraternità cristiana. L’incominciamento di una trasgressione, di un condursi oltre la tolleranza del pensiero ammanettato, un’aprirsi alla strategia dell’osare che mette a fuoco e disconosce la ragione del più armato.
La filosofia della rivolta avversa il dolore del presente, lacera gli ultimi fuochi dell’ordinario amministrato nel traboccamento violento dei cospiratori dell’uguaglianza che infrangono gli specchi della metafisica del peggio; pratica di sopravvivenza, la filosofia della rivolta si spinge ai bordi dell’essere, oltre i graffiti del caso, più a fondo delle gocce di sole nella città degli spettri; nell’avventura, nella trascendenza, nei giochi di guerra per la liberazione di se stessi e di una umanità intimidita, terrorizzata, offesa all’origine della sua esistenza.
Ri/voltarsi è superare la nausea dello spettacolo. Lavorare contro una psicopatologia del non vissuto quotidiano. Le istituzioni non sono sorte per caso, ma per compensare la debolezza di chi vi partecipa. Ma ogni istituzione si fonda sul sacrificio dei suoi membri, si nutre di vita umana.
Abolire i rapporti, le rappresentazioni, le relazioni degli individui con le istituzioni, significa andare a realizzare la propria vita, le proprie passioni, i propri mondi. La libertà nasce dalla separazione degli individui dal prestabilito e la critica radicale è l’arma più efficace per realizzare la conoscenza, il passaggio dalle armi della critica alla pratica dell’utopia insinua momenti sovversivi dove occorre farsi candidi come colombe e astuti come serpenti, per andare a produrre ovunque la lacerazione dell’immaginario istituzionalizzato.

giovedì 14 febbraio 2013

LA FABBRICA È OVUNQUE


La fabbrica è ovunque. È il risveglio, il treno, l’automobile, il paesaggio distrutto, la macchina, i capi, la casa, i giornali, la famiglia, il sindacato, la strada, le spese, le immagini, la paga, la televisione, il linguaggio, le ferie, la scuola, il solito tran tran, la noia, la prigione, l’ospedale, la notte. Essa è il tempo e lo spazio della sopravvivenza quotidiana, è l’assuefazione ai gesti ripetuti, alle passioni rimosse e vissute per procura e per immagini interposte.
Tutte le attività ridotte a mera sopravvivenza sono lavoro coatto; esso trasforma il prodotto e il produttore in semplici oggetti di sopravvivenza, in merci.
Il rifiuto della fabbrica universale è dappertutto perché il sabotaggio e le pratiche di riappropriazione si diffondono a macchia d’olio tra gli umani, permettendo loro di trovare ancora dal piacere a non fare nulla, a far l’amore, a incontrarsi, a parlarsi, a bere, a mangiare, a sognare, preparare la rivoluzione della vita quotidiana non dimenticando nessuna delle gioie che sono ancora alla portata di chi non è completamente alienato.
Bisogna quindi lottare coscientemente o no, per una società in cui le passioni saranno tutto, la noia e il lavoro nulla. Sopravvivere ci ha finora impedito di vivere, si tratta ora di rovesciare questo mondo alla rovescia, di far leva sui momenti autentici, condannati, nel sistema spettacolare-mercantile, alla clandestinità e alla falsificazione: i momenti di felicità reale, di piacere senza riserve, di passione. 

BALLATA DI COLORO CHE SI AIUTANO DA SÈ di Bertolt Brecht


Siedono ancora qui fra i verdi
cespugli sulla spiaggia, fumando.
E già il loro cielo diviene
atrofizzato e pallido.

Forse hanno reso audaci
i loro cuori con l’acquavite?
Qui il nero della notte
contemplano, stupiti.

Bevono? Ridono ancora?
La risata sale come fumo
e pende, d’un tratto, folle,
la luna, rossa, dentro il cespuglio.

Diviene pallido il loro cielo?
Come tutto questo fu rapido!
Passato è il loro giorno
ed essi ancora rimangono?

Loro sghignazzano ancora,
- L’uomo si aiuta da sé? –
Ma li percuote un alito
dell’abetaia in sfacelo.

Soffiano i venti desolati,
e di loro è sazio il mondo.
E in silenzio li lascia soli
la sera nel bassofondo.

IATROGENESI (ciò che è causato dal medico o dalla medicina)

Due modi in cui il predominio della cura medicalizzata diventa ostacolo a una vita sana: primo, la iatrogenesi clinica, che si verifica quando la capacità organica di reazione  e di adattamento viene sostituita  da una gestione eteronoma; secondo, la iatrogenesi sociale, che insorge quando l'ambiente  è privato di quelle condizioni che permettono agli individui, alle famiglie, e alle comunità di tenere sotto controllo i propri stati  interni e gli spazi in cui vivono. La iatrogenesi culturale rappresenta  un terzo modo di negazione  della salute da parte della medicina. Essa ha inizio quando  l'impresa medica distrugge nella gente  la volontà di soffrire la propria condizione reale. E' un sintomo di questa iatrogenesi  il fatto che la parola "sofferenza" è diventata quasi inservibile per indicare una risposta umana realistica: evoca infatti superstizione, sadomasochismo, oppure la degnazione del ricco nei confronti del povero. La medicina organizzata professionalmente è venuta assumendo la funzione di una impresa morale dispotica tutta tesa a propagandare l'espansione industriale come una guerra contro ogni sofferenza. Ha così minato la capacità degli individui di far fronte alla propria realtà, di esprimere propri valori e di accettare il dolore e la menomazione inevitabili e spesso irrimediabili, la decadenza e la morte.

giovedì 7 febbraio 2013

Piacere costretto, Piacere perduto


L’idea che bisogna godere a tutti i costi sta lavorando ad un rifacimento dei vecchi divieti con le stesse conseguenze. Esso apporta, con molto destro, il suo sostegno a quelli per cui la rivoluzione è un dovere, la radicalità una prova, la vita uno spettacolo.
Mentre le vecchie talpe della critica lavorano all’affossamento del vecchio mondo, i liberatori dell’amore si operano per il miglioramento dell’economia sessuale. Il piacere obbligatorio rimpiazza il piacere proibito. Il godimento si affronta come un esame, con una bocciatura o una riuscita. Bere, mangiare, dedicarsi all’amore fanno parte ormai degli ornamenti della buona reputazione. Per il brevetto di radicalità, segnate qui la media oraria dei vostri orgasmi.
È finita con i peccati dell’ozio da quando i piaceri vengono assunti alla fabbrica quotidiana. Trasgredire i tabù, così comanda il progresso economico! L’emancipazione obbligatoria, cosa di meglio per riaffermare il divieto fondamentale, l’esclusione di ogni godimento che voglia sfuggire alla costrizione, al lavoro, allo scambio?
Dove il godimento non distrugge l’economia, c’è solo una emancipazione economizzata, ogni libertà nasconde una repressione, ogni repressione si mostra come libertà.
Che ce ne importa delle vostre distinzioni di medici legali e delle vostre scatole etichettate: eterosessualità, omosessualità, perversione, coprolalia, normalità, anormalità e tutti quanti. Il godimento non ha frontiere, e noi intendiamo premunirci contro tutto ciò che tenta di limitarlo. Quando il desiderabile cede al necessario, noi lo sfuggiamo come un lavoro.
Ciò che si accanisce a distruggerci ci indica assai bene che non c’è piacere all’infuori dell’affermazione della vita.


SANGUE DI CONDOR di Jorge Sanjinés


In un paese delle Ande boliviane, un centro medico statunitense del cosiddetto “Corpo della Pace”, che dovrebbe fornire assistenza sanitaria alle donne indie partorienti, le sottopone in realtà a sterilizzazione. Il capo della comunità india, Ignacio, scopre questo inganno criminale e, alla testa dei compaesani, insorge contro i medici, mutilandoli. La repressione della polizia contro i contadini è feroce; Ignacio, gravemente ferito, viene trasportato dalla moglie Paulina in un ospedale di La Paz, ove muore senza essere adeguatamente curato perché suo fratello Sisto non riesce a procurarsi il plasma necessario per una trasfusione. Rivestito il costume della sua comunità, il contadino inurbato Sisto torna al paese per lottare con le armi contro il neocolonialismo imperialista.
Sangue di Condor, il secondo lungometraggio del boliviano Jorge Sanjinés, stupisce per la sicurezza dello sviluppo narrativo quanto entusiasma per la chiarezza e per la forza della visione rivoluzionaria. Una comunità india emarginata e consumata dalla miseria e dalla coca, demograficamente impoverita dall’emigrazione urbana e dall’elevata mortalità infantile, è la cavia su cui viene posta in pratica una delle idee chiave dell’Alleanza del Progresso: la sterilizzazione delle donne dei paesi sottosviluppati. Per l’indio dell’Altipiano i figli sono l’unica risorsa per combattere contro la miseria, anche se contribuiscono a rendere più acuto il problema sociale. Per questa ragione, forse, Sangue di Condor non presenta una soluzione semplicistica del problema demografico, ma si limita a denunciare la politica imperialista del deliberato genocidio “scientifico” praticato sia con bombe, sia con operazioni chirurgiche.
Jorge Sanjinés
Sangue di Condor è uno dei migliori esempi di cinema politico latino-americano, e contrariamente a quanto spesso è avvenuto nella teoria e nella prassi di certo cinema militante, la dimensione estetica non è rifiutata o completamente sottomessa alla dimensione ideologica, ma viene assunta dal regista come momento primario della comunicazione-espressione ideologica.
Se da un lato è di indubbia efficacia il dato ideologico, propagandistico, agitatorio del film, dall’altro pare assai interessante il modo in cui l’apparente tono veristico viene continuamente superato e negato dall’intelligente elaborazione stilistica di un realismo rigoroso. Un sapiente uso del montaggio scompone la dimensione temporale dell’intreccio; i bellissimi primi piani dei volti degli indios, mentre pongono in risalto l’intensità dello sguardo e della fisonomia delle persone, operano una stilizzazione delle figure umane che ha qualcosa di monumentale, che fa ricordare la grandezza della civiltà Inca. Tema autentico del film è dunque la proposta della cultura india quale vera “civiltà”, in contrapposizione alla barbarie importata dai colonizzatori europei e nordamericani. La reale e particolare opera di sterminio condotta dall’imperialismo statunitense contro la razza india assume così l’aspetto di una metafora della violenza che il capitalismo esercita e pianifica in ogni paese del Terzo Mondo per imporre ovunque il suo modello di sviluppo.
Da questo ritratto doloroso d’una civiltà prossima alla morte, emerge una prospettiva reale di mutamento: con la rivoluzione, rivolgendo le armi contro i colonizzatori, gli “ex-Inca” possono ritrovare la grandezza e la forza di un tempo, possono riconquistare le radici della loro cultura con piena coscienza del loro significato e del loro valore.
  

Senza spargere una goccia di sangue


Abbiamo detto che il nuovo metodo di azione rivoluzionaria iniziato dagli operai metallurgici di prendere possesso delle fabbriche, se seguito da tutte le altre categorie di lavoratori, cioè della presa di possesso di tutte le fabbriche, della terra, delle mine, dei bastimenti, della rete ferroviaria, dei depositi di mercanzie di tutte le specie, dei mulini, dei pastifici, dei magazzini, delle case, ecc., menerebbe alla rivoluzione, sarebbe anzi aver fatto la rivoluzione senza spargere una goccia di sangue.
E questo, che fino a ieri pareva un sogno, oggi, dato lo stato d’animo del proletariato e la rapidità con cui le iniziative rivoluzionarie si propagano e si intensificano, incomincia a sembrare una cosa possibile.
Ma questa nostra speranza non significa punto che noi crediamo nella resipiscenza delle classi privilegiate e nella passività del governo. Noi non crediamo nei placidi tramonti. Noi sappiamo tutto il livore e tutta la ferocia della borghesia e del suo governo; noi sappiamo che oggi, come sempre, i privilegiati non rinunziano se non costretti dalla forza o dalla paura della forza, e se per un istante potessimo dimenticarlo, s’incarica di ricordarcelo la condotta quotidiana ed i propositi quotidianamente espressi dagli industriali e dal governo con le loro guardie regie, coi loro carabinieri, coi loro sgherri prezzolati in divisa o senza. Ce lo ricorderebbe il sangue dei proletari, il sangue dei nostri compagni assassinati. 
Ma noi sappiamo pure che il più violento dei prepotenti diventa buono se ha la sensazione che le botte sarebbero tutte sue.
Ed è per ciò che noi raccomandiamo ai lavoratori di prepararsi alla lotta materiale, di armarsi, di mostrarsi decisi a difendere e ad attaccare.
Il problema è e resta, un problema di forza.
Il senza una goccia di sangue, se preso alla lettera, resterà, purtroppo!, un modo di dire; ma è certo che più i lavoratori saranno armati, più saranno decisi a non arrestarsi a nessuna estremità, e meno sanguinosa sarà la rivoluzione.
Questa nobile aspirazione di non spargere sangue o di spargerne il meno possibile, deve servire di sprone a prepararsi, ad armarsi sempre di più. Poiché più saremo forti e meno sangue correrà.


(Archivio storico: Umanità Nova N°170 del 13 settembre 1920)