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giovedì 5 marzo 2015

IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO di Glauber Rocha

Due contadini del sertao Brasiliano, Manuel e Rosa, si ribellano alle condizioni di vita imposte dallo sfruttamento padronale. Dapprima si uniscono alla folla dei fanatici seguaci di Sebastiao, un santone che, mentre cerca di spingere Manuel all’omicidio, viene ucciso da Rosa. Poi Manuel entra a far parte della banda armata del cangaceiro Corsico, erede del famoso Lampiao. La lotta del cangaceiro contro i proprietari terrieri viene fermata da Antonio Das Mortes, un killer assoldato dai padroni perché uccida il capo del movimento sovversivo. Manuel e Rosa, dopo la morte di Corsico, ricominciano a vagare per il sertao.
Il dio nero e il diavolo bianco può essere considerato il film manifesto del cinema novo brasiliano. Roche mette in pratica in quest’opera, che è la sua seconda, quanto era andato a definire attraverso una lunga attività di organizzatore politico-culturale. Contro il cinema d’importazione, contro le influenze hollywoodiane, si rivendica la riscoperta dei temi nazionali, della cultura popolare, rapportati alla realtà continentale latino-americana. Il sertao è al centro del film e col sertao l’antica sofferenza dei contadini che in quelle terre vivono.
La storia di sottomissione e di violenza subita dalle popolazioni povere del Brasile porta con sé solo episodi di violenza isolata; così è isolata la cruenta rivolta che compiono Manuel e Rosa verso il loro padrone, così è isolata la rivolta del cangaceiro Corsico verso tutti i padroni.
Per Manuel e Rosa, per tutti gli abitanti del sertao, il vero freno della liberazione è l’episodicità del loro gesto. L’istintività della ribellione permette al misticismo religioso di porsi come risposta illusoria e violenta all’ingiustizia. Ma anche la violenza del cangaco Corsico rimane sempre racchiusa nella rivolta, nell’individualità dei gesti che vengono compiuti.
Il cammino verso la liberazione è spezzato, ma nel rapporto dei due contadini, prima col santone Sebastiao (il dio), che svilizza e ingabbia la loro rivolta, poi con il cangaceiro (il diavolo), che la riindirizza verso obiettivi più precisi, si intravede la possibilità di un cammino diverso per raggiungere la liberazione.
“Soltanto una cultura della fame, minando le sue stesse strutture, può superarsi qualitativamente: e la più nobile manifestazione culturale della fame è la violenza. Qui risiede la tragica originalità del cinema novo di fronte al cinema mondiale: la nostra originalità è la nostra fame e la nostra maggior miseria è che questa fame pur essendo sentita, non è compresa. Il nostro è un cinema che si muove in un ambiente politico di fame e che pertanto sofre delle debolezze proprie della sua particolare esistenza.” (Glauber Rocha)

Manifesto del dopo futurismo

Noi vogliamo cantare il pericolo dell'amore, la creazione quotidiana dell'energia dolce che mai si disperde.
L'ironia, la dolcezza e la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia.
L'ideologia e la pubblicità hanno esaltato finora la mobilitazione permanente dell'energie produttive e nervose dell'umanità per il  profitto e per la guerra, noi vogliamo esaltare la tenerezza il sonno e l'estasi, la frugalità dei bisogni e il piacere dei sensi.
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo sia arricchita di una bellezza nuova: la bellezza dell'autonomia. Ciascuno al suo ritmo e nessuno deve essere costretto a correre a velocità uniforme. Le automobili hanno perduto il fascino della rarità e soprattutto non possono più svolgere il compito per il quale furono concepite. La velocità è diventata lenta. Le automobili sono immobili come tartarughe stupide nel traffico cittadino. Solo la lentezza è veloce.
Noi vogliamo cantare l'uomo e la donna che si accarezzano per meglio conoscersi e per meglio conoscere il mondo. 
Siamo sul promontorio estremo dei secoli... Dobbiamo assolutamente guardare dietro di noi per ricordare l'abisso di violenza e di orrore che l'aggressività militare e l'ignoranza nazionalista possono in ogni momento scatenare. Viviamo da molto tempo nella religione del tempo uniforme. L'eterna velocità onnipresente è già dietro di noi, nell'internet, perciò ora possiamo dimenticarla per trovare il nostro ritmo singolare.
Noi vogliamo ridicolizzare gli idioti che diffondono il discorso di guerra: i fanatici della competizione, i fanatici del dio barbuto che ci incita al massacro, i fanatici terrorizzati della disarmante femminilità che c'è in noi tutti.
Vorremmo fare dell'arte forza di cambiamento della vita, vorremmo abolire la separazione fra poesia e comunicazione di massa, vorremmo sottrarre il dominio sui media ai mercanti per consegnarlo ai sapienti e ai poeti.
Canteremo le folle che possono infine liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato, canteremo la solidarietà e la rivolta contro lo sfruttamento. Canteremo la rete infinita della conoscenza e dell'invenzione, la tecnologia immateriale che ci libera dalla fatica fisica. Canteremo il cognitario ribelle che si mette in contatto con il proprio corpo. Canteremo l'inifinità presente e non avremo più bisogno di futuro.

giovedì 26 febbraio 2015

Il lavoratore non esiste più come persona

Nella net-economy la flessibilità si è evoluta in una forma di frattalizzazione del lavoro. Frattalizzazione significa frammentazione del tempo di attività. Il lavoratore non esiste più come persona. E' soltanto un produttore intercambiabile di micro-frammenti di semiosi ricombinante che entrano nel flusso continuo della rete. Il capitale non paga più la disponibilità del lavoratore ad essere sfruttato per un lungo periodo di tempo, non paga più un salario che copra l'intero campo dei bisogni economici di una persona che lavora. Il lavoratore (macchina che possiede un cervello che può essere usato per frammenti di tempo) viene pagato per la sua prestazione puntuale occasionale, temporanea. Il tempo di lavoro è frattalizzato e cellularizzato. Le cellule di tempo sono in vendita sulla rete, e le aziende possono comprarne tanto quanto ne vogliono senza impegnarsi in nessun modo nella protezione sociale dle lavoratore. Il lavoro cognitivo è un oceano di microscopici frammenti di tempo, e la cellularizzazione è la capacità di ricombinare frammenti tempo nella cornice di un singolo semio-prodotto. 
Questo è l'effetto della flessibilizzazione e della frattalizzazione del lavoro: laddove c'era autonomia e potere politico del lavoro vi è ora totale dipendenza del lavoro cognitivo dall'organizzazione capitalistica della rete globale, dipendenza delle emozioni e del pensiero dal flusso di informazione. Il telefono cellulare può essere visto come la catena di montaggio del lavoro cognitivo.

Io so che la mia testa non sarà l’ultima che mozzerete

Non mi spetta sviluppare qui la dottrina dell’anarchia. Solo voglio accennare al suo lato rivoluzionario, al suo lato distruttore e negativo per il quale compaio innanzi a voi. In questo momento di lotta acuta tra la borghesia e i suoi nemici, io sono quasi tentato di dire col Souvarine del Germinal (Romanzo di Emile Zola): “Tutti i ragionamenti sull’avvenire sono delittuosi, perché impediscono la distruzione pura e semplice e ostacolano il cammino della rivoluzione”.
Dacché un’idea è matura ed ha trovato una formula, bisogna senza più tardare cercarne la realizzazione. Io ero convinto che l’organizzazione è cattiva ed ho voluto lottare contro di essa per affrettarne la sparizione. Io ho portato nella lotta un odio profondo, ogni giorno ravvivato dallo spettacolo nauseante di questa società in cui tutto è basso, tutto è losco, tutto è brutto, in cui tutto è di ostacolo all’espansione delle passioni umane, alle tendenze generose del cuore, al libero slancio del pensiero. Io ho voluto colpire tanto fortemente e tanto giustamente quanto ho potuto.
Io so che la mia testa non sarà l’ultima che mozzerete; altre ne cadranno ancora, perché i morti di fame cominciano a conoscere la strada dei vostri caffè. Atri nomi voi aggiungerete alla lista sanguinosa dei nostri morti. Voi avete impiccato a Chicago, decapitato in Germania, garrottato a Xeres, fucilato a Barcellona, ghigliottinato a Montbrison e a Parigi, ma ciò che non potrete mai distruggere è l’Anarchia. Le sue radici sono troppe profonde; essa è nata nel seno stesso di una società putrida che si sfascia; essa è una reazione violenta contro l’ordine stabilito. Essa rappresenta le aspirazioni egualitarie e libertarie che battono in breccia l’autorità odierna; essa è dappertutto e ciò che la rende inafferrabile finirà coll’uccidervi. 

(Dichiarazione di Emile Henri al processo per gli attentati alla rue des Bons Enfants e al Caffè Terminus – 1894)   

DIALETTICA RADICALE

Il punto di vista della dialettica radicale supera la politica nello stesso movimento in cui, definendola quale strumento esclusivo della controrivoluzione, se ne separa definitivamente.

Dalle aberrazioni ideologiche e clamorosamente controrivoluzionarie come quelle dei movimenti di liberazione nazionale, “sessuale”, delle donne, degli studenti, degli omosessuali, delle minoranze etniche, dei “minorati”, dei drogati, degli operai, dei bambini, degli animali, degli impiegati e delle piante verdi, può scaturire, come in effetti non passa giorno che non scaturisca, la consapevolezza duramente conquistata della reale posta in palio: la liberazione della specie dall’ideologia, il superamento necessario di ogni separazione, la conquista armata del punto di vista della totalità.

Ultimissima, l’ideologia del teppismo e del furto, se supera di fatto gli stilemi obsoleti della politica militante, opera sulla soggettività rivoluzionaria che i comportamenti criminali e genericamente illegali esprimono a livello delle scelte individuali, un recupero che ne scarica all’istante ogni tensione positiva. Non appena si appaghi di essere il trasgressore abituale di ogni norma, il criminale affoga il proprio progetto d’essere nel semplice e caricaturale non essere ossequiente alla normativa in quanto tale, che ne diviene perciò, e semplicemente la norma in negativo: l’avere in luogo dell’essere. La coazione a ripetere è il tratto miseramente maniacale che degrada a routine, e a ripetizione nostalgica, la creatività effettivamente insurrezionale del colpo di mano. 

giovedì 19 febbraio 2015

IL RUOLO

La malattia mentale non esiste. È una comoda categoria per sistemarvi e tenere lontani gli incidenti di identificazione. Il potere taccia di follia quelli che non può né governare né uccidere. Vi si trovano gli estremisti e i monomaniaci del ruolo. Vi si trovano anche quelli che se ne ridono dei ruoli o li rifiutano. 
Il ruolo è quella caricatura di sé che si porta dappertutto, e che dappertutto introduce nell’assenza. Ma l’assenza è ordinata, addobbata, infiorata. Paranoici, schizofrenici, omicidi sadici il cui ruolo non è riconosciuto di utilità pubblica (non è distribuito con il distintivo del potere come quello del poliziotto, di capo, di militare) diventano utili in luoghi speciali, manicomi, prigioni, specie di musei da cui il governo trae un doppio profitto, eliminandovi dei pericolosi concorrenti e arricchendo lo spettacolo di stereotipi negativi. I cattivi esempi e la loro punizione esemplare rendono un po’ più piccante lo spettacolo, e lo proteggono. Basta semplicemente incoraggiare l’identificazione accentuando l’isolamento per distruggere la falsa distinzione fra l’alienazione mentale e l’alienazione sociale.
All’altro polo dell’identificazione, esiste un modo di mettere fra sé e il ruolo una distanza, una zona ludica che è un vero nido di attitudini ribelli all’ordine spettacolare. Non ci si perde mai completamente in un ruolo. Anche invertita, la volontà di vivere conserva un potenziale di violenza sempre pronto a deviare dai cammini che le sono tracciati. Il servo fedele che si identifica al padrone può anche sgozzarlo a tempo opportuno. Viene il momento in cui il suo privilegio di mordere come un cane eccita il suo desiderio di colpire come un uomo.
Il fatto è che l’identificazione, come ogni disumanità, trova origine nell’umano. La vita in autentica si alimenta di desideri provati autenticamente. E l’identificazione mediante il ruolo fa doppio bottino: recupera il gioco della metamorfosi, il piacere di mascherarsi e di trovarsi dappertutto sotto tutte le forme del mondo; fa propria la vecchia passione labirintica di perdersi per meglio ritrovarsi, il gioco di deriva e di metamorfosi. Essa recupera anche il riflesso d’identità, la volontà di trovare negli altri uomini la parte più ricca e più autentica di sé. Il gioco cessa allora di essere un gioco, si mummifica, perde la scelta delle proprie regole. La ricerca dell’identità diventa identificazione.
D’altro canto, il piacere, la gioia di vivere, il godimento sfrenato spezzano e infrangono il ruolo. Se l’individuo volesse considerare il mondo non più nella prospettiva del potere ma in una prospettiva di cui egli sia il punto di partenza, avrebbe presto fatto a scoprire gli atti che lo liberano veramente, i momenti più autenticamente vissuti, che sono come gli spiragli di luce nella grigia trama dei ruoli.  

ANGOSCIA – Kollettivo

Quando messi al muro da un’assurda logica di giudizio
Quando messi al muro da una schifosa potestà accusatrice
Quando c’è ancora chi specula sulla malinconia
Una massa di infami mi vuole togliere l’anima
Una massa di bastardi mi detta i miei diritti
Una massa di dementi applaude al boia di tutti
Aspettando un’altra tempesta di condanne e di doveri
Poche illusioni ormai ed anche ad alto prezzo
Con la testa spaccata sotto il televisore
Con le mani schiacciate sotto il trono di un potere
Un pensiero fulmineo, pochi amici, una ragione
Vino, birra, grida, urla, protesta, ribellione
Come dentro una morsa d’acciaio che dà morte lenta
Un tumulto di sentimenti guida la mia sensibilità
E il mio occhio infuocato veloce nel silenzio
Che sprizza lacrime di rabbia sopra il cemento
Il mio cuore squarciato, la mia mente bollente
Ma i miei nervi accesi sopra la confusione
Tutto grida in me: “voglio il crollo dei vostri concetti”