Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d'apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c'è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d'intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
Translate
giovedì 15 dicembre 2016
Un modello d'apprendimento quotidiano della libertà
A distanza di un secolo resta ancora intatta la freschezza che animava il percorso di sperimentazione seguito da Pouget, il tentativo di uscire da una stagione di sconfitta cercando linguaggi e strategie nuove che rinnovassero la capacità di fare fronte alle nuove modalità del conflitto capitalistico insieme ad una nuova abilità nel costruire consenso attorno alle proprie battaglie. In un'epoca, come quella attuale, in cui l'attenzione ossessiva riposta sui mezzi di lotta sembra voler sopperire alla debolezza di contenuti e prospettive sui fini, ritrovare questa memoria e recuperarne la fantasia può aiutare ad uscire dalla maledizione di un dibattito che ha trasformato la scelta dei metodi di lotta in un paralizzante dilemma ideologico attorno al quale definire la propria identità. L'attuale precarizzazione e individualizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro ha notevolmente accentuato la pressione sui lavoratori. Mentre la contrattazione collettiva subisce un ridimensionamento sempre maggiore, i nuovi modelli di management sviluppano politiche di coinvolgimento totale e d'implicazione intima dell'individuo nel processo lavorativo, Alla disciplina militare del taylorismo si sostituisce la «valorizzazione della personalità» e la mobilitazione del «saper essere» del dipendente. Un discorso sulla supposta autonomia dell'individuo e sull'investimento nelle risorse umane che riposa, in realtà, sulla introiezione dei vincoli e degli obblighi che gravano sul lavoratore, fino ad arrivare ad una vera e propria colonizzazione padronale del suo cervello.
Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d'apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c'è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d'intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.
Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d'apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c'è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d'intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.
Etichette:
anarchia,
Emile Pouget,
sabotaggio
giovedì 8 dicembre 2016
OGGI E’ UN BUON GIORNO PER MORIRE
Toro Seduto sogna e racconta le sue visioni. E’ un’arte che ha appreso da piccolo e, per la precisione e la qualità del racconto, lo distingue da ogni altro Lakota Sioux. Cavallo Pazzo lo ascolta preoccupato. Gli hanno raccontato che migliaia di soldati blù stanno dirigendosi verso il loro campo. Messo in piedi nei pressi del torrente Little Big Horn, nel cuore delle Black Hills: il centro culturale, spirituale, strategico della nazione Sioux. Sono arrivati anche gli Cheyenne e gli Arapaho. Quelli, almeno, sopravvissuti alle varie stragi perpetrate dalle forze armate degli Stati Uniti. Come a Sand Creek, con donne e bambini fatti, letteralmente, a pezzi dai volontari di John Chivington. O nei pressi del fiume Washita, dove il 7° cavalleria ha caricato, all’alba, fra le tende delle famiglie che dormivano; mentre i guerrieri erano lontani, a caccia di bisonti. Una carica per massacrare, guidata da Custer e dalla musica della banda reggimentale che suonava “Garry Owen”. Cavallo Pazzo ascolta preoccupato e allerta tutto il campo. Le donne e gli uomini dormiranno armati e, i più, veglieranno nella tiepida notte di prima estate.
Di nuovo Custer e il suo 7° reggimento di assassini stanno arrivando per distruggerli. Hanno l’ordine di fare piazza pulita di ogni “selvaggio”. Il governo americano vuole l’oro delle Colline Nere. Il capitalismo imperiale ha fame di risorse per incrementare i profitti; di nuove ricchezze da strappare alla terra, a ogni costo. La disciplina del progresso che sta imponendo al mondo, lo pretende senza tregua. Il suo carburante proviene dallo sfruttamento di ogni risorsa e dal controllo totale delle vite. Dormono e vegliano, le donne e gli uomini Lakota, Cheyenne, Arapaho.
Aspettano l’alba e l’arrivo degli sciami di cavallette. Il sole si alza, finalmente, sul campo a due passi dal torrente che porta acqua fresca. Niente, però, succede e i sorrisi distendono i volti, fra i giochi dei bambini.
Si gioca e si parla e si ama, nel campo delle donne e degli uomini, ma tutti restano vigili e armati. La prima carica si scatena alle 3 del pomeriggio del 26 giugno 1876 e, subito, si risponde e si contrattacca. Tutti a cavallo, addosso agli assassini venuti per massacrare. Questa volta, però, non ci sono solo vecchi, donne e bambini come a Sand Creek e a Washita; ma i migliori combattenti delle grandi pianure.
Dopo un paio d’ore di scontri cruenti, fino al più selvaggio corpo a corpo, Custer e la maggior parte del suo reggimento giacciano, senza vita, al suolo.Cavallo Pazzo e Toro Seduto hanno guidato la resistenza e urlato oggi è un buon giorno per morire. Sono vivi e le cavallette morte ai loro piedi.
Sanno che non potranno vincere, alla fine; ma, hanno insegnato, per sempre, al loro popolo e a ogni altro essere umano, cosa fare per affermare il diritto di vivere in dignità.
Cavallo Pazzo sarà assassinato, a colpi di baionetta, il 5 settembre 1877 a Fort Robinson (Nebraska – USA).
Toro Seduto cadrà colpito dai poliziotti Lakota, venduti ai padroni Yankees, dopo un’ultima disperata ribellione, a STANDING ROCK, il 15 settembre 1890.
In questi giorni, a STANDING ROCK, i Lakota Soux stanno, ancora, resistendo per impedire la costruzione, deturpante e inquinante i corsi d’acqua, dell’oleodotto della compagnia Energy Transfer Partners; il cui tracciato prevede l’attraversamento dei fiumi Missouri e Mississippi, così come parte del Lago Oahe, vicino alla Riserva dei Sioux.
La protesta è stata lanciata, in primavera, da un’anziana Sioux di Standing Rock e dai suoi nipotini; decisi a bivaccare nel percorso dell’oleodotto a difesa della terra e del loro popolo. Durante l’estate, il movimento è cresciuto sino a contare migliaia di persone proveniente da ogni dove degli Stati Uniti. La repressione è stata, fin da subito, durissima, con botte e arresti indiscriminati (oltre 200). Si risponde con improvvisi blocchi stradali e manifestazioni senza tregua. I Lakota e tutte/i le/i solidali con loro, non indietreggiano. La lotta per il diritto alla vita e la liberazione della Terra continua.
Il nostro cuore batte al loro fianco.
L’ALBERO VOLANTE di Edmond Jabès
Nei boschi ci sono alberi:
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.
è una cosa naturale.
Sugli alberi ci sono foglie:
è una cosa evidente.
Ma se le foglie sono ali,
ecco, questa è una cosa
per lo meno sorprendente.
Volate volate, verdi alberi belli.
Per voi si apre il cielo.
Ma attenti all’autunno,
stagione fatale, quando a migliaia
le vostre ali
tornate ad esser foglie
cadranno.
Autogestione come emancipazione del lavoro
All’inizio degli anni ’60, l’IS aderì anima e corpo al programma rivoluzionario del comunismo dei consigli, esaltando la forma-consiglio – lo strumento attraverso il quale gli operai realizzerebbero l’autogestione della produzione e si impossesserebbero dell’intera potenza sociale – quale «forma infine compiuta» della rivoluzione proletaria. Da quel momento, tutti i limiti e le potenzialità dell’IS furono inscritti nella tensione tra l’appello ad «abolire il lavoro» e lo slogan fondamentale: «tutto il potere ai consigli operai!». Da un lato, il contenuto della rivoluzione coincideva dunque per l’IS con una rimessa in causa del lavoro in quanto tale (e non semplicemente della sua organizzazione), il cui fine doveva essere il superamento della separazione tra lavoro e tempo libero; dall’altro lato, la forma della rivoluzione era ricondotta all’appropriazione e alla gestione democratica delle fabbriche da parte degli operai. Ciò che ha impedito all’IS di sciogliere questa contraddizione è il fatto che le due polarità di forma e contenuto, nella teoria situazionista, rimanevano entrambe ancorate alla prospettiva della affermazione del movimento operaio e della emancipazione del lavoro. L’IS individuava il fondamento che rendeva possibile la critica dell’alienazione nella prosperità tecnologica propria del capitalismo moderno («la società dei divertimenti» generata dalle potenzialità dell’automazione) e nella forza del movimento operaio, capace tanto di indirizzare – attraverso le lotte quotidiane – quanto di appropriarsi – mediante i consigli rivoluzionari – questi progressi tecnici. Era dunque sulla base del potere operaio all’interno dei luoghi della produzione che, per l’IS, l’abolizione del lavoro, da un punto di vista tecnico e organizzativo, diventava possibile. Trasferendo le tecniche dei cibernetici e le attitudini degli anti-artisti bohémien nelle mani callose e agguerrite della classe operaia organizzata, i situazionisti furono in grado di immaginare l’abolizione del lavoro come risultato immediato della liberazione del lavoro; vale dire di immaginare il superamento dell’alienazione dell’attività come prodotto di una ristrutturazione tecnico-creativa della fabbrica da parte dei lavoratori stessi. In questo senso, l’IS rappresenta l’ultimo sincero atto di fede in una concezione dell’autogestione intesa come parte integrante del programma di emancipazione del lavoro.
Etichette:
critica radicale,
internazionale situazionista,
lavoro
giovedì 1 dicembre 2016
L’anarchia non è cosa del futuro
Il cammino della rivoluzione procede per rotture tra vecchio e nuovo, non è un percorso lineare, procede a salti, a volte considerabili positivi, in avanti, altre volte negativi, indietro, rispetto a quel processo di mutazione culturale critica e libertaria.
L’anarchia si deve costruire nel nostro vissuto senza aspettare l’evento rivoluzionario, poiché non esiste un solo grande potere da abbattere. Il potere come ci ricorda Michel Foucault non occupa un luogo unico privilegiato, né dipende da un unico soggetto identificabile una volta per tutte. Lo stato, le leggi, le egemonie sociali sono soltanto effetti e manifestazioni sul piano istituzionale di rapporti e strategie di potere. Il potere è, invece, anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove. Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza, che variamente si intrecciano e si contrappongono. E’ una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere.
Non ha senso parlare di stato come luogo dei rapporti di dominio, poiché i rapporti di dominio sono ovunque. Non ha più senso parlare di re, poiché i re stanno nelle famiglie, nei conventi, nelle fabbriche e nelle scuole. Siamo tutti agenti di regolazione sociale, tutti ci controlliamo reciprocamente; lo stato diventa un sistema di relazioni.
Quindi essendo il potere qualcosa di disperso in tanti rapporti, a livello personale e politico, teorico e materiale, una rivoluzione tradizionale non ha senso non essendoci alcun palazzo da conquistare, al fine di eliminare gli effetti del potere e costruire una società trasparente. Fondamentale per un rivoluzionario è il lavoro costante tra la gente per combattere il dominio, cioè quel sistema di potere che è monopolio solo di una parte della società; è necessario un lavoro lungo e profondo di delegittimazione dell’autorità, per riuscire a rompere le asimmetrie nelle relazioni funzionali scatenando dal basso un inizio di mutazione culturale sotto forma di resistenza e attacco. Perché abbattere lo stato, non risolverebbe il problema del dominio, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sugli animali e sulla terra, senza un profondo e continuo lavoro di mutazione culturale nelle reti di rapporti fra esseri umani si ricreerebbe un nuovo dominio solamente con una veste nuova, come è successo in tutte le rivoluzioni del 900, che hanno avuto un intento totalizzante e si sono affidate a modelli di mutamento sociale autoritari e statuali. L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita. Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non solo come evento.
L’anarchia si deve costruire nel nostro vissuto senza aspettare l’evento rivoluzionario, poiché non esiste un solo grande potere da abbattere. Il potere come ci ricorda Michel Foucault non occupa un luogo unico privilegiato, né dipende da un unico soggetto identificabile una volta per tutte. Lo stato, le leggi, le egemonie sociali sono soltanto effetti e manifestazioni sul piano istituzionale di rapporti e strategie di potere. Il potere è, invece, anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove. Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza, che variamente si intrecciano e si contrappongono. E’ una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere.
Non ha senso parlare di stato come luogo dei rapporti di dominio, poiché i rapporti di dominio sono ovunque. Non ha più senso parlare di re, poiché i re stanno nelle famiglie, nei conventi, nelle fabbriche e nelle scuole. Siamo tutti agenti di regolazione sociale, tutti ci controlliamo reciprocamente; lo stato diventa un sistema di relazioni.
Quindi essendo il potere qualcosa di disperso in tanti rapporti, a livello personale e politico, teorico e materiale, una rivoluzione tradizionale non ha senso non essendoci alcun palazzo da conquistare, al fine di eliminare gli effetti del potere e costruire una società trasparente. Fondamentale per un rivoluzionario è il lavoro costante tra la gente per combattere il dominio, cioè quel sistema di potere che è monopolio solo di una parte della società; è necessario un lavoro lungo e profondo di delegittimazione dell’autorità, per riuscire a rompere le asimmetrie nelle relazioni funzionali scatenando dal basso un inizio di mutazione culturale sotto forma di resistenza e attacco. Perché abbattere lo stato, non risolverebbe il problema del dominio, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sugli animali e sulla terra, senza un profondo e continuo lavoro di mutazione culturale nelle reti di rapporti fra esseri umani si ricreerebbe un nuovo dominio solamente con una veste nuova, come è successo in tutte le rivoluzioni del 900, che hanno avuto un intento totalizzante e si sono affidate a modelli di mutamento sociale autoritari e statuali. L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita. Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non solo come evento.
URLO di Rob Epstein e Jeffrey Freidman
«Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia …»
Era il 13 ottobre 1955 quando un giovane poeta, gli occhi ardenti dietro le lenti da miope, la voce swingante, leggeva pubblicamente alla Six Gallery di San Francisco il testo che avrebbe rivoluzionato la poesia e acceso le giovani menti della seconda metà del Novecento. Il poeta era Allen Ginsberg, il poema, Howl (Urlo). Un pugno nello stomaco per la crudezza con cui ritraeva l’altra faccia del sogno americano: droga, morte, solitudine, follia. Ma anche incredibile energia vitale. La stessa, grazie alla quale Ginsberg e i suoi compagni d’avventura diedero vita a quella che fu poi battezzata beat generation: una corrente poetica che si fece pensiero filosofico e movimento di massa.
Il film ha tre piani narrativi che si intrecciano armoniosamente. C’è la vita giovanile di Ginsberg con i suoi amici Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, con i suoi amori (il primo, Neal Cassady, e quello della vita, Peter Orlowsky) e con le prime letture pubbliche del poema. C’è il processo creativo, straordinariamente raffigurato attraverso i disegni animati di Eric Drooker, che già aveva illustrato alcune poesie di Ginsberg, del quale era amico fin da ragazzino. E c’è il processo penale, rigorosamente ricostruito sulle trascrizioni degli atti, che nel 1957 vide imputato Ferlinghetti, editore di Howl, per linguaggio osceno.
Il consumo disinibito di droghe e omosessualità sfrenata esplode sulla pagina stampata e il dibattito su cosa abbia valore letterario e cosa ne sia totalmente sprovvisto apre una breccia nella critica accademica. L’accusa infierisce su forma e stile, estrapolando versi che, privi di contestualizzazione, divengono facili bersagli, mentre nel salotto di casa propria
Allen Ginsberg riflette sulle scelte compiute conversando con un anonimo intervistatore. L’arringa finale dell’avvocato Ehrlich è un inno alla libertà di pensiero ed espressione, il tentativo di portare la luce in un universo, quello letterario, dominato da tradizionalismi e chiusure mentali. Liberare Urlo dal giogo censorio significa aprire uno spiraglio culturale alla modernità, al progresso, alla diversità, consacrando un poeta al successo della prova più difficile: quella del tempo. Rob Epstein e Jeffrey Friedman sono una nota coppia di documentaristi statunitensi. I loro lavori hanno da sempre scavato in argomenti (problematiche o semplicemente cronache) legati al mondo dell’omosessualità. Epstein diresse nel 1984 “The Times of Harvey Milk”, documentario che ripercorre la vita e la carriera politica di Harvey Milk, consigliere gay eletto a San Francisco. Il film ispirò Gus Van Sant per il suo “Milk” e ottenne l’Oscar come miglior documentario.
Era il 13 ottobre 1955 quando un giovane poeta, gli occhi ardenti dietro le lenti da miope, la voce swingante, leggeva pubblicamente alla Six Gallery di San Francisco il testo che avrebbe rivoluzionato la poesia e acceso le giovani menti della seconda metà del Novecento. Il poeta era Allen Ginsberg, il poema, Howl (Urlo). Un pugno nello stomaco per la crudezza con cui ritraeva l’altra faccia del sogno americano: droga, morte, solitudine, follia. Ma anche incredibile energia vitale. La stessa, grazie alla quale Ginsberg e i suoi compagni d’avventura diedero vita a quella che fu poi battezzata beat generation: una corrente poetica che si fece pensiero filosofico e movimento di massa.
Il film ha tre piani narrativi che si intrecciano armoniosamente. C’è la vita giovanile di Ginsberg con i suoi amici Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, con i suoi amori (il primo, Neal Cassady, e quello della vita, Peter Orlowsky) e con le prime letture pubbliche del poema. C’è il processo creativo, straordinariamente raffigurato attraverso i disegni animati di Eric Drooker, che già aveva illustrato alcune poesie di Ginsberg, del quale era amico fin da ragazzino. E c’è il processo penale, rigorosamente ricostruito sulle trascrizioni degli atti, che nel 1957 vide imputato Ferlinghetti, editore di Howl, per linguaggio osceno.
Il consumo disinibito di droghe e omosessualità sfrenata esplode sulla pagina stampata e il dibattito su cosa abbia valore letterario e cosa ne sia totalmente sprovvisto apre una breccia nella critica accademica. L’accusa infierisce su forma e stile, estrapolando versi che, privi di contestualizzazione, divengono facili bersagli, mentre nel salotto di casa propria
Allen Ginsberg riflette sulle scelte compiute conversando con un anonimo intervistatore. L’arringa finale dell’avvocato Ehrlich è un inno alla libertà di pensiero ed espressione, il tentativo di portare la luce in un universo, quello letterario, dominato da tradizionalismi e chiusure mentali. Liberare Urlo dal giogo censorio significa aprire uno spiraglio culturale alla modernità, al progresso, alla diversità, consacrando un poeta al successo della prova più difficile: quella del tempo. Rob Epstein e Jeffrey Friedman sono una nota coppia di documentaristi statunitensi. I loro lavori hanno da sempre scavato in argomenti (problematiche o semplicemente cronache) legati al mondo dell’omosessualità. Epstein diresse nel 1984 “The Times of Harvey Milk”, documentario che ripercorre la vita e la carriera politica di Harvey Milk, consigliere gay eletto a San Francisco. Il film ispirò Gus Van Sant per il suo “Milk” e ottenne l’Oscar come miglior documentario.
Etichette:
film,
Jeffrey Freidman,
Rob Epstein,
Urlo
L'essenza stessa della democrazia diretta
Il ricatto tecnologico che pesa sul presente accomuna nella perplessità di tutti gli uomini che vogliono godere della vita al meglio delle loro possibilità.
Il governo di una società umana non può più permettersi di non avere al centro delle proprie preoccupazioni l'uomo stesso.
Una volta rimessa al centro la soggettività degli esseri umani, diventa urgente che la parola democrazia ritrovi il senso, ma anche la poesia, della sua etimologia storica. Ii governo del popolo non può essere che quello di individui liberi. La democrazia deve avere la pretesa di difendere tutti i diritti tra di loro e gli uni contro gli altri.
La pubblicità della merce che si vanta di sponsorizzare la democrazia, in realtà l'avvelena per vendere poi il suo cadavere imbalsamato. In un mondo in cui le tecniche di manipolazione sono raffinatissime e capillari, la creazione di un gregge maggioritario è un caso tanto frequente che la difesa strenua della scelte minoritarie diventa un elemento fondamentale di una società fondata su una resistenza strutturale all'addomesticamento. Poiché ogni forma burocratizzata di rappresentatività si trasforma in dittatura spettacolare della maggioranza, si deve rifiutare la delega prolungata del potere decisionale pur accettando una dose di rappresentatività resa inevitabile dal numero di individui coinvolti.
In una società della gratuità, l'intensità dei controlli che oggi l'economia dedica ossessivamente all'obbiettivo di far pagare fin all'ultimo centesimo il prezzo degli esseri e delle cose sarà invece dedicata amorevolmente alla vigilanza della libertà di ciascuno, unica garanzia della felicità di tutti.
Riprendendo una sensibilità che certe tribù guerriere del Nord America avevano già spontaneamente sviluppato, nessuna autorità decisionale deve potersi stabilire al di là di una funzione puntuale. Nessun capo deve risultare tale nella vita quotidiana del gruppo: la sola autorità, riconoscibile più che riconosciuta, è quella naturale che secerne l'umanità di ciascuno, la sua esperienza la sua qualità avverata. Una autorità, che non concede privilegi, che non ha valore gerarchico, che non si può capitalizzare ma di cui si può godere fraternamente. In questo consiste l'essenza stessa della democrazia diretta.
Il governo di una società umana non può più permettersi di non avere al centro delle proprie preoccupazioni l'uomo stesso.
Una volta rimessa al centro la soggettività degli esseri umani, diventa urgente che la parola democrazia ritrovi il senso, ma anche la poesia, della sua etimologia storica. Ii governo del popolo non può essere che quello di individui liberi. La democrazia deve avere la pretesa di difendere tutti i diritti tra di loro e gli uni contro gli altri.
La pubblicità della merce che si vanta di sponsorizzare la democrazia, in realtà l'avvelena per vendere poi il suo cadavere imbalsamato. In un mondo in cui le tecniche di manipolazione sono raffinatissime e capillari, la creazione di un gregge maggioritario è un caso tanto frequente che la difesa strenua della scelte minoritarie diventa un elemento fondamentale di una società fondata su una resistenza strutturale all'addomesticamento. Poiché ogni forma burocratizzata di rappresentatività si trasforma in dittatura spettacolare della maggioranza, si deve rifiutare la delega prolungata del potere decisionale pur accettando una dose di rappresentatività resa inevitabile dal numero di individui coinvolti.
In una società della gratuità, l'intensità dei controlli che oggi l'economia dedica ossessivamente all'obbiettivo di far pagare fin all'ultimo centesimo il prezzo degli esseri e delle cose sarà invece dedicata amorevolmente alla vigilanza della libertà di ciascuno, unica garanzia della felicità di tutti.
Riprendendo una sensibilità che certe tribù guerriere del Nord America avevano già spontaneamente sviluppato, nessuna autorità decisionale deve potersi stabilire al di là di una funzione puntuale. Nessun capo deve risultare tale nella vita quotidiana del gruppo: la sola autorità, riconoscibile più che riconosciuta, è quella naturale che secerne l'umanità di ciascuno, la sua esperienza la sua qualità avverata. Una autorità, che non concede privilegi, che non ha valore gerarchico, che non si può capitalizzare ma di cui si può godere fraternamente. In questo consiste l'essenza stessa della democrazia diretta.
Etichette:
critica radicale,
democrazia diretta
Iscriviti a:
Post (Atom)









