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giovedì 21 dicembre 2023

Il CORPO come ARTE

"Il primo dovere dell'uomo è quello di essere artificiale" (Oscar Wilde)

Che la natura modelli il corpo non è certo una novità e senza andare a scomodare ricordi etnologici basta pensare a quante vittime continuano a mietere le riviste di moda con i loro improponibili canoni di bellezza. Certo esiste una differenza tra un cambiamento dettato da rituali magici e gli interventi da palazzinari sui nostri tessuti. Siamo abituati alla colonizzazione del corpo: cementificazioni, buldozerate, nasini alla francese, tette siliconate, liposuzione,cambi di sesso, raggi UVA. Alle facili ironie verso le usanze degli altri popoli dettate dallo sciovinismo eurocentrico si va sostituendosi un formicolante rifiorire di pratiche corporali sino ad oggi condannate come primitive. Se il tatuaggio ha ormai assunto lo status di moda, per altre pratiche hardcore di modificazioni del corpo, come scarnificazioni o foratura indiscriminata delle parti molli, la strada per essere accettate sembra ancora lunga. Ma paiono di godere di grande favore presso le avanguardie creative, i cosiddetti primitivi moderni che hanno riscoperto il fachirismo. Certo l'idiozia è sempre in agguato e qualche flippato potrebbe avvicinarsene come ad un hobby, giusto un pò più impegnativo della filatelia. Le società tribali hanno sempre usato le modificazioni del corpo sia per vanità, sia per aumentare il piacere sessuale, sia per simbiosi con il proprio animale totemico, sia per controllo nazista sulle femmine ma soprattutto, ed è questo che ci interessa, per ragioni esoteriche, per una spinta verso il soprannaturale.

Il corpo è il nostro schiavo più fedele e può condurci ovunque, modificandolo si modifica anche la mente. Il piccolo chimico che ci portiamo dietro geneticamente, è assolutamente democratico, stimolato nel modo giusto è programmato per farci connettere con la Dinamo Celeste. Niente sostanze strane per accedere alle Visioni Cosmiche, ma posture e respirazioni adatte, esercizi fisici, vibrazioni, digiuni e mortificazioni, e innamoramenti.


giovedì 14 dicembre 2023

Armonia e sesso in Charles Fourier

La civiltà alimenta l'opposizione tra il corpo e l'anima, lo spirito e la carne e la maggior parte delle persone sono tormentate dalla contraddizione fra il desiderio e il piacere, il sentimento e il sesso. Questa lacerazione scompare in Armonia, dove la sessualità, praticata in virtù dell'attrazione passionale e sulla base del principio panteista delle analogie, permette una comunione mistica con lo spirito di Dio. Il piacere degli uomini permea la totalità del corpo mistico del cosmo; il godimento umano nutre gli astri, i pianeti, le anime dei morti, il meccanismo del vivente, dai fiori agli animali.

In base al principio fourierista che nessuna passione è cattiva e che ci sono solo usi cattivi, il nuovo mondo amoroso permette la realizzazione di qualunque fantasia lubrica. La monogamia, il matrimonio, la fedeltà, la procreazione, la coabitazione, questi residui del vecchio mondo possono, ovviamente, continuare a esistere, perché niente è vietato in Armonia; ma non in maniera esclusiva, perché ognuno vivrà successivamente, simultaneamente, e in durate variabili, le esperienze che vorrà scegliere, nessuna delle quali è reprensibile o repressa.

Con Fourier, ciò che comunemente si chiama bordello, scambismo, orge, adulterio, scambi di coppie, lesbismo, esibizionismo, voyeurismo, feticismo, sadismo, masochismo, sadomasochismo, saffismo, incesto, gerontofilia, triolismo, tutti vizi in Civiltà, diventano virtù in Armonia. Questi vizi vengono ribattezzati: celadonismo, angelicato, comunità momentanea, amore potenziale, orge di esibizione o orge dell'indomani, fantasie lubriche, poligamia d'incesto, prova d'amore amicale, fedeltà composita potenziale, amore pivotale, passione farfallante, simpatie onigame, fedeltà trascendente, comaniaca, onniginia; tra le manie erotiche si trovano i gratta-talloni, gioco coi capelli, sculacciatori, vecchi pupu, flagellisti.

Tutto questo rappresenta il contorno di Armonia questo nuovo mondo amoroso - libero.    


Pensiero e linguaggio

 


Il ruolo caratteristico della lingua di fronte al pensiero non è creare un mezzo fisico materiale per l'espressione delle idee, ma servire da intermediario tra pensiero e suono in condizioni tali che la loro unione sbocchi necessariamente in delimitazioni reciproche di unità. Il pensiero, caotico per sua natura, è forzato a precisarsi decomponendosi. Non vi è dunque né materializzazione dei pensieri, né spiritualizzazione dei suoni, ma si tratta del fatto per cui il pensiero-suono implica divisioni e per cui la lingua elabora le sue unità costituendosi tra due masse amorfe. Ogni lingua crea dunque il proprio repertorio di significati articolando arbitrariamente la massa di per sé amorfa del pensiero. In questo senso il significato è linguistcamente autonomo: non esistono significati prima, al di fuori o indipendentemente dalla lingua; il significato nasce all'interno del sistema linguistico ed è un'entità tutta linguistica.  

Bakunin è la libertà

Principio fondamentale dell'anarchia, opposto in maniera irriducibile al principio di autorità. Ma gli individualisti ne fanno un valore assoluto, a ognuno dovuto, e che nessuna associazione potrebbe alienare, mentre gli anarchici societari pensano, con Bakunin, che: "La libertà degli individui non è un fatto individuale, è un fatto, un prodotto collettivo". Altro commento di Bakunin: "Io non sono veramente libero che quando sono liberi anche gli essere umani che mi circondano, uomini e donne, in maniera che più numerosi sono gli uomini liberi che mi circondano e più profonda e più vasta è la loro libertà, più profonda, più estesa e più vasta diventa la mia propria libertà. Non posso dirmi veramente libero che quando la mia libertà, o, il che significa la stessa cosa, la mia dignità d'uomo, il mio diritto umano riflessi dalla coscienza anch'essa libera di tutti, tornano a me confermati dall'assentimento generale. La mia libertà personale, confermata così dalla libertà di tutti gli altri, si estende all'infinito".   



giovedì 7 dicembre 2023

La vita è da guadagnare oltre

Non ripeteremo mai abbastanza che le attuali rivendicazioni del sindacalismo sono condannate alla sconfitta; più dalla povertà dei programmi che dalla divisione e dalla dipendenza dei suoi organismi riconosciuti. Non diremo mai abbastanza ai lavoratori sfruttati che si tratta delle loro vite insostituibili dove tutto potrebbe essere realizzato; che si tratta dei loro anni più belli che stanno passando senza nessuna gioia che valga la pena, senza neanche aver preso le armi.

Non dobbiamo chiedere che ci venga garantito o aumentato il minimo virtuale, ma che si finisca di mantenere la gente al minimo della vita. Non dobbiamo domandare soltanto pane, ma giochi.

La vita è da guadagnare oltre.

Non è la questione dell’aumento dei salari che va posta, ma quella della condizione imposta al popolo in Occidente.

Bisogna rifiutare di lottare all’interno del sistema per ottenere piccole concessioni subito rimesse in causa o recuperate in altri campi dal capitalismo. Quella che deve essere posta radicalmente è la questione della sopravvivenza o della distruzione di questo sistema. Non si deve parlare di intese possibili, ma di realtà inaccettabili. La lotta sociale non deve essere burocratica, ma appassionata.

Bisogna, prendere coscienza di alcuni elementi che potrebbero rendere appassionante il dibattito: il fatto per esempio che in tutto il mondo esistono nostri amici, e che ci riconosciamo nella loro lotta. Anche il fatto che la vita passa, e che noi non aspettiamo compensazioni tranne quella che dobbiamo inventare e costruire noi stessi.

Non è che un problema di coraggio.  

(Potlatch N°4 13 luglio 1954)


L'INDISCRETO FASCINO DEL PECCATO – Pedro Almodovar

Madrid: Yolanda Bel, cantante e tossicodipendente, ricercata dalla polizia dopo la morte per overdose, eroina tagliata con stricnina del fidanzato, abbandona casa e lavoro e si rifugia, in attesa che si calmino le acque, in un convento di suore, le "Redentrici Umiliate", religiose dedite al recupero di assassine, tossiche e prostitute e distaccate a Madrid dalla sede generale di Albacete. Ultimamente, però, le pecorelle smarrite da redimere latitano spaventosamente, senza contare che la Marchesa, la moglie del defunto aristocratico che le finanziava, non ha alcuna intenzione di continuare con le donazioni: l'arrivo di Yolanda, perciò, appare ai loro occhi quasi come un segno della benevolenza divina. Le suore del convento, sono dedite ai vizi e alle depravazioni più disparate: dalla Madre Superiora, eroinomane e lesbica, che puntualmente si innamora di ognuna delle ragazze accolte di volta in volta nel convento, a Suor Maltrattata da Tutti, che scrive di nascosto, con lo pseudonimo di Concha Torres, romanzi pornografici, da Suor Perduta, che accudisce nel giardino del convento una tigre rubata da un circo, a Suor Vipera, che prepara vestiti da far indossare alla Madonna con l'aiuto del cappellano, che fuma anche sull'altare durante le funzioni, e a Suor Squallida, masochista e cuoca sui generis, che arricchisce le pietanze con cocaina o sostanze allucinogene. La nuova Madre

Badessa, però, piombata improvvisamente dalla casa generale di Albacete e indignata dalla stravaganza delle suore, ma completamente ignara dei loro torbidi segreti, ha intenzione di chiudere il convento, ma non ha fatto i conti con i progetti della Madre Superiora, che ha scritto al Papa per fondare il suo ordine religioso, finanziato grazie ai traffici di droga organizzati dalla sua pusher Lola. L’indiscreto fascino del peccato, operazione dalle esplicite referenze del cinema di Buñuel, incarna compiutamente le spinte più eversive del cinema di Almodovar. La dimensione più marcatamente eversiva, polemica di un cinema dirompente per temi e messa in scena, si mostra in maniera compiuta, forse per la prima volta nella carriera del regista spagnolo. L’ambientazione della storia, circoscritta praticamente ai soli interni del convento, permette al regista di dedicarsi a ripetute sequenze di chiaro stampo surrealista, senza mai perdere contatto con la concretezza del suo racconto. L'indiscreto fascino del peccato rivela il coraggio della provocazione irriguardosa, il gusto per l'eccesso e la dissacrazione, l'esplorazione dell'ambiguità (sessuale, istituzionale, sociale), l'assenza di compiacimenti manieristici, il folle amore per il mélo, che esplode e fiammeggia nelle realtà più degradate o tra le esistenze ai margini della società, lo sguardo sempre caustico con cui osserva l'amore e le passioni umane, qui trasfigurati in un'irriverente e irresistibile commistione di kitsch e ferocia. Un film che rifiuta tutte le istituzioni, dalla famiglia alla Chiesa, dalla polizia allo Stato, quello che resta sono i rapporti umani costruiti sulla reciproca fiducia, quelli sì in grado di trovare equilibri oltre le istituzioni e oltre il potere.




Le cinque giornate di Milano – parte seconda


I fatti

6 maggio, venerdì Pausa pranzo. Il diciassettenne Guglielmo Salvio (Savio) distribuisce un volantino socialista, colpito da ordine di sequestro, agli operai della Pirelli (allora in via Galilei ove attualmente sorge l’omonimo grattacielo), stabilimento che impiega 2.400 operai di cui oltre la metà donne. Il volantino rivendica genericamente maggiori diritti, libertà e giustizia. Arrestato, Salvio viene portato alla caserma di polizia in via Napo Torriani: alcuni operai che osservano la scena iniziano a tirare sassi e viene a sua volta fermato l’operaio Angelo Amadio perché oltre a tirare pietre grida «viva la rivoluzione!». Intorno alla caserma cominciano ad assembrarsi un gran numero di operai che chiedono a gran voce la liberazione di Amadio. Malgrado i tentativi del socialista Carlo Dell’Avalle di riportare la calma partono le prime sassaiole, che però non portano a risultati concreti. I manifestanti al posto di disperdersi ritornano verso lo stabilimento della Pirelli coinvolgendo altri operai della Stigler e dell’Elvetica. Si riprende a tirare sassi tanto che l’ingegner Pirelli, temendo il degenerare della situazione, cerca senza riuscirci di far rilasciare l’operaio. Invece arrivano 150 militari per riportare l’ordine. La tensione inizia a farsi palpabile tanto che all’uscita dei cancelli, alle sei di sera, insieme ai deputati Filippo Turati e Dino Rondani arriva un messo comunale con la notizia della  sospensione del dazio comunale sui cereali. Ma questo non è sufficiente ed un migliaio di operai ritorna al posto di polizia per riprendere la sassaiola, cercando addirittura di dar fuoco all’edificio. Comincia la rivolta: agenti e soldati aprono il fuoco sulla folla, cadono le prime vittime e l’esercito viene impiegato in forza per presidiare i punti strategici della città in previsione dell’allargamento degli scontri. Benché la notte passi relativamente tranquilla, le autorità sono oramai convinte di

avere a che fare con un moto insurrezionale organizzato. 7 maggio, sabato Gli operai della Pirelli sospendono il lavoro e girano per gli altri stabilimenti invitando allo sciopero. Verso le 10 i manifestanti sono già 4.000 e occupano la Stazione Centrale per impedire ai richiamati di partire. Compaiono le prime barricate in corso Venezia formate da tram messi di traverso ed altre compaiono in via Torino, corso di Porta Ticinese, Porta Vittoria (antica Porta Tosa di risorgimentale memoria), Porta Garibaldi, via Moscova e via Canonica, puntualmente sgombrate dalle truppe regie ed altrettanto puntualmente ricostruite dai milanesi. La svolta repressiva avviene intorno a metà pomeriggio quando Rudinì, in base agli allarmanti dispacci provenienti dal prefetto Winspeare e dal sindaco moderato Vigoni, dichiara lo stato d’assedio ed affida pieni poteri al tenente generale Bava Beccaris, comandante del III corpo d’armata con sede a Milano. Questi non dubita minimamente di essere di fronte ad una rivoluzione armata organizzata e si comporta di conseguenza: richiama le truppe del circondario a Milano e, a partire da piazza Duomo, si irradia verso le porte. Parallelamente inizia la repressione politica: agli arresti di massa segue la chiusura dei giornali socialisti, anarchici e repubblicani fino allo scioglimento della Camera del Lavoro, la revoca di ogni permesso di detenzione di armi ed il coprifuoco serale. 8 maggio, domenica È la giornata più sanguinosa: il cannone tuona in diverse parti della città, addirittura in alcuni casi a mitraglia: Porta Ticinese, Porta Genova e Porta Garibaldi vengono investite  dall’artiglieria tanto che nel tardo pomeriggio i tumulti sembrano cessati e il generale telegrafa al presidente del consiglio per comunicar gli il ristabilimento dell’ordine. 9 maggio, lunedì Nella notte tra domenica e lunedì, voci incontrollate di possibili colonne di insorti anarchici provenienti dalla Svizzera inducono Bava Beccaris a continuare la sanguinosa repressione che ha come tragicomico avvenimento l’assalto a cannonate e baionette del convento dei cappuccini in corso Monforte, sospettato di essere un covo di insorti: i soldati vi trovano dei barboni in attesa del pranzo e i religiosi, che comunque vengono arrestati in via precauzionale: così il generale ha la sua piccola Porta Pia. Stroncati i moti di piazza la repressione passa ai tribunali militari che usano la mano pesante condannando poco meno di 700 milanesi a pene severe. Molti i nomi eccellenti: la socialista Anna Kuliscioff e lo scrittore Paolo Valera, Don Albertario, direttore del quotidiano intransigente «L’Osservatore Cattolico», il radicale Carlo Romussi, direttore de «Il Secolo», Gustavo Chiesi del giornale repubblicano «L’Italia del Popolo» e poi i deputati Luigi De Andreis e Filippo Turati, condannati a 12 anni di reclusione. Malgrado 80 morti civili e 500 feriti (i dati sono per difetto), 122 giorni di stato d’assedio e condanne così dure, i giudici militari non riescono a dimostrare che ci sia stata una cospirazione  rivoluzionaria organizzata. Ed è appunto questo clima di violenza e di repressione voluto dalla monarchia ad armare la mano all’anarchico Gaetano Bresci.