Non sarebbero sufficienti tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali per cancellare un solo momento di libertà vissuta. In pochi giorni la certezza delle possibilità di cambiamento globale aveva toccato un punto senza ritorno. Toccata nei suoi fondamenti economici, l’organizzazione gerarchica smetteva di sembrare una fatalità. Il rifiuto dei capi e dei servizi d’ordine, come la lotta contro lo Stato e i suoi poliziotti, era innanzi tutto diventato una realtà suoi luoghi di lavoro, dove padroni e dirigenti di ogni grado erano stati scacciati. Neanche la presenza di apprendisti-dirigenti, uomini dei sindacati e dei partiti, poteva cancellare dalla mente dei rivoluzionari che ciò che si era fatto di più appassionante si era operato senza dirigenti, e dunque contro di loro. Il termine stalinista fu così riconosciuto da tutti come l’insulto peggiore della bestialità politica. L’interruzione del lavoro, in quanto fase essenziale di un movimento che non ignorava affatto il proprio carattere insurrezionale, rimetteva in testa a ciascuno l’evidenza primordiale che il lavoro alienato produce alienazione. Il diritto alla pigrizia si affermava, non solo nelle scritte popolari come non lavorate mai o vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli, ma soprattutto nello scatenamento dell’attività ludica.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 30 ottobre 2014
Maggio 1968 – due parole
È stato un luogo comune dell’intelligenza di sinistra come di destra quello che nulla potesse far presagire un movimento come quello del maggio ’68. Ma sappiamo che è il contrario. Non solo il movimento si preparava nelle profondità della società col diffondersi in strati e condizioni diverse della estraneità e del rifiuto, vissuti sempre più radicalmente anche se confusamente, il che dava luogo a eruzioni episodiche (violenze senza scopo delle bande di giovani emarginati, scioperi selvaggi e manifestazioni violente di operai, lenta dissoluzione degli organismi rappresentativi ed endemizzarsi del disordine fra una parte degli studenti); ma una minoranza lo sentiva venire, ne esprimeva consapevolmente e con la massima chiarezza le tendenze di fondo e si adoperava a precipitarlo.
Non sarebbero sufficienti tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali per cancellare un solo momento di libertà vissuta. In pochi giorni la certezza delle possibilità di cambiamento globale aveva toccato un punto senza ritorno. Toccata nei suoi fondamenti economici, l’organizzazione gerarchica smetteva di sembrare una fatalità. Il rifiuto dei capi e dei servizi d’ordine, come la lotta contro lo Stato e i suoi poliziotti, era innanzi tutto diventato una realtà suoi luoghi di lavoro, dove padroni e dirigenti di ogni grado erano stati scacciati. Neanche la presenza di apprendisti-dirigenti, uomini dei sindacati e dei partiti, poteva cancellare dalla mente dei rivoluzionari che ciò che si era fatto di più appassionante si era operato senza dirigenti, e dunque contro di loro. Il termine stalinista fu così riconosciuto da tutti come l’insulto peggiore della bestialità politica. L’interruzione del lavoro, in quanto fase essenziale di un movimento che non ignorava affatto il proprio carattere insurrezionale, rimetteva in testa a ciascuno l’evidenza primordiale che il lavoro alienato produce alienazione. Il diritto alla pigrizia si affermava, non solo nelle scritte popolari come non lavorate mai o vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli, ma soprattutto nello scatenamento dell’attività ludica.
Non sarebbero sufficienti tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali per cancellare un solo momento di libertà vissuta. In pochi giorni la certezza delle possibilità di cambiamento globale aveva toccato un punto senza ritorno. Toccata nei suoi fondamenti economici, l’organizzazione gerarchica smetteva di sembrare una fatalità. Il rifiuto dei capi e dei servizi d’ordine, come la lotta contro lo Stato e i suoi poliziotti, era innanzi tutto diventato una realtà suoi luoghi di lavoro, dove padroni e dirigenti di ogni grado erano stati scacciati. Neanche la presenza di apprendisti-dirigenti, uomini dei sindacati e dei partiti, poteva cancellare dalla mente dei rivoluzionari che ciò che si era fatto di più appassionante si era operato senza dirigenti, e dunque contro di loro. Il termine stalinista fu così riconosciuto da tutti come l’insulto peggiore della bestialità politica. L’interruzione del lavoro, in quanto fase essenziale di un movimento che non ignorava affatto il proprio carattere insurrezionale, rimetteva in testa a ciascuno l’evidenza primordiale che il lavoro alienato produce alienazione. Il diritto alla pigrizia si affermava, non solo nelle scritte popolari come non lavorate mai o vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli, ma soprattutto nello scatenamento dell’attività ludica.
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critica radicale
Nanotecnologie e controllo del vivente
Da diversi anni il progresso tecnologico cresce fortemente, apportando
nuove nocività quali il nucleare, le nanotecnologie e gli organismi
geneticamente modificati. Questi minacciano nell‘immediato la vita sulla
terra attraverso lo sfruttamento delle “materie
prime”, lo stoccaggio di enorme materiale radioattivo, la contaminazione
irreversibile con nanotecnologie e la manipolazione genetica. Tutte le
tecnologie condividono la volontà di espansione del controllo sul
vivente fino a raggiungere una dominazione totale sulla civiltà e sulle
sue complessità attraverso la creazione di una rete infinita di strutture di potere che alienano quotidianamente le
nostre relazioni.
La rivoluzione industriale porta in se un innalzamento della
specializzazione e della centralizzazione. La tecnologia genetica
rappresenta ora un nuovo salto qualitativo nello sviluppo del controllo
del vivente. In agricoltura ad esempio i brevetti sulle sementi di alcune grandi
multinazionali spingono l‘agricoltura verso una dipendenza assoluta, determinando la distruzione di ogni biodiversità.Ogni possibilità di un approvigionamento autonomo è reso impossible, fino a definire illegale qualsiasi iniziativa autonomista che tenda a questo.
Non sono solo le multinazionali o gli Stati che ne portano la responsabilità, ma pure tutti coloro che credono alle loro menzogne e sostengono il loro sviluppo e che vi aderiscono.
Un ruolo centrale in questa tendenza distruttrice è da attribuire agli scienziati che avvolti nei loro camici bianchi della «neutralità», nascosti dietro alla nozione di «ricerca fondamentale», lavorano alla legittimanzione della tecnologia genetica. La natura di queste ricerche ci sembra chiara: eseguire interessi economici attraverso l‘espansione assoluta del controllo sul vivente attraverso la determinata volontà di annientare le comunità libere e decentralizzate attraverso il loro annientamento fisico e culturale.
giovedì 23 ottobre 2014
La guerra contro l’umanità
Il sistema è oggi piú forte di ieri. La ragione ultima di questo rafforzamento si trova, appunto, in quel processo sociale e di piú, antropologico, che possiamo chiamare sussunzione reale (cioè non formale) della vita umana da parte del capitale, processo che progressivamente svuota gli individui e le comunità umane di ogni possibile autonomia, intesa come capacità di determinare le condizioni materiali e immateriali con cui si produce e riproduce la loro esistenza, e determinando cosí una condizione generalizzata di nuova e automatica «servitú volontaria».
Un aspetto specifico di questo processo: quello riconducibile al mutamento profondo, iniziato nell’ultimo quarto del secolo scorso e oggi in pieno svolgimento, delle forme e delle tecniche della «sorveglianza». Con questo termine ci riferiamo a una delle forme attualmente piú insidiose – perché si impone in modo difficilmente percepibile e con il ritmo dell’inevitabilità – dell’apparato tecno-economico-politico di dominio globale, apparato che, per raggiungere la sua potenza attuale, si è servito delle scienze fisico-naturali, piegandole alla sua dinamica (contribuendo cosí alla loro effettiva esautorazione come fonti di creazione sociale) e divenendo, in tal modo, sempre piú capace di regolare non solo tutte le condizioni materiali della nostra vita (spossessando l’esperienza di ogni sapere empirico e pratico; avvilendo il corpo con obesità, malattie cardio-vascolari, tumori; creando un ambiente patogeno permanente, ecc.), ma anche di controllare la nostra ragione (corrompendo sistematicamente l’autonomia delle idee e delle sperimentazioni a vantaggio della pervasiva dinamica economica e della sempre piú capillare regolamentazione statuale), il che ha dato vita alla tecnoscienza e al suo utilizzo, in espansione.
Si tratta in effetti di una vera e propria guerra contro l’umanità, in cui la posta in gioco per il sistema non è piú soltanto quella di mettere in atto un controllo dello spazio pubblico, mirato all’individuazione e alla conseguente punizione di comportamenti devianti, ma anche, ogni giorno di piú, quella di penetrare lo spazio privato attraverso un tracciamento ininterrotto degli atti, dei movimenti, dei desideri di ciascun individuo per prevenire ogni possibile deriva, per fare di ciascun individuo una superficie muta, chiamata incessantemente a sottomettersi a procedure di verifica rispetto a «finalità sociali» preprogrammate. E sono, poi, queste stesse «finalità sociali» preprogrammate a rendere le «innovazioni tecnologiche», che veicolano concretamente tale scenario, sempre e comunque desiderabili, occultandone costantemente l’ambivalenza quali potenziali strumenti di oppressione e controllo globale.
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MARQUEE MOON The Television
Ricordo
che l’oscurità era raddoppiata
cercavo di rievocare
una luce accesa…
Ascoltavo
ascoltavo la pioggia
pensando,
viaggiando verso qualcos’altro…
La vita nel suo alveare
raggrinzisce le mie notti,
il bacio della morte, l’amplesso della vita…
e io sto in piedi là,
sotto al tendone della luna,
e aspetto…
Esitando…
no, non aspetterò.
Parlai ad un uomo,
giù verso la ferrovia,
e gli chiesi come mai
non era ancora diventato pazzo .
Mi rispose: “guardati attorno ragazzo,
e non essere così allegro…
e per Amore del Paradiso, non essere così triste”…
Beh! Una cadillac
sbucò fuori dal cimitero
venne verso di me
e qualcuno disse: “entra!”
Poi la cadillac
Ritornò nel cimitero ed io,
io me la squagliai di nuovo…
che l’oscurità era raddoppiata
cercavo di rievocare
una luce accesa…
Ascoltavo
ascoltavo la pioggia
pensando,
viaggiando verso qualcos’altro…
La vita nel suo alveare
raggrinzisce le mie notti,
il bacio della morte, l’amplesso della vita…
e io sto in piedi là,
sotto al tendone della luna,
e aspetto…
Esitando…
no, non aspetterò.
Parlai ad un uomo,
giù verso la ferrovia,
e gli chiesi come mai
non era ancora diventato pazzo .
Mi rispose: “guardati attorno ragazzo,
e non essere così allegro…
e per Amore del Paradiso, non essere così triste”…
Beh! Una cadillac
sbucò fuori dal cimitero
venne verso di me
e qualcuno disse: “entra!”
Poi la cadillac
Ritornò nel cimitero ed io,
io me la squagliai di nuovo…
L'economia come furto della nostra vita
L’economia è pronta a regnare su un proletariato planetario i cui frammenti si coagulano in caste tutte ugualmente coinvolte – certamente a gradi molto diversi – nello stesso feticismo dell’interesse economico. Di esse fanno parte i bramini decisionisti (clero privilegiato dell’abbondanza mercantile, delle sue mondanità e delle sue miserie), i borghesi agiati (nutriti dalla rendita o dai profitti del commercio, il cui conto in banca è impinguato o svuotato dalla speculazione borsistica), le masse laboriose (occupate dal lavoro salariato o dalla disoccupazione), e perfino gli ultimi dei paria (esclusi dall’abbondanza del consumo e, proprio per questo, utilissimo esempio negativo per scoraggiare qualunque velleità emancipatoria dalla dittatura economica).
Tutte queste caste, formate dai resti sbriciolati delle antiche classi, hanno in comune di essere ormai radicalmente separate dalla loro propria natura umana e dalla natura in generale, al punto da non riconoscerla nemmeno più e di partecipare al suo avvelenamento in un crescendo di nocività.
La moltiplicazione esponenziale del numero di guardiani – della merce, della sua circolazione e dei suoi indispensabili consumatori – sottolinea del resto la debolezza di un sistema obbligato a un controllo capillare dei gesti e dei comportamenti.
Dalle telecamere disseminate dappertutto ai muscolosi men in black che sorvegliano le entrate del tempio, passando per i controllori travestiti da consumatori e per le liturgie di pagamento sempre più complesse (per limitare le frodi e i furti, del resto preventivamente contabilizzati nel prezzo), si disegna irresistibilmente un’involontaria pubblicità negativa che invita gli esseri ancora vivi a un sabotaggio gioioso e salutare della merce che li soffoca.
Nell’attesa che la gratuità ristabilita renda finalmente ridicola ogni appropriazione illegittima, la privatizzazione generalizzata e redditizia di qualunque manifestazione di vita nel trionfo degli affari ha banalizzato il furto come un momento di business. Essa ha svuotato la morale cristiana di gran parte del suo senso di colpa necessario. Il settimo comandamento si riduce dunque a un articolo del codice penale, inapplicabile ai potenti e temibile per i deboli o per gli affaristi caduti in disgrazia.
Tutti i cittadini possono rendersi conto che lo stesso mondo che persegue senza pietà il minimo errore, il minimo strappo alle regole dell’economia da parte di un povero individuo qualunque, permette contemporaneamente tutti i trucchi a coloro che manipolano la finanza e gestiscono i profitti dell’economia, arricchendosi di passaggio a vantaggio del profitto stesso. Una logica mafiosa, grossolana e senza scrupoli, appoggiata sul controllo di un alto livello di tecnologia industriale, s’impadronisce del pianeta intero, ormai sottomesso a ogni aggressione capace di apportare un qualunque profitto.
Tutte queste caste, formate dai resti sbriciolati delle antiche classi, hanno in comune di essere ormai radicalmente separate dalla loro propria natura umana e dalla natura in generale, al punto da non riconoscerla nemmeno più e di partecipare al suo avvelenamento in un crescendo di nocività.
La moltiplicazione esponenziale del numero di guardiani – della merce, della sua circolazione e dei suoi indispensabili consumatori – sottolinea del resto la debolezza di un sistema obbligato a un controllo capillare dei gesti e dei comportamenti.
Dalle telecamere disseminate dappertutto ai muscolosi men in black che sorvegliano le entrate del tempio, passando per i controllori travestiti da consumatori e per le liturgie di pagamento sempre più complesse (per limitare le frodi e i furti, del resto preventivamente contabilizzati nel prezzo), si disegna irresistibilmente un’involontaria pubblicità negativa che invita gli esseri ancora vivi a un sabotaggio gioioso e salutare della merce che li soffoca.
Nell’attesa che la gratuità ristabilita renda finalmente ridicola ogni appropriazione illegittima, la privatizzazione generalizzata e redditizia di qualunque manifestazione di vita nel trionfo degli affari ha banalizzato il furto come un momento di business. Essa ha svuotato la morale cristiana di gran parte del suo senso di colpa necessario. Il settimo comandamento si riduce dunque a un articolo del codice penale, inapplicabile ai potenti e temibile per i deboli o per gli affaristi caduti in disgrazia.
Tutti i cittadini possono rendersi conto che lo stesso mondo che persegue senza pietà il minimo errore, il minimo strappo alle regole dell’economia da parte di un povero individuo qualunque, permette contemporaneamente tutti i trucchi a coloro che manipolano la finanza e gestiscono i profitti dell’economia, arricchendosi di passaggio a vantaggio del profitto stesso. Una logica mafiosa, grossolana e senza scrupoli, appoggiata sul controllo di un alto livello di tecnologia industriale, s’impadronisce del pianeta intero, ormai sottomesso a ogni aggressione capace di apportare un qualunque profitto.
giovedì 16 ottobre 2014
Contro la nocività del lavoro riconquista tempo e vita
Il dominio del lavoro sulla vita non è dominio di natura, bensì il prodotto di un modo di organizzazione delle attività umane voluto dagli uomini e volto allo sfruttamento generalizzato e sistematico delle energie fisiche e psichiche di ciascuno di noi. Il lavoro salariato è solo la forma più compiuta di questo dominio, l’arbitrarietà del quale è oggi messa a nudo insieme dallo sviluppo tecnologico-scientifico e dal cambiamento della nostra disponibilità al lavoro. Questo dominio non è però solo illegittimo, come del resto ogni altro dominio. Esso rappresenta un ostacolo all’emancipazione individuale e collettiva, alla ricerca della felicità. Il lavoro salariato è espropriazione di tempo di vita, impoverimento esistenziale, un ostacolo alla libera realizzazione di se stessi, all’espressione spirituale di ogni individuo. Il dominio del lavoro limita e disturba la costruzione di relazioni sociali e interpersonali. È, più semplicemente, una limitazione della qualità di vita. Si tratta allora, ed è insieme pensabile, realizzabile e giusto, rompere ed eliminare questo dominio. Occorre solamente volerlo.
Contro la “nocività del lavoro” riconquista tempo e vita.
La difesa del lavoro è evidentemente una strategia perdente. Di fronte alla sfrenata e malata sete di denaro che anima il capitalismo globale, di fronte ad un meccanismo di accumulazione che non è più in alcuna relazione né con i bisogni reali né tantomento con i limiti di consumo delle società umane, non ci resta altra scelta che ritrovare la dignità di dire no. La dignità del rifiuto. Una prassi di rifiuto del lavoro, se praticata individualmente, può aiutare a riconquistare coscienza, a smettere di funzionare meccanicamente. Ma se pratica collettiva diventa un’arma. E allora bisogna avere chiaro come utilizzarla.
Contro la “nocività del lavoro” riconquista tempo e vita.
La difesa del lavoro è evidentemente una strategia perdente. Di fronte alla sfrenata e malata sete di denaro che anima il capitalismo globale, di fronte ad un meccanismo di accumulazione che non è più in alcuna relazione né con i bisogni reali né tantomento con i limiti di consumo delle società umane, non ci resta altra scelta che ritrovare la dignità di dire no. La dignità del rifiuto. Una prassi di rifiuto del lavoro, se praticata individualmente, può aiutare a riconquistare coscienza, a smettere di funzionare meccanicamente. Ma se pratica collettiva diventa un’arma. E allora bisogna avere chiaro come utilizzarla.
Ci chiudono la villa ma non ci tappano la bocca
ORA PER ORA IL TERRORISMO DELLA POLIZIA NEL NOSTRO QUARTIERE
Ore 10 – Già dal mattino la polizia in assetto di guerra presidia provocatoriamente Piazza S. Rita.
Nella piazza sostano 12 gipponi del II Celere di Padova e due volanti. Gli fanno compagnia 4 camion carichi di carabinieri e due camionette.
A completare l’opera davanti alla Villa del nostro Circolo altri due camion e un gippone di carabinieri. Più tardi i negozianti verranno invitati ad abbassare le saracinesche “nel loro interesse”.
ORE 15 – I compagni che si dirigono verso il comitato di quartiere vengono più volte perquisiti e schedati. La P. S. scioglie i gruppi di 4 o 5 persone.
ORE 15.30 – Ci si concentra tutti in piazza Montanari mentre un gruppo volantina in Corso Sebastopoli.
ORE 16 -. I compagni con le mani alzate, il volto scoperto e completamente disarmati iniziano il giro di Piazza Montanari.
ORE 16.15 – Il serpentone prosegue sul marciapiede di via Tripoli lanciando slogan ironici sulla libertà che noi viviamo. Qui la Polizia carica. È la storia di sempre. Pistole in pugno – lacrimogeni sparati insensatamente su compagni e passanti. Si scappa tutti. Una portinaia viene minacciata armi in pugno, un compagno fermato e portato in Questura perché fotografava.
Ore 16.30 – Vogliamo parlare a tutti di quello che sta succedendo. Ci si trova tutti al mercato coperto del Redentore, si volantina e si inizia il comizio.
DA QUESTO MOMENTO SINO ALLA FINE DELLA SERATA I CARABINIERI E LA POLIZIA TERRANNO IN STATO D’ASSEDIO IL QUARTIERE.
ORE 17 – UNO DEGLI EPISODI PIU’ GRAVI:
Gipponi e blindati della celere davanti al C. d. Q. Parte una violenta carica che colpisce assurdamente chiunque stazioni nei paraggi. A poco a poco si sposta davanti al parco Rignon e al PAM. Anche qui si colpisce chiunque, senza senso. Anche i CC. Davanti alla Villa caricano. Il caos voluto dalle “ FORZE DELL’ORDINE” è così stato raggiunto.
ORE 17.30 – La manifestazione dei compagni si scioglie in Via Baltimora. Continuano intanto le prodezze della Polizia, in Piazza S. Rita opera 15 fermi – quasi tutti abitanti del quartiere – Portati in Questura verranno più tardi rilasciati senza tante scuse.
Ore 20.30 – IL TG2 COMUNICA A TUTTA L’ITALIA: DISPERSO CORTEO DI “AUTONOMI CHE HANNO SPARATO NUMEROSI COLPI DI PISTOLA. Alla faccia dell’obiettività.
QUESTI SONO I FATTI CHE ABBIAMO VISSUTO IERI – BEN DIVERSI DALLA FALSITA’ DIFFUSE DA “LA STAMPA”E DALLA TELEVISIONE.
CIRCOLO DEL PROLETARIATO GIOVANILE Cangaçeiros
(Volantino distribuito a Torino il 13 novembre 1977)
Ore 10 – Già dal mattino la polizia in assetto di guerra presidia provocatoriamente Piazza S. Rita.
Nella piazza sostano 12 gipponi del II Celere di Padova e due volanti. Gli fanno compagnia 4 camion carichi di carabinieri e due camionette.
A completare l’opera davanti alla Villa del nostro Circolo altri due camion e un gippone di carabinieri. Più tardi i negozianti verranno invitati ad abbassare le saracinesche “nel loro interesse”.
ORE 15 – I compagni che si dirigono verso il comitato di quartiere vengono più volte perquisiti e schedati. La P. S. scioglie i gruppi di 4 o 5 persone.
ORE 15.30 – Ci si concentra tutti in piazza Montanari mentre un gruppo volantina in Corso Sebastopoli.
ORE 16 -. I compagni con le mani alzate, il volto scoperto e completamente disarmati iniziano il giro di Piazza Montanari.
ORE 16.15 – Il serpentone prosegue sul marciapiede di via Tripoli lanciando slogan ironici sulla libertà che noi viviamo. Qui la Polizia carica. È la storia di sempre. Pistole in pugno – lacrimogeni sparati insensatamente su compagni e passanti. Si scappa tutti. Una portinaia viene minacciata armi in pugno, un compagno fermato e portato in Questura perché fotografava.
Ore 16.30 – Vogliamo parlare a tutti di quello che sta succedendo. Ci si trova tutti al mercato coperto del Redentore, si volantina e si inizia il comizio.
DA QUESTO MOMENTO SINO ALLA FINE DELLA SERATA I CARABINIERI E LA POLIZIA TERRANNO IN STATO D’ASSEDIO IL QUARTIERE.
ORE 17 – UNO DEGLI EPISODI PIU’ GRAVI:
Gipponi e blindati della celere davanti al C. d. Q. Parte una violenta carica che colpisce assurdamente chiunque stazioni nei paraggi. A poco a poco si sposta davanti al parco Rignon e al PAM. Anche qui si colpisce chiunque, senza senso. Anche i CC. Davanti alla Villa caricano. Il caos voluto dalle “ FORZE DELL’ORDINE” è così stato raggiunto.
ORE 17.30 – La manifestazione dei compagni si scioglie in Via Baltimora. Continuano intanto le prodezze della Polizia, in Piazza S. Rita opera 15 fermi – quasi tutti abitanti del quartiere – Portati in Questura verranno più tardi rilasciati senza tante scuse.
Ore 20.30 – IL TG2 COMUNICA A TUTTA L’ITALIA: DISPERSO CORTEO DI “AUTONOMI CHE HANNO SPARATO NUMEROSI COLPI DI PISTOLA. Alla faccia dell’obiettività.
QUESTI SONO I FATTI CHE ABBIAMO VISSUTO IERI – BEN DIVERSI DALLA FALSITA’ DIFFUSE DA “LA STAMPA”E DALLA TELEVISIONE.
CIRCOLO DEL PROLETARIATO GIOVANILE Cangaçeiros
(Volantino distribuito a Torino il 13 novembre 1977)
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