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giovedì 25 agosto 2016

Crimethlnc: una festa per un modo radicalmente diverso di esistere

Nel panopticon il potere ha già sede in periferia, piuttosto che al centro, in quando il controllo è esercitato principalmente dai detenuti stessi. I lavoratori competono per diventare capitalisti, anziché fare causa comune come classe; i fascisti impongono autonomamente relazioni repressive, senza vigilanza da parte dello Stato. Il potere non è imposto dall’alto, ma in funzione della partecipazione stessa.
Semplicemente prendendo parte alla società, dobbiamo accettare la mediazione di strutture determinate da forze al di fuori del nostro controllo. Per esempio, le nostre amicizie passano sempre più attraverso Facebook, i telefoni cellulari e altre tecnologie che tengono traccia delle nostre attività e delle nostre relazioni a vantaggio delle multinazionali, oltre che dei servizi di informazione del governo; questi format determinano anche il contenuto delle amicizie stesse. Lo stesso vale per le nostre attività economiche: al posto della semplice povertà, abbiamo posizioni debitorie e creditizie – non siamo una classe priva di povertà, ma una classe guidata dal debito. E, ancora una volta, tutto questo appare come spontaneo, o addirittura come «progresso». Come si prospetta l’idea di resistere in questo contesto? Le cose parevano molto più semplici nel 1917, quando i proletari di tutto il mondo sognavano di espugnare il Palazzo d’Inverno. Due generazioni dopo, l’equivalente sembrava essere prendere d’assalto le sedi delle emittenti televisive, una fantasia ripresa in un film di Holliwood non più tardi del 2005. Oggi è sempre più evidente che il capitalismo globale è privo di centro, di un cuore attraverso il quale drive a stake. In realtà, questa evoluzione è una manna per gli anarchici, in quanto sbarra la strada a forme di lotta attuate dall’alto verso il basso. Non ci sono scorciatoie, oggi, né giustificazioni per prenderle – non ci saranno più dittature «provvisorie». Le rivoluzioni autoritarie del Ventesimo secolo sono per sempre alle nostre spalle; se dovrà scoppiare la rivolta, si dovranno diffondere le pratiche anarchiche. Alcuni hanno sostenuto che, in assenza di un centro, quando il virus di cui sopra è molto più pericoloso dell’assalto frontale, il compito non è tanto scegliere il bersaglio giusto quanto pubblicizzare una nuova modalità di lotta. Se ciò non è ancora accaduto, forse è soltanto perché gli anarchici devono ancora mettere a punto un metodo che altri considerino pratico. Quando dimostriamo soluzioni concrete ai problemi sollevati dalla catastrofe capitalista, forse prenderanno piede. Ma è un percorso insidioso. Tali soluzioni devono risuonare ben oltre qualsiasi sottocultura particolare in un’epoca in cui ogni innovazione istantaneamente genera sottocultura e vi rientra. Devono in qualche modo rifiutare e interrompere le forme di partecipazione essenziali al mantenimento dell’ordine, sia quelle basate sull’integrazione sia quelle basate sulla marginalità. Devono rispondere ai bisogni immediati delle persone, e al contempo ispirare desideri insurrezionali che conducano altrove. E se proponiamo soluzioni che rivelano di non affrontare le cause alla radice dei nostri problemi – come facemmo dieci anni fa – non faremo altro che vaccinare l’ordine dominante contro la resistenza di questa generazione. Quando si tratta di soluzioni contagiose, magari come i disordini in Grecia del 2008, durante i quali tutte le banche cui fu dato fuoco erano meno significative della pratica quotidiana in Grecia di occupare edifici,impossessarsi delle provviste alimentari e ridistribuirle e radunarsi in pubblico al di fuori della logica del commercio. O forse i tumulti furono altrettanto significativi: non solo un attacco materiale contro il nemico, ma una festa in cui si afferma un modo radicalmente diverso di esistere.

Uomo del Kapitale

La sofisticazione, che la moda ecologica ci ha insegnato a cogliere nei cibi, nell’aria che respiriamo, nella crescente distruzione dell’ambiente naturale, ha in ultima analisi le sue radici nell’uomo stesso, nella sua attuale natura di UOMO DEL CAPITALE.
Nella metamorfosi reciproca di uomo in capitale (capitalizzazione) e di capitale in uomo (antropomorfosi) si può cogliere il momento di passaggio dai sistemi ideologici del passato all’ideologia materializzata del presente.
Certamente non ci si deve aspettare che il capitale metta in atto la denuncia della sofisticazione complessiva della vita con la stessa prontezza e lo stesso zelo interessato con cui ha imparato a criticare i suoi settori separati: denunciando infatti astutamente la scadente qualità di prodotti particolari (la coppia, il latte, il dentifricio, la democrazia, il formaggio, le automobili ecc.) non si fa altro che inventarne e garantirne la genuinità nella nuova confezione; denunciare invece la totale mostruosità del complesso sociale, la sua assoluta disumanità, significherebbe denudare il re, mostrandolo vulnerabile alle pietre e ai desideri dei suoi sudditi oppressi nella repressione. E quando cade il tabù subito il totem lo segue nella caduta, tanto più rovinosa quanto più pesante è il feticcio. Resta il fatto che una spessa cortina, ormai ben più corposa di una nebbia, funziona da filtro tra le frustrazioni dei sudditi e l’arroganza del potere. Un potere che, per esigenze della sua stessa natura, ha dovuto traslocare la sua immagine, un tempo riflessa nelle eteree e ben sicure regge del cielo, alle individuabili e ben più attaccabili “cities” dei quartieri metropolitani.
Mentre per diluire la forza della protesta i flauti di un rinnovato revival mistico hanno sostituito (insieme all’eroina) le trombe degli angeli e le campane dei profeti, le chitarre elettriche della scienza meccanicistica sviluppano il concerto a DIO capitale nel suo sforzo conclusivo verso l’eternità e l’autonomizzazione.
A questo punto non è più pensabile operare per una trasformazione radicale della società se non avendone innanzitutto svelato la vera natura sacrificale nascosta nell’armatura ideologica.
La sofisticazione globale è in atto ormai da tempo e tutti noi continuiamo ad inghiottirla nonostante che i nostri corpi e le nostre menti diano ormai evidenti segni di intossicazione.
Uscire dall’ideologia resa ecologica ma sempre più drammaticamente biodegradante, significa riconoscere le trappole copiose della falsa coscienza in ciascuno di noi e fra noi tutti come corpo sociale; significa cominciare a distinguere i nostri desideri SPECIFICI da quelli indotti e lottare per la loro realizzazione; significa cominciare ad essere i soggetti reali della nostra vita e non più “persona/e” (=maschere) di una rappresentazione.
In principio ciò passa probabilmente per una condizione di terribile isolamento, ma proprio in questo isolamento disperato e dalla sua rabbia angosciosa e cosciente, non disponibile ai compromessi, potrà germogliare una comunità reale contro l’osceno spettacolo delle complicità che si sostituiscono all’amore.
Mai come in questo momento ci sono stati più tanti complici e meno amanti. Per questo l’amore ha bisogno di riconoscersi prima di tutto nella denuncia delle complicità e delle loro giustificazioni: l’ideologia.

(Tratto da PUZZ numero unico settembre 1975 Milano)

IL CEMENTO ARMATO

Le opere umane rispecchiano in larga misura, la cultura del tempo in cui sono realizzate.
Oggi ciò è oltremodo lampante pur limitandosi ad osservare, nello specifico, l'architettura e l'edilizia che ci circonda. che ci si ritrovi in pianura, in zone collinari o all'imbocco stesso di valli montane si è destinati ad imbattersi, sempre più spesso, in aree industriali-commerciali indistinguibili tanto si somigliano le une con le altre. Campagne, frutteti e pascoli vengono quotidianamente sostituiti da capannoni grigiastri prefabbricati che prendono forma nel giro di pochi giorni. Nel momento in cui l'area interessata viene circondata dall'onnipresente nastro arancione di plastica, le ruspe iniziano a circolare e cemento ferro e acciaio in poco tempo colonizzano un nuovo lembo di terra rendendolo improduttivo per i decenni a venire.
in tal modo, mentre le fabbriche delle metropoli, ormai dismesse ed inutilizzate da anni, si trasformano in club alla moda, il territorio extraurbano si popola di lugubri parallelepipedi in cemento armato in cui per lo più non si  produce nulla: si espone, si sostituisce e si commercializza. Al tempo stesso, le periferie di piccole e medie città, nonché di molti paesi, vengono inesorabilmente incatenate da condomini ed infrastrutture costruiti con gli stessi tempi e la stessa logica delle aree commerciali. Verosimilmente, vista la qualità dei materiali e della tecnica costruttiva, subiscono anche la medesima sorte, diventando fatiscenti nel giro di pochi anni.
Coloro che non sono completamente assuefatti dalle nocività delle metropoli sapranno cogliere un ulteriore denominatore comune nell'urbanistica e nell'architettura del nostro tempo. una sensazione sempre più diffusa e soffocante di invivibilità legata alla natura degli edifici e alla loro disposizione. Tra pochi anni, probabilmente, faremo fatica a distinguere un quartiere residenziale da una zona industriale. Annullato ogni possibile spazio destinato alla socialità, queste nuove aree sono concepite per vendere, consumare e spostarsi nelle poche direzioni obbligate, insomma sconfinati quartieri dormitorio.

giovedì 18 agosto 2016

Crimethlnc: le gerarchie decentrate

Ma che significa gerarchie decentrate? Sembra una specie di koan zen. La gerarchia è la concentrazione del potere nelle mani di pochi. Come può essere decentrata? Per capirne il senso, occorre tornare alla concezione di Foucault del panopticon. Jeremy Bentham progettò il panopticon come modello per rendere più efficienti le carceri e i luoghi di lavoro; si tratta di un edificio circolare, nel quale tutte le stanze si affacciano su un cortile interno, in modo da poter essere viste da una torre di osservazione centrale. I detenuti non possono vedere ciò che accade nella torre, ma sanno di poter essere osservati dal suo interno in qualsiasi momento, sicché alla fine interiorizzano questa forma di sorveglianza e di controllo. In parole povere, il potere vede senza guardare, mentre l’osservato guarda senza vedere. Panopticon Nel panopticon il potere ha già sede in periferia, piuttosto che al centro, in quando il controllo è esercitato principalmente dai detenuti stessi. I lavoratori competono per diventare capitalisti, anziché fare causa comune come classe; i fascisti impongono autonomamente relazioni repressive, senza vigilanza da parte dello Stato. Il potere non è imposto dall’alto, ma in funzione della partecipazione stessa. Semplicemente prendendo parte alla società, dobbiamo accettare la mediazione di strutture determinate da forze al di fuori del nostro controllo. Per esempio, le nostre amicizie passano sempre più attraverso Facebook, i telefoni cellulari e altre tecnologie che tengono traccia delle nostre attività e delle nostre relazioni a vantaggio delle multinazionali, oltre che dei servizi di informazione del governo; questi format determinano anche il contenuto delle amicizie stesse. Lo stesso vale per le nostre attività economiche: al posto della semplice povertà, abbiamo posizioni debitorie e creditizie – non siamo una classe priva di povertà, ma una classe guidata dal debito. E, ancora una volta, tutto questo appare come spontaneo, o addirittura come «progresso». Come si prospetta l’idea di resistere in questo contesto? Le cose parevano molto più semplici nel 1917, quando i proletari di tutto il mondo sognavano di espugnare il Palazzo d’Inverno. Due generazioni dopo, l’equivalente sembrava essere prendere d’assalto le sedi delle emittenti televisive, una fantasia ripresa in un film di Hollywood non più tardi del 2005. Oggi è sempre più evidente che il capitalismo globale è privo di centro, di un cuore attraverso il quale drive a stake. In realtà, questa evoluzione è una manna per gli anarchici, in quanto sbarra la strada a forme di lotta attuate dall’alto verso il basso. Non ci sono scorciatoie, oggi, né giustificazioni per prenderle – non ci saranno più dittature «provvisorie». Le rivoluzioni autoritarie del Ventesimo secolo sono per sempre alle nostre spalle; se dovrà scoppiare la rivolta, si dovranno diffondere le pratiche anarchiche. Alcuni hanno sostenuto che, in assenza di un centro, quando il virus di cui sopra è molto più pericoloso dell’assalto frontale, il compito non è tanto scegliere il bersaglio giusto quanto pubblicizzare una nuova modalità di lotta. Se ciò non è ancora accaduto, forse è soltanto perché gli anarchici devono ancora mettere a punto un metodo che altri considerino pratico. Quando dimostriamo soluzioni concrete ai problemi sollevati dalla catastrofe capitalista, forse prenderanno piede. Ma è un percorso insidioso. Tali soluzioni devono risuonare ben oltre qualsiasi sottocultura particolare in un’epoca in cui ogni innovazione istantaneamente genera sottocultura e vi rientra. Devono in qualche modo rifiutare e interrompere le forme di partecipazione essenziali al mantenimento dell’ordine, sia quelle basate sull’integrazione sia quelle basate sulla marginalità. Devono rispondere ai bisogni immediati delle persone, e al contempo ispirare desideri insurrezionali che conducano altrove. E se proponiamo soluzioni che rivelano di non affrontare le cause alla radice dei nostri problemi – come facemmo dieci anni fa – non faremo altro che vaccinare l’ordine dominante contro la resistenza di questa generazione. Quando si tratta di soluzioni contagiose, magari come i disordini in Grecia nel 2008, durante i quali tutte le banche cui fu dato fuoco erano meno significative della pratica quotidiana in Grecia di occupare edifici, impossessarsi delle provviste alimentari e ridistribuirle e radunarsi in pubblico al di fuori della logica del commercio. O forse i tumulti furono altrettanto significativi: non solo un attacco materiale contro il nemico, ma una festa in cui si afferma un modo radicalmente diverso di esistere.


RAVACHOL E L’ ASSASSINIO DELLE SIGNORE MARCOU

Presidente “Un mese dopo l'assassinio dell'eremita di Chambles, il 29 Luglio 1891 le signore Marcou negozianti in chicaglierie erano assassinate nella loro bottega della Rue Roannè a Saint-Etienne dove eravate voi quel giorno ?”
Ravachol: “Non ve lo dico.”
Presidente: “V'aggrava.”
Ravachol: “So come andrà a finire e vi assicuro che la reticenza non mi può' più' aggravare. Anche lo potesse non m'importerebbe nulla. M'importa invece non aggravar le persone generose e fidate che in quei giorni sapendomi ricercato per assassinio, sapendomi candidato alla ghigliottina, mi hanno dischiuso la porta della casa, offerto sicura ed incorruttibile l'ospitalità.”
Presidente: “Tuttavia quando alla fine del Luglio ultimo vi siete stabilito a Saint Denis avete detto a Chaumartin che venivate da Saint-Etienne.”
Ravachol: “E da Saint-Etienne venivo.”
Presidente: “Vi è di più. Chaumartin verrà a deporre che l'assassino delle Signore Marcou siete voi.”
Ravachol: “Se verrà qui a sciorinar menzogne con tanta faccia questo vostro Chaumartin, vorrà dire soltanto che le vostre minacce o le vostre lusinghe l'hanno irremissibilmente sciupato.”
Presidente: “Ma vi sono dettagli che Chaumartin non poteva sognare, come dalle Signore Marcon siete entrato con un complice nel momento che esse stavano chiudendo il magazzino. che avete contrattato un martello e mentre la più vecchia andava a cercar il resto di un biglietto di cinquanta franchi avete steso morta con un terribile colpo di martello la più giovane ed al sopraggiungere della vecchia voi l'avete a sua volta atterrata allo stesso modo rapido silenzioso ed inesorabile con una martellata. Questi dettagli concordano esattamente con la scena del delitto, e Chaumartin non li poteva inventare.” 
Ravachol: “Non ve n'era bisogno. Glie li ha suggeriti il vostro giudice istruttore che poteva metter d'accordo così, senza che facessero una grinza, e la ricostruzione del delitto secondo la sua fantasia e le concordi deposizioni di Chaumartin. Voi avete ragione  come ci sarebbe arrivato da solo questo disgraziato?”
Presidente: “Un vicino di bottega ha udito l'uomo che era entrato dalle Signore Marcou contrattare un martello volete gli estremi, proprio? Vi hanno visto avanti la bottega. Siete stato riconosciuto.” 
Ravachol: “Fermamente, non ero a Saint-Etienne nel giorno in cui le Marcou sono state assassinate; ve lo dico io che non mi sono mai ricusato a fornirvi sul conto mio, anche non richieste, anche dense di responsabilità inesorabili, tutte le circostanze della mia vita; ve lo ripeto io che ho la coscienza lucida sicura irremissibile dell'epilogo che il processo avrà, che non aggraverei quindi in nessun modo la mia situazione addossandomi la responsabilità dei delitti di La Varizelle e di Saint-Etienn e, perché il boia non mi può ghigliottinare due volte; non ero a Saint-Etienne il giorno in cui le Signore Marcou sono state assassinate. Ora voi mi promettete il miracolo, mi annunziate i testimoni che a Saint E-tienne mi hanno veduto e riconosciuto? E fate il miracolo ! Nel miracolo ha poca fiducia anche il presidente perché non insiste oltre.”

IL CARCERE

Spettrali strutture di cemento, o sagome massicce di pietra.
Uomini armati sui camminamenti.
Filo spinato, profili di mezzi blindati. 
Isolamento dai territori, dai legami, dagli affetti.
La violenza dei pestaggi e delle perquisizioni corporali; dei trasferimenti improvvisi.
Imposizione e regolamentazione dei ritmi della giornata in cui non è possibile ritagliare nessun spazio proprio.
La spersonalizzazione di una cella spoglia in cui nessun oggetto può diventare familiare ma rimane permanentemente freddo; estraneo, distaccato.
L’asetticità di un colloquio con i vetri; la separazione; la lontananza.
I corpi vengono tastati e frugati continuamente.
Dal muro di cinta ascoltano le voci, nei cortili, nei corridoi ci sono microfoni, i colloqui vengono registrati, la corrispondenza saccheggiata e censurata; l’occhio sempre vigile delle telecamere nelle docce e nei cessi.
Carcere fuori dal tempo e dagli spazi della vita.
Carcere significa morte e resurrezione.
Chi ne ha varcato le mura buie, è sceso all’inferno, ha camminato in tenebre spettrali.
È un toccato che ha conosciuto la faccia nascosta dell’universo dei vivi.

sabato 13 agosto 2016

Le associazioni informali

Siamo anarchici che desiderano una libertà senza limiti. Lottiamo per la liberazione, per un rapporto decentrato e non mediato con il nostro ambiente e con coloro che amiamo e con cui abbiamo affinità. I modelli organizzativi ci offrono solo altra burocrazia, controllo e alienazione, uguali a quelli che riceviamo già dall’organizzazione attuale.
Occasionalmente può esistere una buona intenzione, ma il modello organizzativo deriva da una mentalità intrinsecamente paternalistica e diffidente, che sembra in contraddizione con l’anarchia. I veri rapporti di affinità nascono da una profonda comprensione reciproca nell’ambito di relazioni intime basate sui bisogni della vita quotidiana, non di relazioni basate su organizzazioni, ideologie, idee astratte. 
Tipicamente, il modello organizzativo reprime i bisogni e i desideri dell’individuo per il bene della collettività, nel tentativo di uniformare sia la resistenza che l’immaginazione. 
Dai partiti alle piattaforme e alle federazioni, sembra che con l’aumentare della scala dei progetti diminuiscano il significato e l’importanza che essi hanno per la vita di ciascuno.
 Le organizzazioni sono mezzi per stabilizzare la creatività, controllare il dissenso e indebolire le tangenti controrivoluzionarie (principalmente determinate dalla leadership o dai quadri d’élite). In genere insistono sull’aspetto quantitativo, anziché su quello qualitativo, e offrono poco spazio al pensiero o all’azione indipendente. 
Le associazioni informali, basate sull’affinità, tendono a ridurre al minimo l’alienazione delle decisioni e della loro attuazione e la mediazione fra i nostri desideri e le nostre azioni.
(Green Anarchy)