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giovedì 29 giugno 2023

La costruzione di un mondo rinnovato

Il fascino della proposta di Ctcheglow, era l’idea che la costruzione di un mondo rinnovato non dovesse partire da una nuova forma di architettura, intesa come tecnica costruttiva, ma da un inedito sentimento del tempo e dello spazio; rompere le abitudini, i condizionamenti della vita quotidiana; esplorare i quartieri per vedere che effetto fanno sui nostri sentimenti, frequentare gli spazi pubblici dove gli incontri sono possibili: in attesa di poter costruire le "città del sogno", dove le passioni si libereranno, bisognava nel frattempo stravolgere ed appassionare quelle esistenti. Per lunghi anni i situazionisti lottarono così per dimostrare concretamente che "l’idea borghese di felicità" era letale, che il capitalismo stava barattando "la garanzia di non morire più di fame con la certezza di morire di noia", come scrissero un anno prima dell’esplosione del maggio 1968, riproponendo la questione già posta così quindici anni prima da Chtcheglov quando aveva sottolineato che "tra l’amore e lo svuota-rifiuti automatico la gioventù di tutti i paesi ha scelto e preferisce lo svuota-rifiuti". All’inizio degli anni Sessanta, dopo qualche tentativo fallito di costruzione di ambienti e città, i situazionisti si resero conto che il condizionamento del potere correva troppo veloce per i tempi di un progetto simile. Da quel momento si dedicarono all’analisi spietata di quella che Guy Debord chiamerà la "società dello spettacolo", per offrire alle persone le armi della critica con cui comprendere e insorgere contro l’intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo.

Da quella analisi di cui oggi tutti celebrano la lucidità e la lungimiranza, verranno le scintille per le barricate del maggio francese e tanto altro.


MA LA PATAFICA COS’È?

«La patafisica è contro ogni convenzione e ideologia; le ideologie passano, la Patafisica resta. Non è un comitato di salute pubblica e non si propone di salvare il mondo; è inclusiva, universale, antidogmatica. E' un invito a riflettere sulle nostre contraddizioni, a non credere alle verità assolute, a tollerare le nostre incoerenze come risultato delle incoerenze del mondo, in nome della immaginazione e della libertà». Patafisica. Un nome curioso per designare una dottrina certamente curiosa: la «scienza delle soluzioni immaginarie». La Patafisica viene definita come «scienza del particolare», studia «le leggi che presiedono le eccezioni» ed il suo campo d'azione va al di là della metafisica, così come la metafisica va al di là della fisica. La scienza di tutte le scienze, o la scienza dell'inesistente, o se volete, una non-scienza. Vi sentite disorientati di fronte a simili affermazioni? Benvenuti nel regno della Patafisica! Il simbolo della Patafisica può essere considerato un'enorme riproduzione fatta di luci al neon colorate che appariva all'ingresso della mostra: un uomo in bicicletta che pedala verso mete sconosciute. Quell'uomo è Alfred Jarry, l'inventore della Patafisica, o meglio, colui che la rivelò al mondo (perché essa è sempre esistita!). La parola «Patafisica» appare scritta per la prima volta nell'atto primo, scena seconda, dell'opera teatrale «Ubu cornuto», scritta da Jarry nel 1897, dove si legge: «La Patafisica è la scienza che noi abbiamo inventato perché ve ne era un gran bisogno». Alfred Jarry, nato in Francia, a Lavai, nel 1873 e morto alcolizzato giovanissimo (34 anni), nel 1907, fu certamente un personaggio bizzarro, amò sempre stupire, dissacrare, provocare: sul suo letto di morte, quando gli chiesero se voleva un «curé» (un prete), rispose che voleva un «curédentes», cioè uno stuzzicadenti. Fu saggista, romanziere, amico di pittori, pittore a sua volta (fu il primo ad esaltare il giallo di van Gogh) e incisore. La sua opera più famosa fu «Ubu re», un'opera teatrale rappresentata per la prima volta nel 1896 che suscitò un grande scandalo. Ubu è una specie di macchina-mostro che dileggia dittatori, re e generali della vita quotidiana. Incarna tutto il lato grottesco del mondo, la stupidità del potere e delle convenzioni sociali: «Gettate i nobili nella botola», «Nella botola i magistrati», «Nella botola i finanzieri». Un tratto che caratterizza tutti i patafisici è quello di spaziare nell'arte, nella letteratura, pittura, cinema, scienza. Da Queneau, pittore, matematico e romanziere a Marcel Duchamp, pittore dada e abile giocatore di scacchi. Nel 1963 viene fondato a Milano l'Istituto Patafisico Milanese (tra i suoi fondatori Enrico Baj e Arturo Schwarz). Il simbolo adottato come segno di riconoscimento è una spirale o giduglia. I seguaci della Patafisica sono generalemente volontari, ma molti vengono insigniti «ad honorem» come patafisici involontari (Leonardo da Vinci è uno di questi). I più noti patafisici sono: Raymond Queneau, Jacques Prévert (chi l'avrebbe mai detto?), Max Ernst, Eugène Jonesco, i fratelli Marx (a proposito: l'unico marxismo riconosciuto dai patafisici è quello dei fratelli Marx!), Boris Vian, Man Ray, C. M. Escher, Juan Mirò. Come già detto una scienza, anzi una non-scienza, curiosa, dissacratoria e anti-dogmatica, all'apparenza molto poco lontana dall'anarchismo. E non obiettate che la Patafisica è una cosa inutile, incomprensibile, una masturbazione cerebrale di pochi intellettuali: fareste il loro gioco. Il risultato sarebbe quello di sentirsi rispondere che dovremmo essere un po' più antidogmatici e un po' più patafisici!



Lo stato protettore e la medicina


Nelle epoche in cui un migliaio di persone non valevano un chiodo di una bara, la reputazione del medico non superava quella del barbiere, del ciarlatano e del boia. E' stato necessario che la morale sparagnina dello sviluppo capitalista considerasse l'essere umano con l'attenzione prestata a una moneta di piccolo taglio perchè il guaritore, fregiatosi di un gergo universitario, si elevasse allo status di tecnico in  efficacia laboriosa, diventando, su domanda di una industrializzazione accelerata, l'esperto del corpo al lavoro. Mentre il plusvalore strappato ai ghetti operai stipendia il progresso delle ricerche, appare chiaro che l'oggetto di elezione delle scienze più rispettabili è, in generale, la macchina e, in particolare, la meccanica dell'uomo che la prolunga così utilmente. Considerate la popolarità raggiunta della medicina quando la macchina produttiva si è sdoppiata in una macchina consumistica, quando l'industria farmaceutica, avendo scoperto del proletariato un vasto mercato potenziale, ha democratizzato l'uso delle cure sanitarie. Il medico era solo un uomo di prestigio, diventa indispensabile. la sua funzione si burocratizza, per il benessere di tutti, la sua missione non è più caritativa ma socialista. Milita in un organismo sanitario che, sotto il nome di Servizio sanitario, vigila per non lasciare senza rimedi quelli che lavorano ogni giorno a morire un po' di più. Ciononostante il declino si annuncia. La routine burocratica, il potere dei monopoli farmaceutici, la frammentazione delle terapie specialistiche, coincide con una sovra-protezione della salute che contrasta con il malessere nella civiltà. La diffidenza si accentua al contatto di una farmacopea che guarisce lo stomaco rovinando i reni ed è parte della stessa potenza industriale che snatura la terra e l'uomo in nome della felicità. Aggiungeteci il fallimento dello Stato protettore, ormai incapace di garantire una protezione sociale che il proletariato delle società mercantili avanzate metteva nel novero delle sue conquiste e delle sue acquisizioni durature. In breve, una crescente abulia invade il mercato della morte e della malattia, e l'opinione in bilico tra la preoccupazione e il sollievo di vederlo scomparire, come un convalescente a cui si assicura che può camminare senza stampelle e che non osa crederci.


giovedì 22 giugno 2023

Anarchia e governamentalità

Affermando l’esistenza di una problematica chiamata “anarchia e governamentalità” – che consiste nel comprendere la singolarità dell’anarchismo a partire da una prospettiva critica nei confronti del potere, prospettiva da cui si analizza il governo non tanto attraverso le forme e l’origine del potere, quanto piuttosto a partire dalle pratiche di governo e dall’esercizio del potere governamentale – utilizzando un approccio di tipo anarchico e non quelli che sono attualmente noti come “studi sulla governamentalità” e vedere in che misura sia possibile parlare dell’anarchismo proudhoniano come anticipazione degli studi sulla governamentalità. Per un accostamento positivo tra anarchia e studi sulla governamentalità ricorriamo a un’analisi in termini di relazioni di forza nella sfera politica. Nell’analizzare il governo Foucault si è sbarazzato delle teorie sociologiche che davano dello Stato un’immagine di realtà unificata e ha sostituito i problemi del fondamento della sovranità e dell’obbedienza con una analisi delle operazioni multiple sottostanti ai meccanismi di potere e di dominio. Ha adottato inizialmente il linguaggio della guerra e del dominio per provocare una riconcettualizzazione delle relazioni di potere. Tuttavia, a partire dai corsi del 1978-1979, Foucault ha voluto ridiscutere i problemi del potere fuori dal discorso della sovranità e della guerra, partendo piuttosto dalle pratiche di governo. Il problema era quello di ripensare la legge e il dominio disciplinare all’interno delle forme governamentali contemporanee. Per fare ciò c’è bisogno di un’analisi che metta in evidenza la logica strategica del potere: un’analisi di questo tipo si può trovare tanto in Proudhon quanto in Malatesta. Proudhon si rifiutò di analizzare il governo sia attraverso l’origine del potere, sia attraverso la forma del regime di potere, sia attraverso l’organizzazione del potere; propose un’analisi che metteva in discussione l’idea stessa di governo, a partire dal sue esercizio effettivo e di come viene esercitato il potere governamentale. La critica di Proudhon non è diretta alle forme possibili che può assumere un governo, bensì al principio di autorità che qualunque governo implica. La sua analisi sistematica consiste nel non prendere come oggetto le nozioni di Stato, legge, democrazia, popolo, monarchia, repubblica etc., bensì nel considerare le pratiche di governo e vedere come queste stesse nozioni di Stato, legge, democrazia etc. furono costituite ed emersero in un determinato contesto. Nelle pratiche di governo è in gioco la stessa razionalità del potere, ovvero ciò che Proudhon chiamò principio d’autorità, che, iscrivendosi in queste pratiche, svolge in esse un ruolo cruciale, per quanto ignorato e tenuto sotto silenzio dalle tradizioni politico-giuridiche. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il problema posto da Malatesta fu quello del principio di organizzazione e le sue connessioni con il dominio. Tale problematica, quella dell’organizzazione quale strategia di dominio, attraversa l’intero ventesimo secolo, passa dal socialismo al fascismo e costituì uno dei crucci maggiori per Malatesta. A partire da questa problematica è stato possibile cogliere la portata della sua riflessione. Individuando l’esercizio del potere nel punto d’incrocio tra stati del dominio tecnologie di governo e resistenze, Malatesta non solo interpretò il governo come un organo di dominio, ma notò anche che il governo “deve pur fare o fingere di fare qualche cosa in favore dei dominati per giustificare la sua esistenza e farsi sopportare” [Scritti, v. 1, p. 123]. Affermava che “mai o quasi ha potuto esistere (...) un governo che oltre le funzioni oppressive e spogliatrici, non se ne attribuisse altre utili o indispensabili alla vita sociale. Ma ciò non infirma il fatto che il governo è per sua natura oppressivo e spogliatore, e che è, per l’origine e la posizione sua, fatalmente portato a difendere e rinforzare la classe dominante; anzi lo conferma ed aggrava” (L’anarchia, corsivo mio). Il governo è un peggioramento delle relazioni di dominio, opera come meccanismo che perfeziona, corregge e perpetua gli stati di dominio. Malatesta considerò il governo come modo di organizzazione, come meccanica delle forze sociali che altera una composizione data, come tecnica. Notando l’aggravarsi dell’attività di governo che si esplica attraverso strategie sempre più complesse, Malatesta pensa il governo come rapporti di forza che attraversano la società e l’organizzano. Egli pensa al governo non già come attributo o sostanza, ma come a una qualsiasi cosa che si combatte, si affronta, qualsiasi cosa contro la quale si deve lottare o verso cui mantenere una posizione di lotta. C’è un limite all’intensità del conflitto politico che è compito del governo sorvegliare. Così, il compito elementare dell’anarchico è di  oltrepassare questo limite. Questo è l’ethos dell’anarchismo malatestiano: egli ha dato alla lotta contro il governo una “importanza pratica superiore” e un ruolo originario, ha espresso il valore positivo della lotta contro il governo, ha colto in questa lotta un elemento etico e un divenire rivoluzionario dei soggetti.

 

STO MODELLANDO LE TUE LABBRA – Pedro Salinas Y Serrano

Sto modellando la tua ombra.

Le ho già tolto le labbra,

rosse e dure: bruciavano.

Te le avrei baciate ancora molte volte.

Ti fermo poi le braccia,

…lunghe, nervose, rapide.

Mi offrivano la via

perchè io ti stringessi.

Ti strappo il colore, la forma.

Ti uccido il passo. Venivi

dritta verso di me. Ciò che più

mi ha fatto soffrire,

quando l’ ho messa a tacere,

è la tua voce. Densa, calda,

più palpabile del tuo corpo.

Ma stava ormai per tradirci.

Così il mio amore è libero, affrancato,

con la tua ombra spoglia di carne.

E posso vivere in te senza temere

ciò che desideravo di più,

il tuo bacio, i tuoi abbracci.

Non pensare ormai ad altro

che alle labbra, alla voce, al corpo,

che io stesso ti ho sottratto

per potere, senza di loro infine, amarti.

Io, che li amavo tanto.

E stringere all’ infinito, senza pena

– mentre se ne va inafferrabile,

e dietro a lei il mio grande amore,

la carne per il suo cammino -

il tuo solo corpo possibile:

il tuo dolce corpo pensato.


L’uomo delle discipline di Gilles Deleuze

L'uomo delle discipline era un produttore discontinuo di energia, mentre l'uomo del controllo è piuttosto ondulatorio, messo in orbita su un fascio continuo. Perciò il surf ha già rimpiazzato i vecchi sport. È facile far corrispondere a ciascuna società dei tipi di macchine, non perché le macchine siano determinanti, ma perché esprimono le forme sociali in grado di dar loro vita e di servirsene. Le vecchie società di sovranità maneggiavano delle macchine semplici, leve, pulegge, orologi; mentre le più recenti società disciplinari avevano per equipaggiamento delle macchine energetiche, con il rischio passivo dell'entropia e il pericolo attivo del sabotaggio; le società del controllo operano per macchine di terzo tipo, macchine informatiche e computer, il cui pericolo passivo è l'annebbiamento e quello attivo il pirataggio e l'introduzione di virus. Non si tratta di una evoluzione tecnologica senza che sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell'operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all'impresa. La famiglia, la scuola, l'esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient'altro che gestori. Anche l'arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'"anima" dell'impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un'anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l'uomo non è più l'uomo recluso, ma l'uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l'estrema miseria di tre quarti dell'umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.


giovedì 15 giugno 2023

Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace

La crescente impotenza dell’individuo a decidere da solo incide sulla stessa struttura delle sue aspettative. Mentre una volta gli uomini si disputavano risorse realmente scarse, oggi reclamano un meccanismo distributore per colmare una carenza che è solo illusoria. Gli individui, che hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni, come a reclamare i propri diritti, divengono preda del sistema che definisce in vece loro le loro esigenze e rivendicazioni. La persona non può più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace. Le regole del senso comune che permettevano alla gente di unire e scambiarsi le proprie esperienze sono distrutte. Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l’uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone. La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze. Riponendo la propria fede nell’esperto, l’uomo si spoglia prima della sua competenza giuridica e poi di quella politica. La fiducia nell’onnipotere della scienza induce i governi e i loro amministrati a cullarsi nell’illusione di poter eliminare i conflitti suscitati da un’evidente rarefazione dell’acqua, dell’aria o dell’energia, a credere ciecamente agli oracoli degli esperti che promettono miracolose moltiplicazioni. Nutrita del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di fissare i limiti dello sviluppo. Una simile delega di potere distrugge l’intero funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose sostituisce l’obbedienza a un mito, e alla fine legittima in un certo senso anche la conduzione di esperimenti sull’uomo. L’esperto non rappresenta il cittadino, fa parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un sapere non comunicabile; ma questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna particolare attitudine a definire i confini dell’equilibrio della vita. L’esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana: è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è inalienabile.