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mercoledì 1 luglio 2020

DISTRETTO 13. LE BRIGATE DELLA MORTE – John Carpenter

È un film di terrore e di sangue, ma anche un apologo sugli uomini e un'allegoria sulla irrealtà dell'America. Siamo in un sobborgo di Los Angeles, nella spirale della violenza che stringe bande di criminali e poliziotti, ma esasperata sino alla follia dall'occulta e spietata presenza d'un gruppo di guerriglieri legati in un patto di sangue, che nel loro delirio omicida intrecciano memorie  politiche e riti stregoneschi. Poiché un   uomo di mezza età, dopo avere ucciso uno di loro per vendicare l'assassinio della figlioletta, ha cercato scampo in un commissariato, i pazzi vanno all'assalto e sfidano la polizia circondando lo stabile in disarmo, visto che il Comando di polizia ha deciso di abbandonare quel distretto, troppo esposto ai banditi, in cui giovane  tenente di colore andato a prendere le consegne ospita per la notte, insieme al padre della bimba morta e a due ispettrici,  tre  malviventi avviati alla sedia elettrica. Di fronte all'attacco improvviso, che la solitudine della zona e l'impossibilità di collegamenti col comando sembra rendere insostenibile, il tenente è costretto ad armare anche le donne e i tre criminali, ma le cose si mettono prestissimo al peggio perché uno dei prigionieri è subito ucciso, chi tenta d'andare in cerca di aiuti viene falciato, una delle ragazze muore e ai superstiti scarseggiano le munizioni. Dopo sparatorie disperate, e mentre il padre della bambina è bloccato dallo choc, gli assediati fanno buon uso di una cassa di esplosivi, ma quando la polizia verrà a salvarli stupirà nel trovare insieme
schierati i tutori dell'ordine e il delinquente più pericoloso... Come dire che la minaccia portata al consorzio sociale dai sanguinari fanatici impone alleanze impensabili, sua anche come dire che una grande metropoli americana, con tutta la sua civiltà tecnologica, è sempre sull'orlo della barbarie.
John Carpenter dirige, con il suo stile crudo ed essenziale, un sublime western metropolitano, dove la concezione del tempo si annulla (nonostante la precisa scansione temporale degli eventi) a favore di una rappresentazione spettrale degli spazi cittadini, popolati da fantasmi violenti che si aggirano nella desolazione di squallidi quartieri deserti. Lo stesso assedio del distretto di polizia, fulcro della storia, è una novità sostanziale: l'isolamento degli assediati non è dato dalla codardia dei concittadini ma dall'essere isolati in una metropoli di milioni di abitanti, soli in mezzo alla moltitudine, in balìa di teppisti silenti ed implacabili in cerca di vendetta. I caratteri dei personaggi assediati nel distretto sono ben rappresentati:  il dolente ed ironico Napoleone, malvivente romantico e coraggioso, la ambigua e fascinosa Leigh dallo sguardo obliquo, il poliziotto integerrimo e pronto al sacrificio. 

Un film in cui risuona l’eco delle preoccupazioni dei cittadini delle città di tutto il mondo, vittime della violenza e del predominio del più forte così attuale anche oggi. 
Negli angusti spazi del Distretto 13 le regole e i ruoli sociali cessano di esistere, per lasciare spazio a un’organizzazione più disordinata e impulsiva, ma non priva di profondi codici morali. Messa alla prova da una minaccia non preventivabile e difficilmente analizzabile, la rigida e rigorosa macchina militare mostra così tutti i propri limiti e la propria inefficienza, nonché la sua pochezza d’animo nel trattamento del prossimo. Diventa così simbolica l’alleanza fra un poliziotto di colore, abituato a vivere in prima persona i pregiudizi e le più spregevoli bassezze, con un proverbiale uomo morto che cammina, deciso a difendere la propria vita e quella dei compagni nonostante la legge lo abbia condannato alla pena capitale. I nemici, poi, sono figure senza volto, sempre al buio, che scorgiamo ma che non vediamo mai chiaramente. E forte è il fascino di questo nemico nell’ombra, visibile ma indistinguibile, tipico del cinema horror più classico e che, applicato ad un altro genere cinematografico, funziona benissimo.


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