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giovedì 2 settembre 2021

Lorenzo Ghezzi

Nasce a Roma nel 1880 (data incerta) da Paolo e Natalina Massini, di professione garzone in una bottega di cappelleria, abitante al civico 3 di piazza Santa Apollonia, deceduto, a Roma, l'11 ottobre 1897 all'età di 17 anni. La sua vicenda è legata alla sua morte avvenuta nel corso degli incidenti occorsi intorno la sede del Ministero dell'Interno a piazza Navona, durante una dimostrazione dei commercianti romani contro la tassa sulla ricchezza mobile. Alla protesta parteciparono attivamente anche numerosi garzoni di bottega, operai, artigiani e «gruppi di giovinastri uniti a ragazzi e a gente delle infime classi». Al tentativo di invasione del dicastero da parte dei dimostranti, seguirono violenti incidenti con la forza pubblica che si trasformarono in «aperta rivolta» cui Ghezzi prese «parte attivissima» insieme a un gruppo di anarchici e socialisti, che più volte venne respinto dalla piazza e più volte tentò di rientrarvi forzando i cordoni di pubblica sicurezza. Un ultimo tentativo si verificò da via dell'Anima, all'altezza di via dei Lorenesi, dove il gruppo di rivoltosi diede vita a una fitta sassaiola verso i soldati i quali risposero sparando colpi di fucile. La folla indietreggiò, ma sul suolo rimasero due persone: Sabato Moscato, un venditore ambulante di 28 anni, gravemente ferito alla gola e il giovane Ghezzi, colpito all'altezza della meninge destra e deceduto sul posto. Il giornalista Roberto de Fiori, presente agli eventi e interrogato in sede processuale, così ricostruì il fatto: «Tra i dimostranti ricordo vi era un giovanotto il quale stando in mezzo a via dell'Anima continuamente ed accanitamente tirava dei grossi selci, e, se non erro, egli fu quello che mentre raccoglieva un altro sasso per lanciarlo fu colpito» alla testa. Meglio noto alla stampa e alle autorità come “Ghezzi”, nella storpiatura italianizzante del suo cognome di origine tedesca, Lorenzo, apparteneva al circolo socialista-anarchico denominato “Tevere”, sorto quello stesso anno. Tale appartenenza lo collocava nell'area malatestiana del movimento libertario romano che, in quell'anno, si distinse dai circoli influenzati da Francesco S. Merlino disponibili alla partecipazione elettorale, costituendo il “Tevere” che assumeva invece l'astensionismo politico quale tratto programmatico distintivo. La sua morte suscitò un vivo cordoglio in città. L'insieme del movimento anarchico capitolino ne rivendicò l'appartenenza omaggiandolo con un estremo saluto al cimitero del Verano, dove era stato sepolto, deponendo due corone di fiori, una a firma «anarchici di Roma», la componente socialista-anarchica, e l'altra da parte degli individualisti del «Nucleo anarchico romano». I familiari della giovane vittima, di sentimenti cattolici, vollero invece apporre una croce sul muro del palazzo dove era avvenuto il delitto, che il questore fece però rimuovere in tutta fretta la sera stessa. Il quotidiano romano «Il Messaggero» aprì un fondo in favore della famiglia, cui si unì l'associazione dei commercianti romani, promotrice della dimostrazione, che invitò i suoi affiliati a sostenere la sottoscrizione. Dei responsabili della morte si seppe poco; a esplodere i colpi di fucile in via dei Lorenesi erano stati quattro soldati del XI reggimento di fanteria (Antonio Marcenò, Napoleone Poggiati, Carlo Rosso e Giuseppe Piccinini), ma ai militi non furono imputati di alcun reato. Dal verbale dell'autopsia sappiamo che il giorno della morte, Ghezzi era vestito con una giacca e pantaloni blu, una camicia turchese con piccole ancore bianche, una maglia di colore nero, dei calzini rossi con la soletta bianca e le scarpe. In tasca portava un fazzoletto bianco con i bordi rossi, un portafogli di pelle marrone, un quadernetto con su scritto libretto di memorie che conteneva disegni di figure a matita, 2 lire e 30 centesimi e due pezzi di sigaro.


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