Translate

giovedì 18 giugno 2026

ANARCHISMO E SINDACALISMO NEL PENSIERO DI ARMANDO BORGHI (1907-1922) IV°

La materia da trattare, scrive il Borghi, era diversa, diverse le condizioni della lotta. Lo stato non sembrò più aggressore, la libertà politica non era più contesa. Le grandi masse entravano sulla scena. In queste condizioni era necessario trovare «un mezzo d'azione che non ci isoli, che non polverizzi le nostre forze, che non ci riduca al ruolo di semplici spettatori» Le persecuzioni avevano allontanato per un lungo periodo di tempo gli anarchici dalla lotta pubblica. «Avemmo così un periodo - scrive con ironia il Borghi - dal 1893 al 1900, in cui la sola forma di associazione anarchica possibile era questa: la riunione dei nostri compagni nelle isole del domicilio coatto l'isolamento essendo diventato una necessità, finì col convertirsi in una dottrina. La mancanza del contatto con le folle non fece capir bene ai compagni nostri la forza che si poteva trarre dal contatto con le masse e dall'uso dell'organizzazione. Avemmo quindi l'individualismo da una parte e dall'altra l'organizzazione operaia, la quale sorgeva sotto gli auspici e per l'azione dei socialisti». Per uscire dalla situazione di impasse era necessario «trovare lo strumento, l'utensile meccanico positivo, a cui applicare la potenzialità dinamica delle idee, per trasformarla in forza reale, sommovente le basi del mondo borghese» e tale strumento doveva essere adeguato alla nuova realtà dell'Italia che si avviava a diventare un paese industrializzato. Nel radicalizzarsi del conflitto delle classi è al Pelloutier e all'idea operaistica dell'Internazionale di Bakunin che il Borghi fa ricorso, affermando la necessità dell'azione «a meno che non si voglia divenire una scuola di esteti, occupati a venerare le formule imbalsamate del rigidismo dottrinario». L'alternativa proposta è la scelta fra uno «sterile spiritualismo» che affidandosi «all'influenza della pura predicazione ideale» può «formare le élite, toccando le intelligenze più pure ed elevate» e un'azione che, superato il momento elitistico, metta l'ideale «a contatto degli interessi che tendono a prevalere e predominare in un determinato periodo storico, facendoli servire a se stesso e fecondandosi al loro contatto». Il punto di partenza delle tesi borghiane è rappresentato dall'adesione a quella concezione del sindacalismo che dall'ultimo decennio dell'800 trovò in alcuni organizzatori anarchici francesi (Pelloutier, Pouget, Delesalle, Yvetot ecc.) i propri teorici e i propri realizzatori: una concezione del movimento operaio che respinge «i principi e le formule social-democratiche, per cui il movimento sindacale doveva essere affidato al partito politico» per affermare che «sia per il movimento economico, sia per le agitazioni politiche, sia per lo sviluppo della cultura e della coscienza del proletariato organizzato, il sindacato non si subordinava a nessun partito, ma usufruiva delle proprie forze ed esclusivamente delle proprie forze». Il metodo di azione che il Borghi ripropone è quello dell'azione diretta popolare e operaia contrapposta alla teoria della conquista dei pubblici poteri; e questo metodo per il Borghi nell'epoca anteriore al fascismo trovava il suo terreno naturale nell'organizzazione operaia di tipo francese in cui «ogni sindacato locale aveva personalità autonoma» e «non (era) sottomesso ad una organizzazione centrale», e dal quale era stata bandita ogni forma di azione elettorale, ogni subordinazione ai partiti e collaborazione con il governo. L'azione doveva partire dal basso rifiutando l'autoritarismo e l'accentramento delle federazioni di mestiere che ispiravano le loro direttive ai ristretti interessi economici di categoria. Gli strumenti immediati di lotta erano quelli ritenuti i più rispondenti a collegare l'azione sindacale con il fine rivoluzionario anarchico: il boicottaggio, il sabotaggio, lo sciopero generale, mezzi che giocavano sull'effetto della sorpresa e della provocazione e sull'audacia. 


Nessun commento:

Posta un commento